Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
MOLTI SALVINIANI PENSANO CHE IL REGISTA OCCULTO DEI “NORDISTI” SIA PROPRIO IL MINISTRO DELL’ECONOMIA – E SI PREPARANO LE PURGHE SALVINIANE CONTRO MASSIMILIANO ROMEO CHE SARÀ SFIDUCIATO COME CAPOGRUPPO DEI SENATORI
La guerra ibrida della Lega contro Giancarlo Giorgetti. E il silenzio del ministro all’Economia. Dopo le raffiche di attacchi al grido di «non erano questi i patti» sulla legge di Bilancio, portati da ministri, dirigenti, lo stesso Matteo Salvini e pure attraverso note ufficiali ma ufficiose, ieri un fatto nuovo: il relatore leghista della manovra sarà Alberto Gusmeroli. Non era scontato: il deputato, responsabile economico del partito, fa parte della commissione Attività produttive.
E dunque dovrà essere, per così dire, «prestato» alla commissione Bilancio. Le opposizioni parlano di «anomalia», di «operazione inguardabile» e di «resa dei conti». E sintetizzano: «Salvini commissaria Giorgetti».
Il ministro si guarda bene dal rispondere. I vecchi amici ricordano il suo disinteresse rispetto alla posizione personale, persino rispetto alla possibilità di non ricandidatura, lo scalpo chiesto da alcuni ultras salviniani.
Ma l’inatteso relatore riaccende le braci. Fino al congresso della Lega si dava per scontato che la relatrice sarebbe stata Silvana Comaroli. La quale, però, ha firmato per la candidatura dello sfidante di Salvini, Massimo Garavaglia, ed è stata cassata. Vietato, ovviamente, mettere in relazione l’accaduto con il fatto che Comaroli goda della massima fiducia di Giorgetti. Ma l’incarico ha forse messo in imbarazzo lo stesso Gusmeroli: mai stato un nemico dell’uomo del Mef, pochi mesi fa gli ha chiesto la prefazione al suo libro.
Non è chiaro, in fondo, quale sia la strategia del fuoco amico sul ministro all’Economia leghista. Certo, molti salviniani pensano che il regista occulto dei «nordisti» sia proprio lui. Resta il fatto che il rapporto tra Giorgia Meloni e Giorgetti è uno dei pilastri su cui si fonda il governo e la sua credibilità internazionale, con riconoscimenti concreti come la flessibilità.
Né è chiaro come si possano essere generati gli equivoci riguardo alla manovra: del provvedimento sulle possibili pensioni a 64 anni ancora non è stato depositato il dispositivo. Mentre per il probabile blocco al turn over nell’Istruzione, Forza Italia e FdI ricordano corali come la scuola italiana perda in media 86 mila studenti all’anno.
La resa dei conti segna anche il destino di Massimiliano Romeo come capogruppo dei senatori. Ieri il collega Stefano Borghesi ha raccolto le firme per chiederne le dimissioni, a succedergli si prepara Marco Dreosto: 25 firme su 29. Ovviamente, chi non ha firmato è Garavaglia.
La spaccatura, quindi, non è sanata. Ed è destinata a riemergere anche sui territori. In particolare in Lombardia, la cui segreteria è guidata proprio da Massimiliano Romeo. Domenica si tiene il congresso provinciale a Varese, culla leghista, mentre il 22 toccherà a Bergamo e Brescia. In tutte e tre i casi, il segretario uscente è in linea con la cordata Romeo-Garavaglia-Attilio Fontana.
In tutti e tre, gli uomini di Salvini tentano di vincere per passare alla fase successiva: il ribaltone al vertice della segreteria lombarda ed estromettere Romeo anche da lì. A meno che non si rivelino profeti quei salviniani che raccomandano al segretario il percorso inaudito: sconvocare i congressi (a pochi giorni dalla celebrazione) e commissariare le sezioni.
(da “Corriere della Sera”)
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Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
INOLTRE C’È IN TEXAS UNA NUOVA GENERAZIONE ISPANICA PIÙ MODERATA DEI GENITORI E CHE HA VISSUTO CON INSOFFERENZA LE OPERAZIONI DELL’ICE… E POI CI SONO I DATA CENTER: GLI ELETTORI NON VOGLIONO QUESTE STRUTTURE E GLI IMPIANTI INDUSTRIALI CHE PORTANO CON SÉ … IL “CORRIERE DELLA SERA”: “TUTTA QUESTA FURIA È CONFLUITA NEL MESSAGGIO RIVOLUZIONARIO DI UN MITE SEMINARISTA PRESBITERIANO CHE INVITAVA A ROVESCIARE I TAVOLI, COME GESÙ”
Ai suoi comizi c’era sempre un momento in cui James Talarico invitava ciascuno a voltarsi verso
un perfetto sconosciuto e a raccontare perché fosse venuto. A permettere a Talarico di rovesciare i tavoli in uno Stato come il Texas, sotto il controllo repubblicano da tre decenni, è stata una tempesta perfetta: democratici mobilitati nelle grandi città e repubblicani delusi nelle aree rurali, insieme a un elettorato latino in trasformazione.
L’aumento del costo della vita, della benzina e dei generi alimentari, a causa della guerra in Iran, ha contribuito a incrinare il consenso. E accanto alle difficoltà economiche è cresciuta l’insofferenza per la corruzione e per l’influenza del denaro sulla politica texana.
Inoltre c’è in Texas una nuova generazione ispanica più moderata dei genitori e che risente direttamente delle conseguenze delle operazioni dell’Ice, soprattutto quando coinvolgono familiari e persone che vivono negli Stati Uniti da decenni. Tra i motivi del malcontento ci sono poi i data center: elettori di sinistra e di destra non vogliono queste strutture e gli impianti industriali che portano con sé e hanno percepito le posizioni dei repubblicani come opportunistiche.
Tutta questa furia è confluita nel messaggio rivoluzionario di un mite seminarista presbiteriano che invitava a rovesciare i tavoli, come Gesù, e che chiedeva di diventare la fionda con cui lui, Davide, potesse abbattere Golia. Un elemento importante della vittoria di Talarico è stata l’abilità di presentarsi come un candidato capace di superare le tradizionali divisioni partitiche e di tendere la mano ai repubblicani: «Abbiamo dimostrato che una politica di divisioni non può competere con una politica dell’amore»
Il linguaggio religioso è importante in Texas ma l’ha usato in modo inclusivo, senza contrapporre le diverse confessioni né escludere chi è ateo. Il suo trionfo non va interpretato come una conversione di massa al partito democratico. Non sappiamo quanti repubblicani abbiano votato per lui.
(da “Corriere della Sera”)
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Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
GIÀ SI AGITA L’ARCICONSERVATORE TED CRUZ. E POTREBBERO TENTARE IL RILANCIO IL GOVERNATORE DELLA FLORIDA, RON DESANTIS, E L’EX VICEPRESIDENTE MIKE PENCE, POI “EPURATO” PER ESSERSI RIFIUTATO DI BLOCCARE LA RATIFICA DELLA NOMINA DI BIDEN ALLA PRESIDENZA… PUO’ RICICCIARE PAUL RYAN, CANDIDATO ALLA VICEPRESIDENZA CON MITT ROMNEY, CONTRO OBAMA, NEL 2012. E DAL 2015 AL 2019 GUIDÒ, DA SPEAKER, I REPUBBLICANI ALLA CAMERA. POI MOLLÒ LA POLITICA, NAUSEATO DA COME ERA STATA TRASFORMATA DA TRUMP
Avesse vinto anche alle mid-term o incassato una sconfitta di dimensioni limitate, magari perdendo solo il controllo della Camera, Trump avrebbe potuto con ogni probabilità decidere la scelta del suo successore per la nomination repubblicana alle presidenziali del 2028: una scelta ristretta al probabile candidato, il suo vice JD Vance, e al segretario di Stato, Marco Rubio.
Ma, dopo lo tsunami democratico, anche se continuerà a governare per altri due anni, The Donald dovrà probabilmente rinunciare al ruolo di kingmaker: da sconfitto difficilmente riuscirà a imporre il suo volere assoluto con lo strumento usato fin qui, la paura. […] il disastro elettorale del 3 novembre non può non spingere a scendere in campo altre forze e personaggi del fronte conservatore, visto che da gennaio la rappresentanza repubblicana nel nuovo Congresso, oltre ad essere minoritaria, sarà composta prevalentemente da bianchi invecchiati, yes men di Trump.
Questo perché i politici di rango che avevano osato dissentire da lui sono stati costretti a dimettersi o sono stati battuti alle primarie da trumpiani di stretta osservanza. Mentre i democratici, oltre a essere diventati maggioranza, ora presentano un personale politico più giovane e multietnico.
E, allora, è probabile che le primarie 2028 del Grand Old Party saranno le più aperte da diversi decenni a questa parte: potrebbero tornare in scena alcuni dei politici che sono stati emarginati o cacciati da Trump, mentre un movimento Maga ormai frammentato ha, comunque, diverse anime — giovani populisti della New Right, nazionalisti religiosi, fan della tecnocrazia — capaci di esprimere nuovi candidati.
E già si agitano altre figure, come l’altro senatore del Texas, l’arciconservatore Ted Cruz. E potrebbero tornare in scena personaggi di un passato recente o remoto del fronte conservatore: dal governatore della Florida, Ron DeSantis all’ex vice del presidente nel primo mandato, Mike Pence, poi «epurato» per essersi rifiutato di bloccare la ratifica della nomina di Biden alla presidenza.
Ma possono riemergere anche figure da un passato più lontano. Un nome per tutti: Paul Ryan. Fu candidato alla vicepresidenza con Mitt Romney, contro Obama, nel 2012. E dal 2015 al 2019 guidò, da speaker, i repubblicani alla Camera. Poi mollò la politica, nauseato da come era stata trasformata da Trump, ma non escluse di poter tornare […] Forse è il momento: è ancora relativamente giovane (un cinquantenne) ed è tornato a parlare in pubblico attaccando più volte i Maga.
(da Corriere della Sera)
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Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
L’ISOLAZIONISTA VANCE, CHE HA INCASSATO L’APPOGGIO ANCHE DI DONALD TRUMP JR, SPERA DI RIPOSIZIONARSI COME LEADER DELLA CORRENTE MAGA E CANDIDARSI ALLA CASA BIANCA NEL 2028. MA IL SUO NOME, COME DAGO DIXIT, E’ BRUCIATO … TRUMP REPLICA: “LA SCONFITTA COLPA DELLA GUERRA IN IRAN? E’ VERO, MA LO RIFAREI, NON PUOI PERMETTERE ALL’IRAN DI SCATENARE UNA GUERRA NUCLEARE” – IL CAPO DEL PENTAGONO HEGSETH RISCHIA DI SALTARE
La guerra civile nel Partito repubblicano è già scoppiata, come aveva previsto l’ex consigliere di
Trump Steve Bannon, e il primo a schierarsi sul campo di battaglia è stato JD Vance, scrivendo che l’intervento in Iran è la causa della pesante sconfitta alle midterm.
Così il vice presidente spera di riposizionarsi come leader della corrente Maga, sempre scettica verso tutti i conflitti nell’ottica dello slogan “America First”, soprattutto in Medio Oriente, e salvare la propria ambizione di candidarsi alla Casa Bianca nel 2028. Anche i repubblicani tradizionalisti però iniziano ad alzare la voce, nonostante il segretario di Stato Marco Rubio sia più prudente, forse perché non punta sul difficile 2028. Quindi la resa dei conti minaccia di essere solo all’inizio e durare per i prossimi due anni.
Vance ha scritto su X che la ragione per cui i repubblicani hanno perso è «la guerra in Iran e la mancanza di attenzione sul carovita», cavallo di battaglia dei democratici dalla vittoria di Mamdani come sindaco di New York, oltre all’eccessiva sudditanza nei confronti di Israele.
Poi però il vice presidente ha puntato il dito soprattutto sull’ennesimo intervento infinito in Medio Oriente: «Il vero motivo per cui abbiamo perso è evidente a quasi tutti, è la guerra. Lo ha detto ieri sera il presidente stesso». In questa maniera ha cercato di prendere le distanze da Trump, che la guerra ha voluto, ordinato e difeso ancora ieri, senza offenderlo o urtarlo.
Poi però ha aggiunto: «Se volete sostenere che ne sia valsa la pena, che perdere il Senato per i prossimi 6 anni sia stato un prezzo accettabile, allora fatelo. Sostenete che sia stato un costo che valeva la pena pagare. Che si sia d’accordo o meno, questo è quantomeno un approccio onesto». Il tono polemico è chiaro, così come il motivo: «Tutti sanno perché abbiamo perso. E qualsiasi discussione onesta su come procedere da qui in avanti deve partire da questo punto».
Curiosamente il primo a seguirlo è stato il figlio del presidente, Donald Trump Jr, che ha rilanciato il post di Vance aggiungendo di condividere la sua analisi: «Sono d’accordo al 100% con ogni parola». Il padre invece ha reagito così: «Penso che sia in gran parte vero, perché ha fatto salire un po’ la benzina nel breve termine. Ma allo stesso tempo, se dovessi rifarlo, lo rifarei, perché nel lungo termine è l’unica soluzione. Non puoi permettere all’Iran di scatenare una guerra nucleare».
Il problema è che anche i tradizionalisti puntano sulla stessa strategia, da posizioni diverse. Il governatore uscente della Florida, Ron DeSantis, ha commentato ieri che la sconfitta «è stata di un livello tale da esporre i repubblicani al rischio di estinzione. Non farà male solo per un paio di anni, ma per il prossimo decennio», imponendo un profondo esame di coscienza.
DeSantis era stato uno dei principali avversari di Trump nelle primarie, ma ora potrebbe puntare a prendere il posto di Pete Hegseth come capo del Pentagono, se verrà cacciato dal presidente o incriminato. La sua analisi però è condivisa da altri tradizionalisti, finora rimasti in silenzio per paura della vendetta di Donald.
(da Repubblica)
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Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
L’ENNESIMO SCHIAFFO DI “THE DONALD” A GIORGIA: “FRANCIA E ITALIA SONO IN UN MOMENTO TERRIBILE, FORSE NEANCHE SOPRAVVIVERANNO” … “REPUBBLICA”: “IL 3 NOVEMBRE, A POCHE ORE DALL’APERTURA DEI SEGGI NEGLI STATI UNITI, UN JET PRIVATO DECOLLA DA CIAMPINO ALLA VOLTA DI TEHERAN. SI TRATTA DI UNA MISSIONE DEI SERVIZI ITALIANI”
Imbarazzo, solchi che si allargano, insomma: fine di una relazione speciale. Trump chi? A Palazzo Chigi è il momento delle scelte definitive. Non con gli Stati Uniti, ovviamente: rapporto irrinunciabile, non fosse altro che per lo scudo militare.
Lo ribadivano ieri i fogli della propaganda meloniana alle Camere, è lo stesso ragionamento attribuito ufficiosamente alla premier: non entriamo nelle dinamiche interne altrui, tra i due Paesi non cambia nulla e gli Usa restano alleato vitale, indipendentemente dalle maggioranze e dai governi.
Si può decidere di raccontare la fiducia compromessa tra Giorgia Meloni e la Casa Bianca seguendo un aereo, oppure la Fox News. Partiamo dal velivolo: alle due e dieci del mattino del 3 novembre, a poche ore dall’apertura dei seggi negli Stati Uniti, un jet privato decolla da Ciampino alla volta di Teheran. Resta a terra per otto ore.
Il codice identificativo “copre” l’identità, segnalano i siti specializzati, come spesso accade per i voli targati CAI, quelli dell’intelligence. E infatti si tratta di una missione dei servizi italiani.
Non è un dettaglio, semmai un nuovo solido indizio della diplomazia parallela – peraltro mai cessata, anche sotto le bombe della scorsa primavera – che Roma continua a coltivare con gli iraniani. L’obiettivo, dall’inizio del conflitto, è evitare che il Paese sia esposto e diventi in qualche modo target ostile. Interessi economici, commerciali, transito da Hormuz, sicurezza interna. Un approccio che certo non cambierà nella nuova fase globale anticipata dall’onda blu dei democratici Usa.
Altro indizio, ricavato dall’inquadratura opposta: nella notte italiana del 4 novembre, Trump, sconfitto e indecifrabile, telefona a Fox. Parla prima del confine con il Messico, «era un colabrodo e in due mesi l’abbiamo sigillato, da diciassette mesi nessuno filtra dal Sud degli Stati Uniti».
Poi il presidente prosegue il ragionamento volgendo lo sguardo verso Roma, senza alcuna apparente necessità di farlo: «L’Europa sta morendo, Francia e Italia sono in un momento terribile, forse questi Paesi neanche sopravviveranno». Schiaffo all’ex amica Meloni, a freddo e senza riguardo.
Imbarazzi, silenzi, scelte segnate da una tempistica che fa riflettere. Ad esempio, il varo del pacchetto di aiuti militari all’Ucraina, che Palazzo Chigi tiene congelato da molti mesi. Arriverà il prossimo 10 novembre al Copasir – lo aveva anticipato Repubblica – illustrato da Guido Crosetto. Il timing dell’annuncio dice molto: archiviate le midterm, Meloni è obbligata a decidere se stare con l’Europa al fianco di Kiev, oppure disimpegnarsi. Sceglie di farlo, inevitabilmente.
Stare con le capitali continentali, in qualche modo, significa tenere aperto un canale diplomatico con Parigi, Londra e Berlino, anche se gli E3 giocano in proprio e tengono la premier lontana da alcuni tavoli. E dunque Roma comunque dialoga per valutare insieme come muoversi di fronte a reazioni scomposte di Trump.
E si ragiona anche di reazioni che segnalino autonomia strategica, adesso che l’amministrazione è in ginocchio. Come reagirebbero gli europei a un eventuale invito di Trump a Vladimir Putin al prossimo G20 di Miami, a metà dicembre? Si torna a valutare anche la minaccia di disertare il summit, o ridimensionare il livello delle delegazioni. Anche in questo caso, la premier starà con l’Ue.
Ancora l’Iran: è il terreno su cui il tycoon ha distrutto la sua presidenza – così ragionano ora a Palazzo Chigi – e che minaccia di spezzare ancora gli equilibri a danno degli europei. Per questo, l’esecutivo non intende avallare nuovi attacchi, dopo aver rotto con il presidente Usa proprio sull’utilizzo della base di Sigonella nella prima fase della guerra.
Linea stabilita da tempo, dunque non influenzata dalle minacce iraniane recapitate nelle ultime ore. «Se l’America utilizzerà le sue basi in Europa, comprese quelle in Italia e Germania – dice a Euronews Ahmad Bakhshayesh Ardestani, membro della commissione per la sicurezza del parlamento iraniano – i missili iraniani saranno lanciati verso l’Europa».
(da agenzie)
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Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
MOLTI REPUBBLICANI HANNO TROVATO IN HEGSETH IL PERFETTO CAPRONE ESPIATORIO PER LA SCOPPOLA PRESA ALLE ELEZIONI DI META’ MANDATO… ALL’INTERNO DEL PARTITO CREDONO CHE SIA STATO LUI A CONVINCERE TRUMP AD ATTACCARE L’IRAN SENZA FORNIRE UNA STRATEGIA DI USCITA DALLA GUERRA (INVECE DI PRENDERSELA CON LUI, ATTACCASSERO QUEL COJONE DI “THE DONALD” CHE GLI HA DATO RETTA)… RUBIO, NEL FRATTEMPO, APPARECCHIA LA SUA CANDIDATURA ALLE PROSSIME ELEZIONI: IL SEGRETARIO DI STATO STAREBBE PREPARANDO LA SUA USCITA DALL’AMMINISTRAZIONE
La Camera potrebbe votare già la prossima settimana per mettere sotto accusa il capo del
Pentagono Pete Hegseth dopo che molti legislatori repubblicani, allarmati dalla disfatta alle midterm, si stanno affrettando ad attribuirgli la colpa dei risultati elettorali, sostenendo dietro le quinte che abbia avuto un ruolo chiave nel convincere Trump ad attaccare l’Iran senza una strategia di uscita.
Lo sostiene la Cnn. Il deputato repubblicano Thomas Massie ha dichiarato di voler avviare una votazione per l’impeachment di Hegseth alla ripresa del Congresso la prossima settimana, e fonti repubblicane credono che la mozione venga approvata.
Secondo quanto affermato da diversi repubblicani alla Cnn, che hanno chiesto di rimanere anonimi, Hegseth, fervente sostenitore della guerra, avrebbe esagerato le capacità degli Stati Uniti di vincere il conflitto in modo rapido e semplice, spiegando perché molti nel loro partito si stiano ora rivoltando contro il segretario alla Difesa. Lo accusano di continuare a sostenere l’escalation nonostante vi siano pochi segnali che i continui bombardamenti abbiano avvicinato l’Iran alla resa.
La campagna contro l’ex anchorman di Fox arriva nonostante gli strateghi repubblicani di Camera e Senato abbiano ammesso in privato che i problemi del partito vanno ben oltre la guerra, provocando perdite paragonabili a quelle del 2008, che richiederanno anni per essere recuperate. Ma per ora, i leader del partito – e molti tra le loro fila – restano restii ad attribuire direttamente la colpa dei loro problemi a Trump.
Anche tra i repubblicani della Camera non c’è la minima aspettativa che improvvisamente prendano le distanze dal presidente, a due anni dalla fine del suo mandato. Eppure, questa lealtà non si estende a Hegseth, il combattivo segretario alla Difesa che si è fatto pochi amici a Capitol Hill da quando ha assunto il comando del Pentagono.
A Washington, l’attenzione si concentra su chi potrebbe emergere all’interno dell’amministrazione Trump all’indomani della pesante sconfitta subita dai Repubblicani alle midterm. Un nome continua a ricorrere: quello di Sergio Gor, ambasciatore degli Stati Uniti in India.
A scriverlo è il Washington Sun citando dieci persone a conoscenza delle dinamiche interne, secondo le quali Gor – già stretto collaboratore di Trump alla Casa Bianca e suo fedelissimo – sta preparando il terreno per un importante avanzamento di carriera in seguito al voto di metà mandato.
Grazie ai suoi solidi contatti e all’accesso diretto a Trump, Gor ha assunto un ruolo sempre più rilevante in incontri di alto livello ed è considerato una figura chiave nei rapporti tra Washington e gran parte dell’Asia, nonché un confidente del Segretario di Stato Marco Rubio. Negli ambienti vicini a Trump, il nome di Gor circola ora come possibile candidato a posizioni di vertice per la seconda metà del mandato presidenziale.
Secondo alcune fonti, il nome di Gor è stato fatto in relazione a diversi incarichi di grande peso, tra cui quello di capo di gabinetto della Casa Bianca o di successore di Rubio alla guida del Dipartimento di Stato.
Al momento, né Rubio né l’attuale capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, hanno manifestato pubblicamente l’intenzione di lasciare l’amministrazione. Ciononostante, negli ambienti del Dipartimento di Stato e in quelli politici repubblicani, c’è chi ipotizza che Rubio possa abbandonare l’esecutivo per prepararsi a una futura candidatura alla presidenza, nel 2028 o nel 2032.
Anche la posizione di Susie Wiles è considerata, nell’orbita di Trump, come potenzialmente a rischio. Alcune fonti suggeriscono che Gor potrebbe essere interessato anche a un diverso tipo di promozione all’interno del Dipartimento di Stato, come ad esempio subentrare al vice segretario Chris Landau.
Al momento, Gor ha tuttavia smentito di essere interessato a un altro incarico, affermando di non aver mai discusso con nessuno la possibilità di ricoprire un ruolo diverso: “Questa storia è una colossale sciocchezza”, ha dichiarato Gor a The Washington Sun, definendo Rubio “insostituibile” e sottolineando di “non avere alcun interesse per altri incarichi”.
(da agenzie)
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Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
RICCARDO CHIABERGE: “CARLO FIDANZA, CAPO DELEGAZIONE DI FDI AL PARLAMENTO EUROPEO, UNO DEGLI UOMINI PIÙ VICINI A GIORGIA MELONI, HA DETTO: ‘CI SONO CONSONANZE, MA NON SONO MANCATE FRIZIONI’. CERTO, LE FRIZIONI NON POTEVANO MANCARE, COME IN OGNI TRATTAMENTO DETOX CHE SI RISPETTI. SONO UN PARTICOLARE TIPO DI MASSAGGIO, UNA PRATICA OLISTICA DERIVATA DALLA MEDICINA ANTROPOSOFICA. SERVONO PER RIGENERARE I TESSUTI, FAVORIRE UNA RESPIRAZIONE PIÙ PROFONDA E RIDURRE STATI DI ANSIA O IRREQUIETEZZA. PECCATO CHE SU DONALD NON ABBIANO AVUTO GRANDE EFFETTO, VISTO IL SUO STATO DI PERENNE AGITAZIONE PSICOMOTORIA. MA CHISSÀ CHE FRIZIONANDO PER ALTRI DUE ANNI I BENEFICI DIVENTINO VISIBILI. IN CASO DI BISOGNO, PUÒ SEMPRE VENIRE IN AIUTO GIUSEPPE CONTE, ALTRO MASSAGGIATORE DIPLOMATO”
Mai stati trumpiani. Per carità, ci mancherebbe. Dopo lo tsunami democratico in America, i topi si affrettano a scappare dalla barca che affonda. Carlo Fidanza, capo delegazione di FdI al Parlamento europeo, uno degli uomini più vicini a Giorgia Meloni, ha detto al Corriere: “Ci sono consonanze, ma non sono mancate frizioni”.
Certo, le frizioni non potevano mancare, come in ogni trattamento detox che si rispetti. Sono un particolare tipo di massaggio, una pratica olistica derivata dalla medicina antroposofica. Servono per rigenerare i tessuti e stimolare il calore corporeo, favorire una respirazione più profonda e ridurre stati di ansia o irrequietezza. Peccato che su Donald non abbiano avuto grande effetto, visto il suo stato di perenne agitazione psicomotoria. E quel gonfiore alle caviglie che non se ne va…L’intossicazione da woke è dura da smaltire.
Ma siamo solo a metà mandato, chissà che frizionando per altri due anni i benefici diventino visibili. In caso di bisogno, può sempre venire in aiuto Giuseppe Conte, altro massaggiatore diplomato, che fino a poco tempo fa rifiutava di schierarsi tra democratici e repubblicani, per non “interferire” nelle faccende interne americane.
E però, sull’aggressione russa in Ucraina, si sentiva più vicino a Trump che a quel guerrafondaio di Biden. Non interferire, meglio frizionare. Del resto, è o non è il capo di una struttura a cinque stelle?
Riccardo Chiaberge
per Dagospia
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Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
“REPUBBLICA”: “L’IMPRENDITORE ENRICO CRUCIANELLI, GRAZIE A PISTARELLI, PRENDEVA L’APPALTO PAGANDO L’EX CAPO DI GABINETTO, FACEVA SUO IL PRIMO FINANZIAMENTO PUBBLICO E REDISTRIBUIVA I PRIMI SOLDI ALLE SOCIETÀ CONTROLLATE DALLA ‘NDRANGHETA E DAI CASALESI”. .. NEL CANTIERE ENTRAVA IN SUBAPPALTO LA ‘MIRA’, AZIENDA CON INTERDITTIVE ANTIMAFIA REGISTRATE IN PREFETTURA, E LAVORAVA FINO A QUANDO LE AUTORITÀ NON SI ACCORGEVANO DEL PESSIMO CURRICULUM. SUBENTRAVA, ALLORA, LA DITTA ‘PROSPERA’, CHE PRIMA DI ESSERE FERMATA LASCIAVA SPAZIO E LAVORATORI AD ‘AMPLIA’, CHE A SUA VOLTA CEDEVA IL CANTIERE AD ‘OMEGA’. TUTTE QUESTE AZIENDE ERANO ASSENTI DALLE WHITE LIST PREFETTIZIE, CHE CERTIFICANO LA PULIZIA DELLE IMPRESE EDILI”. TUTTO SOTTO IL NASO DEL COMMISSARIO GUIDO CASTELLI, ANCHE LUI…
«Per carità, io non sono un dipendente della Crucianelli». Si fa il segno della croce l’operaio
campano, a fianco di un’impastatrice. È nella zona rossa, spettrale e ancora vietata ai non addetti ai lavori, di Camerino.
È uno dei rari muratori italiani del cratere post-sisma e, visto che non è un dipendente di Enrico Crucianelli, già amministratore delegato della Rest Edile srl, continua a lavorare. Qui, nel cuore diroccato di Camerino. Ha certezza della busta paga, il prossimo 15 del mese.
Il più potente effetto collaterale dell’inchiesta Ricostruzione — che quattordici giorni fa ha portato in carcere l’imprenditore Crucianelli, appunto, insieme a Fabio Pistarelli, ex capo di gabinetto del presidente della Regione, Francesco Acquaroli — è che i 399 cantieri ancora aperti e nella potestà della Rest Edile si sono fermati.
A Camerino, sì, e a Tolentino, a San Severino Marche, in altri 37 comuni della provincia di Macerata. Le aziende subappaltanti, di fondazione malavitosa, reggina e napoletana, da due settimane si sono rese irreperibili. I 270 operai edili della capofila, quasi tutti nordafricani, hanno lasciato il cratere perché bisognosi di uno stipendio per inviare le rimesse in Egitto, Marocco, Tunisia.
Mohammed, egiziano, 47 anni, esce da un cantiere in attività che inizia a tramontare. In passato ha lavorato per Crucianelli, imprenditore monopolista di Tolentino, figlio di papà missino, «e sono stato pagato con regolarità».
Crucianelli aveva regolarizzato tutti i suoi dipendenti, però, al livello uno: manovali al primo impiego, quale che fosse la loro esperienza. E con soli 270 uomini disponibili aveva ottenuto 899 cantieri della ricostruzione, di cui 399 sono ancora da completare.
I manovali egiziani avevano quasi tutti residenza nel Milanese e questo, spiega Mohammed, perché per vent’anni nel capoluogo lombardo si è costruito. Dal gennaio 2023, finito il bonus del 110 per cento, gli arruolatori delle mafie li hanno trasferiti in massa in Centro Italia, area trascurata dalle imprese e indietro nella ricostruzione pubblica e privata.
L’ex commissario Giovanni Legnini, oggi sindaco di Chieti e ieri pomeriggio relatore a Camerino in un convegno Cgil sul terremoto e il suo spopolamento, dice: «Se qualcuno ha 399 appalti della ricostruzione, come è possibile che nessuno se ne sia accorto? Le leggi sugli appalti nelle Marche sono state saltate a pie’ pari». Poi, continua Legnini: «Il sistema di questa ricostruzione si basava sullo sfruttamento dei lavoratori, pagati molto meno del giusto».
Il sistema funzionava così: l’imprenditore Crucianelli, grazie a Pistarelli, lo spin doctor di Acquaroli nella prima, e vincente, campagna elettorale per la presidenza delle Marche, prendeva l’appalto pagando l’ex capo di gabinetto, faceva suo il primo finanziamento pubblico — il cosiddetto Sal al 20 per cento del totale — e redistribuiva i primi soldi alle società controllate dalla ‘ndrangheta e dai casalesi.
Nel cantiere entrava in subappalto la Mira, azienda con interdittive antimafia registrate in prefettura, e lavorava fino a quando […] le autorità non si accorgevano del pessimo curriculum societario. Subentrava, allora, la ditta Prospera, che prima di essere fermata lasciava spazio e lavoratori ad Amplia, che a sua volta cedeva il cantiere ad Omega. Tutte queste aziende erano assenti dalle white list prefettizie, che certificano la pulizia delle imprese edili.
«I mancati controlli del commissario nazionale Guido Castelli hanno amplificato questo sistema negli ultimi quattro anni», dice il segretario generale della Cgil Marche, Giuseppe Santarelli.
La strada dell’omissione di vigilanza porta diretta, tuttavia, agli uffici speciali regionali della ricostruzione. Il governatore Acquaroli, amico e compagno di Pistarelli in Fratelli d’Italia, ne è il responsabile, oltre ad essere il vicecommissario straordinario della ricostruzione nelle Marche. Oggi il presidente, amico della premier Giorgia Meloni, non parla: «Ho detto tutto in consiglio regionale».
Acquaroli si è già difeso dall’accusa di aver chiamato al suo fianco, come capo di gabinetto, il perno politico di una ricostruzione marchigiana affidata alla criminalità organizzata e poggiata sulle tangenti. «Su Pistarelli c’erano voci, senza riscontri», ha detto, «per questo lo avevamo allontanato». il Pd delle Marche nell’ultimo incontro dal vivo gli ha chiesto: «Perché non sei andato in procura?». E gli ha intimato di dimettersi. Pistarelli è il terzo collaboratore che il governatore ha allontanato durante il secondo mandato.
Il commissario alla Ricostruzione, Guido Castelli, senatore di Fratelli d’Italia, presente nelle intercettazioni dei costruttori malavitosi ma non indagato, lunedì sarà alla Prefettura di Macerata per capire se l’impresa Crucianelli, a cui sono stati bloccati 39 milioni, ha abbastanza liquidità per pagare i 1.500 operai dei subappalti. Tre, egiziani, senza stipendio, hanno già protestato a Tolentino. Salendo su una gru.
(da La Repubblica)
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Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA SIMULAZIONE DE “LA STAMPA” DIMOSTRA CHE TI RITROVI CON 384 EURO IN MENO DI ASSEGNO PENSIONISTICO, SAI CHE AFFARE
Chi andrà in pensione con la nuova quota 100 subirà un taglio di quasi 5 mila euro l’anno. La Stampa cita una simulazione del Servizio politiche fiscali e previdenziali della Uil, che mette a confronto l’assegno che sarebbe percepito con il pensionamento anticipato e quello proseguendo l’attività fino ai requisiti ordinari. Il calcolo prende in esame una lavoratrice di 64 anni, con 36 anni di contributi e un’ultima retribuzione annua lorda di 35 mila euro.
Quota 100
Se la lavoratrice invece andasse in pensione a 67 anni e sei mesi, il riferimento per la pensione di vecchiaia nel 2029, avrebbe l’intero importo. Il calcolo per il montante nel primo importo è quello contributivo. Nel secondo c’è quello misto ma anche altri 3 anni e mezzo di lavoro. Il trattamento pensionistico interamente contributivo a 64 anni risulterebbe pari a 25.477 euro lordi annui. Mentre la pensione con il sistema misto a 67 anni e 6 mesi raggiungerebbe 30.466 euro lordi. Con una differenza netta di 4989 euro lordi annui. Ovvero 384 euro in meno su 13 mensilità. L’assegno pensionistico è inferiore del 16,38% rispetto all’uscita ordinaria.
L’importo
«Si tratta di una differenza economica significativa, destinata a permanere nel tempo e che rischierebbe di incidere concretamente sulla qualità della vita e sulle esigenze economiche nell’età anziana», spiega il segretario confederale della Uil, Santo Biondo. «Una flessibilità subordinata al ricalcolo interamente contributivo rischia di essere concretamente accessibile soprattutto a chi può permettersi un assegno inferiore. Chi ha percepito retribuzioni basse, ha avuto carriere discontinue o presenta maggiori carichi familiari, invece, potrebbe essere costretto a continuare a lavorare, pur avendo necessità di lasciare. Il diritto deve essere concretamente esercitabile, indipendentemente dalle condizioni economiche del lavoratore. Per questo, riteniamo necessario aprire un confronto con il governo Meloni».
(da agenzie)
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