Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DEL TURISMO DEL GOVERNO DRAGHI HA RACCOLTO 83 FIRME PER LA SUA “DISCESA IN CAMPO”: OLTRE 50 PROVENGONO DALLA LOMBARDIA, TRA CUI QUELLE DEL DUPLEX ROMEO-FONTANA. NON SI È SCHIERATO IN SUO FAVORE QUEL PAVIDO CACADUBBI DI ZAIA … IL VOTO SEGRETO SPAVENTA I SALVINIANI: POTREBBERO ESSERCI MOLTE SCHEDE BIANCHE IN SEGNO DI DISSENSO CONTRO IL CAPITONE…
La sfida a Matteo Salvini adesso si può dire ufficiale. Il senatore lombardo Massimo Garavaglia («tra morti e feriti», aveva scherzato parlando con Repubblica) ha raggiunto il numero di sottoscrizioni necessario per presentarsi al congresso straordinario della Lega.
Quella di Garavaglia è una candidatura costruita in poco più di una settimana e ieri ha consegnato in via Bellerio le 83 firme, appena sopra la soglia minima di 80 prevista dal regolamento, su una platea totale di 706 delegati (sono gli stessi dello scorso congresso di Firenze, un anno fa). In realtà erano più di 100, poi viste le pressioni e velate minacce dei salviniani duri e puri, in diversi si sono tirati indietro. […]
È interessante la provenienza delle sottoscrizioni per Garavaglia, storicamente vicino a Giancarlo Giorgetti: 55 arrivano dalla Lombardia, a partire dal capogruppo al Senato e segretario lombardo Massimiliano Romeo, dal presidente Attilio Fontana, dagli assessori regionali Massimo Sertori e Claudia Terzi, dal segretario di Bergamo, Fabrizio Sala. Altrove, invece, la prudenza ha prevalso.
In Veneto molti hanno preferito non schierarsi, in primis Luca Zaia e le persone a lui vicine, che comunque non hanno firmato neanche per Matteo Salvini; dal Friuli-Venezia Giulia e dal Piemonte sono arrivati pochi segnali di sostegno.
Tra le eccezioni, la piemontese Gianna Gancia, ex eurodeputata e moglie del ministro Roberto Calderoli. Il vero obiettivo dei sostenitori di Garavaglia è misurare la reale consistenza del dissenso interno.
La speranza dei nordisti è che Garavaglia, partendo da un ipotetico 12 per cento, cioè chi ha firmato per la sua candidatura, possa superare il 30 per cento, raccogliendo il malcontento di chi non ha avuto il coraggio di sottoscrivere pubblicamente la sua candidatura.
Tra le mozioni previste ce ne sarà una dedicata alla remigrazione, firmata dall’eurodeputata Isabella Tovaglieri. Una scelta che si intreccia con la rivalità sempre più evidente con Silvia Sardone, anche lei a Bruxelles, vicesegretaria uscente, e il suo documento per il “blocco dell’immigrazione”.
Una mozione sarà dedicata alla questione settentriontale, firmata dai presidenti di regione e da Riccardo Molinari, ma in chiave unitaria. Poi c’è chi ne farà una dalla Lega meridionale (il campano Giampaolo Zinzi) sul rilancio del sud; un’altra per Salvini al Viminale nel prossimo governo (da Nicola Molteni)
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
DUE POLITICI CHE HANNO FATTO DELLA PROPAGANDA URLATA LA LORO CIFRA POLITICA E DI COMUNICAZIONE, FINO A QUANDO SI SONO RITROVATI AL GOVERNO… LA DUCETTA AVREBBE FATTO MEGLIO AD ANDARE AL VOTO SUBITO: I NODI STANNO VENENDO AL PETTINE E SARÀ UN AUTUNNO DI FUOCO
Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida non ha usato mezzi termini: “Nella
gran parte delle manifestazioni sono presenti persone perbene, ma si evidenziano infiltrazioni della criminalità organizzata e soggetti con un pesante casellario giudiziario”. Stesso concetto dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio: “Riguardo alle infiltrazioni mafiose nelle proteste dei camionisti, direi che vi è una forte probabilità che vi sia una strumentalizzazione e una infiltrazione”.
Tutto chiaro, tutto cristallino: dietro le proteste dei camionisti e degli agricoltori c’è la mafia (o la camorra, o la ’ndrangheta, fate voi). Il modo più facile per non affrontare un problema che solo chi passa da un’auto blu a uno studio tv a un ufficio con le pareti damascate non comprende, o finge di non comprendere: se decine di migliaia di persone decidono di scendere in strada per protestare, provocando disagi (scaffali dei supermercati vuoti, distributori di benzina chiusi) a centinaia di migliaia di persone che però solidarizzano con chi protesta, significa che il livello di sopportazione della crisi che attanaglia le famiglie italiane è stato superato.
Prezzi alle stelle, stipendi da fame: l’Italia è questa, e non ne può più. Lo dimostrano le migliaia e migliaia di video che in questi giorni sono circolati in rete, mostrando la realtà fatta di esasperazione e rabbia.
E anche di delusione, come quella di Lino Polimeni, giornalista, autore e conduttore televisivo calabrese, che dopo aver documentato per giorni le proteste degli autotrasportatori viene maltrattato dagli stessi protagonisti della protesta, e si ribella urlando e sbraitando.
Rabbia, invece, pura rabbia è quella di Gigi Lista, attivista napoletano, che risponde a muso duro a chi parla di “regia criminale” dietro le proteste. C’è poi lo spaccato di realtà del dirigente della Polizia di Stato, al quale è stato ordinato di sgomberare i blocchi con le buone o con le cattive, che si rivolge ai camionisti “da padre di famiglia a padri di famiglia”, invitandoli a rimuovere un presidio a Maddaloni, in provincia di Caserta, con queste parole: “non mi fate fare cose che non voglio fare. La cosa più brutta che posso essere costretto a fare è denunciare un padre di famiglia, o nei casi più gravi, arrestarlo. Non mi mettete in queste condizioni. Vi prego”.
Arrestare chi protesta: è questa la soluzione individuata dal governo più longevo della Repubblica italiana di fronte a una difficoltà. Un governo che ha in Giorgia Meloni la leader e in Matteo Salvini il vicepremier: due professionisti della protesta, quando erano all’opposizione. Due protagonisti politici che hanno fatto della propaganda urlatala loro cifra politica e di comunicazione, fino a quando si sono ritrovati al governo.
Perfino Carlo Calenda, uno certo non sospettabile di pregiudizio anti-governativo, non ce l’ha fatta più ad ascoltare e leggere tante castronerie e su X è sbottato: “Camion fermi. Distributori a secco. Famiglie che tremano davanti ai primi supermercati con gli scaffali vuoti. Al Sud, agricoltori e autotrasportatori protestano perché con questi prezzi del carburante lavorare costa sempre di più e guadagnare sempre meno.
E cosa risponde il Governo? Nel 2015 Salvini invitava a bloccare l’Italia per tre giorni”, ha scritto Calenda, pubblicando il video di Salvini, “senza lavorare, consumare o pagare le tasse, per mandare a casa il Governo. Ora che l’Italia si ferma davvero, agli agricoltori e agli autotrasportatori che chiedono risposte concrete contro il caro carburante ricordano che rischiano persino il carcere.
Per loro la protesta è sacrosanta solo quando serve a prendere voti. Quando sono al Governo, diventa un reato. Dieci anni dopo, la coerenza della destra è tutta qui. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti noi”.
Tutta qui o quasi: c’è anche altro. C’è il solito ritornello del Sud che se alza la voce è “inquinato” dalla criminalità organizzata, manco i meridionali fossero tutti soci di prestanome dei clan in bisteccherie alla moda della Capitale (ah no, quello era il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, insieme ad altri dirigenti di Fdi di Biella, profondo nord, forse Lollobrigida si ricorda l’episodio).
Avrebbe fatto molto meglio, Giorgia Meloni, a tentare ogni strada per andare alle elezioni il prima possibile: i nodi di quattro anni di sfilate ai vertici internazionali, baci e abbracci con i leader del mondo, mentre in Italia i problemi venivano accantonati, la polvere messa sotto il tappeto, stanno venendo al pettine. Il gradimento del governo è ai minimi storici, e se la Meloni può legittimamente sperare di tornare a Palazzo Chigi dopo il voto è solo e soltanto perché dall’altro lato l’opposizione lavora per lei, tra personalismi, ambizioni, divisioni, incompetenze, incapacità.
(da Dagoreport)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“COSTRUIAMO INSIEME UNA LISTA UNICA CHE PARTECIPI INSIEME ALLE PRIMARIE E ALLE ELEZIONI POLITICHE PER FAR VINCERE IL CENTROSINISTRA” … FINALMENTE QUALCUNO CHE PROVA A COSTRUIRE E NON A DIVIDERE. SARANNO COSI’ OTTUSI DA METTERE VETI E CORRERE DA SOLI O AVRANNO FINALMENTE CAPITO CHE BISOGNA UNIRSI PER AVERE QUALCHE CHANCE?
“Noi domani presenteremo le nostre proposte al centrosinistra ed elettori, Iv ha già presentato le proprie proposte, Onorato presenterà le sue nei prossimi giorni, Primavera di Spadafora sta lavorando alle sue come +Europa. Mando un invito a tutti i protagonisti del centrosinistra fuori dalla foto del campo largo a trovare una sintesi tra di noi con generosità e presentarsi uniti. E’ il momento della generosità poi il modo si trova”. Così Ernesto Maria Ruffini, leader di Più Uno, a ‘Porta a porta’ in onda stasera.
Mando un invito a tutti i protagonisti del centrosinistra fuori dalla foto del campo largo, Iv, +Europa, Centro democratico, Progetto civico, Partito socialista, Primavera, a trovare una sintesi tra di noi con generosità per poterci presentare uniti. È il momento della generosità, poi il modo si trova insieme”.
‘Rivolgo oggi un appello a tutti i leader dei partiti e dei movimenti che sono fuori dal campo largo: costruiamo insieme l’aggregazione più ampia possibile per far vincere il centrosinistra alle prossime elezioni. Lo ribadirò domani, quando con Franco Gabrielli presenteremo le proposte di Più Uno per la piattaforma programmatica del centrosinistra”.”È il momento in cui ciascun soggetto del centrosinistra metta sul tavolo le proprie idee. Italia Viva lo ha già fatto con la primaria delle idee, nei prossimi giorni e settimane lo faranno Progetto Civico Italia di Alessandro Onorato, Primavera di Vincenzo Spadafora, +Europa di Riccardo Magi, Centro Democratico di Bruno Tabacci e il Partito Socialista di Enzo Maraio”.
“Tutti i soggetti che sono fuori dalla foto del campo largo devono trovare un punto di sintesi, per dare un contributo di sostanza e anche numerico alla vittoria del centrosinistra e per portare nuovi elettori a riconoscersi in una nuova offerta politica del centrosinistra, forte e credibile”, ha proseguito. “Per questo è importante vederci e confrontarci, per offrire una proposta programmatica unitaria e, con generosità, costruire una lista unica che partecipi insieme alle primarie e alle elezioni politiche. Perché la vera partita saranno le ‘secondarie’: le politiche del 2027”.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI MILANO CHIEDE IL RINVIO A GIUDIZIO PER L’EX MINISTRA E ALTRI 14 INDAGATI DOPO IL CRAC DELLE SOCIETA’
Si va verso un altro processo per l’ormai ex ministra del Turismo Daniela Santanchè, già
alle prese con più procedimenti giudiziari a Milano. La Procura ha infatti chiesto il rinvio a giudizio per la senatrice di FdI e per altre 14 persone, più una società, per le ipotesi di bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato in relazione ai casi dei fallimenti delle società Ki Group, Ki Group Holding, Bioera e Umbria srl. La richiesta di processo, formulata dai pm Luigi Luzi e Guido Schininà e con l’aggiunto Roberto Pellicano, dopo le indagini delegate al Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Gdf e chiuse a metà luglio, sarà valutata da un gup nell’udienza preliminare.
Questo filone di indagine era stato chiuso a luglio. Nell’atto si elencava una serie di reati oltre a dividendi “sproporzionati” spartiti tra i vertici delle società mentre la barca affondava. Tra gli altri indagati l’ex compagno di Santanchè, Canio Mazzaro, la sorella Fiorenza, il figlio Lorenzo. Un atto nel quale, nel capitolo su Ki Group Holding, si legge che “il fallimento della società” è stato causato “con dolo o per effetto di operazioni dolose”. Per esempio con l’iscrizione a bilancio di una “falsa plusvalenza” da quasi 12 milioni. Un “dissesto” che ha portato al “sistematico inadempimento delle obbligazioni erariali e previdenziali”.
E mentre la holding era in crisi, gli amministratori “cagionavano il dissesto” con la spartizione dei dividendi: nel 2015 sono stati distribuiti più di 4 milioni, quando il “risultato netto consolidato” era sotto di quasi un milione. E pure nel capitolo sul tracollo di Bioera l’ex ministra e gli altri indagati avrebbero distribuito “a partire dal 2018 e fino al 2023” compensi “agli amministratori del tutto sproporzionati” e pari ad oltre 2,1 milioni.
Poi un’altra accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato, dopo quella ai danni dell’Inps che già coinvolge l’ex ministra (procedimento in fase di udienza preliminare, mentre è in corso il processo per falso in bilancio). Anche in questo caso c’entrano gli aiuti durante il Covid: Ki Group S.r.l., “con artifizi e raggiri”, avrebbe chiesto e ottenuto da Invitalia, inducendola in errore, un prestito da 2,7 milioni, oltre a beneficiare di un credito d’imposta di 600 mila euro, “aggirando” però le regole.
(da Repubblica)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LA CREATIVITA’ PENALE DEI FRATELLI DI GIORGIA NON HA NE’ LIMITI NE’ PUDORE
In quattro anni hanno inventato una ventina di nuovi reati, alcuni inutili, altri controproducenti rispetto al fine che si promettevano, altri ancora gravemente lesivi delle più elementari libertà costituzionali: la disobbedienza civile è diventata reato, le rivendicazioni sindacali pure. Dal decreto Rave del 2022, passando per il decreto Cutro e i decreti Sicurezza dell’anno scorso, fino all’ultima mostruosità di martedì, il governo Meloni passerà alla storia per una pericolosissima ossessione securitaria che non guarda in faccia ai profili di merito (come hanno osservato magistrati e avvocati, l’apparato normativo che esce dai decreti Sicurezza mal si concilia con i principi costituzionali di offensività, tassatività, ragionevolezza e proporzionalità) né a quelli di forma perché il decreto è diventato sistematica fonte del diritto penale. E con modalità che di fatto hanno cambiato la Costituzione: sia per i decreti dell’anno scorso che per il più recente, esistevano già disegni di legge in Parlamento. Così il governo scippa al Parlamento la funzione che la Costituzione e qualche secolo di dottrina gli conferiscono, ovvero quella legislativa. Qualcuno sostiene che la “bulimia punitiva” questa volta sia giustificata dalle violenze dello scorso weekend, ma a parte l’ovvia considerazione che la legge penale non può essere retroattiva (articoli 25 Costituzione, 2 Codice penale, 7 Cedu), non ci si era mai spinti a ipotizzare di dare all’esercito per le strade poteri di polizia giudiziaria. Il presidente della Repubblica ha respinto al mittente la proposta, ma come ha spiegato ieri su Repubblica Franco Gabrielli, è gravissimo anche solo il fatto che ci abbiano pensato: “Questo Paese ha faticosamente costruito un sistema che distingue le responsabilità civili della sicurezza pubblica da quelle militari della difesa contro le minacce esterne. Un argine fondamentale per una democrazia liberale”.
A Milano saranno inviati 500 parà della Folgore e mezzo governo li avrebbe voluti in strada ad arrestare gente: pare che il ministro Crosetto sia rimasto deluso dalla bocciatura del Colle (“Dovete spiegarmi cosa farà l’esercito a questo punto”). Il capo delle forze armate è il presidente della Repubblica e non il ministro della Difesa a cui però spettano le funzioni di direzione politica e amministrativa dell’esercito e a cui, per esempio, risponde il capo di Stato maggiore. Non è affatto confortante l’idea che Crosetto pensi seriamente di mandare i parà della Folgore – che non hanno alcuna formazione in materia di ordine pubblico – ad arrestare gente a Milano: come ha detto Gabrielli, “quando si apre un varco del genere è difficile richiuderlo”. Non evocheremo i colonnelli (o i generali), la Grecia, la Spagna, il Cile: però attenzione perché stiamo attraversando una mutazione esecutivizzante della nostra democrazia (non solo per l’abuso cronico dei decreti, ma anche per una generale marginalizzazione del Parlamento e il tentativo di ridurre il capo dello Stato a un notaio, come la nuova legge elettorale dimostra). Se a questo quadro si aggiungono trovate pericolose (e potenzialmente eversive) come il conferimento di poteri straordinari all’esercito, la situazione può facilmente scappare di mano. Nel 2005, commentando il pacchetto Sicurezza dell’epoca (il decreto Pisanu in tema di terrorismo internazionale), Stefano Rodotà ricordò che ai tempi della Legge Reale “l’estensione del fermo di polizia fu almeno accompagnata dall’obbligo del ministro dell’Interno di presentare periodiche relazioni al Parlamento sull’uso di quello strumento”. Non è stata la legge Reale a sconfiggere il terrorismo interno, ma occhio perché ha continuato a fare danni anche molto tempo dopo l’emergenza durante la quale era stata approvata. Fin qui.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
SE IL CAPITALISMO HA ANCORA UN CERVELLO, LO ADOPERI
Per dirla come al bar: quanto costerebbe, a un ricco, una tassa patrimoniale, e quanto
gli costerebbe pagarsi i vigilantes che lo proteggono? E a parte i conti in tasca (vuoi scommettere che costerebbe di meno la patrimoniale?), che futuro sognano, i ricchi? Quanto Welfare e quanto filo spinato, considerando che il primo è il contrario del secondo?
Le tasse servono per pagare più scuole, più insegnanti, più poliziotti, affidando allo Stato, alla collettività, il compito di educare, assistere, quando occorre reprimere. Si chiama stato sociale ed è una soluzione di tipo europeo — fino a che l’Europa esisterà in quanto tale, con buona pace di Putin e di Trump.
L’altra soluzione è di tipo sudamericano: privatizzare la sicurezza, privatizzare tutto. Quartieri bunker e guardie armate alla porta. Il “chi va là” come condizione quotidiana, e magari qualcuno è così stupido che lo considera pure uno status symbol, vivere blindato.
Se fossi un ricco, mi porrei la domanda. Farei come quella combriccola di miliardari americani che hanno fondato l’associazione “Tax the rich”. Sono arcistufi di fare beneficenza: vogliono pagare più tasse. Sono più intelligenti dei loro pari grado. Sanno che una società più equilibrata, meno difforme socialmente, è la migliore garanzia per il futuro di tutti. E anche per la sicurezza di tutti.
In mezzo a tanti appelli (giustificati) ai ragazzini delle periferie, “pensate a quello che fate”, vale la pena un appello simmetrico da rivolgere agli straricchi: pensate a quello che fate. Se il capitalismo ha ancora un cervello, lo adoperi. Se invece è solo una sequenza di algoritmi, il guaio è grosso.
(da Repubblica)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO MELONI GENERA SOLO INSICUREZZA E USA LA REPRESSIONE PERCHE’ NON SA FARE PREVENZIONE
Non è vero che i giornali non li legge più nessuno. Li leggono a palazzo Chigi, dal primo all’ultimo rigo. E dopo averli letti, decretano. Sarà per questo che si chiamano decreti legge: perché il governo legge le cronache del giorno, e le trasforma in un decreto.
D’altronde cominciò così l’avventura di questo esecutivo. Ottobre 2022: migliaia di giovani, italiani e stranieri, si radunano all’interno d’un capannone abbandonato a Cittanova (nei pressi di Modena), in occasione del fine settimana di Halloween. È un rave party, che manda in tilt il traffico stradale e diventa immediatamente una notizia. Sicché il governo Meloni battezza il primo decreto legge della sua (lunga) serie, introducendo uno specifico reato per punire l’invasione di terreni o di edifici. E quante volte è stato applicato il nuovo reato in quattro anni? Zero, zero tagliato. Ma che importa, ciò che conta è cavalcare la notizia, rigirarla a tuo vantaggio, gonfiare i muscoli dinanzi agli elettori.
No, non è un governo: è un edicolante. Che ha continuato a vendere carta stampata con il decreto Cutro (marzo 2023), inasprendo le pene contro gli scafisti e imprimendo una stretta alla gestione dei flussi migratori. Anche in quel caso, una notizia normativa per reagire a una notizia di cronaca: il naufragio d’un caicco davanti alla spiaggia calabrese di Cutro, che provocò 94 vittime fra i migranti che erano a bordo.
Oppure, altro episodio: il decreto Caivano, di pochi mesi dopo. Lo stupro di due cugine adolescenti da parte di altri adolescenti, la reazione inorridita dell’opinione pubblica, il decreto che introduce sanzioni contro i minorenni. Stravolgendo il sistema di giustizia minorile e sopprimendo in molti casi l’istituto della messa alla prova, uno strumento cardine per la rieducazione e il reinserimento sociale dei minorenni accusati di reati.
Milano, 18 ottobre: scontri in piazza del Duomo
Sicché adesso ci risiamo. Scendono in piazza gli studenti, protestando contro le condizioni della scuola italiana. A Milano e altrove, gruppi di teenager s’abbandonano a violenze, disordini, saccheggi. Una minoranza, rispetto alla gran massa della popolazione studentesca; ma questo comportamento criminale oscura le buone ragioni della protesta. L’esecutivo reagisce, come sempre, con un tic: l’ennesimo decreto. Trasformando il disagio giovanile in una questione d’ordine pubblico. E spingendosi a progettare una soluzione cilena, con i soldati autorizzati a compiere arresti nelle strade.
Non passa, Mattarella dice niet. Ma nel decreto cortei s’affaccia una nuova figura di reato: la «partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche», punita con cinque anni di galera. Viene introdotta una sfilza d’aggravanti. I minori fra i 14 e i 18 anni diventano perseguibili senza alcuna attenuante legata alla loro età. Infine, per sovrapprezzo, scatta l’arresto in «flagranza differita» e il fermo preventivo di 24 ore per i minorenni.
Domanda: ma prima di quest’ultima addizione al codice penale le manifestazioni violente erano lecite? La violenza veniva punita nelle case e premiata nelle strade? Vietata a 19 anni e consentita a 17? No, evidentemente. Così come è evidente il populismo — nella sua accezione deteriore — che sorregge queste iniziative normative.
Il capo dello Stato aveva chiesto al governo di non legiferare sull’onda dei fatti d’attualità, per quanto gravi e biasimevoli. Nulla da fare, anche perché le elezioni s’avvicinano, e bisogna accattivarsi gli elettori. Sennonché di quattrini per mance e regali ce n’è pochi, mentre confezionare l’ennesimo reato è gratis. Niente cassa, solo grancassa.
Tuttavia non è vero, non è affatto vero, che in questi casi manca un conto da pagare. Paga la certezza del diritto, paga la dignità della legislazione. «Le caratteristiche distintive della legge sono la generalità e la durata illimitata», stabiliva la Costituzione girondina del 1793.
Ma se le leggi si moltiplicano, se divengono pignole come atti notarili, se infine durano il tempo d’un fiammifero, nessuno potrà mai conoscerle, e dunque rispettarle. Nemmeno i giudici, con 35mila figure di reato in circolo nel nostro generoso ordinamento, cui s’aggiungono a settimane alterne nuovi delitti e nuove pene.
Servirebbe la memoria di Pico della Mirandola per tenerne il conto. E servirebbe un astrofisico per districarsi nella galassia del codice penale, dove — per dirne una — negli ultimi anni il delitto di omicidio si è smembrato nell’omicidio stradale, nel femminicidio, nell’omicidio nautico, cui sta per aggiungersi l’omicidio sul lavoro.
Da qui un doppio paradosso. Uno: il governo Meloni promette maggiore sicurezza, ma la sua azione normativa genera maggiore insicurezza. Nei rapporti giuridici, e perciò nella vita sociale.
Due: usa la repressione, giacché non ha saputo fare prevenzione. Ma pure la repressione dei decreti sicurezza fa cilecca, altrimenti non sarebbe necessario snocciolarli uno dopo l’altro. Sicché ogni nuovo decreto certifica il fallimento del decreto precedente. Contenti loro, scontenti noi.
(da Repubblica)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“SFIDARE GIORGIA MELONI IN UN CONFRONTO? LEI E’ PREMIER, AL MOMENTO IO SONO SOLO LA SINDACA DI UNA GRANDE CITTA’, SE UN GIORNO AVRO’ TITOLO NESSUN PROBLEMA” … “A FIANCO DEGLI AUTOTRASPORTATORI: I PROBLEMI SOCIALI NON SI RISOLVONO DENUNCIANDOLI”…” PRIMARIE DIVISIVE, MA SE SI DEVONO FARE PER FORZA, SI FACCIANO SUBITO, E’ DA UN ANNO CHE NON SI PARLA D’ALTRO”… “ELLY HA UNA GRANDE MERITO, AVER CREDUTO E LOTTATO PER UNA ALLEANZA AMPIA PROGRESSISTA”… “SOLO UNITI SI VINCE, IO A GENOVA VOLEVO VINCERE E HO VINTO”… “A FIANCO DELL’UCRAINA, BALUARDO CONTRO LA DITTATURA”
Intervista a tutto tondo per Silvia Salis nello studio di Otto e Mezzo. Lilli Gruber l’ha
incalzata sul suo ruolo e l’ha definita «L’anti Meloni come sanno tutti» e Aldo Cazzullo ha sottolineare il suo ruolo di potenziale federatrice non del Centro ma di tutto il “campo largo”
Il tema principale del dibattito è stato quello della sicurezza nelle città. E Salis ha parlato apertamente del ruolo delle forze dell’ordine nel caso Genova: «Noi vogliamo più agenti e più sicurezza. Ma sappiamo bene che non basta. Non si può pensare di avere una divisa in ogni angolo della città. Occorre fare politiche sociali, prevenire i fenomeni della criminalità. Ovvero fare quello che non fa la destra».
Federatrice di centro? «Non ci penso proprio»
È una delle voci che trapelano e che la stessa Elly Schlein avrebbe fatto trapelare direttamente con Silvia Salis. «Abbiamo parlato anche di questo ma non mi ha fatto una proposta. Ma io credo di non essere adatta a fare la federatrice di centro, perché io sono progressista e guardo a sinistra. Le mie idee e le mie azioni sono di sinistra. Poi è vero che per vincere occorre avere anche il centro. Il campo largo deve appunto essere tale».
Immancabile il tema delle primarie: «Tutti sanno che sono contraria. Ma ormai si capisce che si devono fare e allora facciamole in fretta. E poi vinciamo le elezioni».
Schlein o Conte?: «Voterò ma nel segreto dell’urna. Non voglio dire a chi va la mia preferenza per ragioni di correttezza verso la maggioranza che mi sostiene a Genova»
“Giorgia Meloni è una donna determinata e con costruzione politica solida. Come donna, poteva fare di più una volta al governo, poteva fare qualcosa per le donne. Più attenzione allo stato sociale, alle famiglie”.
Questo l’affondo nei confronti della premier della sindaca di Genova Silvia Salis, ospite negli studi di Otto e mezzo su La7 alla domanda di Lilli Gruber che le ha chiesto di elencare pregi e difetti della presidente del Consiglio. “Sfidarla anche solo in dibattito? Se avrò titolo sì – ha concluso Salis -, ma al momento sono la sindaca di Genova”. E, una volta di più, ha ribadito che ha davanti “altri quattro anni di mandato a Genova. Se per me ci sarà un giro in politica nazionale, non sarà il prossimo”.
Poi si è tornato a parlare di primarie. “Ormai facciamole, le primarie, così possiamo passare a una fase successiva di consolidamento. Non sarebbe corretto per i partiti che mi sostengono dire per chi voterei. Mi riconosco nel Pd, ma sosterrò chi vincerà. Se Elly Schlein dovesse perdere – ha concluso – sarebbe sicuramente un duro colpo avendo così tanto distacco dai Cinque Stelle in termini di consensi”. “Con Schlein ci sentiamo spesso. Non mi ha chiesto formalmente di fare la federatrice, ma mi sostiene a Genova come Pd. Credo si vinca ovunque, anche al centro che ha un peso come l’estrema sinistra. Per me tutti dentro, anche Renzi: l’obiettivo – ha concluso – è vincere”
Ma si è parlato anche dei fatti che hanno agitato l’Italia negli ultimi giorni, dalle manifestazioni al sud Italia alle violenze di Milano. “Esprimo solidarietà al sud Italia. C’è sconcerto di come le notizie sul Meridione non siano arrivate, mentre si è parlato incessantemente di Milano. E’ incredibile come ci si sia concentrati sulle violenze e non si sia data voce a una protesta che ha svuotato supermercati e pompe di benzina. Ignorare questa tensione e queste richieste legittime spostando l’attenzione sulla risposta securitaria è un modo per aggirare il problema”.
Su Genova, invece, il tema caldo è quello dell’ex Ilva. “Non ho mai detto che l’Ilva di Genova non ha bisogno di Taranto, ma che in questo momento di impasse dove non è chiaro come la filiera possa sopravvivere. Genova fa un prodotto richiesto dal mercato fatto dagli stabilimenti che possono funzionare. Mi sembra una richiesta legittima. Sono la sindaca di Genova: vedo l’impasse, ma so che lo stabilimento di Genova non può non lavorare”.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL PREMIER LECORNU PUNTA IL DITO CONTRO MÉLENCHON: “ORGANIZZA L’INSURREZIONE”. DI CERTO IL TRIBUNO ROSSO, PUR PRENDENDO LE DISTANZE DALLE VIOLENZE, NON AIUTA CON IL SUO ATTEGGIAMENTO
Mentre la tensione nelle strade di Francia comincia a calare nell’attesa dell’Atto II dei gilet gialli previsto per sabato, continua il duello a distanza che vede da una parte La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon e dall’altra il governo e le destre.
Intervenendo all’Assemblea nazionale, il premier Sébastien Lecornu ha denunciato la «pianificazione, in certi luoghi, di uno schema insurrezionale condotto da gruppuscoli di estrema sinistra e dell’ultrasinistra». Il riferimento è alla formazione della gauche radicale, accusata di strumentalizzare e fomentare i disordini visti nei giorni scorsi.
Ma l’irruento tribuno della gauche radicale, che alcuni sondaggi danno come sfidante al ballottaggio presidenziale contro la favorita Marine Le Pen, non ci sta a fare da capro espiatorio. Per questo chiede ai suoi a stare attenti alle «provocazioni». «Invito gli attivisti e i sostenitori della nostra campagna presidenziale alla vigilanza, alla prudenza e alla moderazione», ha scritto su X Mélenchon.
La pressione sul suo partito, però, si fa sempre più pesante. Soprattutto dopo ieri mattina, quando è stato arrestato un 34enne sospettato di aver partecipato all’incendio del comune di Limoges. L’uomo era conosciuto dai servizi per la sua vicinanza ai movimenti della sinistra più estrema, che in passato gli è valsa la schedatura con la lettera S, generalmente riservata alle persone che rappresentano un pericolo per la sicurezza pubblica.
Soprattutto perché Lecornu parla di una «nebulosa di estrema sinistra», mettendo sullo stesso piano insoumis, movimenti extraparlamentari e black bloc. Il presidente del Senato, Gérard Larcher, è arrivato addirittura ad evocare la possibilità di vietare il partito.
Di certo Mélenchon, pur prendendo le distanze dalle violenze, non aiuta con il suo atteggiamento ambiguo. Come quando dice di sostenere lo slogan Acab (All cops are bastard) a seconda «dei giorni e delle ore» o quando afferma che gli attacchi ricevuti dagli agenti «fanno parte del mestiere». In realtà, La France Insoumise ha avuto dei contatti con alcuni gruppuscoli estremi, tra i quali la Jeune Garde, realtà ormai sciolta che tra i suoi membri ha avuto un paio di persone accusate dell’uccisione di un giovane di estrema destra.
Gli insoumis respingono ogni accusa e per difendersi impugnano una recente inchiesta del sito Mediapart, secondo la quale il ministro dell’interno, Laurent Nuñez, avrebbe chiesto ai servizi di intelligence territoriali di dare la colpa al partito di estrema sinistra per i recenti disordini. L’esecutivo ha negato in blocco, mentre i melenchoniani hanno annunciato che faranno ricorso alla Corte di Giustizia, denunciando uno «scandalo di Stato».
(da agenzie)
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