SI VOTA IN ISRAELE, IL “REFERENDUM” SU NETANYAHU E LA SORPRESA EISENKOT. I SONDAGGI, IL RISCHIO STALLO E LA SOLUZIONE GRADITA AGLI USA
SI VOTA FINO ALLE 22: ECCO COSA PUO’ SUCCEDERE
Ci siamo. Oggi 27 ottobre alle 7 (le 6 del mattino in Italia) si aprono le urne per le
elezioni parlamentari in Israele. Nell’ultimo giorno prima del voto, considerato incertissimo, il premier uscente Benjamin Netanyahu si è affidato alla mistica. Nonostante la sua scarsa fede religiosa, Netanyahu è sceso al Muro del Pianto di Gerusalemme e vi ha inserito un bigliettino con i suoi auspici per l’esito delle elezioni e per il futuro di Israele. «Ai soldati dell’Idf, i nostri eroi. Alla vittoria sui nostri nemici. Al successo del nostro popolo. L’eternità d’Israele non mente», ha scritto il premier sul bigliettino, come svelato dai media israeliani. A recarsi al Muro del Pianto alla vigilia del voto sono stati pure gli alleati della destra oltranzista di Netanyahu, Itamar Ben Gvir e Betzalel Smotrich.
Il «referendum» su Netanyahu e lo spettro della guerra
Quelle che si svolgono martedì 27 ottobre sono le prime elezioni dopo la strage di Hamas del 7 ottobre 2023 e le guerre a catena in Medio Oriente che ne sono seguite, da Gaza al Libano, dall’Iran allo Yemen. Israele ne è uscito trasformato, e così pure il suo rapporto col resto del mondo, e ora tutti si chiedono quale sarà il giudizio che gli elettori daranno di Benjamin Netanyahu. Il premier più longevo della storia del Paese aveva già governato dal 1996 al 1999 e poi di nuovo dal 2009 al 2021, ma alle urne gli israeliani voteranno soprattutto pensando alle scelte dell’ultimo drammatico triennio. Peseranno di più le ombre sul 7 ottobre o i colpi inferti ai nemici nella regione? La voglia di cambiamento o l’«usato sicuro»? Lui, Bibi, negli ultimi giorni ha giocato ancora una volta la carta della sicurezza (o della paura), martellando l’opinione pubblica su nuovi possibili attacchi dai «nemici d’Israele» e evocando a più riprese una nuova operazione militare contro l’Iran: secondo diversi media americani e israeliani, Netanyahu proposto agli Usa di attaccare di nuovo Teheran prima del voto, arrivando a scontrarsi con il capo di stato maggiore dell’esercito Eyal Zamir, da lui stesso scelto nel 2025, e con i vertici del Mossad. Bibi ha incassato però il sostegno pubblico di Donald Trump, ribadito ancora 24 ore prima del voto.
Cosa dicono i sondaggi: il rischio stallo e le vie d’uscita
Da mesi i sondaggi danno la coalizione di governo uscente in calo, e in ascesa il blocco di opposizione guidato dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot. Senza il sostegno dei partiti arabi, però, nessuna delle due coalizioni avrebbe secondo i sondaggi i numeri per formare un governo, ossia una maggioranza di almeno 61 seggi sui 120 della Knesset. L’ultimo sondaggio pubblicato dal Canale 10 accredita Yashar di Eisenkot a 23 seggi, davanti al Likud di Netanyahu con 21, e nel complesso la coalizione uscente a 50 seggi, quella del «cambiamento» a 56 seggi. Se così sarà, qualcosa dovrà smuoversi dopo il voto perché si possa formare un governo: il variegato blocco anti-Netanyahu dovrà cambiare idea e scendere a patti coi partiti arabi; oppure Eisenkot, Bennett & co. dovranno rompere un altro tabù (reciproco dopo una campagna dai toni altissimi) e trattare un governo di coalizione proprio con Netanyahu, magari tagliando le ali di estrema destra e della sinistra di Yair Golan. Secondo il Washington Post, proprio a questa soluzione si guarderebbe con favore crescente alla Casa Bianca per scongiurare lo stallo.
Israele al voto: gli orari chiave
In un sistema parlamentare come quello italiano, tecnicamente gli israeliani andranno al voto per eleggere i 120 deputati che siederanno nella prossima Knesset. Israele conta circa 10,2 milioni di cittadini: il 79% sono ebrei, il 21% di altre etnie/religioni, in gran parte (2,1 milioni) arabi. Possono votare tutti i cittadini che abbiano compiuto 18 anni. Il corpo elettorale è costituito quindi da circa 7,3 milioni di persone. Le urne saranno aperte dalle 7 del mattino alle 22 (le 21 in Italia). Subito dopo inizierà lo scrutinio. Sono attesi subito i primi exit poll, mentre per i risultati veri ci vorranno ore. Qualcuno in realtà ha già potuto votare prima: gli israeliani che lavorano all’estero per il governo o agenzie collegate (e i loro coniugi e figli tra 18 e 20 anni) possono votare in ambasciate e consolati a partire dal 15 ottobre. Per tutti gli altri expat, l’unica strada per votare è rientrare nel Paese: secondo i media israeliani lo avrebbero fatto qualcosa come 70mila israeliani.
Le elezioni per la Knesset e il governo: cosa succede dopo il voto
Per candidarsi a un seggio della Knesset bisogna avere almeno 21 anni. Il sistema elettorale è proporzionale: ogni lista che superi la soglia di sbarramento – fissata al 3,25% – elegge un numero di deputati proporzionale alla percentuale di voti raccolti. Così vengono distribuiti dopo il voto i 120 seggi in palio. Per formare un governo è necessario quindi poter contare su una maggioranza di almeno 61 seggi. Come accade in Italia, a gestire la fase post-voto è il presidente della Repubblica: dal 2021 è il 66enne laburista Isaac Herzog. È lui a dare l’incarico di formare un governo a colui/colei che considera avere più chance di radunare una maggioranza. Il processo di formazione di un governo può durare giorni, settimane o mesi, a seconda della complessità del quadro politico. Herzog ha detto che farà di tutto per evitarlo, ma se non si trovasse una maggioranza non è escluso si veda costretto a rimandare il Paese alle urne: tra il 2019 e il 2021 Israele andò al voto per ben quattro volte prima di riuscire ad avere un governo.
Benjamin Netanyahu, l’eredità di guerra e l’asse a destra
L’uomo da battere alle elezioni, per l’ennesima volta, è Benjamin Netanyahu. Nato a Tel Aviv il 21 ottobre 1949, 77 anni, è il leader del Likud, partito principale della destra israeliana che si rifà al pensiero del sionismo revisionista di Vladimir Jabotinsky. “Bibi”, come tutti lo chiamano, va al governo per la prima volta nel 1996, pochi mesi dopo l’assassinio del premier laburista Ytzchak Rabin che aveva firmato gli Accordi di Oslo con l’Anp di Yasser Arafat, portando israeliani e palestinesi a un passo dalla pace. Dopo lunghi anni all’opposizione, estromesso anche dalla guida del Likud a favore di Ariel Sharon, torna al governo nel 2009 e vi rimane fino al 2021, dopo aver rivinto le elezioni anche nel 2013 e nel 2015 e aver costruito un fragile accordo con Benny Gantz ancora nel 2020. Scalzato dal potere dal duo Lapid-Bennett nel 2021, Netanyahu rivince ancora a dicembre 2022, formando il governo più a destra della storia di Israele con (oltre ai partiti religiosi) gli oltranzisti anti-arabi Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. Inseguito da diverse inchieste per corruzione, Netanyahu avvia una riforma del sistema giudiziario che spacca il Paese, portando in piazza per mesi centinaia di migliaia di persone in protesta.
Il 7 ottobre 2023 Israele viene travolto dall’invasione ordita da Hamas: 1.200 morti, oltre 250 civili rapiti. Netanyahu scatena in risposta la guerra a Gaza, che causerà la morte di oltre 70mila palestinesi – 22/25 mila dei quali secondo Israele miliziani di Hamas. La guerra rilancia nel mondo la questione palestinese e fa a pezzi la reputazione di Israele, accusata in manifestazioni oceaniche di «apartheid» e «genocidio». Netanyahu stesso è ricercato dal novembre 2024 dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità: un «processo pubblico» internazionale accuse che il premier, ma anche l’opinione pubblica, respinge con rabbia. Per gli israeliani, che dal 7 ottobre si sentono a loro volta sotto assedio dalle forze dell’«Asse della Resistenza» guidato dall’Iran, conta soprattutto il giudizio sulle responsabilità del fallimento del 7 ottobre e sull’esito delle guerre lanciate a seguire: Gaza, ma pure il conflitto a nord con Hezbollah, e poi i due «round» di guerra all’Iran del 2025 e 2026 condotti con gli Usa. Sono servite o no a rafforzare lo Stato ebraico? Netanyahu assicura di sì, e promette agli israeliani la ricetta di sempre: sicurezza, contando anche sul suo rapporto privilegiato (fino a prova contraria) col presidente Usa Donald Trump, e assicurando che non consentirà mai la costituzione di uno Stato palestinese.
Gadi Eisenkot, l’uomo nuovo che vuole «ricucire»
Il contendente principale di Netanyahu alla poltrona di primo ministro di Israele è Gadi Eisenkot. 66 anni, ex capo di stato maggiore dell’esercito, è un «novizio» in politica. Vi è entrato al termine della sua carriera militare, nell’agosto 2022 (al fianco del suo predecessore Benny Gantz), e ha fondato il suo partito, Yashar (“Retto”), appena un anno fa, a settembre 2025. La sua ascesa nei sondaggi negli ultimi mesi ha sorpreso i suoi stessi alleati, Naftali Bennett e Yair Lapid, la cui decisione di unirsi in una lista comune ha finito per penalizzarli. Eisenkot non ha l’eloquio sciolto né l’inglese perfetto di Netanyahu, ma a molti israeliani appare un solido candidato premier per altre ragioni. Ha servito per oltre 40 anni nell’esercito, ha perso un figlio 20enne in guerra a Gaza e dopo il 7 ottobre non ha esitato a mettere da parte le differenze politiche per entrare nel gabinetto di guerra di unità nazionale. Nove mesi dopo, quando ha capito che Netanyahu manipolava quell’organismo impedendo che si raggiungesse un accordo per liberare gli ostaggi, ha lasciato l’incarico.
In una recente intervista al Times of Israel, Eisenkot ha spiegato in che modo agirebbe diversamente da Netanyahu – definito un “anti-leader – in caso di vittoria. Ha detto che guiderebbe un governo «razionale» in grado di ricucire le ferite interne così come riportare Israele dentro la «famiglia delle nazioni». Ha promesso di istituire «immediatamente» una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, di abrogare le leggi di riforma della giustizia approvate da Netanyahu e di approvarne una che preveda che tutti i cittadini – compresi arabi e ultraortodossi – svolgano un periodo di servizio, civile, nazionale o militare. Su Gaza ha promesso di proseguire sulla strada prevista dal piano Trump: disimpegno graduale israeliano e ingresso di una forza multinazionale, ma solo a patto che Hamas abbandoni armi e potere.
Sulla Cisgiordania, Eisenkot ha detto che adotterà il «pugno di ferro» contro il terrorismo, sia palestinese che ebraico. Poi, che evacuerà «immediatamente» tutti gli insediamenti illegali nelle Aree A e B (quelle controllate in tutto o in parte dall’Autorità nazionale palestinese), così da «creare le condizioni per un’intesa permanente in futuro» che preveda qualcosa che va da un regime di autonomia a un «quasi-Stato» palestinese, purché esso non abbia un esercito e sia sotto il chiaro controllo di sicurezza di Israele. Un realista e pragmatico, dunque, non certo un idealista. Gli esperti militari ricordano d’altronde che da capo di stato maggiore Eisenkot fu colui che formulò la cosiddetta dottrina Dahyeh: la strategia militare che prevede l’uso sproporzionato della forza con la distruzione massiccia di infrastrutture civili per vincere la resistenza di milizie ostili «irriducibili»: testata in origine contro Hezbollah (il nome deriva dal suo quartiere-roccaforte a Beirut) nel 2006, è poi stata usata estensivamente a Gaza.
(da Open)
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