Ottobre 25th, 2026 Riccardo Fucile
LA PRIMA DATA UTILE PER IL VOTO SAREBBE IL 16 MAGGIO… LO SCENARIO PIU’ PROBABILE E’ ELECTION DAY A GIUGNO CON LE COMUNALI
L’ordine di scuderia è sempre quello: negare, negare, negare. «Si voterà a scadenza
naturale». Certamente. In realtà, la macchina della campagna elettorale, a destra, viaggia già a giri talmente alti che Giorgia Meloni, nel corso degli ultimi vertici con gli alleati a Palazzo Chigi, ha tratteggiato anche il momento e l’occasione delle sue dimissioni: l’idea prospettata a Tajani, Salvini e Lupi è di salire al Colle il prossimo marzo, subito dopo il consiglio europeo che quel mese si terrà eccezionalmente a Roma, per celebrare l’anniversario del trattato che ha sancito la nascita della Cee, la vecchia comunità economica europea, architrave dell’Ue.
La premier, raccontano fonti di governo, ha discusso di questo summit speciale direttamente con il presidente del consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa. Ricevendo la rassicurazione: il vertice nell’Urbe si farà. Fonti europee, lunedì scorso, hanno raccontato che è stato informato dell’operazione anche il primo ministro belga Bart De Wever, il quale avrebbe acceso il semaforo verde, rinunciando alla sede naturale di Bruxelles per questa particolare occasione. La sfilata di tutti i big del continente, probabilmente sulla scalinata del Campidoglio, dove fu firmato il trattato il 25 marzo del ‘57, sarebbe dunque l’ultimo atto che ha in testa Meloni, prima di chiedere al Quirinale le urne, in anticipo di qualche mese rispetto alla deadline di fine settembre.
La prima data utile per il voto, che trapela difatti sia da ambienti di FdI che di Forza Italia, sarebbe quella di domenica 16 maggio, visto che la legge prevede per le elezioni un termine minimo di 45 giorni e un massimo di 70 dallo scioglimento delle Camere ad opera del Quirinale. Ma a seconda delle tempistiche della crisi, potrebbe slittare ai primi di giugno. Proprio giugno è l’orizzonte tracciato prima dal sottosegretario di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari, poi da Francesco Filini, il responsabile del Programma di FdI. Entrambi, ovviamente, con formule dubitative, per non scoprire le carte, mentre il grosso dei leader della coalizione continua a smentire seccamente. In ogni caso, Meloni sembra essersi convinta che l’unico modo per ottenere le urne anticipate sia l’election day. L’accorpamento del voto nazionale con la tornata nelle principali città italiane sarebbe, a sentire fonti parlamentari del centrodestra, lo spiraglio lasciato aperto «dal Colle». La premier, è noto, avrebbe preferito spacchettare, rimandando le amministrative, perché il traino dei grandi centri urbani favorisce solitamente il centrosinistra. Ma ormai la rotta pare tracciata.
Difatti, dopo il congresso straordinario della Lega, che si chiude oggi a Milano, a destra c’è l’intenzione di accelerare sui nomi per le Comunali. Un tetris ancora scombinatissimo, anche se gli incastri da trovare riguardano città come Roma, Napoli, Milano, Torino e Bologna. Per Milano, considerata la più contendibile del quintetto, anche se resta una sfida in salita, Meloni, come raccontato da Repubblica, ha aperto alla candidatura dell’ultra salviniana Silvia Sardone. Ignazio La Russa, che sponsorizzava Maurizio Lupi, non si sarebbe opposto. Resta da convincere FI, che punta sul sottosegretario Matteo Perego, vicino ai Berlusconi e apprezzato anche da Guido Crosetto. Non è l’unico nome, in realtà, che circola dentro FI: c’è chi vede nella casella del candidato sindaco di Milano un’exit strategy dal Parlamento per Licia Ronzulli. Ma l’opzione non ha grandi chance.
Per Napoli, FI spinge per un civico: ora in pole c’è il presidente della società italiana di cardiologia, Pasquale Perrone Filardi. Anche se dentro FdI c’è chi vorrebbe giocare la carta Matteo Piantedosi, che rifiutò la Campania. Per Torino, resta sempre in pista il vicegovernatore meloniano Maurizio Marrone.
Per Roma, Meloni sembra orientata a scegliere la vicepresidente del Lazio, Roberta Angelilli, ai danni di Fabio Rampelli. I Fratelli romani vorrebbero che la premier desse l’annuncio ad Atreju. Ma il grosso della coalizione, Lega in testa, non vuole perdere tempo. «Se n’è già perso tempo», incalza Salvini. Ecco perché il nodo Comunali dovrebbe comparire nel menù del prossimo vertice dei leader di maggioranza, forse già domani. Insieme a quello, ancora più tribolato, della manovra.
(da Repubblica)
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Ottobre 25th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTO DIPENDERÀ DA QUANTI CONSENSI RACCOGLIERÀ LO SFIDANTE GARAVAGLIA, VICINISSIMO A GIORGETTI… NELLA MOZIONE DI COMPROMESSO APPROVATA DAL CONGRESSO SI PARLA DELLA “QUESTIONE SETTENTRIONALE” COME “PILASTRO IRRINUNCIABILE” – IL VICESEGRETARIO USCENTE, CLAUDIO DURIGON, PUNZECCHIA QUEL CACADUBBI DI ZAIA, CHIEDENDO UN SUO COINVOLGIMENTO NELLA NUOVA SEGRETERIA POLITICA: “LUCA, ADESSO METTICI LA FACCIA”
Quanto è davvero profonda la frattura? Un’indicazione arriverà dal voto di oggi. Gli allibratori interni (quelli favorevoli al candidato della minoranza) sostengono che potrebbe finire 70 a 30 per Salvini. L’altra incognita è come voterà il ministro Giancarlo Giorgetti, seduto accanto a Salvini in felpa e jeans. Un militante storico come Elio Fagioli non ha dubbi: «Sicuro sceglie Garavaglia».
Per capire cosa potrà succedere da domani, però, al di là dei numeri è interessante notare l’inedita sintonia tra il il ras del centro-sud Durigon e il doge del nord-est Zaia, mister preferenze in Veneto con oltre 200 mila voti. Dal palco, il primo invita il compagno di partito a metterci la faccia e a entrare nella nuova segreteria politica.
«Sono un militante e non ho mai cercato incarichi» è la risposta interlocutoria arrivata a stretto giro. A colpire, però, è soprattutto lo scambio di battute davanti alla sala stampa: «C’è un nuovo asse?» chiedono i cronisti. «Io sono sempre stato veneto», risponde Durigon giocando con l’origine del suo cognome. «Asse? Semmai uno stecchetto», dice ironicamente Zaia. Poi, vicini per un paio di scatti davanti ai fotografi, scherzano: «Dovremmo fare un partito insieme. I voti li abbiamo».
Il congresso della Lega «di lotta e di governo» è diventato il luogo in cui i salviniani hanno accusato i dissidenti silenziosi di parlare troppo in pubblico, cioè di criticare Matteo Salvini alimentando così la narrazione di un partito diviso.
Claudio Durigon, già vice del Capitano, l’ha spiegata così: «Andare sui giornali a screditarci non è gioco di squadra. Da oggi si deve ripartire con un altro spirito». E il mood si capisce quale sarà quando annuncia che «sono convinto che Salvini vorrà Luca Zaia in segreteria».
In pratica il più ortodosso degli autonomisti al fianco del segretario che ha portato la Lega verso i lidi nazionalisti. Zaia dal canto suo ha risposto vago, «Vedremo». La segreteria di cui parla Durigon è la prima vera novità dell’assemblea, che ha votato all’unanimità l’istituzione della segreteria politica che affiancherà il segretario: qualcuno vede questa nuova creatura come una forma di commissariamento futuro di Salvini. […]
Il congresso, il cui slogan «di lotta e di governo» non ha entusiasmato gli alleati dell’esecutivo, doveva farsi ma come molti dei nordisti pensavano sarà una semplice passerella. Nonostante la candidatura di Massimo Garavaglia, uomo di Giancarlo Giorgetti che incarna l’ala autonomista, messa in minoranza dal nuovo corso nazionalista in questi lunghi anni di regno salvianiano.
Che Garavaglia possa vincere, però, lo escludono tutti. Piuttosto dipende da come perderà. Se sarà una sconfitta rovinosa, Salvini ne uscirà rafforzato e l’ala nordista, compresi i governatori regionali in rivolta, dovranno farsene una ragione una volta per tutte.
Dovranno arrendersi al fatto che il Capitano (turbato dai flop ministeriali sui trasporti e dai consensi crollati) ai leghisti piace così com’è. Ma se Garavaglia raccoglierà abbastanza consensi – l’asticella tra i suoi sostenitori fissa il numero della sconfitta di successo al 30 per cento – allora le cose dovranno cambiare: «Il segretario dovrà tenerne conto», dice un dirigente molto vicino al governatore Attilio Fontana. E nascerebbe così per la prima volta un qualcosa che assomiglierebbe a una corrente interna.
Garavaglia è un parlamentare della Lega da una vita. È stato assessore al bilancio in Regione Lombardia, sottosegretario al ministero dell’Economia nel governo Conte I, ministro del Turismo con Mario Draghi, ma nonostante gli incarichi non è uno dei volti noti della Lega.
I numeri su cui si baserà il congresso federale straordinario sono semplici. A votare per il nuovo segretario saranno 700 persone. Parlamentari, ministri, assessori, consiglieri regionali e delegati dalle varie sedi locali del partito.
Metà del gruppo arriva dal nord Italia, l’altra metà dal centro e dal sud. Per i leghisti che stanno guardando da vicino i numeri, le regioni settentrionali dovrebbero essere ovviamente quelle più favorevoli a Garavaglia. Per riuscire a contare nel futuro della Lega, lo sfidante di Salvini dovrebbe però ottenere numeri molto alti al nord. Perché tutti lo sanno dentro la Lega, salviniani e non, che al centro e al sud il segretario uscente farà il pieno di consensi, dunque serve il contributo settentrionale.
Il compromesso tra federalisti e nazionalisti della Lega potrebbe in realtà già in parte essere scritto su carta, contenuto in una delle mozioni presentate al congresso. Al fianco delle varie istanze presentate dalle due fazioni, ce n’è una che cita la questione settentrionale come «pilastro irrinunciabile di un progetto politico nazionale basato sull’attenzione alla specificità di ogni territorio». È la cosiddetta mozione nord: chiede la «piena attuazione del federalismo» e dichiara indispensabile una «riforma costituzionale federalista».
Al di là delle richieste, già note, la mozione porta la firma di entrambe le anime leghiste. Ventitré persone in tutto: dai dissidenti Fontana, Fugatti, Fedriga ai salviniani Stefani e Molinari.
La mozione che per ora mette d’accordo tutti non prevede solo promesse per una maggiore attenzione al nord, ma anche qualcosa di molto pratico, che Salvini ha promesso di fare a Roma: l’eliminazione dei limiti di mandato per i governatori regionali.
Si vedrà, perché di mezzo ci sono le elezioni parlamentari e gli equilibri potrebbero cambiare, ma questo è ciò che è riuscito a mettere sul tavolo Salvini finora per cercare di sedare la rivolta interna. Un’apertura ai dirigenti del nord, una promessa di esaudire le loro richieste. In ballo, è bene ricordarlo, ci sono i posti da capilista nelle liste per le prossime politiche, posti bloccati, garantiti, che potrebbero servire per silenziare qualche dissidente.
(da La Stampa)
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Ottobre 25th, 2026 Riccardo Fucile
L’ENNESIMA TROVATA ELETTORALE DI SALVINI È CONTENUTA IN UNA MOZIONE APPROVATA DAL CONGRESSO DEL CARROCCIO: UN TESTO CHE NON INDICA DOVE TROVARE I SOLDI PER FINANZIARE LA MISURA
Chissà se il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, al mattino impegnato ad
avvertire quanto sia «corta la coperta» della manovra, immaginava già il rilancio nel pomeriggio, al congresso della Lega a Milano, di una nuova Quota 100. Sessantaquattro anni di età e 36 di versamenti. Una via d’uscita aperta anche a chi ha cominciato a lavorare prima del 1996.
Una variante della pensione anticipata a 64 anni finora proposta dal Carroccio con 25 anni di anzianità. Undici in più per restringere la platea, contenere i costi e salvare una bandiera identitaria a rischio esclusione dalla legge di bilancio. Almeno sulla carta: nella mozione approvata dal partito non c’è una cifra, né una copertura. […]
Fatto sta che Giorgetti mette di nuovo le mani avanti. In videocollegamento con l’assemblea della Compagnia delle Opere avverte: «Il clima di burrasca è sempre all’orizzonte». E annuncia una manovra «targettizzata». Mirata, cioè. [
Le parti sociali, però, traducono quel «target» in modo assai meno lusinghiero. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini teme uno «spezzatino» di «mance». Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini parla di «marchette». E anche la segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola paventa una pioggia di «bonus elettorali». [
La legge di bilancio arriverà in Consiglio dei ministri la prossima settimana, assicura Giorgetti. I conti, però, non sono chiusi. Il Tesoro attende ancora da Bruxelles la «rifinitura» dei margini della clausola di salvaguardia per energia e difesa. «Un conto è fronteggiare il rincaro delle materie prime, un conto è affrontare sia questo che l’aumento dei tassi di interesse», avverte. Rivendica il «puro realismo» portato ai tavoli europei, dove qualcuno ha considerato l’Italia persino «spendacciona». E promette misure «molto ragionate». Ogni partito ha le sue sensibilità, ma «la rotta deve essere sicura».
Alla Lega, però, la prudenza non basta. La mozione congressuale reclama anche una flat tax del 5% per gli under 35, su redditi fino a 35mila euro, nei primi cinque anni di lavoro. E la stabilizzazione della detassazione al 5% degli aumenti contrattuali. Una lista impegnativa, quando il ministro chiede di misurare ogni euro. E le richieste aumentano mentre i fondi sono fermi.Il senatore Claudio Borghi detta le sue condizioni identitarie: pensioni a 64 anni e flat tax per gli autonomi fino a 100mila euro di ricavi. «Se non ci sarà, ci arrabbiamo». Convinceranno Giorgetti? «Secondo me, sì», assicura Borghi.
(da Repubblica)
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Ottobre 25th, 2026 Riccardo Fucile
SORGI: “SE NON VOGLIAMO RITROVARCI COME LA FRANCIA CON LE SUE PERIFERIE INGOVERNABILI, BISOGNA CHE ACCANTO ALLA MACCHINA DELL’ORDINE PUBBLICO SE NE MUOVA UN’ALTRA CAPACE DI INTERVENIRE NELLA SOCIETÀ PER AFFRONTARE LA GRANDE CRISI SOCIALE…”
Era abbastanza scontato che dopo il week end di guerriglia di sabato e domenica scorsi, il bilancio della giornata di ieri, malgrado tensioni e anche scontri, con feriti, tra manifestanti e forze dell’ordine registrati a Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma e Napoli, e malgrado le centinaia di fermi, sarebbe stato, complessivamente, meno pesante. Meglio così. E d’altra parte, sfidare l’eccezionale servizio d’ordine messo a punto dal Viminale e dalla Difesa, con poliziotti, carabinieri e soldati delle Forze Armate schierati fianco a fianco, avrebbe significato per il “Movimento 17 Ottobre” un suicidio, non solo politico, ma dei militanti.
Dopo un breve periodo di stordimento il governo aveva annunciato che l’unica cura, contro questi ragazzi violenti, non poteva che essere il bastone e il carcere. Ma basterà? E qui si apre il secondo corno della questione, non soltanto perché il Presidente della Repubblica ha invitato a un’attenta analisi di quel che sta accadendo.
La sensazione è che possa non bastare ciò che è stato deciso con l’ottavo decreto sicurezza – beninteso, subito firmato da Mattarella, seppure dopo qualche correzione, perché si tratta di una legittima scelta politica del centrodestra.
È impossibile ripetere ogni sabato e domenica una mobilitazione di forze dell’ordine e soldati come quella di ieri.
Sarebbe una sorta di militarizzazione del Paese, che, pur mirata a diffondere un maggiore senso di sicurezza, specialmente in quartieri di città disavvezzi da tempo alla violenza paraterroristica (vedi Milano), alla fine cambierebbe il volto dell’Italia […] . Per intendersi, una copertura come quella organizzata ieri non si ebbe in modo continuativo neppure ai tempi del terrorismo, quando appunto la lotta contro organizzazioni come le Brigate rosse
In questo caso l’insidia è diversa: non c’è nessuno di questi giovani, a quel che sembra dalle prime indagini, che pensi di fare o rifare la rivoluzione. Nel caso delle seconde generazioni, vogliono semplicemente costruirsi una vita migliore di quella dei loro padri e madri immigrati, che si spaccano la schiena perché spesso, troppo spesso, hanno accettato condizioni di sfruttamento indegne dell’Italia.
E allora, se non vogliamo ritrovarci, nel giro di qualche anno, come la Francia con le sue periferie ingovernabili, che anche in questo sabato ha vissuto la sua giornata di follia, bisogna che accanto alla macchina dell’ordine pubblico, la quale, va detto, nell’insieme ha funzionato, se ne muova un’altra, come chiamarla?, capace di intervenire nella società per affrontare la grande crisi sociale cresciuta negli ultimi tempi, i cui sintomi sono ormai diventati preoccupanti.
Marcello Sorgi
per “La Stampa”
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Ottobre 25th, 2026 Riccardo Fucile
LA DESTRA “ORDINE E SICUREZZA” È AL GOVERNO DA QUATTRO ANNI, AVREBBE DOVUTO PREVENIRE GLI SCONTRI DI MILANO, NON INTERVENIRE A VETRINE SFASCIATE
Fermi tutti: con il fermo del 30enne Youssef Siher è tutto finito! Dimenticate le scene di
caos del 17-18 ottobre, l’Italia è di nuovo in pace. È questa la realtà per chi si informa nei tiggì Rai o legge i giornaloni pro-Governo. Ma è davvero così? Manco per niente.
C’è qualcosa di molto opaco dietro la vicenda del ricercatore-giornalista pro-pal fermato ieri alla vigilia delle manifestazioni contro il riarmo e per il caro-vita in tutta Italia. Qualcosa che “puzza”. Non è un caso che a dare l’anticipazione esclusiva dell’identificazione e del fermo sia stato il Tg1 di Gian Marco Chiocci.
La sensazione è che sia stata l’ennesima trovata per eccitare il consenso trovando un caprone espiatorio perfetto. Negli articoli degli “esperti” di intelligence, oggi, si sottolinea come Siher sia noto ai servizi da anni: veniva monitorato dal 2014, quando aveva fondato l’organizzazione “alba nascente” e iniziato a propagandare teorie islamiste e vicine ai fondamentalisti di “Hamas”.
Pensare che sia tutto risolto con il fermo del “capo dei maranza” è ovviamente una stronzata: le proteste che stanno dilagando in Italia non hanno una regia politica, né un’ideologia precisa. Ci sono i “maranza” milanesi interessati solo alle felpe e alle sneakers, i collettivi universitari romani, i sindacati, i “professionisti della piazza” di Bologna, ma anche tanti giovani “comuni”.
Senza considerare che se davvero Siher era monitorato, e fosse lui il “regista” del caos della scorsa settimana, si tratterebbe di un fallimento evidente dell’intelligence. Invece che trovare l’organizzatore delle piazze e portarlo in questura dopo, avrebbero dovuto prevenire, per evitare le violenze, gli assalti e la trasformazione di Milano in uno scenario di guerra. L’Italia ha un governo di destra, tutto “ordine e sicurezza”, da quattro anni: è mai possibile che ogni settimana i cittadini debbano vivere nel terrore di finire tra le sassaiole?
Ai malfidati come noi sembra tutto uno specchietto per gli allocconi: come la protesta al sud, “nascosta” dai tiggì e dai media tradizionali per dare spazio alle vetrine spaccate di Milano, anche la vicenda Siher sa tanto di operazione studiata a tavolino. E nel frattempo, invece che incastrare la Ducetta col vizio del manganello, la sinistra riunisce i correntoni, discute di poltrone e soldi e si spacca sull’Ucraina. Bravi!
(da Dagospia)
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Ottobre 25th, 2026 Riccardo Fucile
LA NOSTRA RIFLESSIONE SU DISORDINI ED ORDINI: CCA NISCIUNO E’ FESSO
La storia d’Italia degli anni di piombo ci riporta spesso alla “strategia della tensione” su cui sono stati scritti interi tomi e spese decine di inchieste giornalistiche. Alla base delle quali c’era il sospetto, se non la convinzione che i disordini di piazza “degli opposti estremismi” vedessero un burattinaio che tirasse le fila per rafforzare di fatto i governi dell’epoca, travolti da corruzione e inefficienza ma pur sempre “baluardi della democrazia”.
Allora la destra era all’opposizione e si lamentava delle trame per screditarla, oggi la sedicente destra sovranista governa il paese, anche se in grande difficoltà, contestata da varie categorie sociali e con la prospettiva di venire sconfitta alle elezioni.
Veniamo ai giorni nostri. Dopo i disordini di una settimana fa il governo vara misure repressive e promulga norme degne dei regimi militari, con relativo intervento dell’esercito a Milano e grande battage pubblicitario. C’è chi dice che ciò sia avvenuto in seguito a un sondaggio riservato del Governo che assicura che il “pugno di ferro” farebbe recuperare al centrodestra in difficoltà un paio di punti in percentuale. Detto fatto: scatta l’enfatizzazione di una “centrale operativa” identificata in un tale “Movimento 17 ottobre” che convoca e sconvoca mobilitazioni dei potenziali “casseur”, non piu’ espressione degli “antagonisti” dei centri sociali, ma cani sciolti che devono subito essere identificati per convenienza in “maranza di seconda generazione” (in realtà solo una minoranza tra i contestatori di piazza).
Vengono così oscurate le reali ragioni sia della protesta degli studenti che il disagio sociale delle periferie urbane e dei giovani emarginati ed esclusi dal lavoro.
Si crea un clima da assalto al Parlamento e alle forze dell’ordine per oggi, dove tutti sono ad aspettare le 14,30 per sapere da quale molo buttarsi a mare, come nei migliori gialli. Ed ecco che il Viminale informa un attimo prima dell’ora fatidica che le forze dell’ordine “sono riuscite a identificare il responsabile della pagina social del “Movimento 17 ottobre”, tale Youssef Siher, attivista pro Pal, giornalista freelance, politologo e studioso, una laurea in Comunicazione e un master in Scienze politiche presso l’Università degli studi di Milano.
Fermato e indagato per “istigazione a delinquere con finalità di terrorismo” da un governo che ha liberato e riaccompagnato a casa in Libia un criminale violentatore di bambini, disobbedendo a un mandato di cattura internazionale. Ma in questo caso, il punto è un altro, non facciamoci distrarre.
Cosa esce fuori dopo? Che Youssef Siher era da due anni un nome noto e attenzionato dagli 007 dell’Aisi per la sua presunta vicinanza a organizzazioni palestinesi. In soldoni: era un soggetto “seguito e monitorato” dai nostri servizi segreti.
Un soggetto che avrebbe creato il sito “Movimento 17 ottobre” quindi a “insaputa” dei servizi che lo sorvegliavano?
La versione del Viminale è che sarebbe stato individuato grazie “alla polizia postale” che sarebbe risalita al suo IP grazie alla collaborazione di Meta (una prassi alla stregua di un molestatore social qualsiasi).
E caso strano Youssef Siher è stato fermato pochi minuti prima delle 14.30, lasciando a secco gli aspiranti casseur che avevano già lavato le tute nere per l’occasione.
Un finale degno dei film americani quando le forze speciali bloccano il terrorista un attimo prima che schiacci il tasto che farebbe esplodere i palazzi del potere.
Una strana coincidenza, mentre nelle piazze militarizzate le forze dell’ordine identificano a raffica e l’elettore medio del centrodestra può andare a fare shopping senza essere disturbato da “giovinastri facinorosi” e dai lacrimogeni.
Il cerchio si chiude, domani un bel sondaggio confermerà che il governo ha recuperato un paio di punti.
Alla prossima (se non bastassero)…
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Ottobre 25th, 2026 Riccardo Fucile
“QUEL CHE COLPISCE E’ LA VOGLIA MATTA DI CHIUDERE CON L’IMPICCAGIONE ALL’ALBERO DELLA PRESUNTA COPA DI QUESTA PERSONA
Replicare alle violenze di strada a Milano con la mostrificazione di qualcuno a cui si
potessero cucire i panni del terrorista. La voglia di un mostro purchessia, la necessità di esibire un volto contro cui vomitare addosso tutte le accuse sembra la prima urgenza di una destra, politica e giornalistica, affamata.
Ieri pomeriggio contro Youssef Siher, in passato giornalista free lance, che nella redazione del Fatto online ha svolto nel 2022 uno stage seguito da una collaborazione sporadica (nel 2025 ha firmato due articoli sulla Tunisia, nel 2026 nessun articolo) come ha avuto altrove altre esperienze lavorative, ricercatore con ottime competenze e referenze, c’era una nota della Digos che indaga sul suo conto per istigazione a delinquere a fini di terrorismo. Non ancora un magistrato che avesse formalizzato l’accusa, men che mai un giudice che l’avesse convalidato.
Le devastazioni ci sono state e certo non conosciamo il suo livello di responsabilità. Aspettiamo che i fatti e le attività a lui contestate siano specificate e rese pubbliche nel dettaglio al più presto. Quel che colpisce è la voglia matta di chiudere con l’impiccagione all’albero della colpa di questa persona, italiano di genitori marocchini, la crisi sociale di giovani e giovanissimi che gravitano nelle periferie degradate delle nostre città, esplose nelle devastazioni che ha vissuto la settimana scorsa Milano.
Attribuire al manganello della polizia lo strumento risolutivo della contesa e chiuderla così. Se chi rompe paga, come ha detto la presidente del Consiglio, e certo è un motto corretto e condiviso, che ogni italiano ricorda da quando bambino se lo sentiva dire in casa, è necessario che accanto alla voglia di far pagare chi rompe, venga anche spiegato cosa si fa perché nessuno rompa, cosa si spende per chi si affaccia nel mondo del lavoro, come si sostiene chi nasce in una famiglia povera, quali luoghi, oltre al marciapiede, può frequentare.
Già che c’è la presidente del Consiglio potrebbe spiegare se e come sono stati spesi i danari del più grande fondo di rinascita (il famigerato Pnrr) il cui principale capitolo di spesa era quello di finanziare le politiche per la nuova generazione.
Il next generation Eu, do you remember? Oltre ai manganelli il Parlamento dovrebbe interrogarsi su cosa è stato fatto, i soldi dove sono finiti, cosa si dice a chi oggi non ha nè un lavoro, nè un futuro, e a coloro che pur avendo un impiego pensano di perderlo in favore dell’intelligenza artificiale.
Più che mettersi all’ascolto delle proteste il governo dovrebbe mettersi al lavoro, ammettere le proprie responsabilità, illustrare le idee che gli sono venute per affrontare o almeno mitigare la crisi. Invece di restare con le mani in mano, anzi con il manganello in mano e un nuovo mostro da sbattere in tv.
(da il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 25th, 2026 Riccardo Fucile
“DA MINISTRO CREDO DI AVER FATTO ABBASTANZA”: SU QUELLO SIAMO TUTTI D’ACCORDO
“Mai sognato di chiedere arresti di massa ragazzi. L’obiettivo e’ prevenire. Ricandidarmi? Torno alla famiglia, al nuoto, ai gatti”. Cosi’ il ministro della giustizia Carlo Nordio in una intervista al Corriere della Sera. Gli arresti di massa per minori? “Mai sognato di dirlo – specifica – Chi lo sostiene non ha visto la mia intervista a Sky Tg24 o la interpreta a suo uso e consumo. In carcere ci sono tre minori. Non ce li ho mandati io, ma la magistratura perche’ li ha ritenuti ‘socialmente pericolosi’. Il problema e’ che gli istituti minorili sono affollati e hanno posti limitati, 3 in un giorno gia’ significa aumentare la capienza in modo insostenibile. Non lo auspico, ma se gli arresti continuassero, il problema si porrebbe”.
Nordio ha detto che “la famiglia deve educare, la scuola provvedere all’educazione civica e le parrocchie o le associazioni, all’aggregazione. In tema di ordine pubblico occorre prevenire e abbiamo istituito il fermo preventivo che non e’ carcere ma un controllo. Ma, in casi come Milano, purtroppo come extrema ratio servono misure coercitive”. Per il futuro Nordio esclude di ricandidarsi: “Il prossimo anno compio 80 anni. Da ministro credo di aver dato abbastanza – spiega – e battuto il record di longevita’. Rifarlo sarebbe stucchevole. Sono gratissimo a Giorgia Meloni per l’opportunita’, ma alla mia eta’ credo di aver diritto a tornare alle mie letture, al nuoto, alla famiglia e ai gatti
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2026 Riccardo Fucile
“I CAPI E I CAPETTI (MOLTI) CHE RONZANO INTORNO ALLA SEGRETARIA DOVREBBERO SAPERE CHE LA SICUREZZA È UNA PRIORITÀ ANCHE PER I LORO ELETTORI: IL 52% RITIENE CHE SARÀ L’ARGOMENTO SU CUI SI VINCERANNO O PERDERANNO LE ELEZIONI”
Il tema non è stabilire perché lo Sbirro e l’Esattore abbiano sentito la necessità di
fondare l’ennesimo nuovo partito chiamato “Più Uno”, che va a collocarsi nel fantasmagorico Campo largo. Il tema, il mistero glorioso, l’inghippo da accertare, e che scatena stupore, è perché Franco Gabrielli e Ernesto Maria Ruffini non siano due colonne del Pd, perché il Pd non li abbia chiamati, blanditi, convinti a entrare nei suoi ranghi.
Davvero Elly Schlein ha tanto di meglio, tra i suoi? No, francamente proprio non sembra che nell’ex convento del Nazareno si aggirino personalità moderate con il rango che, nelle rispettive competenze, può essere attribuito a Gabrielli e Ruffini.
L’altro giorno ripassavo mentalmente la carriera del primo: cresciuto dentro la sagrestia d’Italia che fu la Dc, negli anni è stato prefetto di Roma e dell’Aquila, capo della polizia, capo della Protezione civile e capo dei Servizi segreti.
Mario Draghi, nel suo governo, lo nominò sottosegretario affidandogli proprio la delega ai Servizi. Ho pure pensato a come Gabrielli non si sia mai fatto bastare soltanto il talento e il coraggio del grande sbirro: ma abbia invece sempre cercato di aggiungere ai suoi incarichi un profondo senso delle istituzioni.
Come mai uno così non è stato chiamato dai dem? I capi e i capetti (molti) che ronzano intorno alla segretaria dovrebbero sapere che la sicurezza è una priorità anche per i loro elettori: il 52%, addirittura, ritiene che sarà l’argomento su cui si vinceranno o perderanno le elezioni.
Quanto a Ruffini: l’ex direttore dell’agenzia delle Entrate sarebbe stata una figura fondamentale in un partito che si batte contro l’evasione fiscale, che in Italia ammonta a 112 miliardi l’anno, tutti soldi che, se recuperati, si potrebbero usare per costruire ospedali e asili, per pagare meglio le forze dell’ordine e gli insegnanti. Ma è andata così.
Fabrizio Roncone
per il “Corriere della Sera”
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