INCONTRO SEGRETO SCHLEIN-CONTE, E’ INTESA SULLE PRIMARIE DI COALIZIONE
CONTE HA SONDATO ELLY SU UN NOME TERZO, MA SCHLEIN HA DETTO NO… PRIMA SI ATTENDERA’ LA DECISIONE DELLA CONSULTA SUI RICORSI ALLA NUOVA LEGGE ELETTORALE (SE VENISSE BOCCIATA NON SAREBBE OBBLIGATORIO INDICARE IL CANDIDATO PREMIER), POI I GAZEBO TRA GENNAIO E MARZO… A QUESTO PUNTO NON RESTA CHE SPERARE NELLA CORTE COSTITUZIONALE O NELLIMPLOSIONE DEI SOVRANISTI, VISTO CHE ELLY VUOLE ANDARE A SCHIANTARSI
Si sono visti all’inizio della scorsa settimana. Loro due da soli, senza orecchie né occhi indiscreti, ma soprattutto testimoni che — in testa Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni — tifano apertamente per evitare la lotta fratricida delle primarie.
In quel faccia a faccia, caduto non per caso alla vigilia della direzione nazionale del Pd, Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno siglato un patto: prima si aspettano i ricorsi alla Corte Costituzionale contro la legge elettorale che costringe le coalizioni a indicare il nome del candidato premier nel programma. Poi, se questa novità — introdotta dalla destra proprio per mettere in difficoltà il centrosinistra — non verrà cancellata dalla Consulta, si allestiranno i gazebo per lasciare al popolo progressista la scelta del leader chiamato a sfidare Giorgia Meloni alle politiche.
Una strada, a questo punto, obbligata. Ancor prima di entrare nel merito, il presidente del M5S ha difatti chiesto dritto alla segretaria del Pd se fosse disposta al passo di lato, dichiarandosi pronto a fare lo stesso qualora avesse incontrato un’analoga disponibilità dall’altra parte. Se cioè, anche alla luce del malumore registrato dai sondaggi e delle polemiche in corso fra alleati, non fosse meglio individuare una figura terza, di garanzia, in grado non solo di mettere d’accordo l’intero campo largo, ma pure di riconciliare elettorati poco omogenei. Ovvero, rasserenare un clima che la gara interna tra capi-partito rischia viceversa di esacerbare.
Il sondaggio, tuttavia, non sarebbe andato a buon fine. La risposta di Schlein è stata netta: non se ne parla. Come ha sempre detto e ripetuto, per lei le opzioni sul tavolo sono soltanto due: o si designa il leader della forza più votata, oppure si fanno le primarie. Il federatore non esiste, comunque si chiami: Roberto Gualtieri o Gaetano Manfredi, Silvia Salis o Antonio Decaro, per lei la discussione non va proprio aperta.
Un muro. Che Conte non riesce a scalfire. E siccome per lui la prima ipotesi non è praticabile perché, l’ha spiegato più volte, non riuscirebbe a farla digerire ai suoi, per scongiurare l’implosione della coalizione non resta che misurarsi ai gazebo. Dove comunque confida di poterla spuntare anche grazie al voto online, su cui il Nazareno — a dispetto del rischio ingerenze esterne denunciato dei riformisti — non avrebbe chiuso. Anzi.
E primarie siano, dunque. Ma solo al momento opportuno. «Per ora mettiamo da parte questa parola: in poche settimane scriviamo il programma e su quello facciamo un patto di sangue», propone il presidente dem Stefano Bonaccini. Indizio di un percorso ormai tracciato, sebbene l’entourage M5S preferisca non commentare e dal Pd non arrivino né conferme né smentite.
I dem sono pronti a far notare che se pure si votasse a maggio per le politiche, la finestra già indicata per la consultazione interna al centrosinistra (tra gennaio e marzo) sarebbe compatibile con le urne anticipate. Lo dice pure Goffredo Bettini: «In mancanza di un nome terzo autorevole e rappresentativo, non ci sono che le primarie», argomenta, auspicando «un accordo “deontologico” che possa renderle un momento di partecipazione, popolare e democratica, piuttosto che un duello rusticano tra partiti». Concorda l’ex ministro Andrea Orlando: «Gli spazi per terzi nomi credo si siano consumati, il meccanismo si è messo in moto». L’unica che sembra non rassegnarsi è Avs: «Rischiano di dividere piuttosto che unire», insiste il verde Bonelli. «Noi continuiamo a sostenere che ci si confronta sulle idee, non su chi conta di più o di meno, in base ai numeri». Risposta indiretta a Schlein e al suo «uno non vale uno» scandito venerdì scorso davanti alla direzione nazionale del partito. Un dibattito che, riassumendo, sarebbe piaciuto molto a Nanni Moretti. Morto, ancora prima di cominciare.
(da Repubblica)
Leave a Reply