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LA MOSSA DEL CAVILLO

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

AVEVA RAGIONE FLAIANO: “IN ITALIA LA LINEA PIU’ BREVE TRA DUE PUNTI E’ L’ARABESCO

È impossibile tradurre in qualunque lingua diversa dall’italiano quel che è appena successo ai vertici del nostro calcio, dove il presidente Giovanni Malagò è stato sostituito dal commissario Giovanni Malagò, il quale avrà il gravoso compito di indire al più presto l’elezione del nuovo presidente Giovanni Malagò. Il passaggio di consegne tra il Malagò passato-futuro e quello presente (avvenuto, immagino, nel Salone degli Specchi) dev’essere stato rapidissimo. Il tempo di una stretta di mano: la sinistra di Malagò avrà preso la destra di Malagò e insieme si saranno unite in un bell’applauso al genio italico.
Quando vuoi far fuori qualcuno, in Italia ti appigli al primo cavillo che passa. Ma poiché da noi i cavilli trottano sempre in coppia, se ne trova sempre un secondo in grado di bloccarne la corsa. In estrema sintesi: i nemici di Malagò, alcuni dei quali erano suoi amici, hanno agitato un vizietto di forma per invalidarne la nomina a presidente. Poi, preoccupati per le conseguenze e le possibili ritorsioni, si sono inventati una contromossa affinché tutto rimanesse com’era. D’altronde siamo la patria di Machiavelli e di Conte, che è riuscito a fare il premier con la Lega e subito dopo con il Pd senza toccare terra tra un’acrobazia e l’altra. Il Malagò uno e trino risponde persino a una logica di buon senso. All’italiana, s’intende. Aveva ragione Flaiano: in questo Paese la linea più breve tra due punti rimane l’arabesco.

(da Corriere della Sera)

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L’IRRUZIONE DEL PRESENTE

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

Nello scintillio dei bitcoin, delle stock option, dei bond, dei Ceo, dei cento altri anglismi della nuova economia, la parola salario suona antica e quasi anacronistica. Viene dal latino salarium, in origine indicava la somma che si dava ai soldati per comperare il sale (allora prezioso), poi per esteso la paga in genere. Appare, ultimamente, in quasi ogni dibattito politico e nei titoli di giornale, e fa l’effetto di una permanenza otto-novecentesca che stride con il linguaggio dinamico e smart della nuova economia e delle nuove tecnologie.
Eppure nel mondo i salariati sono quasi tre miliardi, e in Italia diciannove milioni: la massa sterminata di lavoratori dipendenti la cui salute sociale dipende soprattutto da una busta paga. Di vario calibro e di difforme fortuna, i salariati sono saldamente nostri contemporanei.
La sensazione è che per parecchi anni se ne sia parlato abbastanza poco, di salari e salariati, e forse è per questo che tornare a parlarne con frequenza dà quasi l’idea di una ingombrante intrusione di un passato che non passa: e invece è una irruzione del presente. Di un presente messo da parte, omesso, che reclama la sua centralità non sulla base di un’ideologia, ma della realtà materiale.
Le tasse, i salari, i prezzi dei prodotti, il costo della vita, il potere d’acquisto, il rapporto capitale/lavoro, i modi e i luoghi della contrattazione: alla fine la politica sta tornando a parlarne come se quella fosse la sua lingua madre dimenticata. Non è una categoria otto-novecentesca, il salario. È ancora la misura principale (oggi gravemente sottodimensionata) del lavoro umano. Augurando a se stesso che i robot non sviluppino coscienza sindacale (chissà…), il capitale deve continuare a fare i conti, in tutti i sensi, con gli esseri umani.

(da Repubblica.it)

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LEGGE ELETTORALE, UN PREMIERATO IN MASCHERA

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL COSTITUZIONALISTA AINIS “LA NUOVA RIFORMA NASCE PER TIRARE UNO SGAMBETTO AL CENTROSINISTRA”

Non è un voto, è un’ordalia. Un giudizio di Dio sul bene e sul male, che si proietta sul destino della legislatura, sulla futura carriera della premier, infine (e forse soprattutto) sulla pensione dei parlamentari. Sfumerebbe, se giovedì la Camera rifiutasse di timbrare la sesta legge elettorale degli ultimi trent’anni. Giacché a quel punto il finale è già stato scritto, anzi minacciato: dimissioni, crisi di governo, scioglimento anticipato delle assemblee legislative.
Ecco, c’è anzitutto un vizio di metodo in questa vicenda normativa. C’è un esercizio muscolare, c’è una forzatura, c’è un sopruso. Non solo verso l’opposizione, le cui ragioni sono rimaste inascoltate, mentre le regole del gioco andrebbero viceversa scritte di concerto fra tutti i giocatori. Anche nei confronti della stessa maggioranza, prima bacchettata («vigliacchetti e irresponsabili», quando a luglio venne respinto l’emendamento sulle preferenze), poi blindata con i voti di fiducia (che si esprimono a scrutinio palese, quindi chi sgarra va dietro la lavagna). «Sta’ attento a chi darai fiducia due volte», diceva García Márquez. In questo caso il governo Meloni l’ha chiesta per tre volte.
Insomma, una marcia a passo dell’oca, che tuttavia si veste d’amorosi sensi. «Mi ami, mi vuoi bene?» domanda il governo alle sue truppe cammellate. «Dimmelo di nuovo, dimmelo una volta, due, tre». Ma questa richiesta deriva da un moto di sfiducia verso la stessa maggioranza, altrimenti non avrebbe senso.
Difatti la questione di fiducia è un espediente tecnico per superare l’ostruzionismo delle opposizioni, di cui stavolta non c’è traccia. Oppure serve per serrare i ranghi d’una maggioranza risicata, mentre il gabinetto Meloni ha numeri larghi in Parlamento. Eppure esordì alla media d’un voto di fiducia ogni 11 giorni, sommando 47 questioni di fiducia nei suoi primi 18 mesi — un record. Evidentemente questo governo s’affida alla fiducia perché non ha uomini fidati.
Dopo di che il (cattivo) metodo si riflette anche sul merito della nuova legge elettorale. Perché anzitutto mette un bavaglio a noi elettori, ci impedisce d’esprimere una scelta consapevole. Restano, e anzi si moltiplicano, i listini bloccati. Restano le pluricandidature (cinque). E in molti casi non è possibile nemmeno conoscere in anticipo i nomi degli eleggibili, giacché i candidati in posizioni inferiori nel listino — che in teoria verrebbero selezionati con le preferenze — entreranno in Parlamento sulla base di calcoli complessi, legati ai resti e alle percentuali finali dei partiti.
Se c’entreranno, dato che soltanto i partiti maggiori potranno eleggere candidati oltre al capolista. Quanti? Bene che vada, il 10 per cento della rappresentanza. Mentre il Rosatellum — la legge in vigore dal 2017 — pur con tutti i suoi difetti assegna il 37 per cento dei seggi nei collegi uninominali, dove l’elettore sceglie una persona, oltre al simbolo d’un partito. Un arretramento, ma del resto al peggio non c’è fine.
In secondo luogo, si profila uno sbarramento — anzi, una montagna da scalare — per le forze politiche che intendano affacciarsi per la prima volta in Parlamento. E questo è forse il punto di più evidente incostituzionalità della nuova disciplina. Che moltiplica per quattro le sottoscrizioni necessarie a presentare la lista: da 1.500 a 6.000 per ciascun collegio.
Significa, su base nazionale, l’obbligo di raccogliere 450mila firme. E oltretutto senza la sottoscrizione online, ammessa invece per i referendum. Da qui un contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, che vieta le discriminazioni irragionevoli. Nonché con l’articolo 49, che attribuisce a tutti i cittadini il diritto di concorrere a determinare la politica nazionale.
C’è allora, in vista, già il secondo tempo di questa partita. Si giocherà davanti alla Consulta, mentre intanto si preparano i ricorsi, le carte bollate. Su vari fronti, non solo rispetto alle sottoscrizioni. È legittimo un premio di maggioranza che trasforma il 42 per cento dei consensi nel 55 per cento dei seggi?
Qual è la soglia oltre la quale in nome della governabilità si strangola il valore della rappresentanza? Ed è legittimo assegnare il premio su scala nazionale anche al Senato, che andrebbe viceversa eletto — dichiara l’articolo 57 della Costituzione — «a base regionale»? È infine legittima l’indicazione preventiva e obbligatoria del futuro premier da parte di ciascuna coalizione? O invece non lede — sia pure con una formuletta ipocrita — le prerogative del capo dello Stato?
Sì, l’ipocrisia. Non sarà incostituzionale, però è immorale. Difatti lo sappiamo tutti: la nuova legge elettorale nasce per tirare uno sgambetto al centrosinistra, mettendolo in difficoltà sulla scelta del leader e abrogando i collegi uninominali, dove la volta scorsa il centrodestra vinse a mani basse, ma solo perché dall’altro lato i partiti si presentarono divisi. E nasce dalla frustrazione per il naufragio del premierato, «la madre di tutte le riforme». Sicché entra in scena la zia: un premierato in maschera, con l’abito della legge elettorale

Michele Ainis
(da “Repubblica”)

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I TEMPI DELLA CONSULTA SULLA LEGGE ELETTORALE: POSSIBILE DECISIONI GIA’ A FEBBRAIO

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

I RICORSI SARANNO PRESENTATI IN UNA TRENTINA DI TRIBUNALI CIVILI ITALIANI DOPO L’ENTRATA IN VIGORE DELLA RIFORMA

Potrebbe arrivare già a partire dal mese di febbraio un’eventuale pronuncia della Corte costituzionale sui ricorsi annunciati contro la riforma della legge elettorale. Secondo gli esperti, il timing prevede una serie di passaggi che si svolgeranno nell’arco di almeno tre mesi e mezzo.
I ricorsi
Entrando nel dettaglio, i ricorsi “in via di redazione” da parte della Rete che riunisce organizzazioni, associazioni, comitati di costituzionalisti, giornalisti, avvocati e cittadini dovrebbero essere presentati in una trentina di Tribunali civili italiani. Saranno depositati appena la legge entrerà in vigore, ossia quindici giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. In sostanza, i firmatari chiederanno l’accertamento di una lesione del diritto di voto legato alla riforma.
I tribunali
Una volta depositato il ricorso, i tribunali dovrebbero adottare un procedimento semplificato con cui si prevede che il giudice possa fissare l’udienza dopo 40 giorni per ascoltare le ragioni del ricorso. A quel punto si riserverà di decidere e, se lo riterrà, emetterà un’ordinanza in cui solleva una questione di legittimità costituzione davanti alla Consulta.
L’ordinanza dovrà poi essere notificata alle parti interessare – a partire dal presidente del Consiglio dei ministri – ed entro 20 giorni dalla notifica il presidente della Consulta potrebbe già fissare l’udienza nei successivi 20 giorni. L’obiettivo “è che la pronuncia della Corte arrivi nei tempi utili” per le elezioni, ha detto il coordinatore della Rete contro la riforma della legge elettorale Roberto Zaccaria, spiegando che i ricorsi sono “in via di redazione” e saranno pronti per essere depositati nei tribunali non appena entrerà in vigore la riforma.
Dieci anni fa la sentenza sull’Italicum
La Corte costituzionale, con ogni probabilità, sarà quindi chiamata a decidere sulla legge elettorale a dieci anni esatti di distanza dalla sentenza depositata a febbraio 2017 in cui dichiarò parzialmente illegittimo l’Italicum. In particolare stoppò il turno di ballottaggio tra le due liste più votate nel caso in cui nessuna avesse raggiunto il 40% dei voti, ritenendolo lesivo della rappresenterà e della parità del voto.
Mentre disse sì ai capilista bloccati – riconoscendo su questo piano il ruolo dei partiti – e al premio di maggioranza considerato ragionevole per la lista che raggiunge il 40% dei voti.

(da agenzie)

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L’AVVOCATO SPIEGA PERCHE’ LA SCELTA DI GIORGIA MELONI DI REGISTRARE LA SUA VOCE NON E’ UNA BUONA IDEA

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

“RISCHIA DI ESSERE SOLO UNA MERA TROVATA COMUNICATIVA”

La voce è forse tra le più riconoscibili in Italia dell’epoca moderna e la frase pronunciata dura all’incirca quattro secondi. La Presidente del Consiglio ha depositato all’Euipo quattro parole, ripetute due volte: “Io sono Giorgia Meloni, io sono Giorgia Meloni”. L’ufficio europeo che ha sede in Spagna si occupa di proprietà intellettuale, ed era stato già utilizzato, come forma di tutela soprattutto all’incedere dell’intelligenza artificiale, dalla cantante Giusy Ferreri. Quello registrato – o meglio che è in corso di valutazione dopo essere stato depositato – è un marchio sonoro.
Di primo impatto la motivazione risulta evidente: evitare la replica di una voce o la realizzazione di deepfake che sempre più spesso generano truffe. Non troppo lontano nel tempo, poco più di un anno fa, la voce del Ministro della Difesa Guido Crosetto era stata replicata, spiegò lo stesso capo del dicastero, a sua insaputa. Eppure, quello che sembra essere uno strumento pronto ad arginare, in modo definitivo, questo genere di problemi, potrebbe non essere il più adatto. A esserne convinto, come spiega a Fanpage.it, è l’avvocato Alfredo Esposito di “Difesa D’Autore”, studio specializzato in diritto d’autore e nuove tecnologie, che definisce questa mossa più una “boutade comunicativa” , che un’effettiva strada risolutiva per eventuali truffe.
Avvocato, prima di tutto cos’ è un marchio sonoro?
Il marchio sonoro è un marchio esattamente riconoscibile e riconducibile a un determinato prodotto. L’esempio potrebbe essere il suono di Netflix o della Playstation quando si accende. Quello è un marchio sonoro. Qualcosa diventata talmente identificativa da dover essere registrata, alla pari di qualsiasi altro asset di proprietà intellettuale, come ad esempio un logo.
Quali sono i vantaggi per chi registra il marchio sonoro?
Inibire l’utilizzo dello stesso marchio sonoro ad altri soggetti. Se io voglio utilizzare il suono di Netflix dietro i miei video, Netflix potrà inibirmi l’uso. È una tutela di carattere commerciale.
Che non implica un utilizzo dietro pagamento?
Volendo si potrebbe concedere in licenza anche un marchio sonoro.
È una forma di tutela efficace?
In questo caso non è una forma di tutela efficace, perché il marchio sonoro registra solamente quella che è la traccia audio all’interno del marchio sonoro. Quindi “Io sono Giorgia Meloni” detta con quel timbro, con quella voce, tra l’altro detta due volte è uno strumento di tutela commerciale nelle classi di registrazione, ovvero in questo caso 9, 41 e 45. Cioè l’ambito dei content media, quello nell’ ambito formativo, culturale e di intrattenimento e quello legato ad eventi di carattere politico. Se domani qualcuno volesse registrare con la voce di Giorgia Meloni tramite dei deepfake un’altra frase, teoricamente questa non ricadrebbe nella tutela del marchio sonoro.
Non è possibile utilizzare “Io sono Giorgia Meloni”, ma riprodurre la sua voce in altro modo sì?
La soluzione è bizzarra. O esistono già degli strumenti, come ad esempio quelli introdotti con la legge del 2025 che ha introdotto il 612 quater del codice penale. Oppure lo si va a individuare all’interno del diritto alla privacy come dato biometrico e anche questo già c’è. O altrimenti la norma non c’è. Ma sicuramente la soluzione non va individuata a mio parere in una pratica di carattere commerciale e di tutela commerciale, che è quella prevista dalla registrazione del marchio. Perché tu registri un marchio per impedire ad altri di utilizzarlo soprattutto in ottica di sviluppo o tutela commerciale.
Il dubbio che sta sollevando è: non era questa la strada per arginare eventuali truffe?
Non è questa la funzione della tutela del marchio sonoro, che è legato alla proprietà intellettuale, mentre contro i deepfake vanno azionati i diritti a tutela della personalità e della privacy. E laddove ci siano eventualmente dei risvolti penali, ad esempio, io con la voce di Giorgia Meloni compio una truffa nei confronti di un signore anziano, in quel caso non si va solo a tutelare Giorgia Meloni e la voce, ma si va a tutelare il soggetto. Ed è stato introdotto il 612 quater nel codice penale apposta.
Cosa dice questo 612 quater?
Leggo la norma edittale: chiunque cagioni un danno ingiusto a una persona – quindi non è il solo utilizzo – cedendo, pubblicando o diffondendo senza il suo consenso immagini, video o voci falsificate o alterate mediante l’impiego di sistemi IA, è punito con la reclusione da 1 a 5 anni. Ci sono altre specifiche poi, ma la base giuridica è questa. Quindi, non si rientra in questo, non si rientra nei diritti della personalità o della privacy, scegliendo una tutela di carattere commerciale che non ha valore se non una deterrenza pubblicitaria, per quello che penso io.
Perché definirla una deterrenza pubblicitaria?
È la stessa cosa che ha fatto Giusy Ferreri a maggio. Uguale, solo che la Meloni l’ha registrata in una classe in più. Se si vuole utilizzare per fermare i deepfake non è questo lo strumento perché si registra solamente quel jingle “Io sono Giorgia Meloni, io sono Giorgia Meloni”. Il resto della tutela va rinvenuta nelle norme ordinarie che o sono ritenute sufficienti o non sono ritenute sufficienti. Motivo per cui, un’operazione del genere, serve da deterrente. Chi non è ben informato penserà che non si possa utilizzare, quindi forse questo può essere il suo valore maggiore. Da un punto di vista giuridico stretto, per quanto mi riguarda, è limitato.
Perché è limitato?
Non garantisce il non utilizzo della voce di Giorgia Meloni per la creazione di altri deepfake. L’unica cosa che fa è che ti dà, una volta registrato, la possibilità di avere un’inibitoria all’utilizzo di questo preciso marchio. Posso dire “Salve, sono sono la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni”. Sono tutte cose che vanno attorno al marchio sonoro. Potrebbero eluderlo. Per una situazione del genere poi si andrebbe a guardare il reato di truffa, ma non si viola la proprietà intellettuale del Presidente del Consiglio. È più che altro una trovata comunicativa non pubblicitaria in senso stretto, perché non deve vendere niente. Una boutade comunicativa.

(da Fanpage)

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VANNACCI E L’ATTACCO OMOFOBO CONTRO CERNO: “HA GUSTI INVERTITI”. LA REPLICA DEL GIORNALISTA:”MI INSULTA PERCHE’ NON HA CONTENUTI”

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

LA COSA POU’ ESILARANTE DI VANNACCI E’CHE LUI SI RITIENE UNA PERSONA “NORMALE”

«Non so se chi ha gusti invertiti abbia il patentino per sparare corbellerie più grosse rispetto a chi ha i gusti che si inquadrano nella normalità». Roberto Vannacci torna ad attaccare Tommaso Cerno e lo fa tirando in ballo direttamente l’omosessualità del direttore de Il Giornale.
Il leader di Futuro Nazionale risponde così alle parole pronunciate dal giornalista alla vigilia del ritorno in Rai con 2 di picche, la striscia quotidiana in onda alle 14 su Rai2. Una polemica che va avanti da settimane e che ruota attorno alla proposta del partito dell’ex generale di introdurre una fascia protetta contro quelli che definisce contenuti «gender» e «omosessualisti».
L’attacco di Vannacci a Cerno
Secondo Vannacci, Cerno «si è inventato che Futuro Nazionale voglia proibire a chi ha gusti omosessuali di comparire in tv». L’ex generale sostiene invece che le regole dovrebbero valere allo stesso modo per tutti: «In fascia protetta, quando ci sono i bambini davanti allo schermo, la propaganda gender e omosessualista non deve poterla fare né chi ha gusti omosessuali né chi ha gusti eterosessuali».
Poi l’attacco personale. «Cerno, che dichiara di avere una preferenza erotica per i maschietti, di spazio ne ha dappertutto», dice Vannacci, ricordando il passato da senatore del Pd e dirigente di Arcigay del giornalista, oggi direttore de Il Giornale e conduttore Rai.
Il direttore de Il Giornale ha subito risposto all’ex generale: «Chi non argomenta ma insulta non ha contenuti e non ha nulla da dire nel merito, faccia come crede, decideranno gli italiani».
Cerno: «Siccome sono omosessuale dovrei andare in fascia protetta»
Le dichiarazioni di Vannacci arrivano dopo le parole pronunciate da Cerno il 5 ottobre, durante la presentazione della seconda stagione di 2 di picche. «Ho sentito dire pure che siccome sono omosessuale dovrei andare in fascia protetta, l’ha detto il generale Vannacci», aveva detto il direttore de Il Giornale. Cerno aveva quindi ribaltato il ragionamento dell’ex generale: «Io credo che la fascia più protetta di così non possa essere, perché le 14 è protetta dalla democrazia, dalle famiglie, dalle persone normali a cui ti rivolgi. E se vogliono ribellarsi si ribellano, la loro protezione viene dalla libertà, caro generale». Poi la battuta: «Se togli tutti i gay dalla televisione dopo non ci resta nessuno, devono mandare la pubblicità praticamente dalle otto di mattina a mezzanotte».
A Cerno è arrivata la solidarietà del presidente del Senato Ignazio La Russa, che parla di «gravi parole». «Il dissenso e il confronto politico non possono mai giustificare attacchi personali né riferimenti denigratori alla sfera privata che nessuno può sindacare e verso la quale è giusto nutrire il massimo rispetto», ha concluso La Russa.

(da agenzie)

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LA VOCE DEGLI STUDENTI FRANCESI IN PIAZZA CONTRO LA CRISI DELLA SCUOLA PUBBLICA: “E’ IN GIOCO IL NOSTRO FUTURO”

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

DA PARIGI A MONTEPELLIER CENTINAIA DI MIGLIAIA DI GIOVANI IN PIAZZA: CARENZA DI INSEGNANTI, COSTI DELL’UNIVERSITA’, TENSIONI CON LA POLIZIA…PER DARE GIUDIZI OCCORRE CONOSCERE LA REALTA’: NON E’ VIOLENZA E’ RABBIA

La chiamano “III Atto” la mobilitazione che ha inondato oggi tutta la Francia, in riferimento al movimento dei “gilet gialli” e alla loro tradizione nello scandire tramite diversi atti le mobilitazioni, sottolineando la continuità e la drammaturgia delle proteste.
Sulla stessa scia, dal 20 settembre, dopo la prima contestazione nel liceo Saint-Exupéry di Créteil alla periferia sud-est di Parigi, i movimenti studenteschi si stanno organizzando interrompendo le attività del tutto o parzialmente, solo oggi fa sapere Le Monde, 891 scuole dei 3700 licei di tutta la Francia saranno chiusi, bloccati, barricati dagli studenti in protesta.
Il 6 ottobre si stima che circa 256 mila manifestanti siano scesi in strada in tutta la regione, solo a Parigi 56 mila persone. A fianco degli studenti anche i lavoratori del sindacato Fédération Syndicale Unitaire (FSU), che ha indetto per oggi uno sciopero nazionale e i dipendenti del sistema scolastico nazionale. Anche il sindacato che in Francia rappresenta gli agricoltori, ha invitato i suoi iscritti a unirsi ai blocchi stradali con i trattori.
Le voci degli studenti francesi in piazza: “Non è una crisi passeggera, è un problema strutturale”
Fanpage.it ha raccolto alcune voci degli studenti che oggi sono in piazza, in diverse parti della Francia, per chiedere lo stop a un sistema scolastico ormai in crisi da tempo. Eden-Chaya, una studentessa di 17 anni, che frequenta un liceo di Parigi ci racconta che è stata in prima fila per organizzare i blocchi studenteschi nella sua scuola, “Questi tre giorni di mobilitazione sono stati davvero significativi per me. Ciò che mi ha colpito di più è stato vedere come studenti di generazioni diverse si siano uniti. Abbiamo cantato, protestato, realizzato cartelli e condiviso le idee”.
Parlando della violenza delle mobilitazioni e dell’eco che stanno avendo in tutta la Francia, aggiunge: “Allo stesso tempo, penso che si debba distinguere tra violenza e rabbia. Alcuni giovani provano una rabbia autentica e, specialmente nelle scuole che versano in condizioni critiche, c’è chi si sente disperato e cerca di attirare l’attenzione sulla propria situazione”.
Ma le proteste, spiega Eden-Chaya, non riguardano soltanto la scuola. “L’accesso alle borse di studio e ai sussidi per l’alloggio, così come alle condizioni in cui gli studenti dovranno vivere e studiare, sono altre rivendicazione delle nostre piazze. Per me, tutte queste problematiche sono collegate. Oggi siamo liceali, ma domani saremo noi, in quanto studenti e giovani adulti, a subire le conseguenze delle decisioni che i palazzi del potere prendono oggi”.
Le mobilitazioni organizzate coinvolgono diverse città della Francia. Tra queste, Montpellier è una di quelle, in cui la tensione è più alta.
Fanpage.it ha intervistato Emeraude, uno studente universitario di 22 anni, al terzo anno di Giurisprudenza. “Ho deciso di partecipare a questa mobilitazione perché ritengo che ciò che sta accadendo vada ben oltre una singola riforma: è in gioco il contesto in cui i giovani sono chiamati a studiare, vivere e costruire il proprio futuro in Francia”. Inoltre, Emeraude sottolinea che i temi esplosi con rabbia nelle ultime settimane covino in realtà già da anni, solo la politica ne è stata presa alla sprovvista. “Mi sono diplomata nel 2022 in una scuola pubblica del sud della Francia e questi problemi erano già presenti. A quattro anni di distanza, vedo gli studenti protestare per le stesse ragioni: non è una crisi passeggera, ma un problema strutturale”.
Ma il problema per Emeraude non si ferma agli studenti francesi, “C’è poi la situazione degli studenti stranieri, in particolare quelli extraeuropei, che hanno visto restringersi l’accesso agli aiuti abitativi. Per me, tutte queste questioni sono collegate: dalle condizioni delle scuole pubbliche ai costi dell’università, dall’alloggio all’accesso all’assistenza sociale. L’accesso all’istruzione e le possibilità di successo stanno diventando sempre più diseguali. È per questo che ritengo che questo movimento sia una questione di classe”.
Studenti e lavoratori insieme in piazza
Eden-Chaya racconta a Fanpage.it il legame che, in questi giorni, si è creato tra studenti e lavoratori: “Sentiamo decisamente una solidarietà tra studenti e lavoratori. In Francia, il 17 ottobre si terrà una grande manifestazione che riunirà lavoratori, giovani, universitari, dipendenti, agricoltori e altri ancora per difendere i propri diritti. C’è quindi la chiara percezione di trovarsi di fronte alle stesse disuguaglianze e agli stessi problemi. In questi giorni abbiamo ricevuto anche un sostegno concreto durante il nostro blocco: esponenti della CGT, lavoratori autonomi e collettivi di lavoratori autonomi di Vanves e Malakoff sono venuti a sostenerci. Anche alcuni sindacati e lavoratori ci hanno contattato direttamente o sono venuti al presidio; si è creato quindi un dialogo reale tra gli studenti più coinvolti e i lavoratori che ci sostengono. Tutti noi desideriamo condizioni migliori, sia che stiamo studiando sia che lavoriamo già. Il loro sostegno è per noi molto importante, perché ci fa sentire ascoltati e dimostra che questa non è una questione che riguarda solo gli studenti”.
Scontri e proteste, gli studenti: “C’è uno scollamento con il racconto dei media”
Una solidarietà che oggi si è tradotta in una presenza concreta dei lavoratori accanto agli studenti. La CGT ha annunciato che i propri militanti saranno in piazza anche per “proteggere i liceali”, dalla violenza della polizia durante le mobilitazioni.
È in questo contesto che Emeraude racconta anche il clima che si respira nelle piazze e il modo in cui la violenza delle proteste viene rappresentata dai media francesi: “Voglio anche parlare di come la mobilitazione viene raccontata dai media francesi, perché credo ci sia un vero scollamento tra ciò che viene mostrato e ciò che molti di noi stanno vivendo realmente in strada. Non sono affatto d’accordo con l’idea che siano gli studenti a scatenare la violenza: non è quello a cui ho assistito. Sono stato personalmente in strada e ho visto reparti della polizia antisommossa caricare gli studenti e usare la forza per disperderli”.
Emeraude cita poi alcuni episodi che, a suo avviso, alimentano i dubbi sul racconto delle proteste. Tra questi c’è quanto accaduto a Reims il 2 ottobre, quando un uomo ripreso in borghese durante una mobilitazione è stato identificato dal procuratore come un poliziotto intervenuto nell’ambito del mantenimento dell’ordine. “Ci sono persino filmati online di poliziotti in borghese e mascherati che, secondo quanto abbiamo visto, lanciano oggetti o compiono azioni che poi rischiano di essere attribuite ai manifestanti”.
La situazione è diventata ancora più grave a Lens, dove il 5 ottobre un liceale di 15 anni ha perso una mano dopo l’esplosione di una granata durante una mobilitazione. Sulle circostanze dell’accaduto è stata aperta un’inchiesta dell’IGPN. “Quello che è successo dimostra quanto sia diventata grave la situazione”, conclude Emeraude.
Da Lione a Parigi, la protesta continua
La mobilitazione di oggi ha coinvolto, e continua a farlo, molte città francesi. A Lione il corteo principale, che ha riunito oltre 20 mila persone secondo sindacati e prefettura, si è svolto senza incidenti, mentre a Marsiglia, terminata la manifestazione sindacale, migliaia di liceali e universitari hanno continuato a sfilare per le strade del centro. A Clermont-Ferrand studenti, insegnanti, genitori e lavoratori hanno invece dato vita a un corteo di circa 1.500 persone. Più tesa la situazione a Rennes, dove, al termine di una manifestazione inizialmente pacifica, sono stati lanciati lacrimogeni dalle forze dell’ordine.
A Parigi la mobilitazione è ancora in corso. Il corteo, partito alle 14 e stimato tra le 20 e le 40 mila persone, ha incontrato momenti di forte tensione lungo il percorso verso Place de la Nation: le forze dell’ordine hanno utilizzato lacrimogeni per disperdere alcuni manifestanti e, in boulevard Voltaire, è stata incendiata una barricata. La situazione resta quindi in evoluzione, mentre studenti e lavoratori continuano a sfilare nella capitale.

(da Fanpage)

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BALLY BAGAYOKO, IL SINDACO DI SAINT-DENIS CHE E’ SCESO IN PIAZZA CON GLI STUDENTI FRANCESI

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL PRIMO CITTADINO PROTESTA AL FIANCO DEI GIOVANI DURANTE IL BLOCCO DEI LICEI FRANCESI, CERCANDO DI RIPORTARE LA CALMA NEL CORTEO

Giacca scura, cravatta rossa e le braccia aperte davanti agli studenti. Bally Bagayoko, sindaco di Saint-Denis, prova a stemperare la tensione al corteo degli studenti francesi del 6 ottobre. Parla, gesticola, invita alla calma.
Poco dopo, in un altro video pubblicato dal reporter freelance Enzo Rabouy, Bagayoko viene accompagnato fuori dalla manifestazione, mentre intorno a lui la situazione si fa sempre più concitata. Il primo cittadino del comune francese nella regione dell’Île-de-France è diventato in pochi giorni uno dei politici più riconoscibili della mobilitazione studentesca francese, presente davanti ai licei bloccati, accanto ai ragazzi e più volte di fronte alle forze dell’ordine.
Solo poche ore prima, ai microfoni di RTL, aveva annunciato che sarebbe tornato in piazza chiedendo una désescalade, un abbassamento della tensione, e una risposta «politica, non poliziesca» alla protesta. «Disapprovo totalmente la violenza», aveva assicurato. Parole che arrivano dopo giorni di polemiche: davanti a un liceo della sua città, il sindaco aveva sostenuto che in alcune circostanze «la violenza può essere legittima».
Chi è Bally Bagayoko, il sindaco cresciuto a Saint-Denis
Bagayoko è arrivato a Saint-Denis quando aveva appena due anni e qui ha trascorso gran parte della sua vita. Nato a Levallois-Perret nel 1973, è cresciuto in una famiglia di origine maliana e ha frequentato anche il liceo Paul-Éluard, uno degli istituti coinvolti nelle proteste di queste settimane. Saint-Denis è uno dei principali comuni popolari a nord di Parigi, caratterizzato da una forte presenza di famiglie di origine immigrata e da profonde disuguaglianze sociali.
È proprio qui che LFI ha costruito una parte significativa del proprio radicamento politico.
Gli studi e la carriera
Il primo cittadino ha studiato all’università Paris 8 e prima della politica ha giocato a basket. Il suo percorso nelle istituzioni locali inizia nel 2001, quando entra nella squadra dell’allora sindaco comunista Patrick Braouezec. Negli anni ricopre diversi incarichi, tra cui quello di assessore e consigliere dipartimentale, passa dal Front de gauche e si avvicina poi a La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon.
Dopo una prima candidatura senza successo nel 2020, il 15 marzo 2026 viene eletto al primo turno sindaco di Saint-Denis-Pierrefitte con il 50,77 per cento dei voti. Nei primi mesi di mandato concentra l’azione su scuola, casa e politiche giovanili. Riapre un centro per ragazzi chiuso dalla precedente amministrazione, con l’obiettivo, come spiegato a Le Parisien, di «ristabilire il legame tra i giovani e l’istituzione». Firma inoltre un’ordinanza contro gli sfratti e, in occasione della rentrée, distribuisce gratuitamente materiale scolastico agli alunni delle scuole elementari.
Sul fronte della sicurezza, chiede agli agenti municipali una presenza più assidua nei quartieri e un maggiore lavoro sul rapporto con i giovani. Una linea che suscita proteste e rallentamenti da parte di alcuni esponenti della polizia. Dopo l’elezione, intanto, Bagayoko diventa bersaglio sui social e in tv di insulti razzisti e minacce. Su CNews alcuni commentatori arrivano a paragonarlo a un «grande scimmione» e a un «capo tribù». Il sindaco presenta diverse denunce.
A poche settimane dal suo ingresso in municipio, aveva fatto discutere anche la decisione di rimuovere dalla parete del suo ufficio il ritratto ufficiale di Emmanuel Macron. Bagayoko lo aveva lasciato in un angolo, spiegando la scelta come una protesta contro quella che, a suo giudizio, era l’incapacità dello Stato di ridurre le disuguaglianze sociali.
Il sindaco tra gli studenti e il cassonetto in fiamme
Quando a fine settembre aumentano i blocchi e le proteste davanti ai licei, Bagayoko sceglie di andarci di persona. Il 28 settembre è davanti al Paul-Éluard e invita il primo ministro Sébastien Lecornu a raggiungere Saint-Denis per ascoltare gli studenti: «Le loro rivendicazioni sono legittime», sostiene.
Più tardi compare davanti al liceo professionale Frédéric-Bartholdi. Un cassonetto brucia vicino all’ingresso. Bagayoko lo sposta, si allontana dalle fiamme e intorno gli studenti iniziano a scandire il suo nome. Qualcuno lo tira verso il gruppo, lui sorride e accenna qualche passo di danza. Sono pochi secondi, ma bastano perché il filmato cominci a circolare sui social. Una versione tagliata della sequenza viene usata per accusarlo di aver alimentato l’incendio; i video più lunghi mostrano invece che il cassonetto era già in fiamme quando il sindaco interviene.
Il giorno dopo Bagayoko torna davanti al Paul-Éluard, il liceo che aveva frequentato da ragazzo. Da giorni gli studenti protestano contro classi sovraffollate, edifici degradati, carenza di personale e mezzi insufficienti. «La loro legittimità è totale», dice davanti alle telecamere. Poi aggiunge: «La violenza può essere legittima», anche se «è meglio evitarla». La risposta del governo arriva subito. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez replica che «la violenza non è mai legittima». Il giorno successivo il prefetto di polizia di Parigi trasmette una segnalazione alla procura di Bobigny per una possibile «provocazione a commettere un reato».
Bagayoko non rinnega quelle parole. Il 6 ottobre torna però in piazza invitando tutti a manifestare pacificamente. «Dobbiamo evitare di ritrovarci davanti a un dramma», dice poche ore prima del corteo a Le Parisien. Poi, quando la tensione sale, le immagini lo mostrano di nuovo in mezzo ai ragazzi: braccia aperte, tentativi di calmarli, fino a quando viene accompagnato fuori dalla manifestazione.

(da agenzie)

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COME ANDRÀ A FINIRE LA VERTENZA GIUDIZIARIA PER IL REINTEGRO DI RANUCCI? I PIÙ SCOMMETTONO SUL REINTEGRO: IL PROVVEDIMENTO RIPORTEREBBE COSÌ RANUCCI SULLA TOLDA DI COMANDO DI REPORT.

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

LA REDAZIONE? SI DIMETTEREBBE IN BLOCCO HA TUONATO QUALCUNO, MA SEMBRA FOSSE UNA BOUTADE…IL DIRETTORE DEGLI APPROFONDIMENTI CORSINI PRIMA HA DETTO DI CONSIDERARE QUESTA EVENTUALITÀ UNA IATTURA, POI IERI HA AMMORBIDITO I TONI (“IN CASO CI ADEGUEREMO”). DEL RESTO, LUI STESSO, ALCUNI ANNI FA HA VISSUTO UNA ANALOGA VICENDA: SOSTITUITO NEL RUOLO DI DIRETTORE AL GIORNALE RADIO, RIFIUTO’ LE PROPOSTE ALTERNATIVE DELL’AZIENDA, FECE CAUSA MA LA RAI VINSE (E CORSINI PAGO’ SALATISSIME SPESE LEGALI…)

A poche ore dalla decisione del tribunale di Roma si scommette sull’esito dell’affaire Ranucci e scattano le quote dei bookmakers. Come andrà a finire la vertenza giudiziaria per il reintegro?
A condurre la prima puntata di Report, l’8 novembre , ci saranno Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi o “Superman” Sigfrido, come lo definisce la pompeiana Boccia? La decisione del giudice del lavoro Donatella Casari è attesa da un momento all’altro.
Intanto i bookmakers di via Teulada danno le quote: 1,75 la vittoria di Sigfrido;2,2 ricorso respinto. I più scommettono sul reintegro: il provvedimento d’urgenza ex articolo 700 riporterebbe così Ranucci sulla tolda di comando di Report.
La redazione? Si dimetterebbe in blocco- ha tuonato qualcuno ma sembra fosse una boutade.
Il direttore degli approfondimenti Corsini prima ha detto di considerare questa eventualità una iattura , poi ieri ha ammorbidito i toni, annunciando che qualunque sia la decisione del tribunale, la Rai si adeguerà.
Del resto, lui stesso, alcuni anni fa, ha vissuto analoga vicenda nella stessa posizione di Ranucci, quando, sostituito nel ruolo di vice direttore al Giornale Radio, aveva rifiutato la proposta alternativa dell’azienda e fatto causa alla Rai. Fu la sua Little Big Horn, una disfatta. La Rai vinse la causa in pompa magna, Corsini passo’ in cassa a pagare salatissime spese legali.
C’è un’attesa febbrile per la sentenza del Tribunale di Roma sulla richiesta di reintegro di Sigfrido Ranucci alla conduzione di Report . E molta prudenza: «Quando arriverà la pronuncia del giudice ci adegueremo, perché le decisioni vanno rispettate. Solo dopo commenteremo». Il direttore dell’Approfondimento Rai, Paolo Corsini, ieri ha risposto così a chi gli chiedeva della pronuncia, attesa ormai a breve.
Una frase molto più cauta rispetto a quella del giorno prima, che aveva prodotto molte polemiche, visto che Corsini si era spinto a auspicare che il giornalista non rientrasse alla conduzione in Rai. «E cosa dovevo fare? — aveva spiegato il dirigente al Corriere — Non posso mica auspicare che una mia decisione venga annullata dal giudice, no?».
Certo è che quelle parole sono diventate di piombo dopo poche ore, quando è emerso l’invio a Ranucci di un provvedimento di sospensione di dieci giorni da parte della Rai. Un uno-due che ha fatto dire a Giuseppe Giulietti, coordinatore dell’associazione Articolo 21, da sempre vicino al giornalista: «Chi oggi tace su Ranucci, sappia che questa vicenda prima o poi riguarderà tutte e tutti noi».
Chi non tace è sempre Corsini che, a margine di una presentazione, ieri, ha aggiunto: «Stiamo lavorando (a Report , ndr ) con il nuovo modello, il nuovo studio e sto autorizzando le trasferte. Noi andiamo avanti».
Non senza fibrillazioni, che derivano dall’ipotesi che Ranucci rientri, scombussolando gli attuali equilibri che vedono la redazione intenta a recuperare un clima più sereno. Di certo le inchieste che vengono anticipate sui social mostrano un approccio diverso: c’è quella sull’energia in Cina, quella sulla procreazione assistita, quella sull’inquinamento del Mediterraneo e quella sul business del balcone di Giulietta a Verona.

(da Dagoreport)

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