Ottobre 27th, 2026 Riccardo Fucile
FIGLIO DI FAMIGLIA POVERISSIMA, DA PICCOLO FACEVA 12 KM PER ANDARE A SCUOLA, ALL’UNIVERSITA’ SI E’ MANTENUTO LAVORANDO, POI LA LAUREA IN LEGGE E L’ASSISTENZA LEGALE GRATUITA AI POVERI… LA TATTICA SUI SOCIAL: AGGRESSIVITA’, COORDINAMENTO DELLE INIZIATIVE DI PIAZZA, HA TOLTO A BOLSONARO L’ESCLUSIVA DELLA BANDIERA NAZIONALE, RIBATTENDO A SUO OGNI POST IN POCHI MINUTI E RILANCIANDO
Il deputato 42enne è diventato uno dei protagonisti della rimonta digitale di Lula. Il suo canale WhatsApp “Exército do Lula” ha superato i 10 milioni di iscritti. Ora nel PT c’è chi vorrebbe portarlo nel partito e affidargli un ruolo nella comunicazione del nuovo governo.
Dietro la vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva c’e lui: André Janones, 42 anni, è deputato federale eletto nel Minas Gerais con REDE ed è diventato uno dei volti della campagna digitale che ha accompagnato la rimonta di Lula secondo turno delle presidenziali brasiliane.
Il suo principale strumento è stato “Exército do Lula”, il canale WhatsApp trasformato in una sorta di quartier generale digitale della campagna. Dopo il primo turno contava circa 50mila iscritti; alla vigilia del ballottaggio aveva superato quota 10 milioni. Da lì Janones distribuiva indicazioni e “missioni” ai sostenitori per amplificare contenuti e temi della campagna sulle diverse piattaforme.
Il 25 ottobre Lula ha completato la rimonta battendo Flávio Bolsonaro con oltre 64 milioni di voti contro poco meno di 60 milioni. È stata la prima volta dal 1989 che un candidato arrivato secondo al primo turno è riuscito a vincere il ballottaggio. L’aumento dell’affluenza è stato determinante, ma anche la nuova offensiva sui social ha avuto un ruolo nella mobilitazione degli elettori.
Durante i festeggiamenti Lula ha ringraziato pubblicamente Janones e ha annunciato che la comunicazione digitale avrà uno spazio molto maggiore nel suo quarto mandato.
Da una famiglia povera alla Camera dei Deputati
André Luís Gaspar Janones è nato il 5 maggio 1984 a Ituiutaba, nello Stato di Minas Gerais, ed è cresciuto in una famiglia con poche risorse economiche. Figlio di una collaboratrice domestica e di un padre con disabilità, ha frequentato scuole pubbliche e ottenuto una borsa di studio per laurearsi in legge. Durante gli studi ha lavorato anche come bigliettaio sugli autobus.
Si è laureato nel 2008 e ha aperto uno studio legale nella sua città. Secondo quanto raccontato dallo stesso Janones, per anni ha assistito gratuitamente famiglie che cercavano di ottenere attraverso la giustizia interventi chirurgici, esami e farmaci dal sistema sanitario pubblico brasiliano.
La notorietà politica arriva soprattutto nel 2018, quando i suoi video durante lo sciopero nazionale degli autotrasportatori iniziano a circolare massicciamente sui social. Nello stesso anno viene eletto per la prima volta alla Camera con Avante. Nel 2022 lancia una candidatura alla presidenza, poi ritirata per sostenere Lula, entrando nella macchina della comunicazione digitale della campagna. Nel 2026 è passato a REDE ed è stato nuovamente eletto deputato federale.
La strategia: utilizzare le tecniche della destra sui social
Dopo che Lula aveva chiuso il primo turno dietro Flávio Bolsonaro, Janones ha intensificato l’attività dell’“Exército do Lula”, applicando alla mobilitazione della sinistra alcune delle tecniche che negli anni precedenti avevano caratterizzato soprattutto la comunicazione digitale della destra brasiliana.
Messaggi continui, video brevi, parole d’ordine semplici, chiamate all’azione e una rete di sostenitori incaricati di rilanciare rapidamente i contenuti. Lo stesso Janones ha spiegato di voler costruire una capacità di mobilitazione digitale simile a quella sviluppata dalla destra. Il canale è diventato così uno degli strumenti principali della controffensiva online di Lula tra primo e secondo turno.
La strategia è stata anche al centro di una battaglia davanti al Tribunale Superiore Elettorale. Il canale è stato sospeso e successivamente riattivato nel corso della campagna, mentre la squadra di Flávio Bolsonaro ne contestava l’attività. Meta ha poi comunicato di non aver individuato, in un’analisi preliminare, indizi di “comportamento inautentico coordinato” o violazioni delle proprie regole da parte dell’“Exército do Lula”.
Dalle piazze alla rete
Janones ha cercato anche di collegare mobilitazione digitale e presenza fisica nelle piazze. Uno dei messaggi utilizzati durante la campagna sintetizzava la strategia: prima conquistare strade e piazze, poi riprendere spazio sui social e infine vincere le elezioni.
Anche l’utilizzo dei simboli nazionali ha avuto un peso. Janones ha più volte indossato la maglia gialloverde della nazionale brasiliana, diventata negli anni precedenti uno dei simboli più riconoscibili delle manifestazioni bolsonariste, cercando di sottrarre alla destra il monopolio politico dei colori nazionali.
Lula stesso, dopo la vittoria, ha indicato la comunicazione diretta e digitale come una delle lezioni della campagna: “La comunicazione digitale avrà uno spazio molto grande”, ha dichiarato annunciando una maggiore interlocuzione quotidiana con i cittadini.
Janones verso il governo?
Secondo quanto riportato dalla stampa brasiliana, esponenti del PT vorrebbero invitarlo a entrare nel partito e all’interno della maggioranza si discute della possibilità di affidargli nel prossimo governo un incarico legato proprio alla comunicazione digitale, eventualmente con uno status di particolare rilievo. Al momento, però, non è stata formalizzata alcuna nomina.
La sua ascesa racconta comunque un cambiamento più ampio nella politica brasiliana. La campagna del 2026 ha mostrato che la capacità di organizzare milioni di persone attraverso WhatsApp e i social può diventare parte integrante della macchina elettorale, accanto ai partiti, ai comizi e alle tradizionali strutture territoriali.
(da agenzie)
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Ottobre 27th, 2026 Riccardo Fucile
RICONFERMARE UN LEADER CHE NON NE AZZECCA UNA DAL 2019 E’ UNA AUTICERTIFICAZIONE DI MORTE
La fredda cronaca. Domenica, al congresso della Lega, Salvini è stato rieletto segretario
per la quarta volta con 465 voti, più o meno il 76%, rispetto ai 146 voti presi dallo sfidante Massimo Garavaglia. Resterà in carica fino al 2030. Il partito ha pure cambiato nome in “Lega Italia Federale”, archiviando quindi il vecchio “Lega Salvini premier”. Questa notizia suscita subito tre fugaci riflessioni, che potremmo sintetizzare così: A) Chi diavolo se ne frega? B) Chi cavolo è Garavaglia? C) Quanto è messa male la Lega per ridursi a credere ancora nel leader politico più postumo di se stesso che esista in Italia? Esaurita tale prima ricognizione, la quarta rielezione di Salvini apre anche scenari più complessi. Per certi versi mitologici. E al tempo stesso dice molte cose. Per esempio queste.
Canna del gas. Rieleggere un politico che non ne becca una da (almeno) il Papeete 2019 è una sorta di autocertificazione di morte. Per quanto si conosca il livello medio del partito suddetto, risulta comunque difficile immaginare che in tutta la Lega non ci sia mezza persona più brava di Salvini. Evidentemente lo scenario interno al partito deve essere come minimo tragico, devastato e in ultima istanza post-apocalittico. Spiace.
Ottima notizia. La rielezione di Salvini è una buona notizia per il cosiddetto campo largo, nonché la prova che anche nella coalizione di governo i problemi siano tanti (e il livello medio bassissimo). Con tutti i difetti che ha, se i rivali da battere sono leader (sic) come Salvini e Tajani, il campo progressista può (potrebbe) finalmente cominciare a credere per vincere non serva essere Churchill, Roosevelt e Berlinguer. E che quindi (forse) basti pure essere Bonelli.
C’è speranza per tutti. Involontariamente Salvini ha fatto sì che tutto l’umano mondo avesse un boost di autostima. Se uno come lui è ancora leader di un partito (purtroppo) importante (?) e rilevante (??) nello scenario italiano, vuol dire che tutto è possibile e nulla è precluso. Non dobbiamo arrenderci mai: se ce l’ha fatta lui, possono farcela tutti. Grazie Matteo!
Un grande comico. È un’ipotesi improbabile, me ne rendo conto, ma potrebbe anche essere che Salvini sia stato scelto dall’assise leghista per le sue involontarie doti comiche. E dunque la sua vittoria sia figlia del desiderio dei dirigenti di continuare a ridere dalla mattina alla sera, grazie alla conclamata incapacità salviniana e alla sua mitologica propensione caricaturale. Se così fosse: grazie Lega!
Satira! Il fatto che Salvini continuerà a essere al centro della scena è innegabilmente un vantaggio per tutti i comici, gli stand-up comedian e tutti quegli autori che amano fare satira, ma non sempre hanno l’ispirazione giusta. Ecco: basterà continuare a osservare e ascoltare Salvini e le battute nasceranno da sole. Purtroppo irresistibili.
Sempre più a destra. L’unica considerazione prettamente “politica” (parola grossa) è che la rielezione di Salvini non fa che ribadire la strategia leghista di spostarsi sempre più a destra, facendo la corsa su Vannacci e puntando quindi su xenofobia, islamofobia, istinti retrogradi e pulsioni illiberali e antidemocratiche. E questo è l’unico aspetto che non fa ridere per niente.
Concludendo: “Salvini, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo”. Ma anche no.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 27th, 2026 Riccardo Fucile
SE NESSUNA DELLE DUE COALIZIONI RAGGIUNGERA’ LA MAGGIORANZA DEI SEGGI SARANNO L’AGO DELLA BILANCIA: SONO UN QUINTO DELLA POPOLAZIONE
Martedì 27 ottobre Israele torna alle urne e il voto dei suoi cittadini arabi, un quinto della popolazione, potrebbe essere decisivo per la formazione del prossimo governo. Le ultime rilevazioni assegnano alle due liste arabe tra i 14 e i 15 seggi, un risultato che riporterebbe la loro rappresentanza parlamentare ai livelli del 2020. Il loro peso elettorale cresce proprio mentre Benjamin Netanyahu e gran parte dei suoi avversari condividono un punto fermo: escludere i partiti arabi da qualsiasi futura coalizione di governo.
Il Likud ha trasformato il peso elettorale dei cittadini arabi in uno degli argomenti della campagna contro Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell’esercito e leader di Yashar. Lo slogan “Non c’è Gadi senza Tibi” allude ad Ahmad Tibi, leader di Ta’al, formazione che insieme a Hadash e Balad compone la Lista Comune, l’alleanza dei partiti a maggioranza araba. Il riferimento è anche a Mansour Abbas, alla guida di Ra’am, partito nato dall’ala meridionale del Movimento islamico, che nel 2021 entrò nella coalizione di governo di Naftali Bennett e che oggi, dopo essersi separato dal Movimento islamico, ha aperto le proprie fila anche ai cittadini ebrei. Il messaggio di Netanyahu è che Eisenkot avrebbe bisogno dei loro voti per governare.
Eisenkot ha risposto promettendo una maggioranza di almeno 61 deputati sionisti, escludendo i partiti arabi dalla futura coalizione. La campagna elettorale mette così in evidenza una convergenza tra il primo ministro e uno dei suoi principali avversari: entrambi riconoscono il peso decisivo che il voto arabo potrebbe avere sugli equilibri della prossima Knesset ed entrambi rifiutano di tradurre quel peso in una partecipazione al governo.
I partiti arabi in Israele
I partiti arabi arrivano a queste elezioni divisi sulle strategie, uniti dalla consapevolezza che i loro voti potrebbero decidere il futuro di Netanyahu. Da una parte c’è la Lista Comune, che tiene insieme tre storie politiche diverse: Hadash, la formazione ebraico-araba guidata da Yousef Jabareen; Ta’al di Ahmad Tibi; e Balad, il partito del nazionalismo palestinese. Dall’altra c’è Ra’am, guidata da Mansour Abbas, che nel 2021 riuscì a portare per la prima volta un partito arabo indipendente dentro una coalizione di governo israeliana. Tibi è disposto a sostenere dall’esterno un esecutivo che metta fine all’era Netanyahu, a condizione che la sicurezza nelle città arabe, gli investimenti pubblici, l’uguaglianza dei diritti e la questione palestinese entrino nell’agenda del prossimo governo. Abbas vuole tornare a sedere al tavolo dove si prendono le decisioni. Per rendere esplicita la sua scommessa ha scelto come numero due della lista Yoav Segalovitz, ebreo, sionista, ex alto dirigente della polizia e viceministro della Sicurezza pubblica con Yesh Atid. Un uomo che proviene dalle istituzioni dello Stato israeliano candidato in un partito nato dall’islam politico. Abbas affida a questa scelta un messaggio preciso: la partecipazione degli arabi al governo può diventare una pratica politica, come già accaduto nel 2021, e non soltanto un’ipotesi da evocare in campagna elettorale per spaventare gli elettori.
A rendere queste elezioni particolarmente urgenti, nelle città e nelle aree arabe, c’è una questione che riguarda la vita quotidiana prima ancora della rappresentanza politica: la sicurezza. Nel 2025, secondo Abraham Initiatives, 252 persone sono state uccise nelle comunità arabe israeliane, il numero più alto mai registrato. Erano state 230 nel 2024. Al 13 ottobre di quest’anno le vittime erano già almeno 185. Dietro queste cifre c’è la vita quotidiana di intere comunità, dove le organizzazioni criminali si contendono il controllo del territorio, impongono il racket ai commercianti, infiltrano le economie locali e ricorrono alle armi per regolare i propri conflitti. La violenza è entrata nella vita delle città e dei villaggi arabi, alimentando un senso di insicurezza che accompagna la quotidianità di migliaia di famiglie. E insieme alla paura cresce la sfiducia verso uno Stato che, per molti cittadini arabi, continua a mostrarsi incapace di garantire loro la stessa protezione di cui godono gli altri israeliani. La responsabilità della polizia ricade sul ministero della Sicurezza nazionale, guidato da Itamar Ben-Gvir, uno degli uomini più radicali della coalizione di Netanyahu. Nelle comunità arabe, dove da anni si denuncia l’assenza di una risposta adeguata dello Stato, la prospettiva di ritrovarlo al governo per un altro mandato sta diventando una ragione per tornare alle urne. Per una parte dell’elettorato che in passato aveva scelto l’astensione come gesto di sfiducia, il voto assume oggi il significato molto concreto di una richiesta di protezione.
A sinistra Ahmad Tibi, leader di Ta’al, formazione che insieme a Hadash e Balad compone la Lista Comune, l’alleanza dei partiti a maggioranza araba EPA/ABIR SULTAN
Una cittadinanza sotto condizione
Per comprendere il peso che il voto arabo può avere sulle prossime elezioni israeliane bisogna riavvolgere il nastro della storia e tornare alle condizioni in cui si è formata la rappresentanza politica dei cittadini palestinesi di Israele, alle battaglie che ne hanno accompagnato l’emancipazione, alle volte in cui il loro voto è diventato decisivo e a quelle in cui l’astensione è stata l’unico modo per esprimere la distanza dallo Stato. Perché dietro la discussione di oggi, dietro i calcoli sui seggi e le alleanze possibili, c’è una questione che accompagna Israele dalla sua fondazione: quale spazio politico riconoscere ai palestinesi. È una storia necessaria per capire perché, a quasi ottant’anni dalla nascita di Israele, il diritto dei cittadini arabi a votare sia acquisito, mentre la legittimità dei loro rappresentanti a contribuire alla formazione di un governo continui a essere oggetto di contesa.
Il 17 marzo 2015, mentre gli israeliani erano ancora ai seggi, Benjamin Netanyahu pubblicò un video in cui avvertiva che gli elettori arabi stavano “affluendo in massa alle urne”, trasportati dalle organizzazioni di sinistra. Era il primo ministro di un Paese democratico che chiamava a raccolta i propri elettori indicando la partecipazione al voto di altri cittadini dello stesso Paese come un pericolo. Il Likud vinse quelle elezioni e quella frase è rimasta nella memoria politica israeliana perché rendeva esplicita una diffidenza molto più antica, l’idea cioè che la mobilitazione elettorale araba possa alterare gli equilibri legittimi del potere.
I cittadini arabi di Israele sono circa 2,2 milioni, poco più di un quinto della popolazione. La loro incidenza sull’elettorato è inferiore al peso demografico: la popolazione è mediamente più giovane e le statistiche comprendono anche i palestinesi di Gerusalemme Est, che nella grande maggioranza hanno lo status di residenti permanenti e quindi non partecipano alle elezioni della Knesset. Dentro questa definizione convivono storie, appartenenze e rapporti diversi con lo Stato: musulmani, cristiani, drusi, beduini del Negev. Anche il modo di riconoscersi nell’identità palestinese, di intendere quella israeliana e di esercitare la cittadinanza cambia da una comunità all’altra. Una parte significativa di questi cittadini ha legami familiari, affettivi e storici con i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania e da tre anni vive la guerra anche attraverso quei legami, mentre partecipa alla vita politica del Paese che la conduce. Per i cittadini palestinesi di Israele, dunque, ogni elezione riapre una questione che accompagna la loro storia dalla fondazione dello Stato: quanto possano incidere sulle decisioni di un Paese al quale appartengono come cittadini e dal quale continuano a chiedere piena uguaglianza.
Per quasi vent’anni dopo la fondazione di Israele, fino al 1966, gran parte della popolazione araba rimasta entro i confini dello Stato ha vissuto sotto un regime militare che regolava gli spostamenti, limitava l’accesso al lavoro e sottoponeva molti aspetti della vita quotidiana al controllo delle autorità. Il diritto di voto esisteva già allora. Veniva esercitato da cittadini che avevano bisogno di permessi per muoversi da un villaggio all’altro. Negli anni Cinquanta e Sessanta, una parte della rappresentanza araba passava attraverso le liste satellite del Mapai, il partito di David Ben Gurion, legate al sistema di potere laburista. Un’altra trovava spazio nel Partito comunista, dove arabi ed ebrei condividevano militanza e organizzazione politica. Da quella tradizione sarebbe nata Hadash, la formazione ebraico-araba che ancora oggi rivendica l’uguaglianza civile, la fine dell’occupazione e una diversa relazione tra le due comunità nazionali.
Le ferite di una memoria collettiva
La costruzione di una coscienza politica palestinese autonoma all’interno di Israele è passata anche attraverso due fratture che continuano a segnare la memoria collettiva. Il 30 marzo 1976, durante lo sciopero generale contro gli espropri di terre arabe in Galilea, sei palestinesi furono uccisi dalle forze di sicurezza israeliane. Il Giorno della terra è diventato da allora una delle ricorrenze centrali dell’identità politica palestinese, celebrata tanto nelle comunità arabe di Israele quanto nei territori occupati. Ventiquattro anni dopo, nell’ottobre del 2000, nei primi giorni della seconda intifada, la polizia israeliana represse le proteste nelle città arabe. Furono uccisi tredici palestinesi, dodici cittadini israeliani e un residente di Gaza. La commissione statale d’inchiesta presieduta dal giudice Theodor Or, istituita per indagare su quelle morti, arrivò nel 2003 a una conclusione che andava oltre le responsabilità della polizia: lo Stato aveva trascurato e discriminato per decenni la propria minoranza araba, lasciando crescere disuguaglianze profonde nell’accesso alle risorse, all’istruzione, al lavoro e alla terra. Pochi mesi dopo le uccisioni, alle elezioni per il primo ministro del febbraio 2001, soltanto il 18 per cento degli elettori arabi andò a votare. Tra chi si presentò alle urne, uno su tre lasciò la scheda bianca. Fu uno dei più grandi boicottaggi elettorali nella storia di Israele, una rottura profonda nel rapporto tra i cittadini palestinesi e le istituzioni dello Stato. Da allora, l’affluenza araba è diventata anche una misura della fiducia nella politica, della distanza dalle istituzioni e della convinzione che il proprio voto possa contribuire a cambiare le cose.
Nel frattempo, soprattutto dagli anni Novanta, la rappresentanza politica araba aveva cominciato ad assumere forme nuove. Azmi Bishara fondò Balad, dando voce a un nazionalismo palestinese che rivendicava la trasformazione di Israele in uno Stato di tutti i suoi cittadini. Ahmad Tibi costruì Ta’al, il Movimento arabo per il rinnovamento. Nel 1996 nacque Ra’am, espressione politica dell’ala meridionale del Movimento islamico, con un forte radicamento tra i beduini del Negev. Dietro le differenze ideologiche c’erano modi diversi di rispondere a una domanda che era sempre la stessa: come ottenere uguaglianza e potere politico dentro uno Stato nel quale la maggioranza ebraica conserva il controllo delle istituzioni e la definizione dell’identità nazionale.
C’è un precedente che aiuta a capire quanto il peso parlamentare dei cittadini arabi continui a essere una questione irrisolta nella politica israeliana. Nel 1992 Yitzhak Rabin tornò al governo alla guida di una coalizione di 62 deputati, composta dai laburisti, da Meretz e dal partito ultraortodosso Shas. Accanto alla maggioranza c’erano altri cinque parlamentari, tre di Hadash e due del Partito democratico arabo, che sostenevano il governo dall’esterno. Nel settembre del 1993, nei giorni in cui Israele e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina si riconobbero reciprocamente e firmarono a Washington il primo accordo di Oslo, Shas abbandonò la coalizione. Rabin perse la maggioranza autonoma e il sostegno dei cinque deputati arabi divenne essenziale per la sopravvivenza del governo e la prosecuzione del processo di pace. Fu uno dei momenti in cui emerse con maggiore evidenza la questione della legittimità politica della rappresentanza araba. Cinque parlamentari, eletti alla Knesset, potevano contribuire a mantenere in carica un governo impegnato a negoziare con i palestinesi. La destra contestava che decisioni tanto importanti per la sicurezza e il futuro territoriale di Israele potessero dipendere dai voti di partiti arabi. Quella controversia avrebbe accompagnato il processo di Oslo e sarebbe tornata, negli anni successivi, ogni volta che la formazione di una maggioranza parlamentare rendeva necessario il loro sostegno. Trentatré anni dopo, il problema si ripresenta nella campagna contro Netanyahu. Gadi Eisenkot cerca i numeri per costruire un governo alternativo e rivendica una maggioranza di partiti sionisti. I partiti arabi si dichiarano disponibili, con strategie differenti, a contribuire alla formazione di un nuovo esecutivo. La distanza tra queste due posizioni racconta una continuità della politica israeliana: il voto dei cittadini palestinesi può diventare decisivo per gli equilibri della Knesset, mentre la possibilità che i loro rappresentanti partecipino alle scelte di governo continua a incontrare la resistenza di una parte significativa dei partiti ebraici.
Il prezzo dell’unità
Nel 2014 una modifica della legge elettorale costrinse i partiti arabi a ripensare la propria rappresentanza. La Knesset alzò dal 2 al 3,25 per cento la soglia minima di voti necessaria per entrare in Parlamento, mettendo a rischio la sopravvivenza delle formazioni più piccole. Hadash, Balad, Ta’al e Ra’am, divisi per storia, ideologia e rapporto con lo Stato israeliano, decisero di presentarsi insieme. Nacque così la Lista Comune, guidata da Ayman Odeh, che alle elezioni del 2015 conquistò tredici seggi e diventò la terza forza parlamentare. Quattro partiti che fino a quel momento avevano seguito strade diverse trovarono nell’unità il modo di difendere il peso politico dei cittadini arabi.
Fu un equilibrio difficile da mantenere. Nell’aprile 2019 i partiti tornarono a dividersi e la partecipazione araba crollò. Quella campagna fu segnata anche dalla decisione del Likud di distribuire telecamere nascoste a circa milleduecento osservatori nei seggi delle località arabe, ufficialmente per prevenire brogli, secondo i rappresentanti arabi per intimidire gli elettori. Alle elezioni successive l’alleanza si ricompose e nel marzo 2020 raggiunse quindici seggi, il risultato più alto della sua storia. Tutti i suoi deputati indicarono Benny Gantz, ex capo di stato maggiore e principale avversario di Netanyahu, come candidato alla guida del governo. Poi Gantz scelse di governare con Netanyahu. Quei quindici parlamentari, che avevano contribuito a rendere possibile un cambio di maggioranza, rimasero all’opposizione. Il successo elettorale aveva mostrato quanto il voto arabo potesse pesare, ma la formazione del governo mostrò quanto fosse ancora difficile trasformarlo in potere politico.
Mansour Abbas scelse allora un’altra strada. Nel 2021 portò Ra’am fuori dalla Lista Comune e offrì il proprio sostegno a chi fosse disposto a negoziare sulle esigenze delle comunità arabe, esigenze che avrebbero dovuto prevedere investimenti pubblici, permessi edilizi, contrasto alla criminalità, riconoscimento dei villaggi beduini del Negev. Entrò nella coalizione guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid, facendo di Ra’am il primo partito arabo indipendente a partecipare a una maggioranza di governo israeliana. Nell’ottobre dello stesso anno l’esecutivo approvò un piano quinquennale da circa trenta miliardi di shekel per ridurre le disuguaglianze economiche e sociali nelle comunità arabe. Furono assunti impegni sui villaggi beduini e sull’accesso ai servizi, mentre una parte dei programmi incontrò ostacoli amministrativi e successivi tagli ai finanziamenti. L’esperienza durò poco più di un anno e lasciò un precedente politico destinato a pesare sulle elezioni successive perché per la prima volta un partito arabo aveva partecipato direttamente alle decisioni del governo, negoziando risorse e priorità per i propri elettori.
Quella scelta è diventata negli anni successivi uno degli argomenti utilizzati dalla destra contro Bennett e i suoi alleati. La partecipazione di Ra’am al governo, che nel 2021 aveva aperto una possibilità nuova nella politica israeliana, è oggi al centro della campagna contro chiunque proponga un’alternativa a Netanyahu. Nel frattempo, le elezioni del 2022 hanno mostrato il costo della frammentazione. Balad, presentatasi da sola, si fermò al 2,91 per cento, sotto la soglia necessaria per entrare in Parlamento. Nelle località arabe andò a votare appena il 53,2 per cento degli elettori. Netanyahu tornò al governo con una maggioranza di 64 seggi, insieme a Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, esponenti dell’estrema destra. Da allora, per le comunità arabe, la questione della rappresentanza politica si è intrecciata sempre più strettamente con quella della sicurezza, della criminalità organizzata e della capacità dello Stato di proteggere i propri cittadini.
Il diritto di stare sulla scheda
Il 23 settembre, a poco più di un mese dalle elezioni, la Commissione elettorale centrale israeliana ha votato per escludere dalla competizione entrambe le liste arabe e due dei loro candidati. Il Likud di Netanyahu aveva chiesto l’esclusione della Lista Comune e di Ofer Cassif, deputato ebreo di Hadash. Contro Ra’am, il partito di Mansour Abbas, si erano mossi il Likud, l’estrema destra di Otzma Yehudit e il Forum Choosing Life. Il partito di Itamar Ben-Gvir aveva chiesto anche di impedire la candidatura di Sami Abu Shehadeh, leader di Balad, accusandolo di sostenere la lotta armata contro Israele. Le richieste si fondavano su una legge che permette di escludere partiti e candidati accusati di negare il carattere ebraico e democratico dello Stato, incitare al razzismo o sostenere la lotta armata contro Israele. La procuratrice generale si era opposta alle esclusioni, perché aveva giudicato insufficienti le prove, così il 2 ottobre la Corte suprema ha riammesso all’unanimità entrambe le liste e, con sette voti contro due, anche Cassif. Abu Shehadeh ha invece ritirato la candidatura. La vicenda ha una storia lunga almeno vent’anni. A più riprese, le commissioni elettorali hanno cercato di impedire a partiti o candidati arabi di partecipare al voto, e la Corte suprema è intervenuta per annullare quelle decisioni. Anche questa volta, a garantire la presenza delle principali liste arabe sulle schede è stata la stessa magistratura che il governo Netanyahu ha cercato di indebolire con la sua riforma della giustizia.
Gli scenari del dopo elezioni
Il dato che più di ogni altro racconta il cambiamento in corso arriva da una ricerca del Moshe Dayan Center dell’Università di Tel Aviv: il 77 per cento degli elettori arabi vuole che un partito arabo partecipi al prossimo governo. Dopo anni in cui l’astensione è stata anche una forma di protesta contro lo Stato, una parte crescente della minoranza palestinese sembra voler usare il voto per incidere direttamente sulle scelte del Paese. Per questo la partecipazione alle urne sarà decisiva e la vera partita comincerà il 28 ottobre. Se Netanyahu e i suoi alleati non raggiungeranno la maggioranza, l’opposizione dovrà decidere come trasformare il risultato elettorale in un governo. Eisenkot punta a costruire una coalizione senza partiti arabi, cercando un accordo con altre formazioni e, possibilmente, con una parte dei partiti ultraortodossi. È una strada complicata dalla questione della leva militare, sulla quale i suoi potenziali alleati hanno posizioni difficilmente conciliabili. L’altra possibilità è un governo sostenuto dall’esterno dai deputati arabi, sul modello di quello di Rabin dopo il 1993. Ahmad Tibi si è detto disponibile a discuterne, Mansour Abbas rivendica la possibilità di entrare direttamente nella coalizione. A complicare ulteriormente i negoziati c’è Avigdor Lieberman, uno dei possibili alleati di Eisenkot, che ha già escluso di sostenere un governo di minoranza. Se nessuna di queste strade dovesse portare a 61 deputati, Israele potrebbe ritrovarsi davanti a lunghi negoziati, a un governo provvisorio guidato da Netanyahu e, in ultima istanza, a nuove elezioni.
È questa la contraddizione che il voto del 27 ottobre consegna alla politica israeliana. I cittadini arabi possono contribuire a impedire a Netanyahu di ottenere un’altra maggioranza, mentre i suoi avversari continuano a dichiarare di voler governare senza i loro rappresentanti. Il problema, il giorno dopo le elezioni, sarà trovare i voti per mandare Netanyahu all’opposizione e decidere quali di quei voti la politica israeliana considera legittimo usare.
(da Open)
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Ottobre 27th, 2026 Riccardo Fucile
SI VOTA FINO ALLE 22: ECCO COSA PUO’ SUCCEDERE
Ci siamo. Oggi 27 ottobre alle 7 (le 6 del mattino in Italia) si aprono le urne per le
elezioni parlamentari in Israele. Nell’ultimo giorno prima del voto, considerato incertissimo, il premier uscente Benjamin Netanyahu si è affidato alla mistica. Nonostante la sua scarsa fede religiosa, Netanyahu è sceso al Muro del Pianto di Gerusalemme e vi ha inserito un bigliettino con i suoi auspici per l’esito delle elezioni e per il futuro di Israele. «Ai soldati dell’Idf, i nostri eroi. Alla vittoria sui nostri nemici. Al successo del nostro popolo. L’eternità d’Israele non mente», ha scritto il premier sul bigliettino, come svelato dai media israeliani. A recarsi al Muro del Pianto alla vigilia del voto sono stati pure gli alleati della destra oltranzista di Netanyahu, Itamar Ben Gvir e Betzalel Smotrich.
Il «referendum» su Netanyahu e lo spettro della guerra
Quelle che si svolgono martedì 27 ottobre sono le prime elezioni dopo la strage di Hamas del 7 ottobre 2023 e le guerre a catena in Medio Oriente che ne sono seguite, da Gaza al Libano, dall’Iran allo Yemen. Israele ne è uscito trasformato, e così pure il suo rapporto col resto del mondo, e ora tutti si chiedono quale sarà il giudizio che gli elettori daranno di Benjamin Netanyahu. Il premier più longevo della storia del Paese aveva già governato dal 1996 al 1999 e poi di nuovo dal 2009 al 2021, ma alle urne gli israeliani voteranno soprattutto pensando alle scelte dell’ultimo drammatico triennio. Peseranno di più le ombre sul 7 ottobre o i colpi inferti ai nemici nella regione? La voglia di cambiamento o l’«usato sicuro»? Lui, Bibi, negli ultimi giorni ha giocato ancora una volta la carta della sicurezza (o della paura), martellando l’opinione pubblica su nuovi possibili attacchi dai «nemici d’Israele» e evocando a più riprese una nuova operazione militare contro l’Iran: secondo diversi media americani e israeliani, Netanyahu proposto agli Usa di attaccare di nuovo Teheran prima del voto, arrivando a scontrarsi con il capo di stato maggiore dell’esercito Eyal Zamir, da lui stesso scelto nel 2025, e con i vertici del Mossad. Bibi ha incassato però il sostegno pubblico di Donald Trump, ribadito ancora 24 ore prima del voto.
Cosa dicono i sondaggi: il rischio stallo e le vie d’uscita
Da mesi i sondaggi danno la coalizione di governo uscente in calo, e in ascesa il blocco di opposizione guidato dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot. Senza il sostegno dei partiti arabi, però, nessuna delle due coalizioni avrebbe secondo i sondaggi i numeri per formare un governo, ossia una maggioranza di almeno 61 seggi sui 120 della Knesset. L’ultimo sondaggio pubblicato dal Canale 10 accredita Yashar di Eisenkot a 23 seggi, davanti al Likud di Netanyahu con 21, e nel complesso la coalizione uscente a 50 seggi, quella del «cambiamento» a 56 seggi. Se così sarà, qualcosa dovrà smuoversi dopo il voto perché si possa formare un governo: il variegato blocco anti-Netanyahu dovrà cambiare idea e scendere a patti coi partiti arabi; oppure Eisenkot, Bennett & co. dovranno rompere un altro tabù (reciproco dopo una campagna dai toni altissimi) e trattare un governo di coalizione proprio con Netanyahu, magari tagliando le ali di estrema destra e della sinistra di Yair Golan. Secondo il Washington Post, proprio a questa soluzione si guarderebbe con favore crescente alla Casa Bianca per scongiurare lo stallo.
Israele al voto: gli orari chiave
In un sistema parlamentare come quello italiano, tecnicamente gli israeliani andranno al voto per eleggere i 120 deputati che siederanno nella prossima Knesset. Israele conta circa 10,2 milioni di cittadini: il 79% sono ebrei, il 21% di altre etnie/religioni, in gran parte (2,1 milioni) arabi. Possono votare tutti i cittadini che abbiano compiuto 18 anni. Il corpo elettorale è costituito quindi da circa 7,3 milioni di persone. Le urne saranno aperte dalle 7 del mattino alle 22 (le 21 in Italia). Subito dopo inizierà lo scrutinio. Sono attesi subito i primi exit poll, mentre per i risultati veri ci vorranno ore. Qualcuno in realtà ha già potuto votare prima: gli israeliani che lavorano all’estero per il governo o agenzie collegate (e i loro coniugi e figli tra 18 e 20 anni) possono votare in ambasciate e consolati a partire dal 15 ottobre. Per tutti gli altri expat, l’unica strada per votare è rientrare nel Paese: secondo i media israeliani lo avrebbero fatto qualcosa come 70mila israeliani.
Le elezioni per la Knesset e il governo: cosa succede dopo il voto
Per candidarsi a un seggio della Knesset bisogna avere almeno 21 anni. Il sistema elettorale è proporzionale: ogni lista che superi la soglia di sbarramento – fissata al 3,25% – elegge un numero di deputati proporzionale alla percentuale di voti raccolti. Così vengono distribuiti dopo il voto i 120 seggi in palio. Per formare un governo è necessario quindi poter contare su una maggioranza di almeno 61 seggi. Come accade in Italia, a gestire la fase post-voto è il presidente della Repubblica: dal 2021 è il 66enne laburista Isaac Herzog. È lui a dare l’incarico di formare un governo a colui/colei che considera avere più chance di radunare una maggioranza. Il processo di formazione di un governo può durare giorni, settimane o mesi, a seconda della complessità del quadro politico. Herzog ha detto che farà di tutto per evitarlo, ma se non si trovasse una maggioranza non è escluso si veda costretto a rimandare il Paese alle urne: tra il 2019 e il 2021 Israele andò al voto per ben quattro volte prima di riuscire ad avere un governo.
Benjamin Netanyahu, l’eredità di guerra e l’asse a destra
L’uomo da battere alle elezioni, per l’ennesima volta, è Benjamin Netanyahu. Nato a Tel Aviv il 21 ottobre 1949, 77 anni, è il leader del Likud, partito principale della destra israeliana che si rifà al pensiero del sionismo revisionista di Vladimir Jabotinsky. “Bibi”, come tutti lo chiamano, va al governo per la prima volta nel 1996, pochi mesi dopo l’assassinio del premier laburista Ytzchak Rabin che aveva firmato gli Accordi di Oslo con l’Anp di Yasser Arafat, portando israeliani e palestinesi a un passo dalla pace. Dopo lunghi anni all’opposizione, estromesso anche dalla guida del Likud a favore di Ariel Sharon, torna al governo nel 2009 e vi rimane fino al 2021, dopo aver rivinto le elezioni anche nel 2013 e nel 2015 e aver costruito un fragile accordo con Benny Gantz ancora nel 2020. Scalzato dal potere dal duo Lapid-Bennett nel 2021, Netanyahu rivince ancora a dicembre 2022, formando il governo più a destra della storia di Israele con (oltre ai partiti religiosi) gli oltranzisti anti-arabi Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. Inseguito da diverse inchieste per corruzione, Netanyahu avvia una riforma del sistema giudiziario che spacca il Paese, portando in piazza per mesi centinaia di migliaia di persone in protesta.
Il 7 ottobre 2023 Israele viene travolto dall’invasione ordita da Hamas: 1.200 morti, oltre 250 civili rapiti. Netanyahu scatena in risposta la guerra a Gaza, che causerà la morte di oltre 70mila palestinesi – 22/25 mila dei quali secondo Israele miliziani di Hamas. La guerra rilancia nel mondo la questione palestinese e fa a pezzi la reputazione di Israele, accusata in manifestazioni oceaniche di «apartheid» e «genocidio». Netanyahu stesso è ricercato dal novembre 2024 dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità: un «processo pubblico» internazionale accuse che il premier, ma anche l’opinione pubblica, respinge con rabbia. Per gli israeliani, che dal 7 ottobre si sentono a loro volta sotto assedio dalle forze dell’«Asse della Resistenza» guidato dall’Iran, conta soprattutto il giudizio sulle responsabilità del fallimento del 7 ottobre e sull’esito delle guerre lanciate a seguire: Gaza, ma pure il conflitto a nord con Hezbollah, e poi i due «round» di guerra all’Iran del 2025 e 2026 condotti con gli Usa. Sono servite o no a rafforzare lo Stato ebraico? Netanyahu assicura di sì, e promette agli israeliani la ricetta di sempre: sicurezza, contando anche sul suo rapporto privilegiato (fino a prova contraria) col presidente Usa Donald Trump, e assicurando che non consentirà mai la costituzione di uno Stato palestinese.
Gadi Eisenkot, l’uomo nuovo che vuole «ricucire»
Il contendente principale di Netanyahu alla poltrona di primo ministro di Israele è Gadi Eisenkot. 66 anni, ex capo di stato maggiore dell’esercito, è un «novizio» in politica. Vi è entrato al termine della sua carriera militare, nell’agosto 2022 (al fianco del suo predecessore Benny Gantz), e ha fondato il suo partito, Yashar (“Retto”), appena un anno fa, a settembre 2025. La sua ascesa nei sondaggi negli ultimi mesi ha sorpreso i suoi stessi alleati, Naftali Bennett e Yair Lapid, la cui decisione di unirsi in una lista comune ha finito per penalizzarli. Eisenkot non ha l’eloquio sciolto né l’inglese perfetto di Netanyahu, ma a molti israeliani appare un solido candidato premier per altre ragioni. Ha servito per oltre 40 anni nell’esercito, ha perso un figlio 20enne in guerra a Gaza e dopo il 7 ottobre non ha esitato a mettere da parte le differenze politiche per entrare nel gabinetto di guerra di unità nazionale. Nove mesi dopo, quando ha capito che Netanyahu manipolava quell’organismo impedendo che si raggiungesse un accordo per liberare gli ostaggi, ha lasciato l’incarico.
In una recente intervista al Times of Israel, Eisenkot ha spiegato in che modo agirebbe diversamente da Netanyahu – definito un “anti-leader – in caso di vittoria. Ha detto che guiderebbe un governo «razionale» in grado di ricucire le ferite interne così come riportare Israele dentro la «famiglia delle nazioni». Ha promesso di istituire «immediatamente» una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, di abrogare le leggi di riforma della giustizia approvate da Netanyahu e di approvarne una che preveda che tutti i cittadini – compresi arabi e ultraortodossi – svolgano un periodo di servizio, civile, nazionale o militare. Su Gaza ha promesso di proseguire sulla strada prevista dal piano Trump: disimpegno graduale israeliano e ingresso di una forza multinazionale, ma solo a patto che Hamas abbandoni armi e potere.
Sulla Cisgiordania, Eisenkot ha detto che adotterà il «pugno di ferro» contro il terrorismo, sia palestinese che ebraico. Poi, che evacuerà «immediatamente» tutti gli insediamenti illegali nelle Aree A e B (quelle controllate in tutto o in parte dall’Autorità nazionale palestinese), così da «creare le condizioni per un’intesa permanente in futuro» che preveda qualcosa che va da un regime di autonomia a un «quasi-Stato» palestinese, purché esso non abbia un esercito e sia sotto il chiaro controllo di sicurezza di Israele. Un realista e pragmatico, dunque, non certo un idealista. Gli esperti militari ricordano d’altronde che da capo di stato maggiore Eisenkot fu colui che formulò la cosiddetta dottrina Dahyeh: la strategia militare che prevede l’uso sproporzionato della forza con la distruzione massiccia di infrastrutture civili per vincere la resistenza di milizie ostili «irriducibili»: testata in origine contro Hezbollah (il nome deriva dal suo quartiere-roccaforte a Beirut) nel 2006, è poi stata usata estensivamente a Gaza.
(da Open)
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Ottobre 27th, 2026 Riccardo Fucile
NEL 2025 IL 12,5% DEI MINORI IN ITALIA SI TROVAVA IN CONDIZIONI DI POVERTA’ ASSOLUTA, PARLIAMO DI 1,1 MILIONI DI PERSONE
Se ne sta parlando in questi giorni, a seguito delle manifestazioni che nelle grandi città del Paese hanno visto protagonisti spesso minorenni. Più che un’emergenza, la povertà assoluta tra i giovani è diventata una condizione strutturale, a cui il paese sembra essersi abituato. Basti pensare che l’11,2% delle famiglie con figli oggi è in povertà assoluta.
E allora che fare? I bonus non bastano, le misure a sostegno della natalità non sono sufficienti, seppur abbiano generato benefici per le famiglie che ne hanno usufruito. Gli effetti redistributivi delle misure pubbliche dell’ultimo ventennio sono stati positivi, ma non risolutivi.
Servono politiche pubbliche radicali e coraggiose, che rimettano al centro la famiglia, la redistribuzione, la capillarità e l’accessibilità ai servizi pubblici essenziali. In un’espressione, insomma, la lotta alle disuguaglianze.
(da Openpolis
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Ottobre 27th, 2026 Riccardo Fucile
LA SEGRETARIA DELLA FNSI COSTANTE: “LE VELINE SE LE POSSONO TENERE, NON ABBIAMO PAURA”… L’INCONTRO CON PREFETTO E QUESTORE
Giornalisti liguri in piazza questa mattina a Genova per dire no alla censura delle notizie
da parte delle forze dell’ordine. Al presidio davanti alla prefettura, oltre a numerosi rappresentanti della categoria, hanno partecipato anche delegazioni di Cgil, Cisl e Uil.
Presenti tra gli altri la segretaria nazionale della Fnsi Alessandra Costante, il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Liguria Tommaso Fregatti, il segretario dell’Associazione Ligure Giornalisti Matteo Dell’Antico, la presidente del Gruppo Cronisti Liguri Katia Bonchi e il presidente dell’Ordine degli avvocati di Genova Stefano Savi. Il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti Carlo Bartoli ha fatto arrivare un proprio messaggio.
Dopo la manifestazione una delegazione di componenti dell’Ordine e del sindacato è stata convocata per un incontro con la prefetta Cinzia Torraco, il nuovo questore di Genova Raffaele Gargiulo e i comandanti provinciali di carabinieri e guardia di finanza, Alessandro Magro e Luigi Macchia.
Perché i giornalisti sono scesi in piazza a Genova
“Da qualche mese in Liguria, da Ventimiglia a Sarzana, le forze dell’ordine censurano volutamente nei loro resoconti quotidiani fatti di cronaca come i furti, le rapine, le truffe agli anziani, le violenze sessuali e gli accoltellamenti – spiegano Ordine e Associazione -. Lo fanno, a loro dire, perché queste notizie, pubblicate sulla stampa, creano allarme sociale“.
“Da mesi viene applicata una censura sistematica in violazione dell’articolo 21 della Costituzione, che dice che la stampa non deve essere soggetta ad autorizzazione o censura – è intervenuto il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Liguria Tommaso Fregatti -. Abbiamo girato le redazioni, abbiamo parlato coi colleghi, abbiamo incontrato i procuratori: c’è una grave violazione del diritto di cronaca per quanto riguarda l’accesso alle fonti. Ci danno una velina, una nota stampa di pochissime righe in cui ci vengono solo descritti gli arresti, le denunce e i pattuglioni. Non vengono dati le truffe, le rapine, i furti e le violenze sessuali. Noi siamo in piazza anche per i cittadini, ai quali non possiamo raccontare tutto quello che accade perché siamo tenuti fuori”.
“Questa non è una battaglia di categoria, non è una battaglia dei giornalisti – ha aggiunto Matteo Dell’Antico, segretario dell’Associazione Ligure Giornalisti -. Questa è una battaglia di tutti, perché dobbiamo ricordarci, oggi più che mai, che i cittadini hanno un sacrosanto diritto, che è quello di essere informati. Diciamo no a questo bavaglio e siamo qui in piazza per ribadirlo ancora una volta”.
“Il fatto che a Genova alcune notizie non vengano più date perché i giornalisti creano allarme sociale è una vergogna nazionale – ha tuonato la segretaria nazionale della Fnsi Alessandra Costante -. Le disposizioni del Csm vanno sempre osservate, anche quando dicono che le ordinanze cautelari vanno date, poi sarà compito del giornalista riassumerle. I giornalisti genovesi, come i giornalisti italiani, non hanno paura di fare il loro mestiere. Continueremo a farlo con o senza le notizie delle forze dell’ordine. Non abbiamo paura di non avere le veline, anzi: le veline se le possono anche tenere, quelle che noi vogliamo sono le notizie vere, le notizie importanti, quelle che invece nascondono nei cassetti perché sono notizie che fanno paura ai colletti bianchi di questa città e di questa nazione. Sono contenta che i giornalisti liguri oggi siano in piazza, perché siamo il prodromo di un movimento in tutta Italia. È il momento di dire basta a forze dell’ordine che si arrogano il diritto di dire quello che possiamo o non possiamo scrivere. Siamo soltanto noi a scegliere quello che può essere messo o non deve essere messo sui giornali”.
Solidale anche l’Ordine degli avvocati, in piazza col presidente genovese Stefano Savi: “Il flusso di notizie è un diritto costituzionale che non può essere compresso in alcun modo. Nessuno può permettersi di decidere quali notizie vengono diffuse e quali no, per nessuna ragione. Ho sentito affermare che è l’amministrazione a frenare le notizie di cronaca perché i cittadini non sono educati per riceverle, spero che qualcuno smentisca perché questo calpesta l’articolo 21 della Costituzione, ma soprattutto la nostra coscienza democratica. Se poi pensiamo che, quando c’è una persona sottoposta a indagini, non viene dato il nome dell’avvocato, allora io mi domando: ma dove siamo arrivati? Vuol dire in sostanza impedire alla difesa di far sentire fin da subito la sua voce, come prevede la Costituzione all’articolo 24″.
L’incontro in prefettura e l’apertura al confronto
Positivo l’esito dell’incontro in prefettura: “Da parte del nuovo questore c’è stata un’apertura a confrontarsi con i suoi dirigenti, a trovare un nuovo modo di comunicare e anche a riaprire la sala stampa – ha spiegato al termine Katia Bonchi, presidente del Gruppo Cronisti Liguri -. Anche i carabinieri hanno chiesto un ennesimo incontro col procuratore Piacente. La stessa prefetta è stata molto disponibile a incontrarci nuovamente dopo questo punto. Dovremo misurare sul campo questa queste aperture, però siamo siamo abbastanza contenti”.
“Abbiamo ottenuto che i nomi degli avvocati verranno dati – ha riferito il presidente dell’Ordine Tommaso Fregatti -. Le manifestazioni servono. Essere tanti qui ha permesso di sederci al tavolo. Non vogliamo mandare in pensione il mestiere del cronista di nera”.
La solidarietà della politica
Presenti al presidio alcuni esponenti politici tra cui Selena Candia, capogruppo di Avs in consiglio regionale: “La libertà di stampa è un pilastro della nostra democrazia. Appoggiamo la protesta dei giornalisti liguri contro la censura adottata dalle forze dell’ordine sulle notizie di cronaca. Negli ultimi mesi, in tutta la Liguria, ai lavoratori dell’informazione sono sistematicamente nascosti episodi di violenza, furti, rapine, aggressioni, con la motivazione che rendere pubblici questi crimini possa creare allarme. Invece è una scelta politica, per nascondere il fallimento sulla sicurezza del governo Meloni, che ha puntato tutto sulla repressione e ha fallito”.
(da Genova24)
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Ottobre 27th, 2026 Riccardo Fucile
LA POPOLAZIONE LOCALE È INCAZZATA NERA CON TRUMP: “CINESI E RUSSI FANNO ESERCITAZIONI MILITARI NELLE NOSTRE ACQUE TERRITORIALI, LA GUARDIA COSTIERA LI VEDE OGNI SETTIMANA, E NOI COME RISPONDIAMO? INVECE DI PROTEGGERE LE COSTE BUTTIAMO SOLDI E SVUOTIAMO GLI ARSENALI PER BOMBARDARE L’IRAN”
Le montagne che incorniciano Anchorage sono già coperte di neve, parvenza di normalità da queste parti a ottobre. Sotto quel manto bianco però, nei mesi più caldi il cambiamento climatico scioglie il permafrost, esponendo le comunità rurali dell’Alaska ad allagamenti e catastrofi naturali che minacciano la sopravvivenza.
Cose che spingono Faye Ewan, delegata della tribù del Copper River al congresso annuale dell’Alaska Federation of Natives, a parlare così: «Ci trattano come i tedeschi con gli ebrei, vogliono spingerci all’estinzione, affamandoci e distruggendo l’ambiente. È una strategia premeditata per mettere le mani su petrolio, gas e minerali rari nelle nostre terre».
«Volete i nomi? E io li faccio, tanto li conoscono tutti: il presidente Trump, il senatore repubblicano Dan Sullivan e il deputato Begich».
Benvenuti nell’Alaska che si ribella alla propria storia di fedeltà al Gop, rimettendosi in gioco nelle midterm per preservare il futuro e diventare l’ago della bilancia politica. […]
La candidata democratica al Senato Mary Peltola fa tremare Sullivan, al punto che Trump ha presentato una causa preventiva per non riconoscere il risultato se l’incumbent repubblicano non sarà rieletto, perché c’è un altro candidato di nome Sullivan che genera confusione.
Jonathan Kreiss-Tomkins, l’uomo scelto dal Partito dell’asinello per la poltrona di governatore, sta mettendo in fila i tre repubblicani che si litigano il posto, David Bronson, Treg Taylor e Bernadette Wilson, creando le condizioni per un clamoroso suicidio politico.
L’Alaska è lo stato più grande degli Usa, una superficie superiore a California, Texas e Montana messe insieme, ma con 740.000 abitanti è anche il meno densamente popolato. L’82% delle sue comunità rurali è raggiungibile solo per via aerea, ha il livello più alto di omicidi e sparizioni tra i nativi, e di violenza contro le donne.
Però elegge 2 senatori come New York e se cambiasse colore potrebbe decidere la maggioranza. La Federation of Natives riunisce gli eschimesi, che sono il 20% della popolazione e potrebbero rimproverare anche a Trump di essere un immigrato illegale.
Richard Zigler si aggira col suo cane Miko tra gli stand e guarda le informazioni sull’Iditarod, tradizionale corsa di 1.049 miglia sulle slitte. Distribuisce adesivi con lo slogan “Solo tu puoi prevenire il fascismo” e li difende così: «Lo so, direte che è una parola abusata. Però il fascismo inizia sempre dalla privazione dei diritti, che in America è già cominciata per donne e minoranze. Non chiudete gli occhi».
Nikki Navio racconta i programmi della Denali Commission, agenzia federale che finanzia infrastrutture pubbliche per oltre 3 miliardi di dollari e continua a chiamarsi col nome originale del monte McKinley, nonostante Trump abbia deciso di cancellarlo: «Siamo davvero in emergenza». […]
Mary sale sul palco con i vestiti tradizionali dei nativi e poi si ferma a parlare con i giornalisti, partendo dalla causa intentata da Trump: «È interferenza elettorale. Viola la legge e usa il sistema giudiziario come arma perché teme di perdere. Dimostra la corruzione del suo governo, che gli americani non sopportano più».
I motivi? Il costo della vita, insostenibile in Alaska, ma non solo: «Cinesi e russi fanno esercitazioni militari nelle nostre acque territoriali, la Guardia Costiera li vede ogni settimana, e noi come rispondiamo? Invece di proteggere le coste buttiamo soldi e svuotiamo gli arsenali per bombardare l’Iran, guerra di scelta e inutile che fa esplodere l’inflazione. Guardia Nazionale e Fema servirebbero a proteggerci dalle catastrofi naturali, moltiplicate dai cambiamenti climatici, ma il governo non le finanzia».
Questo però non significa rinunciarci, servono entrambe le risorse. L’Alaska potrebbe generare l’85% del suo fabbisogno elettrico con le rinnovabili, dobbiamo realizzare queste potenzialità. Il primo passo però è fermare Trump».
(da Repubblica)
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Ottobre 27th, 2026 Riccardo Fucile
IN BASE AL PATTO, I POPOLARI RINUNCERANNO PER LA PRIMA VOLTA A PRESENTARE CANDIDATI IN TRE PROVINCE: GIPUZKOA NEI PAESI BASCHI, GIRONA E TARRAGONA, IN CATALOGNA. VOX SI RITIRERÀ INVECE IN SEI CIRCOSCRIZIONI
Accordo tra il conservatore Partito popolare (Pp) e la forza di estrema destra Vox per
consolidare la maggioranza della destra al Senato e puntare ai tre quinti dei seggi, soglia necessaria per alcune nomine istituzionali, fra cui quelle dei magistrati della Corte costituzionale, e per riforme della Magna Carta.
L’intesa, annunciata oggi dal segretario generale del Pp, Miguel Tellado, arriva in extremis – nell’ultimo giorno utile per la presentazione delle candidature alle elezioni politiche del 29 novembre – e punta a “contrastare la sinistra”, che si presenta unita in 43 province con il marchio ‘Senado de Progreso’, in cui confluiscono il Partito socialista (Psoe) e le forze alla sua sinistra, per evitare la dispersione dei voti.
Tellado ha definito “una buona notizia” l’intesa, rivendicando “l’accordo” con Vox per “proteggere la maggioranza di centrodestra al Senato di fronte alla manovra della sinistra radicale”. In base al patto, secondo quanto ha illustrato, i popolari rinunceranno per la prima volta a presentare candidati in tre province: Gipuzkoa nei Paesi Baschi, Girona e Tarragona, in Catalogna.
Vox si ritirerà invece in sei circoscrizioni: Las Palmas e Santa Cruz di Tenerife alle Canarie, alle Baleari, a Cadice, Valencia e Castellon, per concertare i voti dell’elettorato conservatore sul Pp e massimizzare la possibilità di elezione. “Non abbiamo pensato a un buon accordo per i rispettivi partiti. Abbiamo pensato a un’intesa che fosse la migliore per il nostro Paese”, ha dichiarato Tellado, aggiungendo che “qui nessuno rinuncia alle proprie sigle” e che l’obiettivo comune è “cacciare il sanchismo”, alle elezioni.
(da agenzie)
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Ottobre 27th, 2026 Riccardo Fucile
A PAGARE, COME SEMPRE, SONO I CONSUMATORI FINALI
Manca meno di una settimana all’entrata in vigore della Union handling fee di due euro. La nuova tassa europea di gestione doganale dal 1° novembre si applicherà a tutte le spedizioni provenienti da Paesi extra Ue, indipendentemente dunque dal valore della merce, per coprire i costi dei controlli in aumento. Pesando, però, sulle tasche dei consumatori finali.
Si aggiunge infatti al dazio previsto dal regolamento Ue 2026/382 che si applica alle spedizioni di valore intrinseco complessivo non superiore a 150 euro, sempre nell’ambito delle vendite a distanza di merci importate, dal 1° luglio 2026 per due anni , in attesa dell’operatività del Data Hub doganale europeo che partirà il 1°luglio 2028.
La tassa di tre euro sui “mini pacchi” si applica a ogni singola tipologia di articolo (in base alla classificazione doganale) anche in caso di spedizione congiunta. In concreto, su un pacco contenente una maglietta di cotone e un maglione di lana acquistati per meno di 150 euro su una piattaforma ecommerce extra Ue il dazio sarà di 6 euro, visto che le voci doganali di cotone e lana sono differenti.
Da novembre, a questo importo si aggiungerà la handling fee: 2 euro per ogni articolo. Il consumatore per il suo acquisto sborserà quindi 12,20 euro di extra costo (10 euro più Iva al 22%) che 12 mesi fa non avrebbe dovuto aggiungere al conto.
Da quest’esempio è facile dedurre la genesi di questo dazio, pensato – e chiesto a gran voce dalle aziende europee – per arginare la proliferazione di acquisti di merci di scarso valore (ma anche di scarsa qualità e sicurezza) su piattaforme extra Ue. Secondo dati diffusi dalla Commissione europea, il numero dei pacchi di basso valore sdoganati nel mercato comunitario è quadruplicato in quattro anni, passando dagli 1,4 miliardi del 2022 ai 5,8 miliardi del 2025 (+26% sul 2024). La quasi totalità (93%) di queste spedizioni è partita dalla Cina.
I primi dati confermerebbero l’efficacia del dazio come deterrente: secondo l’agenzia delle Dogane, da gennaio a settembre 2026 le dichiarazioni di importazione emesse per pacchi extra Ue di valore inferiore a 150 euro sono diminuite del 31 per cento.
Nel solo bimestre luglio-agosto, (si veda Il Sole 24 Ore del 15 settembre 2026) il calo delle importazioni low cost registrato in Italia è stato del 39% rispetto al bimestre precedente e il gettito complessivo della nuova tassa europea è stato di 83 milioni di euro.
Altri operatori confermano che il dazio ha frenato le spedizioni B2c, e ben prima dell’applicazione: «Il nostro aeroporto cargo principale per l’Italia, Milano Malpensa, ha registrato un calo delle spedizioni ecommerce già dai primi mesi del 2026, a seguito dell’annuncio della tassa italiana (si veda la scheda, ndr): a febbraio 2026 la quota delle spedizioni ecommerce sul totale di quelle in arrivo da Paesi extra Ue era del 12%, contro il 29% del febbraio 2025; a luglio 2026 si è fermata all’11%», dice Lucia Padoan, vicepresidente dell’Associazione nazionale agenti merci aeree (Anama).
Anche Dhl Express, dal 1° luglio 2026, ha riscontrato un impatto: «Dalle prime evidenze osserviamo una lieve contrazione dei flussi di piccoli pacchi provenienti da Paesi extra Ue – spiega al Sole 24 Ore Nazzarena Franco, presidente e ceo di Dhl Express Italy -. Più che una riduzione del commercio internazionale, riteniamo possibile assistere a una progressiva evoluzione dei modelli logistici e distributivi, con una maggiore presenza di infrastrutture logistiche in Europa e una diversa organizzazione delle spedizioni lungo la supply chain».
L’impatto sulla competitività Una delle ragioni che hanno spinto aziende del settore moda ed e-tailer europei a chiedere a istituzioni comunitarie e nazionali l’abolizione del de minimis è stata l’applicazione delle stesse regole a tutti gli operatori.
«Questo intervento pone finalmente fine al vantaggio competitivo sleale in termini di prezzo di cui hanno beneficiato i venditori extra-Ue rispetto alle aziende europee. Ora è fondamentale che tutte le autorità di regolamentazione si impegnino concretamente a garantire l’effettiva applicazione delle norme», commentano da Zalando, piattaforma ecommerce leader di mercato in Europa.
La tassa sui piccoli pacchi è stata spesso legata al nome delle grandi piattaforme di ultra fast fashion come Shein e Temu che hanno basato il loro successo su un’enorme varietà di prodotti a prezzi stracciati. Con l’abolizione del de minimis i big in questione hanno cominciato a rimodulare il proprio modello di business, aprendo per esempio magazzini in Europa e segnalando al consumatore la “nuova” provenienza delle merci sul proprio sito.
(da IlSole24ore)
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