Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
IL MOMENTO CLOU SARÀ GIOVEDÌ, QUANDO A SCRUTINIO SEGRETO (SPUNTERANNO I FRANCHI TIRATORI?) I DEPUTATI VOTERANNO IL TESTO – IL CAMPO LARGO PREPARA I RICORSI CONTRO IL MELONELLUM. L’OBIETTIVO E’ SOLLEVARE LE QUESTIONI DI COSTITUZIONALITÀ DAVANTI ALLA CONSULTA
Scattano gli ultimi tre giorni di fuoco per il Melonellum. Il governo, come
previsto, ieri ha posto la questione di fiducia su tre dei quattro articoli da approvare prima di arrivare al via libera definitivo.
Appello nominale, a basso tasso di preoccupazione per la maggioranza. A disturbare il sonno del centrodestra è però il voto finale, a scrutinio segreto, in calendario per giovedì mattina.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni vuole che i deputati – e i potenziali “franchi tiratori” – ci arrivino con una certezza e un terrore: se affossano il provvedimento, si va subito alle urne. Concetto ribadito da ultimo anche da Giovanni Donzelli, numero due di via della Scrofa: «Sarebbe una follia immaginare diversamente».
Perché la minaccia abbia forza, però, serve allontanare l’ipotesi che la legislatura abbia, in ogni caso, ancora pochi mesi di vita. Per questo la premier è andata su tutte le furie quando, ieri, ha saputo che il suo capogruppo al Senato, Lucio Malan, si era spinto a dire ai microfoni di RadioUno che «potrebbe esserci l’esigenza di votare a maggio» per le Politiche «insieme alle Comunali».
Con tanto di argomentazione contro le elezioni autunnali: «Il difetto per il voto a settembre è che hai poco tempo per la campagna elettorale, e poi c’è da fare la legge di Bilancio». L’allarme a via della Scrofa è stato immediato. E così pure il rimprovero recapitato dai vertici del partito al presidente dei senatori con un ordine perentorio: ritratta.
Ecco quindi dopo un’ora la dichiarazione di ordine inverso consegnata da Malan ai tg: «La legislatura va fino in fondo e cioè fino all’autunno del 2027». Questo il clima nel centrodestra a ridosso dell’ultimo “salto nel buio” del voto segreto. Attenzione massima.
E infatti, com’è già avvenuto per le pregiudiziali, tutti i deputati sono stati precettati, compresi ministri e sottosegretari: «Presenza obbligatoria». Il controllo militare dell’assemblea esercitato già giovedì scorso dai colonnelli meloniani – le vedette in piedi dall’ultima fila dell’aula a scrutare i colleghi – farà il resto: pressione psicologica. [
Lunedì 12 ottobre, alla Camera, i rappresentanti di Pd, Avs, M5s, IV e +Europa annunceranno i ricorsi in preparazione contro il Melonellum, al fianco dei giuristi che ci stanno lavorando.
Tra gli altri Enrico Grosso, ex presidente del comitato del No al referendum sulla giustizia. «Stiamo scrivendo una bozza che verrà messa a disposizione di tutti gli avvocati della nostra rete».
Quindici giorni dopo la pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale, i ricorsi verranno depositati nei tribunali distrettuali. Saranno poi i giudici a sollevare le questioni di costituzionalità alla Consulta. Mentre la mobilitazione passerà dalle città. Il 20 ottobre, i costituzionalisti coordinati da Roberto Zaccaria saranno alla Pergola di Firenze. È invitato il direttore Stefano Massini.
(da Repubblica)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
“HO GIÀ AVUTO MODO DI DIRE CHE NON È PIÙ IL TEMPO DEI PAPI STRANIERI” … IL NODO DELLA POLITICA ESTERA: SULL’UCRAINA LA SEGRETARIA PD INSISTE NEL SOSTENERE CHE “UNA SOLUZIONE SI TROVERÀ”. MA CONTE E’ IRREMOVIBILE E AI SUOI DICE: “NON POSSIAMO FARE TROPPI COMPROMESSI”
Giuseppe Conte chiama l’ex direttore del Giornale, Augusto Minzolini , per confermargli che lui il famoso terzo nome per evitare il duello con Elly Schlein alle primarie ce lo aveva e lascia intendere che fosse Roberto Gualtieri (come a dire, uno schiaffo alla segretaria Pd proporre un altro dem). Goffredo Bettini, che con l’ex premier è in rapporti più che ottimi, continua a palesare i suoi dubbi sulle primarie e a esternare la sua preferenza per un federatore.
Stefano Bonaccini non sprizza di gioia quando parla dei gazebo e il suo successore Michele de Pascale è sulla stessa linea. Poi c’è Angelo Bonelli, che non ha mai nascosto le sue perplessità: sostiene che i gazebo «rischiano di dividere più che unire».
Insomma, nonostante Elly Schlein in Direzione abbia fatto capire con estrema chiarezza che lei è in campo («Ci candidiamo a guidare la coalizione prima e il Paese poi»), il lavorio contro i gazebo continua. E nemmeno sotto traccia. Ma la leader dem non deflette dalla sua linea: «O si fa come nelle normali democrazie europee, che si candida al governo chi guida il partito dell’alleanza che ha più voti, e nel nostro caso è il Pd, oppure si va alle primarie».
Non c’è una terza via, per la segretaria. Schlein è convinta di vincere, nonostante i sondaggi, che, a suo avviso, «lasciano il tempo che trovano».
«Ho già avuto modo di dire che non è più il tempo dei papi stranieri», ripete ai suoi Schlein, che non vuole sentire parlare di un terzo nome ma punta solo alle primarie, cercando di evitare, però, che diventino l’unico argomento di dibattito del centrosinistra, «perché noi dobbiamo parlare alle gente delle cose concrete, che interessano gli italiani, e far capire loro che siamo pronti a dare a tutti i cittadini una speranza e una tutela».
La questione dell’Ucraina. La segretaria pd insiste nel sostenere che «una soluzione si troverà». Ma Conte sembra irremovibile e ai suoi dice: «Non possiamo fare troppi compromessi, anche perché il movimento deraglierebbe».
(da Corriere della Sera)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
POSTA LA QUESTIONE DI FIDUCIA SU TRE ARTICOLI DELLA LEGGE ELETTORALE PER TENERE UNITA LA MAGGIORANZA
Infine la blindatura è arrivata: il governo ha posto la fiducia sugli articoli 1, 2 e
3 della legge elettorale. In questo modo il voto sarà palese, neutralizzando i franchi tiratori che avevano affossato il Melonellum a luglio, votando contro l’emendamento che introduceva le preferenze per i candidati dopo i capolista bloccati. Il voto finale sul testo, fissato per l’8 ottobre, rimarrà invece libero dalla fiducia e segreto, come hanno già chiesto le opposizioni.
Si delinea così la strategia della premier Giorgia Meloni: i voti di fiducia servono a far sì che la sua legge elettorale arrivi al voto finale senza intoppi né modifiche. L’ultima chiamata ai deputati sarà quella determinante sul piano politico: gli alleati di Lega e Forza Italia (dove si sarebbero annidati i franchi tiratori di luglio) saranno messi alla prova del voto segreto. In caso di bocciatura, la conseguenza è già stata annunciata. «Il presidente Meloni ha detto che è come un voto di fiducia. Se su un voto di fiducia perdi, il governo si dimette» ha ribadito il capogruppo al Senato di FdI, Lucio Malan, a Un giorno da pecora.
A queste condizioni, tuttavia, una clamorosa bocciatura finale sembra decisamente improbabile. La prima prova generale – il voto a scrutinio segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità – è già andata liscia e le molte accortezze prese dai capigruppo dovrebbero scongiurare qualsiasi sorpresa. Nessuna assenza concessa, nessun viaggio istituzionale permesso (nemmeno per i ministri, salva espresso sì di Palazzo Chigi): a Montecitorio i banchi dovranno essere tutti pieni.
In questo momento, del resto, per entrambi i partiti minori della maggioranza andare a elezioni anticipate sarebbe un problema. Sulla Lega pende un congresso straordinario convocato da un vicepremier Matteo Salvini sempre più in difficoltà e che dovrebbe tenersi il 24 e 25 ottobre, ma la data non è ancora certa. Arrivarci con una crisi di governo aperta e con Meloni che accusa gli alleati non sarebbe certo il clima migliore per celebrarlo. Lo stesso vale per Forza Italia, con il segretario Antonio Tajani – uscito da due settimane complicate sul fronte della comunicazione – formalmente in sella ma internamente sempre più spesso messo in discussione da chi guarda al presidente della Calabria Roberto Occhiuto.
Il risultato, dunque, sarà quello di doversi piegare ai desiderata della premier. Lei è convinta che il Melonellum sia la miglior legge elettorale con cui ripresentarsi davanti agli italiani, tuttavia le opposizioni sono già tutte protese al passo successivo: superato il vaglio parlamentare, il testo finirà certamente impugnato davanti alla Corte costituzionale, con un ricorso già preparato da un nutrito gruppo di giuristi.
Riccardo Magi di +Europa, al sesto giorno di digiuno, ha protestato davanti a palazzo Chigi perchè la fiducia ha fatto sì che l’interlocutore sia diventato il governo, che con la fiducia impedirà al Parlamento di esaminare emendamenti «che avrebbero potuto sanare delle incostituzionalità evidenti di questo testo». Si è rivolto anche al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sollevando il problema di costituzionalità delle firme da raccogliere per le nuove forze politiche (450mila, senza utilizzo della firma digitale) che ha definito uno «sbarramento alla competizione elettorale».
Il futuro della legislatura, tuttavia, rimane incerto. Meloni continua a ripetere che arriverà al termine –che a rigor di date significa ottobre 2027 – ormai un mantra quanto il fatto che il generale Roberto Vannacci e il suo Futuro nazionale si sia posto fuori dal centrodestra e dunque non ci sia margine per un’alleanza.
In realtà, secondo fonti di centrodestra entrambe le considerazioni sono da prendere con beneficio di inventario. Nel senso che sono certamente vere oggi, ma in questo momento la capacità di previsione cambia di settimana in settimana.
Quanto al voto a scadenza naturale, dentro FdI il ragionamento più comune è che dopo dicembre e l’approvazione della legge di Bilancio ogni data è buona. Certo, i parlamentari vedono aprile come il mese che gli salverebbe la pensione, tuttavia non è detto che le cose non precipitino anche prima. Fuor di metafora: l’imposizione del voto di fiducia sui tre articoli della legge elettorale (in particolare su quello più controverso delle preferenze e senza tutela di genere per i capilista) è il sintomo che in maggioranza i rapporti sono decisamente tesi. Con la fiducia i ranghi vengono serrati intorno a un obiettivo strategico per Meloni, ma quanti altri intoppi potranno avvenire d’ora in avanti, avvicinandosi a una finanziaria che già si annuncia meno ricca e «coraggiosa» di come Salvini ha chiesto? E, soprattutto, adesso che ogni forza politica entra in modalità elettorale e dunque dovrà tenere duro sui propri provvedimenti bandiera?
Le stesse incertezze riguardano anche la collocazione di Vannacci, che secondo la supermedia di YouTrend ora veleggia intorno al 7,7 per cento. Fino a oggi a Meloni è bastato dire che il suo votare contro la fiducia al governo lo mette automaticamente fuori dalla coalizione, ma che succederebbe se Futuro nazionale votasse le prossime tre fiducie, sostenendo il governo come ha già fatto bocciando le pregiudiziali di costituzionalità? Dentro FdI, c’è chi auspica un avvicinamento col generale, la premier invece sarebbe convinta di poter bastare a sé stessa per vincere di nuovo. Oggi è così, domani chissà. L’unica certezza è che entro la fine della settimana gli elettori sapranno con quale legge andranno – presto o tardi – a votare.
editorialedomani.it)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
TROPPI NON RIESCONO PIU’ AD AVERE UNA CASA, COSTA TROPPO
Proviamo a fare un riassunto di quelli un po’ spericolati, ma necessari. La casa è un bene primario: il tetto, il letto, il focolare, il rifugio, la tana. Nessuno, qualunque sia il suo reddito, quali siano le sue aspirazioni, può immaginarsi senza un tetto sopra la testa. La casa è come l’acqua e il pane.
Considerare la casa una merce come tante vuol dire consegnarla al mercato. Illudendosi (come fa il liberismo in purezza) che il mercato possieda una sorta di capacità virtuosa di regolarsi, calmierarsi, equilibrarsi. Con qualche vittima e molti vincitori: questo è il pensiero magico del mercatismo.
Ma non funziona così. Troppi non riescono più ad avere una casa. Costa troppo. Non se la possono permettere. La casa fa cadere i governi (Spagna) ed è un problema politico enorme in mezza Europa, soprattutto nelle grandi città, che stanno diventando un posto per soli ricchi.
Il mercato non è quello antropomorfo che si vede in piazza, con la gente che tratta, c’è chi compra e chi vende, e ci si guarda in faccia. Il mercato è fondi di investimento, concentrazioni gigantesche che non hanno faccia, non hanno nome di persona e soprattutto non hanno alcun bisogno di trattare. Bernie Sanders forse esagera, ma sostiene che l’America tutta intera è posseduta e diretta da tre grandi fondi di investimento.
Se non è troppo tardi, il potere enorme del profitto va contrastato con una forza uguale e contraria, e questa forza non può essere che la politica. Come la sanità e la scuola, una casa deve essere alla portata di tutti. Il mercato fa il suo mestiere: non garantisce un bel niente. Non è il suo mestiere, provvedere ai bisogni di chi ha di meno. È il mestiere della comunità, è il mestiere della politica.
(da Repubblica)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
NESSUNO SCENDE PIU’ IN PIAZZA PERCHE’ HA PAURA DEL “SISTEMA” CE OTREBBE PUNIRLO RENDENDO LA VITA PROFESSIONALE DIFFICILE
Perché gli studenti italiani non scendono in piazza? Perché come i ragazzi
francesi non protestano? Qual è la differenza tra la Francia e l’Italia? Solo il fatto che Oltralpe sono abituati a manifestare mentre nel nostro Paese non si sciopera più, non si vota più, non si alza più la voce?
A vedere i dati elettorali non sembrerebbe che sia questo il “casus belli”: al di là delle Europee 2024 dove in Italia l’affluenza è stata inferiore al 50% (circa il 49,6%), segnando un netto calo rispetto al 2019 e confermando il primato dell’astensionismo, alle politiche i numeri non si distanziano più di tanto. In Francia al primo turno (10 aprile 2022) l’astensione ufficiale è stata del 26,31%; nel secondo turno è salita al 28,01% mentre in Italia nel 2022 si è attestata al 36,1%.
Penso piuttosto che nel nostro Paese la democrazia negli ultimi anni sia stata smantellata, picconata. Le fotografie dei ragazzi francesi scesi in piazza circondati dai loro professori che li proteggevano sono immagini eloquenti: in Italia, nonostante gli stipendi dei docenti siano sotto la media, nessuno scende più in piazza perché ha paura. Di chi? Delle manganellate?
No! Ha timore del “sistema”, di chi potrebbe punirlo indirettamente rendendo la vita professionale difficile. Questo Governo, nel luglio 2023, ha introdotto nel codice di comportamento disciplinare questo articolo: “Il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale”. E’ il bavaglio alla bocca. Da giornalista ho spesso a che fare con dirigenti che mi rivelano alcune cose ma aggiungono: “La prego non metta il mio nome”, oppure “Non ci sentiamo tutelati”. Presidi e docenti che sono terrorizzate dalle ispezioni ministeriali, dai provvedimenti disciplinari.
E se non scendono in piazza i padri come possono farlo i loro figli? Sono tanti gli esempi in cui i nostri studenti sono stati zittiti, puniti. Non sto parlando delle autogestioni ma di altro. Nel 2024 un ragazzo di Modena è stato sospeso solo per aver criticato la preside in un’intervista.
Negli ultimi anni, in particolare tra il 2025 e il 2026, diversi studenti italiani hanno messo in atto forme di protesta eclatanti durante l’esame di Maturità, rifiutandosi di sostenere il colloquio orale o chiedendo di abbassare il proprio voto per contestare un sistema scolastico percepito come troppo competitivo e basato solo sui numeri. Azioni rese impossibili introducendo disposizioni per sanzionare o bocciare chi sceglie di non completare il colloquio d’esame.
Risultato? La conseguenza è una sola, riassunta in cinque parole: chi me lo fa fare?
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
CONTE HA SONDATO ELLY SU UN NOME TERZO, MA SCHLEIN HA DETTO NO… PRIMA SI ATTENDERA’ LA DECISIONE DELLA CONSULTA SUI RICORSI ALLA NUOVA LEGGE ELETTORALE (SE VENISSE BOCCIATA NON SAREBBE OBBLIGATORIO INDICARE IL CANDIDATO PREMIER), POI I GAZEBO TRA GENNAIO E MARZO… A QUESTO PUNTO NON RESTA CHE SPERARE NELLA CORTE COSTITUZIONALE O NELLIMPLOSIONE DEI SOVRANISTI, VISTO CHE ELLY VUOLE ANDARE A SCHIANTARSI
Si sono visti all’inizio della scorsa settimana. Loro due da soli, senza orecchie né occhi indiscreti, ma soprattutto testimoni che — in testa Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni — tifano apertamente per evitare la lotta fratricida delle primarie.
In quel faccia a faccia, caduto non per caso alla vigilia della direzione nazionale del Pd, Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno siglato un patto: prima si aspettano i ricorsi alla Corte Costituzionale contro la legge elettorale che costringe le coalizioni a indicare il nome del candidato premier nel programma. Poi, se questa novità — introdotta dalla destra proprio per mettere in difficoltà il centrosinistra — non verrà cancellata dalla Consulta, si allestiranno i gazebo per lasciare al popolo progressista la scelta del leader chiamato a sfidare Giorgia Meloni alle politiche.
Una strada, a questo punto, obbligata. Ancor prima di entrare nel merito, il presidente del M5S ha difatti chiesto dritto alla segretaria del Pd se fosse disposta al passo di lato, dichiarandosi pronto a fare lo stesso qualora avesse incontrato un’analoga disponibilità dall’altra parte. Se cioè, anche alla luce del malumore registrato dai sondaggi e delle polemiche in corso fra alleati, non fosse meglio individuare una figura terza, di garanzia, in grado non solo di mettere d’accordo l’intero campo largo, ma pure di riconciliare elettorati poco omogenei. Ovvero, rasserenare un clima che la gara interna tra capi-partito rischia viceversa di esacerbare.
Il sondaggio, tuttavia, non sarebbe andato a buon fine. La risposta di Schlein è stata netta: non se ne parla. Come ha sempre detto e ripetuto, per lei le opzioni sul tavolo sono soltanto due: o si designa il leader della forza più votata, oppure si fanno le primarie. Il federatore non esiste, comunque si chiami: Roberto Gualtieri o Gaetano Manfredi, Silvia Salis o Antonio Decaro, per lei la discussione non va proprio aperta.
Un muro. Che Conte non riesce a scalfire. E siccome per lui la prima ipotesi non è praticabile perché, l’ha spiegato più volte, non riuscirebbe a farla digerire ai suoi, per scongiurare l’implosione della coalizione non resta che misurarsi ai gazebo. Dove comunque confida di poterla spuntare anche grazie al voto online, su cui il Nazareno — a dispetto del rischio ingerenze esterne denunciato dei riformisti — non avrebbe chiuso. Anzi.
E primarie siano, dunque. Ma solo al momento opportuno. «Per ora mettiamo da parte questa parola: in poche settimane scriviamo il programma e su quello facciamo un patto di sangue», propone il presidente dem Stefano Bonaccini. Indizio di un percorso ormai tracciato, sebbene l’entourage M5S preferisca non commentare e dal Pd non arrivino né conferme né smentite.
I dem sono pronti a far notare che se pure si votasse a maggio per le politiche, la finestra già indicata per la consultazione interna al centrosinistra (tra gennaio e marzo) sarebbe compatibile con le urne anticipate. Lo dice pure Goffredo Bettini: «In mancanza di un nome terzo autorevole e rappresentativo, non ci sono che le primarie», argomenta, auspicando «un accordo “deontologico” che possa renderle un momento di partecipazione, popolare e democratica, piuttosto che un duello rusticano tra partiti». Concorda l’ex ministro Andrea Orlando: «Gli spazi per terzi nomi credo si siano consumati, il meccanismo si è messo in moto». L’unica che sembra non rassegnarsi è Avs: «Rischiano di dividere piuttosto che unire», insiste il verde Bonelli. «Noi continuiamo a sostenere che ci si confronta sulle idee, non su chi conta di più o di meno, in base ai numeri». Risposta indiretta a Schlein e al suo «uno non vale uno» scandito venerdì scorso davanti alla direzione nazionale del partito. Un dibattito che, riassumendo, sarebbe piaciuto molto a Nanni Moretti. Morto, ancora prima di cominciare.
(da Repubblica)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
ALESSANDRA GHISLERI: “IL PUNTO POLITICO È CHE LA COESIONE NON SI DECRETA, MA SI COSTRUISCE SU UN PROGRAMMA CONDIVISO, SU UNA LEADERSHIP RICONOSCIUTA, SU REGOLE DEL GIOCO CHIARE. E OGGI RESTANO DOMANDE APERTE SU TUTTI I FRONTI. IL TEST PIÙ EVIDENTE È LA QUESTIONE ITALIA VIVA”
Secondo il sondaggio realizzato da Only Numbers per Porta a Porta, il 60,5%
degli intervistati non vede nel Campo Largo una coalizione unita e coesa. Un dato che, preso da solo, si potrebbe liquidare come il giudizio scontato degli avversari, ma è quando si guarda dentro l’elettorato del centrosinistra che il quadro diventa davvero interessante, perché emerge un forte scetticismo tra le parti.
Un elettore del Partito Democratico su due (50,4%), infatti, condivide la medesima diagnosi in cui l’unità celebrata nelle immagini non corrisponde a quella percepita.
Più prudenti gli elettori del Movimento 5 Stelle, dove quasi il 40% (37,1%) è su questa posizione, ma con un elettore su tre che non si esprime (33,3%), segno di una zona grigia ampia, di un’attesa che non è ancora adesione. Controcorrente appaiono Alleanza Verdi e Sinistra che con il 46,2% dei loro elettori sono certi della compattezza del Campo Largo.
Il punto politico è che la coesione non si decreta, ma si costruisce su un programma condiviso, su una leadership riconosciuta, su regole del gioco chiare. E oggi restano domande aperte su tutti i fronti. Il test più evidente è la questione Italia Viva-Casa Riformista.
Il 45,5% degli elettori si dice favorevole all’ingresso di Matteo Renzi nella coalizione, tuttavia tra gli elettori di Giuseppe Conte il 58% si dichiara nettamente contrario. Gli elettori di Alleanza Verdi e Sinistra si spaccano a metà, con un 41% di favorevoli e un 41% di contrari. Non è solo una questione di simpatie personali, tutt’altro, perché Renzi incarna una cultura politica, riformista, centrista, liberale in economia, che stride con l’anima più identitaria e movimentista dell’alleanza.
E poi l’aritmetica è impietosa. Con le due coalizioni di centro destra e centro sinistra separate da uno scarto minimo, rinunciare a una forza come Italia Viva che vale tra il 2% e il 3% significa scegliere di regalare punti preziosi agli avversari.
In un sistema competitivo, e con una legge elettorale che – sembrerebbe – premiare le coalizioni, il purismo ha un costo, e potrebbe essere il costo della sconfitta. Escludere chi sta nello stesso campo, per storia e per collocazione, è una scelta che richiede una giustificazione politica molto solida, non solo una repulsione di carattere.
Detto questo, chi vuole Matteo Renzi in alleanza deve anche argomentare a quale prezzo, perché allargare la maglia senza chiarezza sui contenuti rischia di produrre un’ammucchiata, esattamente l’immagine che gli elettori già temono.
C’è poi la questione interna al Partito Democratico, forse la più delicata. L’area di Base Riformista si è ritrovata alla Casa del Popolo di Caiano, vicino a Prato, per discutere dei confini da non oltrepassare nelle scelte programmatiche del Campo Largo. Tra i punti fermi hanno trattato il mantenimento dell’appoggio all’Ucraina e la possibilità di presentare un proprio candidato alle primarie.
Sono due messaggi diversi ma convergenti: il primo dice che sulla politica estera e sulla collocazione atlantica ed europea non si tratta, mentre il secondo che la leadership non è una questione già chiusa.
E’ anche il segnale che la coalizione non è solo attraversata da differenze tra partiti diversi, ma le fratture corrono dentro lo stesso Partito Democratico. Sul fronte dell’elettorato, la reazione non è univoca. Il 55% degli elettori del Movimento 5 Stelle si colloca nell’area dell’indecisione rispetto a queste proposte, mentre uno su due nel Campo Largo (50%) le interpreta con pessimismo.
Insomma, non c’è un rifiuto, ma neppure un’adesione; emerge invece una platea che aspetta di comprendere. Se oggi ci chiediamo cosa servirebbe ci si potrebbe ispirare allo spirito del centro destra e si potrebbe iniziare da un programma minimo vincolante. Non un libro dei sogni di cento pagine, ma pochi punti chiari su politica estera, fisco, lavoro e diritti, con la lealtà di dire anche su cosa non si è d’accordo e come si intende decidere.
Anche le regole sulla leadership dovrebbero essere definite. Le primarie infatti possono essere uno strumento di legittimazione e grande forza mediatica o una fonte di lacerazione, a seconda di come e quando si fanno, e con quali garanzie di lealtà al vincitore. Detto questo, rimandare il tema non lo fa sparire.
Ne consegue la necessità di adottare una scelta chiara e pulita su Matteo Renzi: o dentro con regole condivise, o fuori con una motivazione politica esplicita. La via di mezzo, il sì ma non si dice, la tolleranza senza riconoscimento, è la più logorante. Il 60,5% che non vede coesione non sta dando un giudizio definitivo, sta lanciando un avvertimento.
La coalizione ha ancora il tempo e i numeri per smentire chi la crede solo una somma di sigle. Tuttavia per farlo dovrà passare dalla politica delle foto a quella dei fatti con meno sorrisi sul palco e più decisioni nel merito, perché gli elettori, come dimostra questo sondaggio, guardano le immagini, ma poi valutano la sostanza. E soprattutto, non si accontentano di una unità dichiarata sulla carta, ma desiderano vederla funzionare.
Alessandra Ghisleri
per “la Stampa”
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
NEL 2019, L’ATTORE ERA SALITO A BORDO DELLA NAVE “OPEN ARMS”
“La migrazione può essere gestita senza condizioni disumane, senza indebolire il diritto di chiedere asilo e senza trattare i diritti umani come ostacoli”. È il messaggio di Richard Gere, che in un video appello si schiera al fianco di ActionAid.
“La paura sta sostituendo la compassione. Le persone vengono ridotte a numeri, problemi o minacce – afferma Gere -. La detenzione, la deportazione e l’invio di persone oltre i confini europei vengono sempre più presentati come soluzioni normali”.
L’attore richiama anche il modello sviluppato dall’Italia con l’Albania, che sposta il controllo della migrazione oltre i confini dell’Unione europea e lontano dal controllo dell’opinione pubblica: “Ciò che accade lì potrebbe diventare un modello per il modo in cui l’Europa gestirà la migrazione in futuro”.
(da agenzie)
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Ottobre 6th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO LA GIORNALISTA STATUNITENSE, “L’AMERICA STA APPENA INIZIANDO A CAPIRE COSA ACCADE QUANDO UN IMPERO CROLLA”
“Gli Stati Uniti assomigliano sempre di più all’Italia”. E’ il titolo dell’editoriale
di Rana Foroohar sul Financial Times nel quale si osservano tre somiglianze fra i due paesi. “Sebbene la corruzione palese negli Stati Uniti e in Italia non sia forse così grave come in molti altri mercati di frontiera, entrambi i Paesi stanno attivamente allentando i controlli per contrastarla.
In secondo luogo, il populismo politico sta emergendo in modo analogo in entrambe le nazioni. Infine, aspetto ancor più rilevante, il mercato del lavoro americano sta iniziando ad assomigliare a quello italiano sotto un profilo cruciale: i lavoratori più anziani mantengono saldamente i posti migliori, mentre i giovani faticano a trovarne di dignitosi”, spiega Foroohar osservando come gli americani iniziano a pensare alla corruzione come “endemica” e fra loro sta crescendo anche il “cinismo economico”.
“L’Italia sta vivendo ora un momento più favorevole, caratterizzato da dati solidi su export e occupazione. L’America sta appena iniziando a capire cosa accade quando un impero crolla”
(da agenzie)
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