Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA RICHIESTA ARRIVA DALLA CONFERENZA DELLE REGIONI ALL’UNANIMITA’
Dalla conferenza delle Regioni convocata in seduta straordinaria su richiesta delle Regioni con
governatori di centro-sinistra per fare il punto sulla manovra è emersa una linea chiara. Secondo le Regioni le risorse previste dalla Legge di Bilancio sulla sanità sarebbero insufficienti e chiedono perciò al governo «un incremento del fondo sanitario nazionale». «Se la manovra non dovesse cambiare – ha affermato il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale – penso che le Regioni debbano portare il governo davanti alla Corte Costituzionale».
Cosa dice la sentenza della Corte Costituzionale
Il presidente della Regione ha spiegato che proprio oggi 4 novembre è uscita una sentenza della Consulta che dà ragione alle Regioni «su un ricorso dell’Emilia-Romagna sui Lep (gli standard minimi di qualità dei servizi che lo Stato italiano deve garantire su tutto il territorio) per i servizi legati alle persone con disabilità». La sentenza, sottolinea ancora de Pascale, «dice che il Governo non può unilateralmente decidere sul sistema di finanziamento delle prestazioni essenziali. Non può fissare degli obiettivi e poi scaricare sulle Regioni il compito di raggiungerli senza avere uno schema che funzioni o in termini di trasferimenti o in termini di fiscalità».
Qual era la richiesta delle Regioni
Nella Legge di Bilancio 2026 il Fondo Sanitario dovrebbe crescere di 2,4 miliardi. Una cifra che secondo i presidenti delle Regioni sarebbe insufficiente a fronte di una richiesta di 18 miliardi in tre anni, 7.5 miliardi solo nel 2027. I fondi, secondo le Regioni, sarebbero serviti per potenziare una serie di attività come screening oncologici, l’assistenza all’autismo e ai problemi di salute mentale, per l’acquisto di nuove attrezzature ospedaliere, per assumere nuovi medici o per aumenti di stipendi del personale sanitario.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
DAI PROGRESSISTI AI MODERATI, LE URNE HANNO PREMIATO TUTTE LE ANIME DEM… MA LA VITTORIA CONTRO TRUMP NON GARANTISCE UNA NUOVA IDENTITA’ POLITICA
E se l’onda blu fosse solo una grande risposta a Donald Trump? La domanda rimbalza sottovoce tra gli analisti della politica americana mentre i leader democratici si affrettano a festeggiare su tutti i canali quella che di certo è stata una vittoria storica per il partito. Una domanda legittima se consideriamo che stavolta, alle elezioni di Medio Termine, hanno vinto proprio tutti: socialisti, moderati, progressisti, conservatori, atei e religiosi.
Tutti i vincitori: da Ossoff in Georgia a Hinojosa in Texas
Ha vinto il partito democratico di James Talarico in Texas, il seminarista presbiteriano che dice che la morale viene prima della politica e che la fede in Dio è alla base delle nostre azioni. Ha vinto il partito democratico di Abdul El-Sayed che, sebbene non sia iscritto ai democratici socialisti, incarna alla perfezione quell’immaginario populista di lotta al caro vita e social media che ha fatto il successo di una nuova generazione di politici: da AOC fino a Mamdani a New York. Ha vinto il partito democratico di Jon Ossoff in Georgia, che viene già acclamato come il nuovo Barack Obama ma bianco, ebreo e del Sud. Con quella retorica che fa sognare chi è all’eterna ricerca di un leader di sinistra che ispiri senza spaventare i miliardari.
Ha vinto il partito democratico di Deb Haaland, la prima nativa americana governatrice del New Mexico, che – come tanti di quella comunità ghettizzata dal sogno americano – ha frequentato 13 scuole pubbliche, conosciuto l’alcolismo e vissuto con i buoni alimentari. Ha vinto il partito democratico di Gina Hinojosa, la prima governatrice latina del Texas che difende il populismo come lotta del popolo, e ha fatto campagna contro miliardari e scuole private. Ha vinto pure il partito democratico di Amy Acton, prima governatrice donna dell’Ohio, che ha lavorato per i repubblicani ed è rimasta istituzionale anche davanti agli attacchi più ignobili del suo rivale miliardario Vivek Ramaswamy.
Il futuro di un partito incerto
Certo, una nazione gigante composta da 50 Stati diversi ha naturalmente stili e valori differenti anche quando l’etichetta è la stessa. E forse negli ultimi anni il partito repubblicano ha preso una piega così bianca e uniforme da far dimenticare la vasta diversità del popolo americano, che oggi sembra più a suo agio in un contenitore largo come quello democratico, che magari non sa ancora quello che vuole essere ma di sicuro sa quello che non è.
Eppure l’ombra della vittoria scoppiettante la mostra chiaramente Zachary Basu su Axios, quando dice attenzione: e se questo voto fosse solo il sollevamento di quella classe lavoratrice multietnica che Trump era stato incredibilmente bravo a conquistare nel 2024, e che due anni dopo si è ribellata a lui davanti alle milizie dell’Ice e al peggioramento delle condizioni economiche loro e dei loro figli? Già, perché l’altro aspetto incontrovertibile di questo voto sono ancora una volta i figli: quei giovani che continuano a dire in tutte le piazze del mondo che, piaccia o meno, forse è arrivato il momento di ascoltarli. E che a queste elezioni hanno scelto in massa i democratici: secondo le prime rilevazioni della Tufts University, il 71% degli elettori tra i 18 e i 29 anni ha votato per un candidato democratico alla Camera, contro il 25% che ha scelto un repubblicano.
Spetterà ai leader del partito gestire questa eterogeneità di fini e aspirazioni, e c’è chi – nei vecchi e dorati corridoi di Washington – già spera di schiacciare la componente socialista visti i grandi numeri al Congresso. Mentre c’è chi spera che forse stavolta, al netto di Mr Veto, sia sufficiente scegliere poche battaglie economiche comuni che possano diventare il collante di tutto, perché come ha dichiarato stamattina Hakeem Jeffries, il leader dei democratici alla Camera, a Morning Joe: «Gli americani non vogliono che ci vendichiamo. Vogliono che facciamo qualcosa per loro».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
INCREMENTO DEL 5,3% RISPETTO AGLI ATTUALI 1.221 EURO… LA NORMA INTERESSA 2,5 MILIONI DI PERSONE
Il governo spagnolo aumenterà a 1.286 euro mensili il salario minimo interprofessionale (Smi)
per il 2027. Un incremento del 5,3% rispetto agli attuali 1.221 euro, secondo la bozza del decreto pubblicata dal ministero del Lavoro e dell’Economia sociale guidato da Yolanda Diaz. La nuova soglia corrisponde a 42,8 euro al giorno e a 18.004 euro annui lordi, distribuiti in 14 mensilità. La norma interessa 2,5 milioni di persone.
Il salario minimo
La bozza pubblicata dal ministero è sottoposta a consultazione pubblica fino al 16 novembre, ma non ha ancora ottenuto il consenso delle parti sociali. I sindacati maggioritari Commisiones Obreras (CcOo) e Union General de Trabajadores (Ugt) chiedono un aumento del 7%, mentre le organizzazioni imprenditoriali Ceoe e Cepyme non hanno raggiunto un’intesa con il ministero.
Tra i punti più controversi figura il mantenimento dell’attuale sistema di compensazione e l’assorbimento dei complementi salariali, che porterebbero limitare gli effetti concreti dell’aumento per alcuni lavoratori. Il testo, inoltre, non chiarisce il trattamento fiscale del nuovo minimo, nonostante l’impegno del governo a mantenere l’esenzione dell’Irpef. Secondo la relazione economica allegata al progetto di decreto, ogni punto percentuale di aumento comporterebbe 127 milioni di euro in maggiori entrate contributive alla previdenza sociale.
Le mobilitazioni a Madrid
Intanto sono riprese ieri a Madrid le mobilitazioni sindacali dopo la sospensione delle manifestazioni in segno di lutto per la tragedia ferroviaria di Urda (Toledo), che una settimana fa ha provocato almeno 69 morti. Sono tornati in piazza nella capitale iberica docenti, studenti universitari e medici, in due distinte proteste. Migliaia di insegnanti e studenti delle sei università pubbliche madrilene hanno partecipato a una marcia indetta nel primo di due giorni di sciopero, al quale sono chiamati 209.000 studenti e 32.900 lavoratori dei sei atenei, contro la carenza di finanziamenti, di personale e risorse e la «privatizzazione», che «minacciano l’istruzione pubblica».
Scuola e università
I docenti chiedono meno ore di lezione, classi meno numerose, più organici e un aumento salariale di 600 euro mensili. Il personale delle università denuncia invece «l’asfissia economica» dei campus, il deterioramento delle condizioni di lavoro e studio e la «repressione» negli atenei.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
E’ IL VOTO POPOLARE CHE HA SCONFITTO TRUMP
Essendo troppo lunga la lista degli imputati, imputo a me stesso di avere creduto che le ragioni dei democratici di mezzo mondo fossero ridotte al lumicino, e la prepotenza dei ricchi e dei forti fosse ormai la sola forza in campo.
La giustizia sociale, l’uguaglianza, i diritti delle persone non sono ridotte a illusione minoritaria, e quasi elitaria: così come vuole far credere, da molti anni, l’oscena propaganda populista. Sono valori popolari.
È il voto popolare che ha sconfitto Trump. Il voto delle moltitudini alle prese con la penuria economica mentre la Borsa si gonfia. Degli immigrati che temono la persecuzione e la cacciata, e vedono nel razzismo dei bianchi una minaccia diretta. Dei deboli che rifiutano di sentirsi colpevoli di esserlo. Delle cosiddette lobbies lgtb eccetera che sono milioni di persone e non accettano di essere ricacciate nel silenzio dal quale provengono.
L’essenza della sensazionale risalita dei dem americani è bene espressa nei comizi del nuovo senatore del Texas, Talarico. Qual è la minoranza che minaccia i diritti del popolo? Gli ispanici? Gli islamici? I gay? No, la minoranza che mette in pericolo la democrazia e i diritti è la ristretta cerchia di miliardari che fa ala a Donald Trump.
Gli slogan hanno sempre qualcosa di semplificatorio e di brutale, ma avere rimesso al centro della politica la questione della disuguaglianza, e la lotta contro le oligarchie, è ciò che ha fatto rinascere i dem, specie quelli di nuova generazione. È il loro ruolo storico, e se lo stanno riprendendo. È un campo nel quale la destra, storicamente, non ha voce. Non ce la può fare. Il populismo è solo una finzione, nessun potere forte ha mai avuto paura della destra.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO L’IGNORANZA LA FA DA PADRONA
Tutto ha inizio con un ritratto, o meglio con l’intervento di De Luca su Siher. Anziché esaminare il
caso, De Luca ha preferito parlarci dei suoi «baffetti a coda di topo», della sua «testa di sedano», della sua «faccia da pirla». E dopo averne ridicolizzato l’aspetto, lo paragona a Rosario Chiarchiaro. «Da come l’ho visto io, è uno degli eredi, dei nipotini di quel personaggio di Pirandello che si chiamava Rosario Chiarchiaro». Dice ai ragazzi di stare attenti, perché con lui «passate un guaio, è sicuro». E allora io mi domando: ma De Luca ha mai letto Pirandello? O si è limitato soltanto a sentirne parlare?
Pirandello ne La Patente ci racconta la storia di Rosario Chiarchiaro, un uomo che tutti considerano uno iettatore. La gente lo evita, si tiene alla larga da lui, lo guarda con paura. Chiarchiaro ha perso il lavoro, la sua famiglia è precipitata nella miseria. E allora Chiarchiaro, disperato, decide di presentarsi davanti al giudice per chiedere una patente ufficiale di iettatore. E poi arriva a pronunciare una frase terribile ma anche emblematica: «Io sono stato assassinato, signor giudice!». Pirandello cioè ci racconta la storia di un uomo al quale la società ha attribuito un’identità, fino a cancellare quella reale. È un uomo socialmente assassinato da un pregiudizio.
De Luca dice ai ragazzi: «state attenti, perché come rivoluzionario è una mezza pippa, ma questo non vuol dire che non sia un soggetto pericoloso. Pericoloso non per la carica rivoluzionaria, ma per il potere occulto di cui è dotato». E fa il paragone con Chiarchiaro. Già, peccato che il significato della novella sia esattamente l’opposto: Chiarchiaro è vittima di una società che lo considera tale. E Pirandello, anziché assecondare quella superstizione, ne mette a nudo la crudeltà.
Insomma, il riferimento letterario che De Luca utilizza per deridere Siher finisce per richiamare una delle più acute rappresentazioni della violenza del pregiudizio sociale. Non è una sottigliezza da critici letterari. È il significato stesso della novella. E allora ritorna la domanda: ma De Luca lo ha mai letto Pirandello? O anche solo semplicemente sfogliato? Perché stiamo parlando di uno degli autori più importanti della nostra tradizione letteraria, di uno scrittore che ha raccontato come pochi altri il rapporto tra individuo, identità e maschere sociali. Eppure, a giudicare da questo intervento, sembra che De Luca abbia preso il titolo di una sua novella, ne abbia recuperato un personaggio e gli abbia attribuito un significato diametralmente opposto a quello che Pirandello intendeva raccontare.
Ma c’è un altro aspetto del discorso che merita attenzione. Perché, se il riferimento a Pirandello è un problema di comprensione, o più precisamente di ignoranza letteraria, il resto dell’intervento rivela un problema ben più elementare: il modo in cui viene trattato il corpo di una persona. De Luca non si limita a contestare le idee di Siher, il suo linguaggio, le sue eventuali responsabilità o le sue posizioni politiche. Preferisce soffermarsi sui baffi, sul volto, sulla magrezza, sulla corporatura. «Testa di sedano», «faccia da pirla», «denutrito», «emaciato», «macilento». Una descrizione che procede come una radiografia dell’umiliazione, con tanto di commento estetico e battutine da cortile.
Ma da quando il peso, la conformazione del viso, i baffi o la corporatura di una persona sono diventati argomenti di discussione politica? Siamo davanti a una forma di delegittimazione che non riguarda più ciò che una persona pensa o fa, ma ciò che è, o meglio, ciò che appare. È una forma di bullismo travestita da satira. Si prende una caratteristica fisica e la si trasforma in uno strumento di derisione pubblica. E quando a farlo è una persona che dispone di una tribuna e di un pubblico, la sproporzione diventa ancora più evidente.
C’è anche un problema culturale più profondo. Attribuire a un individuo caratteristiche morali, intellettuali o persino pericolose sulla base del suo aspetto richiama la tradizione della fisiognomica, quella pseudoscienza che pretendeva di dedurre il carattere e la personalità di una persona dai suoi tratti somatici. Un’impostazione che, nelle sue declinazioni più estreme, si è intrecciata con le teorie razziali e antropometriche, trovando nel nazismo uno dei suoi impieghi più tragici e disumani. Giudicare l’essere umano attraverso il suo corpo anziché attraverso le sue azioni, appartiene a una tradizione culturale che dovrebbe essere stata definitivamente archiviata.
E invece eccoci qui. Nel 2026, per discutere di un uomo, si comincia dai suoi baffi. Per contestarne le idee, si passa dalla sua corporatura. Per dimostrarne la presunta inconsistenza, si ricorre a una caricatura fisica. E poi, magari, si invoca anche Pirandello, senza accorgersi che proprio Pirandello aveva dedicato una delle sue opere più significative alla crudeltà di chi riduce una persona alla maschera che le ha imposto. La cosa più curiosa, in tutta questa vicenda, è che De Luca sembra voler impartire una lezione ai giovani sui rivoluzionari di ieri e di oggi, ma finisce per offrire una lezione involontaria su tutt’altro: sul pregiudizio, sulla derisione fine a se stessa e sull’ignoranza per dirla tutta.
E allora mi permetto di dare un suggerimento al nostro Vincenzo De Luca: la prossima volta che decide di scomodare i grandi della letteratura italiana per fare una battuta, prima di metterseli in bocca potrebbe compiere un gesto davvero rivoluzionario. Leggerli. Magari cominciando proprio da La patente. Chissà che, tra una pagina e l’altra, non scopra che cosa volesse raccontarci Pirandello. Sarebbe già un piccolo passo avanti per la cultura italiana.
(da lindipendente.online)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA COALIZIONE “MAGA”, MULTIRAZZIALE E INTERCLASSISTA (COMPOSTA DA COLLETTI BLU E MILIARDARI), CHE AVEVA PERMESSO A TRUMP LA VITTORIA NEL 2024, SI È FRANTUMATA: IL 70% DEGLI UNDER 30 E IL 60 PER CENTO DEGLI ELETTORI ISPANICI HANNO SOSTENUTO I CANDIDATI DEMOCRATICI
Il Partito repubblicano del presidente Trump ha subito martedì sera una disfatta elettorale che si è estesa in tutta la mappa degli Stati in bilico, arrivando fino ad alcune delle roccaforti repubblicane più solide d’America.
Perché è importante: le elezioni di metà mandato del 2026 saranno ricordate come una delle più ampie sconfessioni di un presidente in carica nella storia americana moderna, paragonabile a quella seguita allo scandalo Watergate nel 1974.
Il quadro generale: due anni dopo che il ritorno di Trump alla Casa Bianca sembrava annunciare uno storico riallineamento politico, gli elettori hanno espresso un verdetto devastante sulla sua seconda presidenza.
I democratici hanno conquistato il controllo di entrambe le Camere del Congresso e si avviano a guadagnare fino a 40 seggi alla Camera e almeno sette al Senato, superando le loro più rosee aspettative preelettorali.
L’ondata ha raggiunto le roccaforti repubblicane, dal Texas e dalla Georgia a entrambe le Caroline, ribaltando centinaia di seggi nelle assemblee legislative statali e assicurando ai democratici il controllo di governatore e legislatura anche negli Stati meno probabili.
Cinque cose da sapere
1. Il Texas diventa blu: dopo decenni di speranze deluse, i democratici hanno finalmente conquistato la più ambita roccaforte repubblicana del Paese, con una valanga di voti tale da costringere a lasciare la carica persino il governatore Greg Abbott, al suo terzo mandato.
Gina Hinojosa è diventata la prima governatrice latina dello Stato, mentre James Talarico ha sconfitto Ken Paxton, sostenuto da Trump, diventando il primo democratico texano eletto al Senato dal 1988.
L’avanzata democratica ha investito le cariche elettive statali e potrebbe arrivare anche alla Camera dei rappresentanti del Texas. Un segnale che, dopo 32 anni di dominio repubblicano, il futuro politico dello Stato potrebbe essere contendibile.
2. I democratici conquistano il Senato: la mappa elettorale, che un tempo sembrava insormontabile per i democratici, si è trasformata in una sconfitta storica per i repubblicani, mentre la loro maggioranza di 53 seggi crollava negli Stati che Trump aveva vinto con ampi margini.
I democratici hanno interrotto una serie negativa durata 94 anni in Kansas, hanno sconfitto i repubblicani in Ohio, Iowa e Carolina del Nord e hanno conquistato la Carolina del Sud per la prima volta dal 1998.
Nel Maine, dopo molti tentativi falliti, i democratici hanno finalmente sconfitto la senatrice repubblicana Susan Collins, al quinto mandato, e si avviano così verso una maggioranza di 54 seggi. L’Alaska e persino il Mississippi potrebbero consentire loro di arrivare a 55 o 56.
3. La coalizione MAGA si sfalda: la coalizione multirazziale e operaia che aveva permesso a Trump di tornare alla Casa Bianca nel 2024 si è frantumata clamorosamente martedì, sollevando seri interrogativi sulla tenuta nel lungo periodo del suo movimento MAGA.
Un sondaggio nazionale tra gli elettori condotto dall’Associated Press ha rilevato che circa il 70 per cento degli under 30 e il 60 per cento degli elettori ispanici hanno sostenuto i candidati democratici alla Camera, in un clima di diffusa rabbia per l’economia e la guerra in Iran.
Nella contea di Starr, in Texas, dove la popolazione è in maggioranza ispanica e che Trump aveva notoriamente conquistato nel 2024, Talarico è in testa con quasi 60 punti di vantaggio: un ribaltamento clamoroso di 75 punti rispetto a due anni fa.
4. Crolla la linea di difesa repubblicana alla Camera: i democratici si avviano a ottenere la maggioranza più ampia alla Camera dal 2009, con la possibilità di conquistare fino a 255 seggi.
Le sconfitte hanno colpito l’intero gruppo repubblicano, dai falchi MAGA ai moderati più navigati. Anche i seggi ridisegnati per proteggere i repubblicani da un’ondata blu sono finiti ai democratici, trasformando l’offensiva di Trump sulla ridefinizione dei collegi in un clamoroso errore di calcolo.
Una volta assicurato il controllo della Camera, i democratici non hanno perso tempo nel segnalare le prossime mosse. Robert Garcia, futuro presidente della commissione di vigilanza, ha riassunto in due parole la voglia del partito di avviare indagini: «Chiamate gli avvocati».
5. Vincitori e sconfitti del 2028: la valanga di voti di martedì ha portato alla ribalta una nuova generazione di possibili candidati democratici e gettato un’ombra sulle ambizioni presidenziali del vicepresidente Vance.
Il senatore della Georgia Jon Ossoff, la cui vittoria è stata dichiarata 15 minuti dopo la chiusura dei seggi, è subito entrato nel gruppo di testa dei possibili candidati democratici. La storica vittoria di Keisha Lance Bottoms nella corsa a governatrice ha rimosso un ostacolo importante per Ossoff e per il senatore Raphael Warnock: se uno dei due diventasse presidente, Bottoms potrebbe nominare un democratico al suo posto.
Vance, considerato il probabile erede politico di Trump, deve ora fare i conti con le conseguenze di una guerra in Iran profondamente impopolare e con il crollo di una coalizione generazionale che sperava di portarlo alla Casa Bianca.
In sintesi: da un decennio Trump è il centro di gravità della politica americana. I risultati di martedì suggeriscono che quell’epoca potrebbe finalmente avviarsi alla conclusione.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO VA AVANTI NEGANDO L’EVIDENZA… NOI SIAMO PER UN PRINCIPIO: CHI VIOLA LA LEGGE PRIMA O POI DEVE FINIRE IN GALERA ( E IL CAMPO LARGO SAREBBE BENE LO SCRIVESSE NEL PROGRAMMA)… GLI STUDENTI DELLA RETE: “IL GOVERNO RITIRI IL PROVVEDIMENTO”
La Commissione europea ha fatto sapere di essere “a conoscenza” del decreto del governo Meloni
sul tetto agli alunni stranieri e di voler seguire “da vicino” i prossimi passaggi, visto che il testo deve ancora essere convertito in legge dal Parlamento.
Nella risposta a un’interrogazione del Partito democratico al Parlamento europeo, la vicepresidente Roxana Mînzatu ha richiamato le regole europee sulla discriminazione per nazionalità, ricordando che i trattati Ue vietano ogni forma di “discriminazione in base alla nazionalità”, sia “diretta” che “indiretta”.
Nella risposta all’interrogazione, Mînzatu richiama l’articolo 18 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che vieta le discriminazioni basate sulla nazionalità. La Commissione cita anche la giurisprudenza della Corte di giustizia europea, secondo cui “ogni cittadino dell’UE può invocare il divieto di discriminazione in base alla nazionalità” nelle situazioni che rientrano nell’ambito del diritto europeo.
Il principio riguarda sia le discriminazioni dirette, cioè quando una norma distingue apertamente le persone in base alla nazionalità, sia quelle indirette. In quest’ultimo caso, come spiega la stessa Commissione, si tratta di situazioni in cui “altri criteri di differenziazione portano di fatto allo stesso risultato”. Ci sono comunque delle eccezioni. Una differenza di trattamento può essere ammessa quando è prevista espressamente dai trattati o da una specifica norma europea. Tra i casi citati ci sono i motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica. La Commissione precisa però che queste deroghe “devono essere interpretate restrittivamente”.
La misura è contenuta nel decreto-legge 30 settembre 2026, n. 170, entrato in vigore il primo ottobre. Il governo sostiene di averla presentata come un modo per favorire l’integrazione degli studenti stranieri ed evitare che nelle classi ci siano troppi alunni che ancora non conoscono bene l’italiano. Il decreto introduce un limite del 30% per alcune categorie di studenti con cittadinanza non italiana nelle classi prime. Non riguarda tutti gli alunni stranieri, ma solo quelli che rientrano in determinati casi.
Alle elementari, per esempio, il limite riguarda gli studenti con cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia e che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Alle medie e alle superiori, invece, riguarda chi non ha frequentato per almeno tre anni, con esito positivo, una scuola italiana.
Il tetto del 30% sarà applicato alle nuove classi prime dall’anno scolastico 2027/2028. Per le iscrizioni dell’anno scolastico 2026/2027, il decreto prevede già che gli studenti vengano distribuiti in modo da rispettare il limite. Se in una scuola le iscrizioni superano la soglia prevista, gli Uffici scolastici territoriali potranno spostare una parte degli studenti in altri istituti vicini. Dovranno però tenere conto della distanza da casa e delle esigenze delle famiglie. Sono previsti anche dei fondi per aiutare gli studenti a imparare l’italiano: 3,4 milioni di euro per il 2027 e oltre 14 milioni all’anno dal 2028.
Valditara replica: “Nessuna discriminazione, il governo va avanti”
Dopo la risposta della Commissione europea, è arrivata anche la posizione del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che continua a difendere il tetto agli alunni stranieri.
La Rete degli Studenti Medi: “Il governo ritiri il provvedimento”
Di parere opposto è invece la Rete degli Studenti Medi del Lazio, che chiede a Giorgia Meloni e al ministro Valditara di ritirare il decreto. Nella nota diffusa il 3 novembre, gli studenti contestano la scelta del governo, sostenendo che mettere un limite alla presenza degli alunni in base alla cittadinanza rischia di creare divisioni nelle scuole, senza affrontare i problemi concreti del sistema scolastico.
Nella stessa nota, Simone Montori, coordinatore regionale della Rete degli Studenti Medi del Lazio: “La bocciatura da parte di Bruxelles mette a nudo la propaganda della destra al governo. Sulla pelle delle studentesse e degli studenti si fa becera speculazione politica. Dividere le classi in base alla nazionalità crea muri all’interno delle scuole e prova a nascondere i reali problemi del sistema d’istruzione pubblico”.
Nel comunicato gli studenti parlano anche della mancanza di risorse per la scuola. Secondo la Rete, invece di introdurre limiti legati alla cittadinanza, il governo dovrebbe investire su insegnanti di italiano come seconda lingua, mediatori interculturali, tempo pieno e classi meno numerose. Montori ha poi ribadito la richiesta di ritirare il provvedimento, rivolgendosi direttamente alla presidente del Consiglio e al ministro dell’Istruzione: “La scuola deve essere uno spazio di inclusione, integrazione e crescita collettiva, non uno strumento di discriminazione”.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
SE I POLITICI S’INGANNANO SIGNIFICA CHE AL CONTEMPO CI INGANNANO
Alla politica italiana serve un oculista. False visioni, false percezioni. Talvolta in malafede, più spesso per un inganno della vista, per una rappresentazione errata degli eventi e delle loro conseguenze. O altrimenti per la confusione tra i desideri e la realtà, tra il volere e il potere. Ma se i politici s’ingannano, significa al contempo che ci ingannano, ci raccontano bugie. Nel pranzo degli strabici ciascuno mangia nel piatto del vicino.
Le prossime elezioni, per esempio. Serviranno a formare il nuovo Parlamento, però campeggia in primo piano l’elezione del nuovo capo dello Stato. Guai a votare per quegli altri, dicono a sinistra come a destra: altrimenti nel 2029, quando scadrà Mattarella, loro si sceglieranno un presidente su misura. Possibile, dato che in questo caso può bastare la maggioranza assoluta dei parlamentari. E certamente non è desiderabile un presidente eletto con il 51 per cento dei voti, come accadde a Giovanni Leone. Tuttavia l’Italia non è la Francia, né gli Stati Uniti. Il nostro presidente esercita il mestiere del garante, non del governante. Non ha i poteri di Trump o di Macron. Dunque chi ne enfatizza il ruolo imprime una stortura in senso presidenzialista al sistema parlamentare. E in conclusione, volente o nolente, finisce per autorizzare abusi da parte del prossimo capo dello Stato, chiunque sia.
E a proposito del Quirinale. Giorgia Meloni accusa di «razzismo culturale» chi nega a un «conservatore» il diritto d’ottenerne l’elezione. Ma che cos’è un conservatore? Einaudi, Gronchi, Segni, Saragat, Leone, Cossiga, Scalfaro erano forse bolscevichi? E che cos’è il razzismo culturale? Risposta numero 1: il razzismo degli uomini di cultura. Risposta numero 2: il razzismo contro gli uomini di cultura. Risposta numero 3: l’antifascismo. I primi due significati sono deprecabili; il terzo è un valore costituzionale. Pretendere che il massimo organo di garanzia sia ricoperto da chi abbia dimostrato un autentico sentimento antifascista, da chi avversi ogni pulsione autoritaria, dimostrandolo con la sua storia personale — ecco, tutto questo è un obbligo, non un pregiudizio.
Sennonché il presidenzialismo aleggia pure sulle primarie del centrosinistra. Un frutto avvelenato dell’ennesima legge elettorale, che obbliga partiti e coalizioni a indicare il nome del proprio candidato alla presidenza del Consiglio. È la capocrazia — il culto del capo — che d’altronde esordì nel nostro ordinamento già nel 2005, con il Porcellum (di nome e di fatto). Difatti in quella legge figurava un duplice riferimento al «capo della forza politica» e all’«unico capo della coalizione», echeggiando la legge fascistissima n. 2263 del 1925, con cui il presidente del Consiglio venne convertito in «capo del governo». Adesso, in qualche modo, ci risiamo. Ma le primarie serviranno a indicare il rappresentante della coalizione di centrosinistra, non il suo comandante in capo. Trasformarle in una competizione con in palio lo scettro del comando è un abbaglio, dunque un errore. La capocrazia meglio lasciarla a chi ne detiene il copyright.
Dopo di che, prima o poi, andremo a votare. Una scelta binaria, con due coalizioni contrapposte? A quanto pare, no. Si presenteranno liste autonome come Azione di Calenda (rispettabile) e Futuro nazionale di Vannacci (un po’ meno). E magari, forse, qualche centro e centrino. Tifando per il pareggio, giacché a quel punto i loro parlamentari diventerebbero decisivi. Ma il pareggio è pressoché impossibile. Difatti la nuova legge elettorale attribuisce un premio in seggi del 55 per cento — quindi la maggioranza assoluta — a chi abbia intascato il 42 per cento dei voti. Non ci riuscirà nessuno? Allora le due coalizioni dovrebbero raggiungere, nel migliore dei casi, il 41 per cento a testa. Lasciando alle altre liste 18 punti percentuali, circa il doppio dei consensi oggi stimati per Azione e Futuro nazionale. Sicché la realtà è impietosa: con questa legge, se pensi di vincere restando fuori dai due poli rischi il disturbo bipolare.
Michele Ainis
(da repubblica.it)
argomento: Politica | Commenta »