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AL SUD CONTINUANO LE PROTESTE DEGLI AUTOTRASPORTATORI CONTRO IL CARO CARBURANTE, PORTI E AUTOSTRADE BLOCCATI

Ottobre 20th, 2026 Riccardo Fucile

PRESIDI IN CALABRIA, MOLISE E BASILICATA

Continuano i blocchi alla circolazione nel Sud Italia per le proteste degli autotrasportatori a causa dell’aumento del prezzo del carburante. Dalla mattina di lunedì 19 ottobre la circolazione è rallentata o addirittura bloccata lungo importanti snodi autostradali tra l’A1e l’A30 in Campania. In Calabria situazione simile in provincia di Cosenza, dove è stato attivato un nuovo presidio nel Comune di Fuscaldo sulla statale nel tirreno cosentino. Presidi di tir anche in tutti gli ingressi di Potenza in Basilicata. Infine, in Sicilia presidi in tutti i porti della regione, mentre rimane libero il transito via terra dell’ortofrutta nello Stretto di Messina. La situazione più critica rimane però in Molise dove camion, tir e trattori hanno raggiunto il centro di Campobasso per manifestare contro il caro carburante. I manifestanti indossano gilet gialli con slogan come «Anche il Sud è Italia». Le proteste andranno avanti almeno fino al 20 ottobre, quando è stato convocato un incontro con il ministro dei trasporti Matteo Salvini.
Quali sono i disagi e le strade bloccate al Sud
Sulla A1 Milano-Napoli, infatti, nella notte è stato temporaneamente chiuso il nodo con la A30 Caserta-Salerno per chi proviene da Napoli. Questo blocco ha causato chilometri di code tra Villa Literno- Pomigliano e la barriera di Napoli Nord e Caserta Nord verso Roma. In Calabria, invece, è stato attivato un nuovo presidio nel Comune di Fuscaldo sulla statale nel tirreno di Cosenza. All’alba decine di Tir hanno raggiunto un punto di ritrovo vicino a un distributore di carburante, occupando la carreggiata in direzione Sud. A Potenza, in Basilicata, ci sono invece presidi sul raccordo dell’autostrada Potenza-Sicignano degli Alburni, mentre nella regione la situazione nei distributori di carburante è tornata quasi alla normalità.
Cosa sta succedendo in Molise
La situazione più delicata si registra in Molise dove in diversi supermercati ci sono seri problemi di approvvigionamento, con scaffali vuoti soprattutto nei reparti di frutta, verdura e panetteria. Queste difficoltà sono dovute alle mancate consegne per via delle mobilitazioni che da giorni interessano il Molise e la Puglia e che sono proseguite anche nella mattinata del 19 ottobre. Camion, tir e trattori sono arrivati per manifestare a Campobasso provocando disagi alla circolazione. Questi avevano addosso gilet gialli con slogan come «Anche il Sud è Italia», «Il lavoro che muove l’Italia» e «Agricoltura è vita».

(da agenzie)

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“LE LIMITAZIONI ALLA CONDIVISIONE DI INFORMAZIONI DI INTELLIGENCE E LA RIDUZIONE DELLA VELOCITÀ DI STARLINK NON SONO PIÙ SEMPLICI MINACCE MA UNA REALTÀ”. ZELENSKY, INTERVISTATO DAL “CORRIERE DELLA SERA”, RIVELA CHE TRUMP GLI HA GIA’ TAGLIATO GLI AIUTI: “SE I RUSSI CI COLPISCONO E NOI NON POSSIAMO RISPONDERE, È INGIUSTO. HO DETTO: SE PER VOI ALLEATI È NECESSARIO, E NON RIUSCITE A FERMARE PUTIN, DATECI ALMENO GLI INTERCETTORI PER PROTEGGERE LE INFRASTRUTTURE ENERGETICHE. INVECE QUEI MISSILI NON CE LI HANNO DATI: CI CHIEDONO SOLTANTO DI FERMARCI”

Ottobre 20th, 2026 Riccardo Fucile

“LA RUSSIA CONDUCE DA TEMPO UNA GUERRA IBRIDA CONTRO L’EUROPA, ANCHE CONTRO ITALIA, FRANCIA, GRAN BRETAGNA E GERMANIA. PASSA ATTRAVERSO TV, MEZZI D’INFORMAZIONE, INTERNET E SOCIAL NETWORK. I CITTADINI NON DEVONO ESSERE MANIPOLATI DA CAMPAGNE RUSSE…”

«Le limitazioni alla condivisione di informazioni di intelligence e la riduzione della velocità di Starlink non sono più semplici minacce ma una realtà. È ingiusto nei nostri confronti. Restiamo grati al popolo americano e alla squadra di Trump. Ma tra partner deve esserci onestà».
È suonato da poco l’ennesimo allarme quando Volodymyr Zelensky entra in una sala del palazzo presidenziale. Il leader ucraino ha appena concluso una telefonata con Papa Leone XIV sulle evacuazioni dei civili rimasti intrappolati nei territori occupati dalla Russia, compresi gli abitanti di Oleshky rimasti senza cibo […]
Ha detto di considerare ancora Trump un alleato, ma che le sue scelte spingono l’Ucraina verso la capitolazione. È ancora possibile collaborare con lui?
«Il rapporto strategico con gli Stati Uniti è sempre stato importante […] Non voglio nascondere nulla al presidente americano. Possiamo avere opinioni e interessi diversi, ma i nostri popoli hanno molto più in comune di quanto ne abbiano America e Russia. La collaborazione esiste: riceviamo armi americane attraverso programmi finanziati dagli europei. Oggi quelle armi le paghiamo. […]».
Che cosa ha proposto a Trump?
«Se i russi ci colpiscono e noi non possiamo rispondere, è ingiusto. Ho detto: se per voi alleati è necessario, e non riuscite a fermare Putin, dateci almeno gli intercettori per proteggere le infrastrutture energetiche. Invece quei missili non ce li hanno dati: ci chiedono soltanto di fermarci. Poi arrivano le limitazioni dell’intelligence e la riduzione della velocità di Starlink. Non sono più semplici minacce: le restrizioni ci sono state. È ingiusto nei nostri confronti. tra partner deve esserci onestà».
La trattativa con gli americani può ripartire, magari dopo le midterm?
«Ieri abbiamo parlato con il gruppo negoziale di Trump. Ho detto che siamo pronti: se vogliono discutere di negoziati e di un accordo di pace con Putin, siamo sempre aperti».
Putin propone un incontro con Trump e Xi senza l’Ucraina. Teme che decidano il vostro futuro senza di voi?
«Purtroppo la progressiva uscita di Putin dall’isolamento è già cominciata. [Se si parla dell’Ucraina, però vorremmo che fosse interpellata l’Ucraina».
Putin considera non negoziabile la sua «fascia di sicurezza» in territorio ucraino. Quali garanzie occidentali renderebbero sicuro un cessate il fuoco?
«Il formato migliore comprende tre elementi: l’esercito ucraino, l’Unione europea e la Nato. Il nostro esercito è una garanzia concreta e può rafforzare quelli europei con la sua esperienza e la forza del suo personale. La Nato significa appartenere alla stessa alleanza di sicurezza, con diritti giuridici da alleati. L’ingresso nell’Ue dipende dall’Europa; quello nella Nato dall’Europa e dagli Stati Uniti. Se non sarà la Nato, quale alternativa ci viene offerta? Siamo pronti a discutere garanzie equivalenti, anche con un altro nome, ma devono avere la stessa forza giuridica. Non parliamo soltanto di ciò che desideriamo, ma di ciò che può funzionare. La Nato sarebbe un deterrente per entrambe le parti».
A Bruxelles ha chiesto altri 70 miliardi per il 2027 e 300 intercettori Patriot per l’inverno. Se gli aiuti non arrivano in tempo?
«L’Europa deve aiutare l’Ucraina e l’Ucraina aiuterà sempre l’Europa: siamo parte di un insieme. Abbiamo acquisito un’esperienza enorme da condividere sul piano tecnico, tecnologico e giuridico. Alcuni Paesi dispongono di missili Patriot: bisogna aiutarci a prepararci all’inverno. È interesse di tutti. Se il cielo sarà protetto, le persone resteranno il più possibile in Ucraina. Se avanzeremo verso la fine della guerra, torneranno».
Al Consiglio europeo ha avvertito che i rifugiati ucraini potrebbero aumentare. Teme che la propaganda russa sfrutti un tema così sensibile per dividere l’Europa?
«La Russia conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa, anche contro Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania. […] passa attraverso televisioni, mezzi d’informazione, Internet e social network. I cittadini hanno diritto di essere soddisfatti o insoddisfatti dei propri governi, non devono essere manipolati da campagne russe. Come vivere e chi eleggere devono deciderlo italiani, francesi, ucraini, spagnoli. Non i russi. Mosca sfrutta il tema migratorio Usa qualsiasi argomento che possa dividere: religione, lingua, questioni di genere».
In agosto definiva le elezioni in guerra uno «tsunami». Ora è disponibile a organizzarle con una tregua. Che cosa è cambiato?
«Le elezioni si terranno e dovranno poter votare i militari al fronte, gli ucraini all’estero e quelli nel Paese. Ma sotto droni e missili come si organizzano elezioni aperte e democratiche, con osservatori occidentali? Non credo sia possibile […]».
Non teme che rinviare il voto indebolisca la democrazia ucraina?
«Agli americani che chiedono di cambiare presidente rispondo: lasciate che siano gli ucraini a occuparsi delle proprie elezioni e a scegliere, nel rispetto della legge».
Anche in Europa si avvicinano elezioni importanti. Teme che nuovi governi riducano il sostegno a Kiev?
«Con Giorgia Meloni abbiamo un rapporto eccellente e le auguro di continuare a essere una guida stabile per l’Italia, ma scegliere è un vostro diritto. Costruire relazioni non è semplice; distruggerle è facilissimo».

(da Corriere della Sera)

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LA REAZIONE DEI GENITORI DEI RAGAZZI CHE HANNO ASSALTATO I NEGOZI A MILANO E’ DI SCONCERTO E INCREDULITA’: NON AVEVANO IDEA DI COSA FACESSERO I LORO RAGAZZI NE’ LI IMMAGINAVANO CAPACI DI TALE VIOLENZA

Ottobre 20th, 2026 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DEL “CORRIERE”: “FUORI DALLA QUESTURA C’È LA MAMMA ITALIANISSIMA E MILANESISSIMA CHE LASCIA LA SUA JEEP RENEGADE GRIGIA IN DIVIETO DI SOSTA PER RIABBRACCIARE SUO FIGLIO. UN BACIO, E VIA INSIEME. E C’È IL PAPÀ ROMENO CHE PROVA A SBOLLIRE LA RABBIA PER LA ‘VERGOGNA’: ‘VENIRE QUA DOPO 30 ANNI IN ITALIA A SPACCARMI LA SCHIENA TUTTI I GIORNI AL LAVORO. SONO DELUSO. SE MIO FIGLIO HA SBAGLIATO, PAGHERÀ’”

La fotografia più nitida degli aspiranti casseur che hanno portato il caos e saccheggiato per due giorni il centro di Milano la si può scattare sul marciapiedi di via Fatebenefratelli. È qua che dall’alba di ieri, e per ore, s’accalca una piccola folla Sono mamme e papà. Italiani, stranieri, di seconda generazione. Sono disperati, increduli, preoccupati, infuriati per i propri figli. adolescenti, e in alcuni casi poco più che bambini, italiani, tunisini, ucraini, marocchini, romeni, ma tutti vestiti uguali, con la stessa parlata, e gli stessi atteggiamenti e tic da duri che a prima vista sembrano cancellare ogni differenza.
C’è la mamma — italianissima e milanesissima — che lascia la sua Jeep Renegade grigia in divieto di sosta per (letteralmente) riabbracciare suo figlio. Un bacio, e via insieme. E c’è il papà romeno che con una sigaretta prova a sbollire la rabbia per la «vergogna»: «Venire qua dopo 30 anni in Italia a spaccarmi la schiena tutti i giorni al lavoro…». «Sono deluso. Se ha sbagliato, pagherà».
Ltaief spiccica giusto qualche parola di italiano. È arrivato dalla Tunisia quattro anni fa. Sul display del telefonino mostra la clip di TikTok che ha documentato il momento in cui suo figlio viene portato via dagli agenti. Il ragazzo ha 17 anni. E in questura c’è finito pure il fratellino più giovane.
La sua incredulità è quella di molti in questa fila silenziosa. «Quando ieri sera sono tornato a casa mio figlio non c’era — racconta un padre egiziano —. L’ho chiamato. Mi ha detto che era con gli amici in centro a Milano». «Sì, anche per me è stato uguale», gli fa eco una mamma marocchina: «Mi ha detto che era in Duomo con un amico, che c’era casino. Credo si sia trovato in mezzo».
Tra i ragazzini che escono, i più non smettono i panni da duro. Un paio se la prende con gli agenti di guardia. Uno appallottola il foglio consegnatogli prima del rilascio, e lo butta a terra. Quasi tutti s’affrettano ad accendersi la sigaretta, e a rimettersi in testa il cappellino. Anche Hassan protesta, per quelle «19 ore» passate dentro. «Non ci sta quello che hanno fatto», dice. E il riferimento è ai poliziotti, non ai saccheggiatori.
Domenica era arrivato da San Zenone al Lambro: «Abbiamo visto sui social che sabato c’era stato casino, e abbiamo detto “andiamo a vedere”. Siamo usciti dal metrò… e mi hanno acchiappato. Ma io non ho fatto niente».
Le reazioni di mamme e papà sono invece (molto) diverse tra loro. Vince l’ansia. Qualcuno pensa solo a riabbracciarli e baciarli. Altri sono rabbiosi. Come quel padre, italiano, che accoglie il suo ragazzo con un «sarei stato contento se ti avessero spaccato la testa, guarda. Te la spaccherei io».

(da Corriere della Sera)

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CHI C’È DIETRO “ITALIA IN PIAZZA”, L’ACCOUNT INSTAGRAM CHE IN 13 GIORNI HA PORTATO MIGLIAIA DI GIOVANI NELLE STRADE? DA BABYDR4GO, RAPPER ITALIANO DI SECONDA GENERAZIONE, CHE PUBBLICA CANZONI SU SPOTIFY (“SECONDA GENERAZIONE UNITA SENZA DIVISIONE PAGHERÀ LA TUA PENSIONE”) A ERICK JARA, GIÀ CANDIDATO CON “MILANO LIBERA”, DAI MOVIMENTI CHE METTONO INSIEME VANNACCIANI E COMUNISTI FINO A NICOLA FRANZONI, LEADER NO VAX, GIÀ ARRESTATO NELL’INCHIESTA SULL’ASSALTO ALLA CGIL DEL 2021

Ottobre 20th, 2026 Riccardo Fucile

DOPO GLI SCONTRI, NELLE CHAT EMERGE LA TRASFORMAZIONE: GLI AMMINISTRATORI DIFFONDONO UNA GUIDA SU COME EVITARE GLI ARRESTI, LACRIMOGENI E MANGANELLI. ALCUNI UTENTI CONDIVIDONO UN VECCHIO MANUALE ANARCHICO E DISCUTONO DI COME PREPARARSI AGLI SCONTRI – SECONDO L’INTELLIGENCE, CHI HA ACCESO LA MICCIA SAPEVA QUELLO CHE FACEVA. IL MECCANISMO ERA GIÀ STATO SPERIMENTATO A CEUTA: UN APPELLO SUI SOCIAL DIVENTATO UNA MOBILITAZIONE CHE HA MESSO IN GINOCCHIO LA SPAGNA

Il 4 ottobre non esistevano. Tredici giorni dopo hanno portato migliaia di ragazzi nelle piazze italiane, fino agli scontri che hanno devastato il centro di Milano. Ma chi sono quelli di Italia in Piazza? Sembravano appelli senza un padre. Messaggi comparsi sui social, senza una firma, un’organizzazione, un leader.
Eppure, secondo l’intelligence, chi ha acceso la miccia sapeva quello che faceva. Il meccanismo era già stato sperimentato a Ceuta: un appello sui social diventato una mobilitazione che ha messo in ginocchio la Spagna. In Italia il resto lo ha fatto il tempismo.
La convocazione è arrivata mentre le immagini delle proteste dei giovani francesi rimbalzavano sui telefoni. Un effetto emulazione che ha moltiplicato le adesioni.
Il 4 ottobre compare l’account Instagram @italiainpiazza17. Il manifesto convoca la protesta del 17 ottobre, definendola una «riunione pacifica dei cittadini, sancita dall’articolo 17 della Costituzione».
Sono ragazzi nati dopo il Duemila, comunicano su Instagram, Telegram e Spotify, sventolano tricolori e bandiere palestinesi. Nascono pagine territoriali a Milano, Roma, Torino e Brescia. Il passaparola raggiunge anche chi non ha mai manifestato.
Ma attorno alla spontaneità compaiono realtà già organizzate. I contenuti vengono rilanciati nelle prime ore per esempio da Erick Jara, già candidato con Milano Libera, dal movimento Nuovi italiani e da pagine come quella del Fronte rivoluzionario italiano.
C’è Rinascenza, fondata nell’aprile 2020 da Alessandro Porto, movimento di rigenerazione culturale e sociale. A Monza una sua articolazione ha proposto ronde «anti maranza» con giacche antitaglio e piccoli scudi. Dà visibilità alla protesta anche il Partito dei Carc.
È un miscuglio che mette insieme vannacciani e comunisti, a riprova che i contenuti in questa storia sono un optional. I protagonisti sono soprattutto giovanissimi. A Milano il preavviso alla Questura viene firmato da un diciassettenne accompagnato dalla madre.
A Roma organizzano Aura Asara e Ludovica Calvitti, due universitarie. «Ci siamo trovati a inizio ottobre sotto i commenti di un video postato su TikTok», racconta Aura.
Al corteo partecipa Babydr4go, rapper italiano di seconda generazione, che pubblica canzoni su Spotify e parla ai follower su Instagram. In Fosforo Bianco canta: «Seconda generazione unita senza divisione pagherà la tua pensione». Il 17 ottobre a Roma manifesta con una sigla distinta anche Nicola Franzoni, leader no vax, già arrestato nell’inchiesta sull’assalto alla Cgil del 2021. Hanno intuito qualcosa, i professionisti della tensione, e cercando un dividendo.
Il 17 ottobre a Milano arriva quello che tutti gli organizzatori giurano di non aver previsto: la violenza. Gli scontri, bombe carta, transenne contro gli agenti, saccheggi. Dopo quella giornata la galassia cambia. Accanto a Italia in Piazza compare il Movimento 17 ottobre, che annuncia «mobilitazione permanente ogni sabato, fino alla caduta di questo governo ladro». Primo appuntamento il 24 ottobre, alle 15, in otto città. Instagram supera i 5mila follower, Telegram quasi. Gli amministratori si firmano M1710: «Raggiunto un certo numero di membri lo dividiamo per città».
SÈ nelle chat che emerge la trasformazione. Gli amministratori diffondono «Safer in the street», guida su arresti, lacrimogeni e manganelli. Alcuni utenti condividono un vecchio manuale anarchico e discutono di come prepararsi agli scontri. «Ci vuole più organizzazione sia per lo scontro che per la difesa, molti ieri sono stati colpiti gravemente», scrive un partecipante.
Un altro chiede «formazione» per affrontare la polizia. In una conversazione compare un sondaggio sui negozi da devastare: Sephora, Unieuro, Foot Locker, Rolex, Armani e Snipes.
Qualcuno vota, altri prendono le distanze. Sui social compare il video di un senzatetto che riceve merce sottratta durante i saccheggi: «Esproprio proletario a Milano». La paura degli arresti produce nuove regole. Gli amministratori invitano a non usare nomi reali, a nascondere i numeri di telefono, a evitare foto riconoscibili.

(da Repubblica)

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“QUALCUNO È A CACCIA DI NEMICI A SCOPO ELETTORALE MA NOI A QUESTO GIOCO NON CI STIAMO”. IL PRESIDENTE DELL’ANM, GIUSEPPE TANGO, RISPONDE A GIORGIA MELONI CHE S’E’ RIFIUTATA DI APPLICARE LA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO SUGLI ARRETRATI AI GIUDICI (“IO NON FIRMO UN DECRETO PER DARE UN MILIARDO DI EURO AI MAGISTRATI”)

Ottobre 20th, 2026 Riccardo Fucile

“È FALSO CHE AVREMO UN BONUS DA 100MILA EURO. È PURA MENZOGNA. E’ UNA VECCHIA STRATEGIA: ORIENTARE IL RISENTIMENTO CONTRO UNA SPECIFICA CATEGORIA. COSI’ SI GESTISCE IL CONSENSO E SI CERCA DI RIMBALZARE ALTROVE IL MALCONTENTO PUBBLICO”… LA VERITA’ E’ CHE PER SEI ANNI DI ARRESTRATI NON CORRISPOSTI UN MAGISTRATO PRENDERA’ TRA 5.000 E 15.000 EURO

“Purtroppo, qualcuno è a caccia di nemici a scopo elettorale.Ma noi a questo gioco non ci stiamo». Giuseppe Tango, il presidente dell’Anm stavolta usa toni insolitamente ruvidi. Le chat del sindacato delle toghe ribollono di amarezza e rabbia, dopo l’ultima offensiva della premier. «Io non firmo un decreto per dare un miliardo di euro ai magistrati”, ha avvertito Meloni. Riuscendo, di nuovo, a metterseli tutti contro.
Presidente Tango, è di nuovo scontro frontale con Palazzo Chigi. La vicenda degli aumenti per voi è solo un’arma elettorale?
«È proprio una strategia vecchia: orientare il risentimento contro una specifica categoria. Così si gestisce il consenso e si cerca di rimbalzare altrove il malcontento pubblico. Ma i magistrati italiani non possono essere il capro espiatorio delle difficoltà di un governo: sulla politica economica o sulla sicurezza. Lo scontro fra istituzioni fa male al Paese, ancor di più quando è rafforzato da gravi falsità. Ripeto: noi non ci stiamo».
Ma se contestate lo slogan sul miliardo ai magistrati, perché non date la reale cifra in totale?
«Ma non siamo noi a dover dare la cifra finale. Non è nostro compito. Noi abbiamo il dovere di dire che è assolutamente falso che i magistrati avranno un bonus da 100mila euro. È pura menzogna. Le stime fatte in questi anni si concentrano tra l’altro su 6 anni di arretrati – previsti da due sentenze del Consiglio di Stato – per tutti i magistrati. Ed è una somma lontanissima da quanto strombazzato».
Ci dica allora gli aumenti in concreto: ciascun magistrato quanto avrà in più in busta paga?
«Un magistrato con 30 anni di anzianità, cioè il target più alto, potrà avere una cifra vicina ai 15mila euro, comprensiva dei 6 anni di arretrati. Sono circa 2500 euro all’anno. Un magistrato all’inizio del suo percorso riceverà invece sui 5mila in tutto. Come si vede, nulla a che vedere con quei numeri. Sono anche pronto ad esibire il cedolino degli arretrati, se mai saranno corrisposti»
Se il governo non ottempera, continuerete la battaglia?
«Non parlerei di battaglia: ci sono delle regole che riguardano tutti. Posso solo aggiungere che la mancata esecuzione della sentenza aumenterà il danno erariale, dunque saranno i cittadini, chi paga le tasse, a pagare un eventuale rinvio. È un’altra la grande preoccupazione».
Quale?
«Che passi un messaggio singolare. Che un presidente del Consiglio possa decidere – in barba a qualsiasi idea di Stato di diritto – di non rispettare una sentenza o una legge. E che lo possa fare non tanto a detrimento delle toghe, ma potenzialmente di qualunque categoria o cittadino».

(da agenzie)

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LE OFFESE SOCIAL ALLA SINDACA DI PERUGIA DA PARTE DELLA SOLITA FECCIA SOVRANISTA: LE AZIONI LEGALI E I RISARCIMENTI ANDRANNO A GARANTIRE ASSISTENZA LEGALE GRATUITA ALLE DONNE CHE NON HANNO POSSIBILITA’ ECONOMICA DI DIFENDERSI

Ottobre 20th, 2026 Riccardo Fucile

“TRASFORMIAMO L’ODIO IN ATTI CONCRETI”: VITTORIA FERDINANDI ADERISCE AL PROGETTO DELLA SINDACA DI FIRENZE

Put***, crepa”, le offese social alla sindaca di Perugia: “Trasformiamo l’odio in atti concreti”
La sindaca di Perugia, Vittoria Ferdinandi, ha denunciato sui social gli insulti a sfondo sessista ricevuti sul web.
“Si tratta di una violenza”, ha detto la prima cittadina in un video pubblicato sulla propria pagina Instagram. Nel post sotto il contenuto, ha fatto sapere di aver aderito al progetto lanciato dalla sindaca di Firenze, Sara Funaro, che vuole “trasformare gli attacchi e gli insulti sessisti che noi donne ogni giorno riceviamo sui social in un aiuto concreto per tutte le vittime di odio e violenza online”.
“Come delegata alle Pari opportunità di Anci”, prosegue Ferdinandi, “abbiamo già avviato un percorso in Commissione: L’obiettivo è costruire una rete nazionale e destinare gli eventuali risarcimenti delle azioni legali a un fondo per garantire assistenza legale gratuita alle donne che non hanno gli strumenti economici per difendersi”.

(da agenzie)

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VANCE SENTE ARIA DI BATOSTA PER I REPUBBLICANI E MEDITA IL PASSO INDIETRO. A POCHI GIORNI DALLE ELEZIONI DI METÀ MANDATO, IL VICEPRESIDENTE HA TIRATO IL FRENO A MANO SU UNA SUA CANDIDATURA ALLE PRESIDENZIALI NEL 2028: “PRIMA CI SONO LE MIDTERM, POI VEDREMO. C’È LA POSSIBILITÀ CHE NON CORRA. ABBIAMO QUATTRO FIGLI E MIA MOGLIE USHA NON HA MAI AMATO LA POLITICA”

Ottobre 20th, 2026 Riccardo Fucile

È ABITUDINE CHE I CANDIDATI ALLA CASA BIANCA SCIOLGANO LA RISERVA NELL’ANNO CHE PRECEDE LE ELEZIONI… DURANTE LA CONVENTION REPUBBLICANA A DALLAS TENNE UN DISCORSO DA “CANDIDATO IN PECTORE” ED EBBE DIVERSI MEETING PROIETTATI SULLE SUE CHANCE NEL 2028. MA DENTRO L’AMMINISTRAZIONE TRUMP C’È CHI SPONSORIZZA IL SEGRETARIO DI STATO, MARCO RUBIO

Dietro la campagna elettorale di Midterm si possono già scorgere le avvisaglie per il 2028. Il posizionamento dei pretendenti alla Casa Bianca passa anche dal loro impegno a favore dei candidati e negli Stati contesi.
Sul fronte repubblicano se l’attivismo di Trump […] è evidente ma non certo mirato al 2028, quello del vicepresidente JD Vance è passato sotto la lente degli analisti: Alaska, Ohio, Kansas fra gli Stati in cui il vice si è mosso. Eppure, sabato sera in Michigan, in un incontro pubblico (townhall) ospitato dalla Cbs, JD Vance ha tirato il freno a mano su una possibile candidatura: «Prima ci sono le Midterm, poi vedremo», ha detto.
Il numero due dell’Amministrazione ha tuttavia elaborato di più pungolato da Tony Dokoupil che gli ha chiesto se c’è la chance che non corra: «C’è questa possibilità» ha risposto il vicepresidente spiegando di essere un «procrastinatore» e di «odiare pensare alle grandi decisioni». «Mia moglie Usha può confermare», ha detto con un sorriso. Fra l’altro «abbiamo quattro figli e Usha non ha mai amato la politica anche se ama mettersi al servizio».
È abitudine che i candidati alla presidenza sciolgano la riserva nell’anno che precede le elezioni. Obama annunciò la sua corsa nel febbraio del 2007, per esempio. […]
Secondo alcune fonti, però, Vance spesso unisce ai comizi degli incontri e cene con donatori e figure di spicco negli Stati. Durante la Convention repubblicana a Dallas tenne un discorso da “candidato in pectore” ed ebbe diversi meeting proiettati sulle sue chance nel 2028. Il fronte repubblicano non si è ancora mosso per trovare eventuali sfidanti.
Ci sono però indicazioni che Ted Cruz, senatore del Texas e già alle primarie nel 2016, possa ritentare. E il senatore John Neely Kennedy della Louisiana non ha fatto mistero di pensare alla Casa Bianca. Dentro l’Amministrazione ci sono spinte favorevoli a Rubio. Ma al momento, secondo quanto appreso da La Stampa, il segretario di Stato non è in lizza.
Non vuole correre e starebbe pensando invece a un impegno nel settore privato una volta finita l’esperienza.
Certo l’andamento delle Midterm sarà il primo terremoto. Il panorama è fosco per i repubblicani. Un sondaggio Washington Post/Abc ieri dava i democratici avanti di 8 punti. Al Senato invece la corsa nei 7 stati incerti è serrata.
Quel che invece attestano i sondaggi è una bocciatura per Trump: tasso di disapprovazione al 66%, il 72% degli americani ritiene che il Paese abbia imboccato una traiettoria sbagliata ed è cresciuto il numero di repubblicani (dal 26% al 34% in un anno) che pensa che Trump si stia arricchendo dallo Studio Ovale.

(da agenzie)

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ABBIAMO TROVATO QUALCOSA CHE UNISCE GLI ITALIANI: LA PAURA DELLA GUERRA. SECONDO UN SONDAGGIO “ONLY NUMBERS”, IL 77% È PREOCCUPATO PER L’EVOLUZIONE DEL CONFLITTO IN UCRAINA. GHISLERI: “TUTTAVIA, CONDIVIDERE UNA PREOCCUPAZIONE NON SIGNIFICA TEMERE LE STESSE COSE. AL PRIMO POSTO CI SONO LE CONSEGUENZE ECONOMICHE (24,7%). A BREVISSIMA DISTANZA (23,9%) L’ALLARGAMENTO DEL CONFLITTO

Ottobre 20th, 2026 Riccardo Fucile

MA IL DATO PIÙ SORPRENDENTE È QUELLO GENERAZIONALE. TRA GLI OVER 65 LA PREOCCUPAZIONE RAGGIUNGE L’87,1%. TRA I GIOVANI DAI 18 AI 24 ANNI, INVECE, IL 53,5% DICHIARA DI NON ESSERE PREOCCUPATO”

Una guerra può preoccupare un Paese intero senza essere vissuta da tutti allo stesso modo. È il paradosso che emerge dal sondaggio di Only Numbers sulla percezione della guerra in Ucraina: gli italiani condividono l’inquietudine, ma non le ragioni che la alimentano. C’è chi teme le conseguenze economiche, chi l’allargamento del conflitto, chi l’escalation tra grandi potenze. E c’è una generazione, la più giovane, che sembra avvertire questa minaccia con crescente distanza. La paura unisce, ma il modo di interpretarla continua a dividere.
Quasi otto italiani su dieci, il 77,7%, si dichiarano preoccupati per l’evoluzione della guerra in Ucraina. Solo il 22,3% non lo è. In un Paese abituato a dividersi su quasi tutto, è un dato raro, che attraversa gli schieramenti politici: la preoccupazione riguarda l’82,1% degli elettori della maggioranza e l’82,6% di quelli dell’opposizione. Persino tra il “partito” dell’astensione e dell’indecisione, tradizionalmente più distante dalla politica, due persone su tre (66,4%) si dicono in ansia.
Tuttavia, condividere una preoccupazione non significa temere le stesse cose. Al primo posto ci sono le conseguenze economiche, dall’inflazione al costo dell’energia, indicate dal 24,7% degli intervistati. A brevissima distanza, con il 23,9%, c’è l’allargamento del conflitto ad altri Paesi europei o alla Nato. Seguono l’escalation tra grandi potenze (15,2%) e la sofferenza della popolazione civile ucraina (13,3%). Più in basso il coinvolgimento diretto dell’Italia, con l’invio di truppe (4,6%), e le nuove ondate di profughi (1,1%).
Il portafoglio prevale, anche se di poco, sulla paura dell’allargamento militare del conflitto.
Tra gli elettori di Fratelli d’Italia il timore principale riguarda le conseguenze economiche (31,2%), una quota quasi identica a quella del Movimento 5 Stelle (30,6%). Nel Partito Democratico e in Alleanza Verdi e Sinistra prevale invece la paura che il conflitto travalichi i confini ucraini, indicata rispettivamente dal 30,8% e dal 34,2%. Tra gli elettori della Lega, il 24,3% teme soprattutto attacchi informatici o attentati sul territorio europeo; quelli di Italia Viva si concentrano sul rischio di un’escalation tra grandi potenze, indicato dal 60,7%.
Suggeriscono che la stessa guerra venga filtrata attraverso sensibilità politiche diverse dove, per alcuni è anzitutto una minaccia al benessere materiale, per altri un rischio per gli equilibri internazionali o la sicurezza del territorio. La divisione riguarda anche il pericolo che ciascuno considera prioritario.
Anche il genere segna una differenza significativa. Le donne si dichiarano più preoccupate degli uomini (82,6% contro 72,5%) e mostrano maggiore sensibilità per le conseguenze economiche (28,2% contro 21%) e per l’allargamento del conflitto (26,5% contro 21,1%). Gli uomini indicano più spesso la sofferenza dei civili ucraini (16,1% contro 10,7%) e il possibile ricorso alle armi nucleari (11% contro 3,7%). La stessa guerra suscita timori differenti, legati a modi diversi di percepire la sicurezza e le sue conseguenze.
Il dato più sorprendente è però quello generazionale.
Tra gli over 65 la preoccupazione raggiunge l’87,1% e per il 58,8% è aumentata rispetto a un anno fa. Tra i giovani dai 18 ai 24 anni, invece, il 53,5% dichiara di non essere preoccupato. È l’unica fascia in cui prevale questa risposta. Inoltre, il 42,8% afferma che la propria ansia è diminuita rispetto a un anno fa, una percentuale praticamente assente nelle altre fasce d’età. Perché proprio chi dovrà convivere più a lungo con le conseguenze delle scelte compiute oggi sembra avvertire meno la minaccia? Forse pesa la mancanza di una memoria dei conflitti del Novecento.
Forse una guerra protratta nel tempo e continuamente presente nelle notizie ha perso parte della propria capacità di impressionare. È il vero rischio dell’assuefazione.
Tra quelli che si dichiarano preoccupati, il 43% teme soprattutto l’allargamento del conflitto e il 34,9% la sofferenza della popolazione civile. Non sono le ricadute economiche a occupare il primo posto, forse anche perché incidono meno direttamente sulla loro vita quotidiana, ma le conseguenze umane e militari della guerra.
La questione non è quindi soltanto se i giovani abbiano paura, ma come riescano a dare significato a un conflitto che accompagna da anni il loro presente. Disinteresse, stanchezza informativa e distanza emotiva non sono la stessa cosa: comprenderne le differenze è essenziale per una generazione che dovrà affrontare le conseguenze della guerra

(da La Stampa)

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“CON LE BUONE NON CAMBI LE COSE”: SCONTRI A MILANO, DA MARRACASH A SAYF, DA GHALI A KID YUGI, I CANTANTI SI SCHIERANO

Ottobre 20th, 2026 Riccardo Fucile

DAL MESSAGGIO SULLA RIBELLIONE DEL RAPPER MILANESE ALLE ACCUSE DELL’ARTISTA GENOVESE CONTRO CHI DELEGITTIMA LE MANIFESTAZIONI… GHALI INCORAGGIA I GIOVANI SCESI IN PIAZZA, MENTRE KID YUGI ATTACCA LE ISTITUZIONI: “LO STATO ITALIANO E’ ORMAI UNO STATO FALLITO”

«Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio». Marracash affida a Instagram il suo pensiero sulle proteste che nel fine settimana hanno attraversato l’Italia. Dagli scontri nelle strade di Milano ai blocchi di camionisti e agricoltori nel Sud, anche i rapper prendono posizione. Sayf accusa chi punta il dito contro le violenze di voler delegittimare le manifestazioni, Ghali condivide un messaggio che invita i ragazzi a continuare a lottare, mentre Kid Yugi racconta di supermercati vuoti e distributori senza carburante nella sua Puglia. E attacca le istituzioni: «Lo Stato italiano è ormai uno Stato fallito».
Marracash: «Aspettavo questa reazione da tempo. Siamo solo all’inizio»
«Non ho mai creduto nella protesta attraverso i social, l’ho sempre trovata troppo facile, cheap, non costa niente», inizia così il messaggio social condiviso da Marracash. Per il cantante, l’impegno politico e sociale si dimostra soprattutto attraverso «le nostre scelte, la nostra etica, il nostro lavoro». E rivendica: «Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita». Richiama poi un discorso pronunciato durante un concerto nel 2025, quando aveva invitato il pubblico a prendere coscienza del proprio potere: «Il potere capisce solo il potere». Due anni fa, ricorda, aveva pubblicato un album dal titolo È finita la pace. Il messaggio si chiude con una frase: «Con le buone non cambi le cose».
Ghali: «Continuate a lottare per ciò in cui credete»
Anche Ghali ha voluto mandare un messaggio ai ragazzi scesi in piazza. Il rapper ha ricondiviso sul proprio profilo Instagram una storia pubblicata dall’account @sabriisaleem, che invita i manifestanti a non rinunciare alle proprie battaglie. «A tutti i ragazzi che scendono in piazza, a quelli che hanno il coraggio di affrontare discorsi scomodi e a chi, nel silenzio, cerca la pace con sé stesso», si legge nel messaggio. E ancora: «Continuate a lottare per ciò in cui credete, anche a costo di sembrare pesanti».
La storia si conclude con un richiamo alla libertà di pensiero, «l’unica di cui possiamo disporre in questa vita».
Sayf: «La violenza delle manifestazioni non è paragonabile a quella di chi toglie dignità alle persone»
Più duro l’intervento di Sayf, che su Instagram prende posizione contro chi, a suo giudizio, utilizza gli episodi di violenza per screditare le proteste. «Puntano il dito contro la violenza delle manifestazioni per delegittimarle, per togliere il diritto alle persone di ribellarsi a un sistema che non funziona», scrive il rapper. Secondo lui, dietro gli scontri ci sarebbero persone infiltrate per rendere violente le manifestazioni, un’accusa che nel messaggio non accompagna con elementi di prova. «La violenza delle manifestazioni NON è e non sarà MAI paragonabile alla violenza con cui si permettono di togliere dignità alle vite delle persone», aggiunge. Poi conclude: «Non c’è destra o sinistra, c’è un sotto e un sopra. E noi siamo tutti sotto».
Kid Yugi: «Lo Stato italiano è ormai uno Stato fallito»
Dalle proteste nel Sud Italia arriva anche la presa di posizione di Kid Yugi di pochi giorni fa. Il rapper, originario di Massafra, in provincia di Taranto, racconta su Instagram quanto gli è stato riferito dopo il suo ritorno in città: «Strade bloccate, supermercati vuoti, stazioni di benzina senza neppure una goccia di carburante, file interminabili di camionisti e agricoltori». Situazioni che, secondo il cantante, si sono verificate «nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali». Da qui l’attacco alla politica: «Lo Stato italiano è ormai uno Stato fallito. Il patto sociale è stato infranto». Kid Yugi accusa poi la classe dirigente di essere asservita a poteri sovranazionali e chiude il messaggio rivolgendosi direttamente alle istituzioni: «Mi fate schifo, la mia gente non merita questo, la Puglia non merita questo, il Meridione non merita questo».

(da Open)

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