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MELONI PER NON PERDERE LA POLTRONA HA IN MENTE L’ENNESIMO CONDONO EDILIZIO E UNA ZES UNICA ITALIA

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

PRONTI PER IL VOTO AD APRILE MENTRE SALVINI PRESSA LE BANCHE… IL COLLE E “L’USCITA ORDINATA”

In attesa di portarli al voto, li porta a spasso. Solo una sinistra disarmante può credere che Meloni verrà fermata dalla Consulta e che Salvini e Tajani le impediranno di andare al voto presto, addirittura ad aprile. Primo, Mattarella (che ha promulgato il Melonellum) non ha intenzione di ostacolare il percorso, ma chiede soltanto “l’uscita ordinata”. Lo dicono gli amici del presidente e dicono anche che “se Meloni decide di andare alle urne, non si farà certo un governo tecnico. Non scherziamo”. Secondo. Si stanno preparando Meloni d’artificio. Riprendetevi una battaglia del 2025 accantonata. FdI intende ripresentare in legge di Bilancio la norma sul condono edilizio in Campania. Un’altra misura sarà la “Zes Italia” e c’è sempre Salvini che chiede, come Elsa Fornero, “i sacrifici” ma alle banche, l’esproprio volontario.
A Palazzo Chigi pensano che una seria discussione sulla data del voto si farà a gennaio. Pensano anche, ma lo pensa Salvini (dice ora che “non è mai stato amico di Putin”) che si vota “a scadenza naturale, in autunno 2027” e che le dieci grandi banche nazionali, assicurazioni, devono dare “cinque miliardi, di contributo straordinario, gioioso e volontario”. A parte Salvini, che sogna un’economia alla Bucharin, a parte questi trucchi di scena sulla data, anche la Lega è pronta a votare. Lunedì si terrà il federale, che dovrà stabilire il regolamento per il Congresso della Lega, quello straordinario, ma si sa già che Salvini ne uscirà, al solito, da segretario, e forse meglio di prima. Non si prevedono novità e neppure sfidanti, anzi. Salvini è certo che alle prossime politiche Luca Zaia tirerà la lista e che ci sarà anche Attilio Fontana. I 160 milioni delle accise mobili che Meloni tiene nel cassetto per i tempi più bui, serviranno nei prossimi mesi e tutti comprendono che serviranno per la campagna elettorale. Mercoledì, Meloni si presenterà al Senato e alla Camera per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo e come sempre pranzerà con Mattarella. Sarà l’occasione per parlare di “uscita ordinata”, quell’uscita che, come ha raccontato Fazzolari a Salvatore Merlo sul Foglio, permetterebbe al prossimo governo di allestire, in serenità, una legge di Bilancio.
Si fa sempre più seria l’idea che si possa votare prima delle amministrative anche perché Vannacci si è sgonfiato. Ne sono convinti i Fratelli d’Italia che monitorano le sue bacheche e registrano gli insulti al generale. La sinistra è impreparata, avviluppata nelle sue primarie e quello che manca a Forza Italia e Lega può recuperarlo Meloni. Tajani dovrebbe incontrare, mentre si scrive, Marina Berlusconi, o ad Arcore o a casa della Cavaliera. Lo Zaia di Forza Italia può farlo invece Occhiuto anche come co-leader, mentre al sud c’è una formidabile possibilità di fare il pieno di preferenze. Si chiama condono, ed è quella norma pensata per sanare le cinquantacinquemila ordinanze di demolizione pendenti. Il provvedimento permetterebbe di riaprire i termini del 2003. L’anno scorso ci ha provato FdI con quattro emendamenti segnalati al Senato (ma anche nel Milleproroghe e Piano casa). L’operazione allora saltò. FdI ci riproverà quest’anno anche solo per mettere in contraddizione la sinistra in Campania. Il presidente di regione, Roberto Fico, potrebbe opporsi, non recepire la norma, ma avrebbe in ogni caso un effetto sul voto, nella regione cuore del M5s. La battaglia sul condono è una battaglia che porta avanti Edmondo Cirielli, il viceministro degli Esteri, che vanta oltre centomila preferenze, la figura che dovrà trascinare il partito. Il condono è la misura pensata per il sud, mentre al nord, Meloni vuole lanciare la “Zes Italia”, in passato immaginata per semplificare la burocrazia in aree disagiate e ora estesa, come chiedevano le associazioni industriali (che Meloni incontrerà lunedì a Milano insieme ad Attilio Fontana). Le richieste della Lega, oltre alla nuova politica economica di Salvini-Bucharin, sono quelle note. Si torna alle identitarie, che ha curato in questi anni Claudio Durigon: la flat tax, fino a centomila euro, e la libertà pensionistica, ma ragionata, di uscita a 64 anni. Ci sono poi le richieste di Forza Italia, un partito sempre più a quattro teste: Tajani, Occhiuto, Mulè, Zangrillo. Dice il ministro della Pubblica amministrazione, a Milano, a un evento di partito dal sapore gramsciano: “Bene la legge elettorale ma ora dobbiamo spiegare i veri motivi per cui mettere una croce sul simbolo di Forza Italia”. Occhiuto chiede un partito “ambizioso e sexy”.
Le rivendicazioni di FI, le elenca Maurizio Casasco, il responsabile Economia, che spiega al Foglio, e a Salvini: “Chiedere alle banche un contributo non fa altro che innervosire i mercati; chiedere alle banche un contributo (banche che hanno in pancia 450 miliardi di titoli di stato) serve solo a esasperare e pone un problema di credibilità. Alle banche va proposto un patto sociale, per consentire di destinare i loro ricavi in economia sociale”. Anche Forza Italia vuole da Giorgetti una flat tax incrementale, la detassazione della tredicesima e un cashback per le spese sanitarie. La praticabilità, per fortuna, è un problema di Giorgetti. Non sarebbe invece un problema (ma questa è legge elettorale) l’eventuale pronuncia della Corte. Almeno se parlate con i ministri di Meloni. La parte che il governo prevede possa essere modificata riguarda il premio al Senato, che non viene distribuito su base regionale. Al governo stanno cercando denari (che non hanno), tirando fuori le vecchie giacche nuove (bollo, condono). Immaginare di battere Meloni con la Corte, i ricorsi, e confidando nel soccorso di Mattarella fa tornare in mente Pinocchio che si fa portare a spasso dall’omino di burro.

(da ilfoglio.it)

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IL CORAGGIO DI NAVI PULLAY: L’ATTO DI ACCUSA CONTRO NETANYAHU SMASCHERA L’IPOCRISIA DELL’EUROPA

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

IL PREMIO NOBEL E’ UN GIUDIZIO SCOMODO PER LE VCANCELLERIE CHE TACCIONO SU GAZA

Inutile girarci intorno: il mondo d’oggi più che mai è una antologia di festosi baccanali di violenze torture persecuzioni bugie massacri, le canaglie abbondano “tous azimuts” (a 360 gradi, ndr), la guerra celebra i suoi fasti fino a sfiorare l’inconcepibile della Bomba. Tutto il patrimonio carismatico del Bene e del Diritto, che sarebbe in teoria affar nostro, di europei, appare nella sua più desolante e depressiva esiguità. In questo groviglio di vipere la soteriologia annuale e ritualistica del premio Nobel intitolato alla pace appare ben piccolo conforto. Spesso un omaggio alla bontà e alla rettitudine ma che, tristemente, opera per galvanismo.
Qui bisogna che ci fermiamo un momento. A contribuire alla sua troppo frequente irrilevanza pratica hanno dato mano anche gli stessi giudici con recenti e bizzarri svarioni. Perché questo Nobel è un atto politico; al contrario di quelli “neutri” assegnati per le materie scientifiche e per la letteratura (ma anche lì talora il rischio i giudici più audaci lo sanno correre, basta pensare a Solženicyn).
È soprattutto un atto politico quello assegnato ieri, 9 ottobre, alla giurista sudafricana Navi Pillay e come tale ha il diritto di esser giudicato. Perché il contrario della pace è la guerra che nei nostri tempi così scandalosamente si fa cronaca. La morale del premio istituito da Nobel è un atteggiamento di fronte al mondo, di fronte agli uomini, di fronte alla vita. È tutto contenuto in un semplice aforisma che è anche una rigida consegna: chi fa della vita umana un tesoro avaramente amministrato la uccide. Mi metto nei panni dei signori del comitato: dovrebbero immaginare le vittime, entrare per così dire nelle loro case distrutte, nelle celle della tortura, carpirne i bisogni e le speranza e il dolore, ascoltare le urla e il silenzio. Tutto questo è molto difficile. Premiare chi li difende val molto più di dodici milioni di corone svedesi e di un po’ di breve notorietà. Dovrebbe creare legittime e virtuose influenze, non chiacchiere; mobilitare, spezzare comodi silenzi e bugie, sollevare le coscienze alla rivolta contro i reprobi impennacchiati e la solita litania, Caino continua a uccidere Abele e così via. Perché premiare gli eroi della pace se quando c’è l’occasione non si ascoltano? Questo era il sacrosanto rimorso che mosse il signor Nobel. Lo so, lo so: siamo ai limiti della visione. In una epoca in cui prevalgono integralisti e fanatici per i quali la pace è un crimine, un sacrilegio, una apostasia.
Allora non è far torto alla vincitrice limitarsi all’essenziale della sua splendente biografia: figlia di un povero autista di bus, in gioventù avvocata-pasionaria in lotta con le burocratiche vergogne dell’apartheid, alla Corte penale internazionale giudice e poi presidente, che ha punito almeno alcuni, non tutti, i satanassi del genocidio ruandese; e ancora presidente della commissione indipendente delle Nazioni Unite che ha fulminato con lo stesso vocabolo, genocidio, la rappresaglia israeliana a Gaza dopo i massacri di Hamas il 7 di ottobre. Tutto questo parla da sé. La stessa Pillay immagino inviterebbe a fissar l’attenzione semmai su quello che la sua biografia più recente porta alla ribalta. Che non è il Ruanda del declinare del secolo scorso, ormai Storia e in parte memoria, o la Birmania dei generali di cui si occupa ora alla Corte internazionale. È Israele. Questo è un premio che certifica un esplicito atto di accusa contro il premier Netanyahu, il suo governo e quanto è stato fatto dall’esercito israeliano a Gaza dopo il 7 di ottobre. I giudici di Oslo hanno scavalcato le cautele abituali in cui pur celebrando il bene non si rischia di infastidire qualcuno spesso molto potente. Hanno messo la loro firma sotto la definizione di genocidio accanto a quello della commissione presieduta da Pillay. Questo è il punto: non la riverenza alla “necessità assoluta del diritto internazionale”, che sarebbe necessario se non fosse purtroppo un pio desiderio. Come dimostrano gli impotenti mandati di cattura emessi dalla Corte per alcune Eccellenze come appunto Netanyahu. Che continuano a sguazzare “ad libitum” nelle pagane idiolatrie della forza e del fatto compiuto.
È genocidio un triste vocabolo che a pronunciarlo brucia le labbra, soprattutto se applicato ai discendenti delle vittime dell’Olocausto. Pillay ha fatto cadere il tabù che è molto più che terminologico o giuridico. Per questo a Oslo la premiano; ma in Israele e negli Stati Uniti, da ieri con ancor maggior furia, molti la vorrebbero sottoporre a ostracismo e sanzioni per “antisemitismo”. I giurati del Nobel si sono sottoposti a un ben più serio repentaglio di quanto accade se encomiano organizzazioni umanitarie che si sforzano di lenire i dolori delle vittime. In cui irrompono il plauso dei fanatici di Hamas e i riferimenti a Goebbels di Israele. Altro che premio a Trump “il pacificatore” per cui peraltro si erano spesi alcuni volenterosi apostoli del servilismo. Tra i 287 candidati sono andati a spigolare in un labirinto di odio e di guerre e di ragioni incrociate che dura da ottanta anni. Ma portando in primo piano un principio che è davvero giuridico: che i governi, anche quelli che amministrano una memoria diversa e intangibile, non possono pretendere una indulgenza incondizionata, non devono esser giudicati per quello che sono ma per quello che fanno e che la loro condanna non implica la minaccia alla loro esistenza.
Un giudizio scomodo quello del Nobel anche per le cancellerie che su Gaza tacciono o si sono sveltamente sgravate la coscienza con ben modeste sanzioni. Imbarazzo di cui è esemplare l’ipocrita commento della sempre più mediocre presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ha ricordato l’apartheid e il Ruanda tra i meriti della premiata. Ma ha omesso scrupolosamente qualsiasi riferimento al giudizio su Israele.

Domenico Quirico
(da lastampa.it)

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FUCILATO IN DIRETTA

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

GLI USA SONO ANDATI IN AFGANISTAN PER “ESPORTARE I VALORI DELL’OCCIDENTE”? E HA FINITO PER IMPORTARE I LORO

Il diversamente sensibile Pete Hegseth, ministro della Guerra di Trump, ha annunciato che il militare statunitense di origine palestinese condannato a morte per una strage di commilitoni sarà fucilato in streaming. Messo al muro in diretta sugli smartphone. Dalle nostre parti, propaggini decadenti dell’Impero neo-barbarico, succede ormai solo negli spot di Massimo Lopez. Gli unici Paesi al mondo dove la gente viene ancora fucilata sono la Corea di Kim e l’Afghanistan, tutti posticini altamente raccomandabili. Però, a onore del vero, soltanto Kabul diffonde le immagini dell’impresa. Mi sembrava di ricordare che l’esercito americano fosse andato a casa dei talebani per esportarvi i famosi valori dell’Occidente. Invece si direbbe che abbia finito per importare i loro.
Ancora non sappiamo se il macabro spettacolo di un uomo bendato davanti al plotone di esecuzione verrà gentilmente offerto da qualche sponsor, e se il signor ministro chiederà di proiettarlo nelle scuole per mostrare alla gioventù americana le meraviglie della legge del taglione. Di sicuro sarebbe troppo comodo attribuire al solo Hegseth la colpa di questo divorzio tra il senso di giustizia e le ultime particelle di umanità. Trump e la sua band sono la punta di un movimento d’opinione che sta raccogliendo proseliti anche in Italia e che, per paura di andare avanti, non fa altro che riportarci indietro. Sempre più indietro, fino all’età precristiana. Quando l’uomo, se nemico o traditore, valeva meno di niente.

(da corriere.it)

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“LA BESTIALITA’ E’ TRA NOI, PIU’ FORTE CHE MAI., I DITTATORI DEL ‘900 ERANO DEI DILETTANTI AL CONFRONTO”

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

OGGI LE ARMI DI MANIPOLAZIONE SONO MIGLIAIA

Il 26 marzo 1933, dal suo esilio parigino, Joseph Roth scrive al collega Stefan Zweig, scrittore ebreo e austriaco come lui: «Il mondo è ancora più tetragono che nel 1914. Se si ferisce a morte ciò che è umano, l’uomo non reagisce più. Nel 1914 tutte le parti cercavano di spiegare la bestialità invocando ragioni e pretesti di carattere umano. Oggi invece alla bestialità si forniscono semplicemente giustificazioni bestiali, che sono ancora più raccapriccianti degli stessi atti di bestialità…Lei converrà con me che il 1933 si distingue dal 1914 nella stessa misura in cui una bestia malata del genere di Goering si differenzia da Guglielmo II, il quale era comunque rimasto ancora umano».
La lettera è pubblicata per esteso nel bel libro di Adelphi “Ombre folli”, che raccoglie la corrispondenza tra i due. Notare la data: Hitler è cancelliere da due mesi. La bestialità che si autogiustifica, con tutto il rispetto per le bestie, ha preso il potere a Berlino e si prepara a dilagare in Europa.
Roth vede nero, Zweig è più possibilista. Purtroppo ha ragione Roth. Sono cose di un secolo fa: Hitler non tornerà, come non tornerà Mussolini e nemmeno Stalin. Ma la bestialità è tra noi, più forte che mai. I dittatori del Novecento erano dei dilettanti, in confronto.
Oggi le armi di manipolazione sono cento, mille volte più potenti. Tiktok, Instagram, fake news, bot russi, guerra ibrida. Siamo nell’era della Bestialità Artificiale. Della tecnobestialità, o cyber-bestialità, chiamatela come volete. Bestialità ricorsiva e generativa, che si alimenta da sé. E fa tabula rasa dei “pretesti di carattere umano”.
Secondo voi, chi sono oggi i campioni del bestialismo globale, “the best” della bestialità? È una bella gara, e la shortlist la conosciamo tutti. Ma mi sembra che abbia ottime chance, per esempio, Pete Hegseth, segretario alla guerra di Trump. È sua l’idea di trasmettere in diretta tv la fucilazione del terrorista Nidal Hasan: roba che nemmeno gli Ayatollah di Teheran.
Un altro buon candidato è Flavio Bolsonaro, il figlio dell’ex-presidente golpista favorito nelle elezioni brasiliane, che progetta prigioni-lager modello El Salvador e ci vuole rinchiudere pure i ragazzini. Poi, come nei talent show, ci sono gli aspiranti bestialisti, tipo Giuseppe Cruciani, conduttore della Zanzara su Radio 24, che insieme a Mario Giordano di Retequattro ha concepito una “cruciale” (e davvero bestiale) proposta di legge anti-ladri, molto apprezzata dal vicepremier Matteo Salvini: “Se tu entri nella mia proprietà perdi ogni diritto. E io ho il diritto di reagire come cazzo mi pare”. Come fanno, appunto, le bestie.

Riccardo Chiaberge
(da dagospia.com)

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LA VERITÀ SU HORMUZ: LA CHIUSURA DELLO STRETTO È UNA MANNA PER L’IRAN. IL FLUSSO DI PETROLIO È RIPARTITO NON PERCHÉ LA MARINA STATUNITENSE CONTROLLI LA ZONA, MA PERCHÉ LE NAVI PAGANO IL “PIZZO” AI PASDARAN

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

LA TARIFFA VALE IL 10-20 PER CENTO DEL VALORE DI OGNI CARICO. TRADOTTO: UNA PETROLIERA CON 2 MILIONI DI BARILI VALE OGGI CIRCA 200 MILIONI DI DOLLARI, E IL 20 PER CENTO SIGNIFICA 40 MILIONI NELLA CASSE DEI GUARDIANI DELLA RIVOLUZIONE

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha ripetuto e ripetuto che Hormuz è riaperto, che il flusso di petrolio ha quasi raggiunto i livelli di prima della guerra.
Donald Trump l’ha ribadito più volte, con il risultato di calmierare il corso del greggio sui mercati, foss’anche per qualche ora. La scenografia del palcoscenico è stata però stracciata ieri dal principale sito di informazione sui traffici marittimi, Kpler, una vera Bibbia di questi tempi.
È vero, ci sono state alcune settimane di flussi di petroliere più consistenti, anche se ancora lontani dalla situazione prebellica. Ma non perché la Marina statunitense controlli lo Stretto.
I passaggi sono il risultato di una tariffa, che sarebbe meglio chiamare pizzo, pagata dagli armatori agli iraniani. Michelle Brohard, analista di punta di Kpler, lo ha quantificata, dopo conversazioni riservate con gli addetti ai lavori, nel 10-20 per cento del valore di ogni carico.
Tradotto: una petroliera con 2 milioni di barili vale oggi circa 200 milioni di dollari, e il 20 per cento significa 40 milioni nella casse dei Pasdaran. Per nave. Un capitano, rimasto anonimo, ha raccontato che cosa significa passare senza pagare il pizzo, costeggiando di notte il lato omanita dello Stretto, a luci spente, con il transponder disattivato, i cellulari spenti, in silenzio, e l’incubo di un missile che all’improvviso sfonda la fiancata.
Questa è la scorta che riesce ad assicurare il Pentagono. Non può usare le unità di superficie, perché, come notano gli specialisti, per la prima volta dal 1853 non ci sono navi militari Usa nel Golfo persico. Usa con elicotteri e sistemi elettronici antidroni manovrati da Marines imbarcati. Ma non bastano. E il petrolio passa con il contagocce.

(da “La Stampa”)

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MELONI HA “TRADITO” IL SUO POPOLO. I RINCARI SUI CARBURANTI FANNO INCAZZARE TASSISTI, CAMIONISTI E AGRICOLTORI, CATEGORIE DA SEMPRE VICINE ALLA DUCETTA E ALLA SUA MAGGIORANZA

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

GLI AUTOTRASPORTATORI DENUNCIANO UNA SPESA MAGGIORE DI CIRCA 2 MILA EURO AL MESE PER IL RIFORNIMENTO DI DIESEL PER UN SOLO MEZZO -MENTRE LE PROTESTE DEGLI AGRICOLTORI IN CALABRIA VANNO AVANTI DA GIORNI … I TASSISTI RESTANO PIÙ DEFILATI NELLE MOBILITAZIONI MA SONO COLPITI DAI RINCARI SUI CARBURANTI: SI STIMA UN AUMENTO DELLE SPESE DEL 30/40%

Migliaia di euro spesi per i rifornimenti mettono a dura prova la tenuta delle loro attività: autotrasportatori, agricoltori e tassisti fanno i conti con i rincari del gasolio. Con perdite mensili che arrivano anche a 2mila euro. Eppure sono categorie a lungo blandite dalla destra, che avrebbe dovuto proteggerle.
Le famose lobby amiche. Al termine della legislatura il tradimento è stato completato con il caro carburanti. I fatti raccontano la distanza del governo, guidato da Giorgia Meloni, dai problemi di questi settori. E non è sufficiente la parziale buona notizia che arriva fuori dai confini nazionali: l’esecutivo ha ricevuto il via libera alla richiesta sulla clausola di salvaguardia per energia e difesa.
Una decisione che era data per scontata ed è stata accompagnata da una brutta notizia. I partner europei non sono ben disposti a fare ulteriori concessioni come chiesto dal governo Meloni per far fronte alle spese cresciute a causa dell’inflazione. Alla vigilia dell’Ecofin, il ministro delle Finanze tedesco, Lars Klingbeil, ha detto: «Abbiamo appena rivisto le regole fiscali europee». […]
Mentre in Ue il governo arranca, in patria delude le categorie che lo hanno sostenuto. A cominciare dagli autotrasportatori, che a maggio avevano già minacciato uno sciopero. I rincari del gasolio sono un fardello. La Cna Roma ha stimato una spesa maggiore di circa 2mila euro al mese per il rifornimento di diesel relativo a un solo camion.
La perdita arriva a quasi 25mila euro annui per ogni mezzo. Le associazioni di categoria, riunite sotto la sigla Unatras, hanno chiesto un tavolo all’esecutivo. «Evidenziamo la mancata emanazione dei provvedimenti attuativi dell’intesa raggiunta a Palazzo Chigi il 22 maggio scorso», è stata la posizione messa nera su bianco. Un grande classico del governo Meloni: annunciare velocemente, ma attuare a rilento.
Mentre il governo studia, i camionisti si dissanguano per far camminare i loro mezzi.
Stesso problema affligge il mondo degli agricoltori, che devono alimentare i macchinari. Manca ancora una mobilitazione organizzata, certo.
Ma i malumori emergono a macchia di leopardo. In Calabria le proteste vanno avanti da giorni, lontano dai riflettori mediatici. In provincia di Palermo sono stati promossi dei presidi.
E in Puglia si stanno organizzando altre iniziative di dissenso: in questo l’ira degli autotrasportatori si somma a quella degli agricoltori. Nel Foggiano, domenica prossima, è pronto a scattare il fermo dei mezzi agricoli e dei mezzi pesanti intorno a quattro distributori di carburante individuati come luogo della protesta.
Più defilata è stata finora la posizione dei tassisti, altra categoria rappresentata politicamente dalla destra, colpiti dagli aumenti alla pompa di benzina. La stima è di circa un 30/40 per cento di spese in più, con un range di maggiori costi tra 1.500 e 2mila euro all’anno. Almeno stando allo stato attuale. La richiesta sarebbe quella di garantire un costo uguale a quello dei mezzi di trasporto di linea. […]
Una recente mobilitazione ha interessato Napoli con un presidio di tassisti vicino al comune. Addirittura le auto bianche potrebbero far fronte comune con gli storici concorrenti, gli Ncc.
«Senza risposte saremo costretti a valutare forme di protesta più incisive», ha scritto Loreno Bittarelli, presidente del consorzio ItTaxi. Da allora non risultano passi in avanti, tranne il price cap ballerino. Tutto a spese delle categorie amiche tradite.

(da Domani)

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TRUMP ACCUSA ABDUL EL SAYED, CANDIDATO DEM AL SENATO IN MICHIGAN, DI ESSERE “UN ESTREMISTA RADICALE, UN SIMPATIZZANTE DEI TERRORISTI CHE ODIA L’AMERICA”

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

I DELIRI DEL TYCOON HANNO FATTO INCAZZARE MOLTI ELETTORI “MAGA” NELLO STATO CHE, DURANTE UN “FOCUS GROUP”, HANNO RIVELATO DI PREFERIRE EL SAYED AL SUO RIVALE REPUBBLICANO, MIKE ROGERS… PER DARE UN’ULTERIORE SPINTA ALL’EX MEDICO, CHE POTREBBE DIVENTARE IL PRIMO SENATORE MUSULMANO DEGLI STATI UNITI, ARRIVA ANCHE L’ENDORSEMENT DI BARACK OBAMA

«Un estremista radicale, un simpatizzante dei terroristi che odia l’America»: il Partito repubblicano annaspa nei sondaggi dei principali stati chiave e il presidente Donald Trump fa quello che gli viene meglio. Attacca, soprattutto il medico di origini egiziane Abdul Mohammed El Sayed, in gara per uno scranno al Senato nel Michigan.
«È un pessimo candidato. Preferitegli Mike Rogers, che ha il mio pieno e totale sostegno e non vi deluderà mai». Poi aggiunge: «Guardate cosa accade in Francia. I valori di Mohammed non sono certo quelli dei nostri grandi Stati Uniti! È la scelta sbagliata».
Un “focus group” di elettori Maga del Michigan, a sorpresa, hanno rivelato di preferire il dem El-Sayed, ignorando totalmente il trumpiano Rogers.
Inquietando non poco i vertici del partito dell’Elefante: nello Stato più arabo d’America, dove nel 2024 quell’elettorato votò Trump in massa per punire l’amministrazione Biden di aver fatto poco per Gaza, attualmente i due rivali sono testa a testa nei sondaggi, il dem in leggero vantaggio col 48 per cento del gradimento e il repubblicano che lo segue col 47.
Per dare un’ulteriore spinta a El Sayed, il 24 ottobre arriverà a Detroit per tenere un comizio pure l’ex presidente Barack Obama, che di dirsi socialista proprio non ne vuol sapere. Il figlio di immigrati egiziani, nato in America ma con alle spalle una storia di integrazione difficile, se vincerà a novembre sarà il primo senatore musulmano d’America.
Proprio in vista di quell’evento, però, stanno riaffiorando alcune dure critiche rivolte dall’aspirante senatore del Michigan all’amministrazione Obama fra il 2015 e il 2020, quando El Sayed stava compiendo i suoi primi passi in politica e fu nominato a capo del Dipartimento della Salute di Detroit.
Allora, accusò ripetutamente Obama di aver perpetrato guerre, aver eroso le libertà civili, aver permesso un numero record di deportazioni di migranti e aver preservato sistemi economici e sanitari che favorivano le multinazionali a scapito dei cittadini comuni. E arrivò a definire l’Affordable Care Act – la riforma sanitaria nota come Obamacare – insufficiente, sostenendo che proprio l’approccio graduale di Obama avesse contribuito a creare le condizioni per l’ascesa di Donald Trump.
L’ex presidente ne è certamente al corrente, ma non rinuncerà a fare campagna per il candidato democratico in un seggio così determinante. D’altronde, pure l’establishment del partito, che aveva sostenuto la sua avversaria Haley Stevens alle primarie, si è ricompattato al suo fianco.

(da agenzie)

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“L’ICE È MARCIA FINO AL MIDOLLO. LI VOGLIAMO FUORI. SUBITO”: IL SINDACO DI NEW YORK, ZOHRAN MAMDANI, È UNA FURIA DOPO CHE I CRIMINALI DELLE SQUADRACCE ANTI-IMMIGRAZIONE DI TRUMP HANNO SPARATO A UN UOMO, FERENDOLO, MENTRE ERA CON UN BAMBINO DI CINQUE ANNI

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

IL POST SU “X” DI MAMDANI: “L’ICE RENDE QUESTA CITTÀ MENO SICURA. HO CHIARITO AL PRESIDENTE TRUMP CHE LA NOSTRA RICHIESTA È CHE GLI AGENTI DELL’ICE LASCINO COMPLETAMENTE LA SCENA E INTERROMPANO LE LORO AZIONI DI CONTRASTO A NEW YORK. L’ICE DEV’ESSERE ABOLITA”

“Stasera sono arrabbiato. Perché l’Ice ha sparato a un cittadino di New York. Gli hanno sparato mentre il suo bambino di cinque anni era in auto. L’Ice rende questa città meno sicura. Li vogliamo fuori. Subito”. Così su X il sindaco di New York Zohran Mamdani.
Mamdani, scrive inoltre il New York Post, ha dichiarato di aver tentato di negoziare con il presidente Trump per il rilascio del “criminale immigrato clandestino” e presunto membro di una gang, colpito nel Bronx dall’Ice, mentre chiedeva l’abolizione dell’agenzia federale. “Intorno alle 16 di oggi pomeriggio (ora locale, ndr), un newyorkese è stato colpito da colpi d’arma da fuoco sparati da agenti dell’Ice a Marble Hill”, ha dichiarato Mamdani, visibilmente furioso, ai giornalisti durante la conferenza stampa notturna tenutasi vicino al luogo di una turbolenta protesta contro l’Ice nel quartiere.
“Nelle ultime due ore sono stato al telefono con il presidente Trump e il segretario Mullin per negoziare il rilascio dell’uomo a cui hanno sparato gli agenti dell’Ice. Tali negoziati non hanno avuto successo”, ha dichiarato il sindaco. Secondo quanto riferito dal sindaco, il migrante, identificato dalla polizia di New York come Oscar Belgal, 28 anni, è stato colpito al collo e ricoverato in ospedale prima di essere trasferito dal NewYork-Presbyterian Allen Hospital a bordo di veicoli dell’ICE senza contrassegni.
Mamdani ha definito l’Ice “marcia fino al midollo” e un’agenzia che “deve essere abolita” nel suo discorso infuocato. “Ho chiarito al presidente e al segretario che la nostra richiesta è che gli agenti dell’Ice lascino completamente la scena, e che interrompano le loro azioni di contrasto a New York”.
Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha dichiarato che l’Ice stava tentando di arrestare Belgal, cittadino della Repubblica Dominicana, che a loro dire avrebbe legami con la banda dei Trinitarios, quando è avvenuta la sparatoria. Un bambino di 5 anni, che secondo la polizia sarebbe il figlio di Belgal, si trovava all’interno della Honda CRV al momento della sparatoria ed è rimasto illeso. “Non c’è alcuna spiegazione per il fatto che gli agenti federali abbiano sparato così tanti colpi contro un’auto in cui si trovava un bambino di 5 anni”, ha detto Mamdani.

(da agenzie)

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GLI ITALIANI STANNO CON L’ACQUA ALLA GOLA. A CAUSA DEI RINCARI, UN TERZO DELLE FAMIGLIE RISPARMIA SUL CIBO, BEVANDE E PRODOTTI PER L’IGIENE PERSONALE. UNA PERSONE SU CINQUE TAGLIA SULLE VISITE MEDICHE, RINUNCIANDOVI, IL 43.8% DEI CITTADINI NON ACQUISTA SCARPE E VESTITI. IL 40.1% NON PUO’ PERMETTERSI DI VIAGGIARE

Ottobre 10th, 2026 Riccardo Fucile

IL PEGGIO NON È PASSATO: LE IMPRESE SI ATTENDONO ULTERIORI AUMENTI DEI PREZZI DI VENDITA DI BENI E SERVIZI NEI PROSSIMI DODICI MESI – LE DISEGUAGLIANZE: LE FAMIGLIE DEL QUINTO PIÙ RICCO DELLA POPOLAZIONE SPENDONO 4,8 VOLTE IN PIÙ RISPETTO AL 20% PIÙ POVERO…

La spesa per consumi è quasi invariata nel 2025, ma solo perché si tratta di una media. Quasi un terzo delle famiglie, rileva l’Istat, ha tagliato gli acquisti per i beni di maggiore necessità: i cibi, le bevande, i prodotti per l’igiene personale.
E sono molti di più quelli che hanno ridotto gli acquisti di beni e servizi che, con l’impoverimento dei salari, diventano quasi voluttuari: scarpe e vestiti (43,8%) e viaggi e vacanze (40,1%). Uno su cinque taglia sulle visite mediche, si spende meno anche per i carburanti.
Rincari bollette
Una situazione che potrebbe già essere peggiorata quest’anno, con la rapida crescita dell’inflazione, un andamento destinato a continuare, secondo le attese delle imprese, misurate da Bankitalia. Le imprese, spiega il report diffuso ieri, si attendono ulteriori aumenti dei prezzi di vendita di beni e servizi nei prossimi dodici mesi, in particolare nell’industria in senso stretto e nei servizi, un po’ meno nelle costruzioni.
Dietro la stabilità della spesa mensile delle famiglie rilevata dall’Istat, 2.782 euro, ci sono anche enormi disuguaglianze in termini di reddito, provenienza territoriale e nazionalità. Le famiglie del quinto più ricco della popolazione, osserva l’Istat, spendono 4,8 volte in più rispetto al 20% più povero, nonostante anche i più abbienti abbiano leggermente limitato la spesa rispetto all’anno precedente.
Le famiglie del Nord-Est spendono quasi il 40% in più di quelle del Sud, ma se si guarda ai territori in dettaglio si trovano distanze anche maggiori: la spesa mensile più elevata, quella del Trentino Alto Adige (3.444 euro) supera di oltre il 70% quella di una famiglia pugliese (1.975 euro). Distanze grandi anche tra le famiglie con stranieri e quelle di soli italiani, che spendono in media il 38% in più, una forbice che si è allargata rispetto all’anno precedente, quando la differenza si fermava al 31,8%.
Poiché la voce che pesa di più sul bilancio è quella per la casa e le bollette (ne assorbe il 36%), i 4,8 milioni di famiglie in affitto e i 3,4 milioni che pagano un mutuo hanno capacità limitate di spesa rispetto a tutte le altre. Le condizioni economiche sono determinate anche dal numero dei componenti delle famiglie: le persone sole in proporzione spendono di più, in particolare gli anziani sono la quota di popolazione che ha registrato l’aumento maggiore nel 2025.
Le coppie senza figli destinano appena il 13% dei consumi al cibo, contro il 23,8% di chi ha tre o più figli, e quindi, soprattutto se giovani, possono permettersi di dedicare una parte maggiore del proprio budget all’acquisto di mobili, scarpe, vestiti, pasti fuori casa e servizi di alloggio, sport e attività ricreative.
Differenze nell’ammontare e nella composizione della spesa si riscontrano anche sulla base del titolo di studio e della professione. Il livello di spesa più contenuto (1.834 euro mensili) si registra tra le famiglie la cui persona di riferimento ha solo la licenza elementare, che di solito è anche mediamente più anziani.
Per i laureati la spesa raddoppia, arriva a 3.714 euro, e include ampie quote di servizi di ristorazione e di alloggio (8,0%, pari a 296 euro mensili), di protezione sociale (5,2%, 192 euro), ricreazione, sport e cultura.

(da agenzie)

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