“HO PERSO TRE FIGLI, UNO MI E’ SCIVOLATO DALE BRACCIA”: IL DRAMMA DI FAKADU, SOPRAVVISSUTA AL NAUFRAGIO A LAMPEDUSA
L’HOTSPOT HA ACCOLTO I SUPERSTITI DELL’ULTIMO NAUFRAGIO
Li riconoscono da lontano i soccorritori che li hanno salvati dal mare. Un braccio alzato in
segno di vittoria, due mani a formare un cuore mentre dall’altra parte della recinzione dell’hotspot di Contrada Imbriacola un gruppo di migranti corre in contro al gruppo di operatori umanitari e attivisti che si sono radunati fuori dalla struttura.
“My friend”, urla una ragazza dell’Ong Sea Watch, mentre il giovane a cui si riferisce le corre incontro. Lo abbraccia, gli tiene le mani raccolte tra le sue. Per un momento non ci sono confini, tra chi arriva e chi accoglie.
Ieri i cancelli del centro di primissima accoglienza di Lampedusa erano, infatti, insolitamente aperti. Una delegazione della provincia e del comune di Cremona, insieme ad Arci Porto Sicuro, è entrata nell’hotspot di Lampedusa. “L’hotspot ospita attualmente circa 290 persone. La permanenza media all’interno della struttura è di 3-4 giorni. I primi quattro step delle procedure di identificazione avvengono all’interno della struttura. In caso di arrivi intensi, il flusso viene diviso: le procedure per i minori continuano a essere gestite a Lampedusa, mentre gli adulti vengono inviati in altri luoghi di frontiera in Sicilia”, spiega Edoardo Vola, consigliere provinciale di Cremona, presente all’incontro.
Tra le 290 persone ci sono anche i superstiti dell’ultimo naufragio avvenuto a poche miglia da queste coste lo scorso 29 settembre. Così mentre nel resto dell’isola si commemora il naufragio del 3 ottobre 2013 che ha tragicamente trasformato questo giorno nella “giornata della memoria e dell’accoglienza”, a Lampedusa il 3 ottobre si ripete in ogni madre che in questo pezzo di terra in mezzo al mare arriva da sola.
“Quando siamo finiti in acqua ho perso due dei miei figli che sono ancora dispersi, il più piccolo mi è scivolato dalle braccia mentre provavo a trarlo in salvo, ho potuto riconoscerne solo uno il cui corpo è ancora qui a Lampedusa. Sto male, dovevo morire con i miei figli”, racconta Fakadu madre di tre dei bambini annegati in quella notte, con cui siamo riusciti a parlare.
Fakadu ha affrontato il riconoscimento del corpo del figlio maggiore Aman, di 9 anni, nel poliambulatorio di Lampedusa, dove il corpicino soccorso dall’Aurora di Sea Watch è stato portato.
“Erano circa le 4:00 del mattino quando li abbiamo trovati. Cinque persone ci hanno detto che a bordo avevano anche due cadaveri e che altri si erano rifugiati sulla piattaforma”, dichiara Stefano, capitano di Aurora, “quindi abbiamo portato a bordo le cinque persone e poi recuperato i corpi delle due persone morte che si trovavano sulla barca. Un signore di 46 anni e un bambino di 9 anni. Poi ci siamo diretti alla piattaforma a recuperare le persone che avevano trovato rifugio lì. I sopravvissuti ci hanno detto che mancavano delle persone. Alcune erano state viste andare giù e affogare nel tentativo di salire sulla piattaforma, altre erano disperse. Non sappiamo quante fossero in tutto, immaginiamo sei, sette persone disperse”.
Insieme a Fakadu un’altra madre sopravvissuta alla tragedia si trova ancora nell’hotspot dopo aver perso due figli, rispettivamente di 20 e 14 anni. Un suo terzo figlio più piccolo è sopravvissuto. Una terza superstite piange, invece, la perdita della propria sorella. Le tre donne, Fakadu, Lemlem e Rosa, sono rimaste sole sull’isola.
“L’imbarcazione è partita dalle coste della Libia alle 3:00 di notte. Dopo circa quattro ore di navigazione, c’è stato un fatale cedimento. Il gommone si è aperto e spezzato in due parti, ribaltandosi mentre le persone cercavano disperatamente di aggrapparsi ai tubolari. I naufraghi si sono divisi in due gruppi: una metà è rimasta aggrappata ai resti del gommone, mentre un altro gruppo è riuscito a raggiungere e salire sulla piattaforma”, racconta Fekadu che si è salvata riuscendo a salire sulla struttura. Il gruppo che si trovava in mare è stato recuperato dalla nave della ONG Sea Watch durante la notte, mentre le persone sulla piattaforma sono state soccorse nelle mattinate. L’Aurora ha anche provveduto al recupero in mare dei corpi delle vittime, tra cui un adulto e un bambino, il figlio di Fakadu. “Abbiamo cercato aiuto tante ore prima del naufragio, ma nessuno è arrivato”, continua la donna.
Dal 2014, anno in cui l’Oim (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni) ha iniziato una raccolta dati sistematica proprio in seguito alla tragedia di Lampedusa, sono quasi 27.000 le vittime documentate nel Mediterraneo Centrale. È come se un naufragio delle stesse proporzioni di quello del 3 ottobre 2013 si fosse ripetuto ogni due mesi, per tredici anni consecutivi. Questa rotta continua a rappresentare una delle traversate più pericolose a livello globale, concentrando circa il 75% di tutti i decessi documentati nel Mediterraneo negli ultimi dodici anni.
Così, mentre restano sull’isola i superstiti all’ultima immensa tragedia consumatasi in questo mare, chi aspetta giustizia per i morti di tredici anni fa torna a casa sperando, ancora una volta, che questa sia l’ultima.
(da agenzie)
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