Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
FINISCE (PER ORA) L’ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA PER DISTOGLIERE GLI ITALIANI DAI REALI PROBLEMI DEL PAESE
Non è stato convalidato l’arresto di Youssef Siher, ricercatore 30enne italiano di origine marocchina fermato in qualità di amministratore del canale Telegram Movimento 17 ottobre. Stando a quanto riportato da fonti legali, la gip Tiziana Landoni ha rigettato la richiesta di convalida del fermo e l’applicazione della misura cautelare in carcere, avanzata dal procuratore Marcello Viola e dalla pm Francesca Crupi. Siher ora è libero e può uscire dal carcere.
Di cosa era accusato Siher
Il ricercatore era indagato per il canale social aperto dopo le devastazioni in centro a Milano di sabato 17 e domenica 18 ottobre. Il profilo Telegram era arrivato a 11 mila iscritti, mentre quello Instagram a 50 mila followers e secondo gli inquirenti sarebbe stato utilizzato come «presupposto ideologico» per organizzare nuove manifestazioni. E di conseguenza innescare una «dichiarazione di guerra continua» e «incutere un profondo timore nella popolazione e destabilizzare l’ordinario corso della vita civile».
Nei confronti di Siher e della moglie Sarah Hammoud, i pm avevano ipotizzato i reati di istigazione a delinquere con l’aggravante del terrorismo e violenza organizzata in manifestazione di piazza. La pm Crupi aveva perciò chiesto la convalida del fermo e la misura cautelare a San Vittore.
Cos’ha deciso la gip Landoni
Secondo Landoni, però, non ci sono le esigenze cautelari per trattenere in custodia Siher, ovvero il pericolo di fuga, perché non è dimostrato che la sera prima della perquisizione il 30enne abbia cercato di «rendersi irreperibile». Inoltre, non ci sarebbero state neanche le ragioni giuridiche per fermarlo dopo una giornata in Questura e portarlo a San Vittore. La creazione e l’amministrazione del canale del Movimento 17 ottobre non sarebbero inquadrabili come «istigazione a delinquere» aggravata dalla «finalità di terrorismo». E secondo la gip viene meno anche la fattispecie penale di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche», nuovo reato inserito nell’ultimo decreto legge del governo Meloni dopo i disordini avvenuti a Milano.
Con i contenuti pubblicati sulla chat Telegram Movimento 17 ottobre, Siher ha espresso «modalità di protesta» contro le «attuali politiche governative», oltre ad «evocare azioni di ‘disobbedienza civile’». Come scrive la gip Landoni, e riportato dall’Ansa, «si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o più in generale criminonosi, bensì nella mera programmazione di manifestazioni settimanali, capaci di sensibilizzare e coinvolgere il maggior numero possibile di persone». Landoni ha così disposto la liberazione del ricercatore 30enne non riconoscendo i «gravi indizi di colpevolezza» sui reati a lui contestati.
Landoni ha accolto la tesi della difesa, con i legali Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar, che aveva contestato in toto la ricostruzione dei pubblici ministeri e la sussistenza delle esigenze cautelari. Gli avvocati di Siher hanno sottolineato che «il terrorismo non c’è. Non c’è proprio alcun reato». E hanno aggiunto: «Era sicuro di esercitare i suoi diritti costituzionalmente garantiti», quindi non c’è stata «nessuna istigazione alle violenze».
L’inchiesta continua
Negli scorsi giorni, Siher si era avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio e di non consegnare alla Digos il codice per sbloccare il proprio cellulare. L’inchiesta proseguirà, ma già da questo pomeriggio, mercoledì 28 ottobre, Siher potrà tornare in libertà.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
NELLA RICHIESTA DEL CARCERE DELLA PROCURA NON SI CITAVANO INVITI A COMPIERE AZIONI VIOLENTE E NESSUN UTENTE DELLA CHAT E’ STATO INDIVIDUATO DURANTE LE PROTESTE
Gli elementi di prova nei confronti di Youssef Siher sono «fragilissimi». La procura di
Milano gli attribuisce la regia di un movimento digitale, con un canale Telegram arrivato a oltre 11 mila iscritti. E sostiene che stesse organizzando nuove manifestazioni destinate a degenerare in devastazioni e saccheggi.
Ma nella richiesta del carcere fatta dai pm non si individua neanche un messaggio in cui Siher ordina o invita gli utenti a compiere azioni violente, ad aggredire qualcuno, in particolare le forze dell’ordine, a devastare negozi o ad assaltare edifici. Mentre alcune fonti qualificate dicono al Fatto che nessun utente della chat risulta individuato in alcuna protesta violenta dei giorni scorsi.
I messaggi violenti
E ancora: il Fatto ha analizzato i commenti nel canale Telegram creato da Siher. Il documento conta 10.026 messaggi. Tra questi soltanto 99 (quindi lo 0,99%) hanno in qualche modo appoggiato il concetto di violenza. Così, mentre oggi 28 ottobre la Gip Tiziana Landoni deciderà sulla richiesta di misure cautelari nei confronti del 30enne bresciano, il Foglio e il quotidiano di Marco Travaglio segnalano l’assoluta assenza probatoria nelle carte della procura guidata da Marcello Viola. Secondo il Foglio la procura parla di contenuti violenti a proposito della pagina Instagram “Movimento 17 ottobre”. E cita le frasi: «Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove» e «Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame».
Critiche politiche
Ma queste sono critiche politiche e non incitazioni alla rivolta. Così come le parole di Siher contro il decreto sicurezza del governo Meloni. Definito come «un pugno autoritario contro chi dissente, di una durezza che non si vedeva dall’epoca del fascismo». Anche qui si tratta di critica politica. Infine, i contenuti di tipo eversivo. Come «il vademecum di incitamento alla rivoluzione e all’utilizzo di tecniche di guerriglia urbana ispirato alla rivoluzione egiziana del 2011 (‘Rivoluzione, istruzioni per l’uso’) per affrontare gli scontri di piazza». Su questo sono gli stessi pm a spiegare che «il testo individua tre obiettivi principali: manifestare il proprio dissenso, coinvolgere il maggior numero possibile di persone e proteggere i partecipanti alla protesta».
Felpe, cappucci, kefiah
E ancora: nei messaggi si mostra «un abbigliamento composto da felpe con cappuccio, occhiali protettivi, kefiah e guanti». Che sono però «presentati come strumenti per proteggersi dai lacrimogeni e dagli scontri».
Infine, ci sono i messaggi di altri iscritti al gruppo Telegram che propongono di «spaccare gli istituti di credito», mandare «le banche tutte al rogo» o distruggere i ripetitori Rai. Frasi non scritte da Siher, che amministrava il gruppo. Di certo la cancellazione dei luoghi e la promessa di comunicarne altri dimostrano che Siher stava organizzando una manifestazione senza permessi. Ma non una sommossa. Figuriamoci il terrorismo. E l’associazione a delinquere dove sarebbe?
I messaggi
Il Fatto invece pubblica un’analisi sui messaggi del canale Telegram aperto da Siher. Secondo la procura «è riuscito a costituire un gruppo di 6.153 soggetti al 22 ottobre che al giorno del fermo ha superato gli 11 mila». E soprattutto: «Parte dei quali hanno dimostrato di essere pronti a usare la violenza per portare a termine il proprio obiettivo contro il Sistema». Ma in primo luogo l’indagine non ha individuato alcun utente della chat tra quelli protagonisti delle proteste. E poi secondo il Fatto solo 99 degli oltre diecimila messaggi parlano di violenza. 23 commenti incitano esplicitamente alla violenza, altri 35 la approvano, 14 la citano come proposito e 27 ne parlano in termini ipotetici o ironici. Siamo quindi a meno dell’1 per cento. A fronte dei 23 commenti che incitano alla violenza, però, ne vanno anche registrati 21 che, al contrario, la condannano in modo esplicito. In totale si tratta di 11 utenti. A nessuno è stata contestata l’associazione a delinquere.
Zante
L’utente più attivo è Zante con 1148 messaggi: l’11% della chat. Si tratta di un disabile costretto su una sedia a rotelle. Ha 24 anni e studia all’università. E al quotidiano dice: «Non conoscevo Siher e non sapevo chi ci fosse dietro alla chat. Ho trovato la pagina Instagram e da lì sono entrato nel canale Telegram». E spiega: «Il fulcro non era certo fare una rivolta violenta, ma protestare contro il carovita. In modo duro, ma non violento». Secondo il ragazzo lo spirito della chat era «ribelle, ma sempre all’interno delle regole, non con mezzi violenti come hanno scritto alcuni giornali». E conclude: «Non credo di aver scritto niente di compromettente, ma spero di non vivere in un’epoca in cui si rischiano guai solo per aver scritto messaggi».
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
“GLI AVVERSARI DI NETANYAHU DICONO LE STESSE COSE, CON PIÙ ELEGANZA; CISGIORDANIA A PARTE, LA LORO AGENDA DI SICUREZZA NON SI DISCOSTA MOLTO DA QUELLA DELLA DESTRA. È LO SPECCHIO DI UN PAESE: DOPO IL 7 OTTOBRE L’ELETTORATO SI È SPOSTATO A DESTRA SU TUTTO CIÒ CHE RIGUARDA LA SICUREZZA NAZIONALE. I GIOVANI CRESCIUTI SOTTO I RAZZI DI HAMAS E I MISSILI IRANIANI, COETANEI DELLE RAGAZZE STUPRATE E MASSACRATE AL NOVA FESTIVAL, NON SONO PIÙ ‘COLOMBE’ DEI PADRI, AL CONTRARIO”
Chi arriva in Israele con in testa il dibattito delle capitali occidentali – le piazze europee, le risoluzioni dell’Onu, i riconoscimenti dello Stato di Palestina annunciati da vari governi – fa un’esperienza spaesante.
Durante il mio recente viaggio ho misurato una distanza siderale tra ciò che il resto del mondo si aspetta da queste elezioni e ciò di cui gli israeliani discutono davvero. «Fuori», c’è chi dà per scontato che il voto sia una sorta di referendum sulla soluzione dei due Stati, proiettando i propri desideri sulla realtà.
Dentro, quella formula è quasi sparita dalla campagna. Non perché qualcuno l’abbia sconfitta in un dibattito televisivo, ma perché dopo il 7 ottobre 2023 quasi nessuno, a destra come al centro, la considera una strada percorribile nel breve termine.
In quanto alla sinistra israeliana, è quasi scomparsa ed un suo ex leader, l’attuale presidente Herzog, non si oppone all’idea di una grande coalizione di unità nazionale fra Netanyahu e Eisenkot, che in politica estera sarebbe segnata più dalla continuità che dalla novità.
Oggi Israele vota per la prima volta dopo il massacro compiuto da Hamas. Molti la descrivono come l’elezione più importante nella storia del Paese. Ma non nel senso che immaginano a Bruxelles, Roma, Parigi, Londra, o nei campus americani. È soprattutto un giudizio su Benjamin Netanyahu, 77 anni, al potere a fasi alterne per diciannove anni, e sulla sua gestione del 7 ottobre e di tutto quel che è seguito. Secondo un sondaggio di ottobre dell’istituto Agam Labs, sei israeliani ebrei su dieci vorrebbero un altro primo ministro. Non è detto che lo otterranno.
Chi in Europa sogna un’alternativa pacifista a Netanyahu farebbe bene ad ascoltare le sue promesse. Eisenkot si impegna a porre fine al dominio di Hamas su Gaza entro diciotto mesi, con il piano di Trump oppure con la forza. È contrario a uno Stato palestinese. Tamar Hermann, sondaggista dell’Israel Democracy Institute, riassume: gli avversari di Netanyahu dicono le stesse cose, solo con più eleganza; Cisgiordania a parte, la loro agenda di sicurezza non si discosta molto da quella della destra.
Non è tattica, è lo specchio di un Paese. Dopo il 7 ottobre l’elettorato si è spostato a destra su tutto ciò che riguarda la sicurezza nazionale. I giovani cresciuti sotto i razzi di Hamas e i missili iraniani, coetanei delle ragazze stuprate e massacrate al Nova Festival, non sono più «colombe» dei padri, al contrario.
Sull’Iran il dibattito esiste, ma non quello che immaginano gli europei. Netanyahu ha messo Teheran al centro della volata finale: ha condiviso un’immagine generata con l’AI di un’esplosione nucleare su Tel Aviv, ha dichiarato di aver ordinato al Mossad e all’esercito di far cadere il regime.
Eisenkot lo accusa di isteria e di campagne fondate sulla paura. Ma la differenza sta nell’ambizione degli obiettivi, non nella sostanza: Eisenkot giudica irrealistico il cambio di regime e parla di trasformare i successi militari in risultati diplomatici. È un falco più pragmatico, non una colomba. Eisenkot ha definito Trump un vero amico di Israele, certo che collaborerà con chiunque vinca. Nessuno vuole raffreddare il rapporto con l’America.
Dove potrebbe cambiare qualcosa? Sulla Cisgiordania. È l’unico terreno su cui Eisenkot traccia una linea netta. Chiama «terrorismo ebraico» la violenza dei coloni estremisti e promette di reprimerla. Si oppone all’espansione degli insediamenti che spezzerebbe in due la Cisgiordania. Molti israeliani, pur favorevoli agli insediamenti, pensano che lo Stato sia troppo indulgente con le violenze dei coloni.
Restano poi i temi che contano per gli israeliani più che per noi: la leva per gli ultraortodossi (finora esenti dal servizio militare), che Eisenkot sostiene, e la resa dei conti sulle responsabilità del premier. Lui rimprovera a Netanyahu la riforma della giustizia che ha spaccato il Paese, gli avvertimenti dei capi della sicurezza ignorati, il rifiuto di una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre.
Chi si aspetta che un cambio di governo riapra domani il cantiere dello Stato palestinese resterà deluso. Qualcosa può cambiare in Cisgiordania: il rispetto della legge, il peso dell’estrema destra messianica. Non è la pace. È forse la condizione minima perché un giorno se ne possa riparlare.
Federico Rampini
per il “Corriere della Sera”
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL MONITO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA AI SOVRANISTI CHE TENGONO LO STRASCICO A CHI HA CAUSATO LA MORTE DI MIGLIAIA DI ITALIANI CON IL LORO COMPORTAMENTO CRIMINALE
A poche ore dalla norma votata alla Camera per reintegrare i medici no vax radiati
dall’Albo durante il periodo del Covid grazie al voto dei vannacciani, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella prende posizione per difendere i vaccini. «L’opposizione pregiudiziale ai vaccini – ha detto Mattarella alla Celebrazione de “I Giorni della Ricerca” in Quirinale – è uno dei sintomi più sconcertanti: quando ci troviamo davanti a fatti dolorosi di cronaca, con adulti o bambini che rischiano o addirittura perdono la vita che avrebbero potuto facilmente difendere, si avverte l’esigenza di contrastare l’opera di chi cerca di avvelenarne l’opinione».
L’attracco alle fake news
Mattarella ha poi richiamato l’importanza della ricerca scientifica, accusando alcune fake news di essere responsabili delle scelte irrazionali prese per paura dalla popolazione. «La ricerca e la scienza salvano vite umane, in numero sempre maggiore – ha aggiunto il capo di Stato – eppure dobbiamo tuttora constatare che si diffondono credenze irrazionali e fake news distruttive, inchiodando nella paura parti, sia pur piccole, di popolazione».
Nella giornata di ieri 28 ottobre la Camera aveva approvato l’articolo 8 del disegno di legge sulle professioni sanitarie che apre alla possibilità di reintegrare i medici no vax radiati dall’Albo durante la pandemia del Covid 19. Passata con 126 voti favorevoli e 113 contrari, grazie al voto di Futuro Nazionale, la norma, proposta da Fratelli d’Italia, è stata duramente criticata dalle opposizioni che l’hanno definita «uno schiaffo ai medici che hanno seguito le regole e uno schiaffo alle vittime del Covid», ha detto Marianna Ricciardi del Movimento 5 Stelle.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA PRIGIONE E’ ANCHE MOLTO PIU’ ECONOMICA DI UNA BABY-SITTER E SUPPLISCE PERSINO ALL’EVENTUALE ASSENZA DEI NONNI
Dopo i fatti di Milano (no, non le Cinque Giornate né l’assalto ai forni di manzoniana memoria, ma la distruzione delle vetrine da parte dei maranza) il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha annunciato nuove carceri minorili.
La dichiarazione ha suscitato scalpore e indignazione, con accuse al governo di puntare solo sulla repressione; reazioni che hanno portato lo stesso Nordio a una parziale rettifica, dichiarando “mai sognato di chiedere arresti di massa per i ragazzi” (anche per scongiurare un eccesso di edizioni di “Mare Fuori” su RaiPlay) e annunciando il suo ritiro dalla politica per tornare dai suoi gatti – fra i quali alla notizia si è diffuso lo sconcerto ed è iniziato il fuggi fuggi sui tetti dei palazzi vicini. Permettetemi però di fare una riflessione a freddo sulla proposta del ministro Nordio: non c’è dubbio che le carceri non siano una delle eccellenze italiane, anzi; dunque proporre un problema come soluzione a un altro problema è solo che un’idiozia. Ma l’errore di chi ha criticato la proposta del ministro sta nell’averla valutata nel quadro della sicurezza; quando, in realtà, credo l’iniziativa del ministro fosse da inquadrare più in generale nelle politiche di sostegno alle famiglie e alla natalità.
Sappiamo infatti come questo governo abbia sempre avuto a parole l’intenzione di affrontare il drammatico tasso di denatalità di questo paese; ma nei fatti, nulla di concreto. L’ampliamento delle carceri minorili è invece la prima proposta da parte del governo Meloni a incentivare la natalità. La possibilità infatti di incarcerare i propri figli è una prospettiva che sgrava i genitori da molte responsabilità e costi; e permetterebbe anche a molte donne di non dover scegliere fra la famiglia e la carriera. Sappiamo infatti che una delle ragioni per cui si fanno meno figli in Italia è la mancanza di servizi essenziali, quali per esempio gli asili nido; con l’ampliamento delle carceri minorili il problema non si porrebbe: quando i genitori devono andare al lavoro, telefonano ai carabinieri e denunciano i figli. La prigione è anche molto più economica di una baby-sitter, e supplisce persino all’eventuale assenza, distanza o indisponibilità dei nonni. L’idea di poter sbattere in galera la prole può davvero fare la differenza per chi non sa se mettere su famiglia o meno; potrebbe anche disincentivare il ricorso all’aborto: una donna incinta può decidere di partorire a cuor leggero, tanto se poi vede che non ce la fa o cambia idea denuncia il bambino e lo fa incarcerare. Ricordiamoci infatti che il minore non può mica dire niente, perché appunto è un minore, e la sua parola contro quella di un adulto è come “carta” contro “forbice” a morra cinese.
I minori poi in Italia sono considerati proprio dei minorati: non gli si può fare educazione sessuale a scuola, non gli si può dare un telefonino in mano, sono talmente repressi che fossi un minore mi costituirei per andare in carcere di mia spontanea volontà. E non mi stupirei affatto se una simile iniziativa da parte del governo, se concretizzata, facesse venire voglia di fare figli anche a chi figli non ne vuole: pensate a chi odia i bambini, a quanto lo potrebbe eccitare la possibilità di farne uno solo per poterlo sbattere in galera! Con un colpo solo, la proposta del ministro Nordio farebbe contenti sia chi sogna una famiglia ma non ce la fa, sia chi sogna i luoghi “child free”: avremmo più figli, ma comodamente dietro le sbarre. Cosa aspettiamo?
(da Il Foglio)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
LO STATO CHIEDA SCUSA A CAROLINA PER ESSERE STATO VIOLENTO CON LEI
Sarà colpa della felpa, ha pensato Carolina, diciott’anni appena compiuti. La sua era
priva di cappuccio, ma era pur sempre una felpa. Scura. Nera addirittura, quindi sommamente sospetta.
Carolina Di Giacomo l’aveva indossata sabato scorso per andare alla prima manifestazione in piazza della sua vita: il liceo romano dove studia era rimasto allagato per settimane e le sembrava giusto unire la sua voce al coro dei disagi. La polizia l’ha fermata all’uscita della metropolitana e la ha chiesto i documenti. Carolina avrà immaginato che fosse una procedura normale: in una giornata ad alta tensione ci può stare che le forze d’ordine stringano i bulloni del controllo. Poi però gli agenti l’hanno tenuta lì per quasi un’ora, riprendendola con una telecamera, e già questo non era più tanto normale. Poi le hanno sequestrato il telefono (e un pacchetto di gomme da masticare) e hanno spinto lei e la sua felpa nera dentro un’auto che ha solcato via del Corso a sirene spiegate, e questo decisamente non era normale. Poi l’hanno trattenuta in commissariato per tutto il pomeriggio assieme a due amici e si sono degnati di farla uscire soltanto la sera, intimandole di non azzardarsi mai più a partecipare a una manifestazione «perché ti abbiamo registrato». E questo non solo non era normale, era anche anticostituzionale.
Con lo stesso spirito con cui sosteniamo lo Stato quando ci protegge dai violenti, gradiremmo che lo Stato chiedesse scusa a Carolina per essere stato violento con lei.
(da corriere.it)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
I GIOVANI SI ACCENDONO SUI BISOGNI ESSENZIALI, UNA VOLTA PAROLE D’ORDINE DELLA SOCIALDEMOCRAZIA (CASE, SCUOLE, OSPEDALI, SALARI) MA CON LA RABBIA CONTRO IL SISTEMA CHE NEGA LORO IL FUTURO. IN SERBIA QUESTE DOMANDE SONO DIVENTATE POTERE E VEDREMO COME ANDRÀ. MA ALTROVE SE IL POTERE RESTA SEPARATO DA QUESTE DOMANDE ANDRÀ MALE PER LE MALCONCE DEMOCRAZIE
Poi, certo, ci sarà da valutare l’esito della scommessa, con tutte le contraddizioni di chi dovrà passare dalla protesta senza leader al governo. E guidare l’ambizioso processo di ricostruzione della Serbia, politica e sociale.
Prima però c’è da fissare nella storia il senso di questa pagina democratica, scritta da una generazione in rivolta contro il nazionalismo opprimente, lì dove Putin gioca la sua partita contro l’Europa, che a sua volta si occupa poco di Balcani, luogo di battesimo e morte del Novecento.
È una storia bella, che travalica i confini della Serbia, con la forza della rottura di un canone che sembrava immutabile. Ci dice che cambiare si può. Che il popolo può. E prima ancora di quel tutto che c’è dentro, studenti e professionisti, agricoltori e intellettuali, anarchici e conservatori, progressisti e tradizionalisti, c’è ciò che lo tiene assieme a spiegare l’epifania: un sentimento, da cui, lì come altrove, le classi dominanti si sono sconnesse.
Non una piattaforma politica definita, ideologica o rivendicativa, nel gioco dell’alternanza tra partiti tradizionali, ma la volontà di riappropriarsi, con coraggio, di uno spazio pubblico. Di una “sovranità” del basso contro l’alto di un potere che ha soffocato la società con l’autoritarismo e spezzato il patto sociale tra classi e generazioni. In definitiva, di futuro, parola scomparsa in quest’epoca di passioni tristi.
In tal senso i giovani serbi, motore della lista che ha vinto le elezioni con lo slogan “Serbia o mafia”, non sono diversi dai giovani francesi, che in piazza della Bastiglia espongono lo striscione “Generazione Z in collera”.
E quei giovani non sono diversi da quelli spagnoli, in piazza sulla casa, o dagli studenti italiani, indignati per il carovita.
Ogni paese ha la sua miccia specifica da cui la protesta divampa, e il suo obiettivo mobilitante. In Serbia fu quella pensilina della stazione ferroviaria crollata nel novembre del 2024 a Novi Sad, provocando la morte di sedici persone. Poi, un crescendo verso un potere corrotto indifferente alle regole.
Ma tutto ci racconta di un fenomeno con dei tratti comuni nei vari paesi, perché ogni istanza è un aspetto di una comune “precarietà esistenziale”. E i social diventano l’agorà che alimenta una soggettività reale in un mondo in cui la rete ha scompaginato le tradizionali architravi sociali, incubatrice di pulsioni con la caratteristica della velocità e dell’immediatezza.
Quest’onda – coi suoi sentimenti e i suoi risentimenti anche oscuri – è la storia di un “altrove” rispetto alla politica tradizionale. Il suo fil rouge non è la “rivoluzione” come nel’68, ma la generazione.
«Cambiano le generazioni e i figli assomigliano ai loro tempi più che ai loro padri» scriveva in Apologia della storia quel gigante di Marc Bloch. I “loro tempi”, dentro i quali sono cresciuti, sono l’iPhone ma anche l’austerità, la crisi climatica, la pandemia e le guerre. E infatti i giovani si accendono su Gaza e sui bisogni essenziali, una volta parole d’ordine della socialdemocrazia – case, scuole, ospedali, salari – ma con la rabbia contro il sistema che nega loro il futuro.
In Serbia queste domande sono diventate potere e vedremo come andrà. Ma altrove se il potere resta separato da queste domande andrà certo male per le malconce democrazie. La campana di Belgrado suona per tutte le élite compassate del vecchio continente, a partire da quelle progressiste, che dovrebbero essere impegnate a riconciliare la parola generazione con la parola sinistra. La storia può cambiare, ma bisogna volerlo.
Alessandro De Angelis
per la Stampa
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
I TASSISTI ACCUSANO IL GOVERNO DI “INERZIA”. UN CAMPANELLO D’ALLARME IN VISTA DELLE ELEZIONI PER MELONI E SOCI, CHE HANNO SEMPRE DIFESO LA “CASTA” DELLE LICENZE…
“A causa della totale inerzia del governo, le organizzazioni sindacali e associazioni di
categoria del settore taxi, riunitesi oggi a Firenze, proclamano lo sciopero nazionale per l’intera giornata del 15 dicembre 2026 con manifestazione a Roma.
In avvicinamento a tale data, saranno calendarizzate tre manifestazioni a novembre a Milano (11 novembre), Napoli (17 novembre) e Firenze (25 novembre), per sensibilizzare le autorità sullo stato di difficoltà del settore”. Lo annunciano i sindacati dei tassisti e le associazioni di categoria.
Le organizzazioni sindacali e le associazioni di categoria del settore taxi riunitesi oggi a Firenze hanno proclamato uno sciopero nazionale per l’intera giornata del 15 dicembre con manifestazione a Roma.
Inoltre, è stato spiegato al termine della riunione, verranno organizzate tre manifestazioni a Milano (11 novembre), Napoli (17 novembre) e Firenze (25 novembre). Il motivo dello sciopero, si spiega, “è la totale inerzia del governo.
Il taxi è un servizio pubblico che si regge su pilastri tra loro integrati e coordinati al fine della tutela dell’utenza e del lavoro. Se questi pilastri vengono minati da un’inaccettabile concorrenza sleale di alcune piattaforme multinazionali e Ncc che violano le normative, da prezzi ad asta e pratiche di scelta dell’utenza, ed infine dall’esplosione dei costi di gestione, allora qualcuno ha deciso di favorirne la morte in favore di giganteschi interessi privati. Noi a tutto questo non ci stiamo”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
OLTRE IL 13% DEI 15-29ENNI NON STUDIA O NON LAVORA (LA MEDIA EUROPEA È DELL’11%), SOLO IL 12% HA UN POSTO DI LAVORO STABILE E QUASI UN QUARTO DEI LAUREATI OCCUPATI DI 25-34 ANNI NON SVOLGE UN LAVORO POCO O MEDIAMENTE QUALIFICA – NEL FRATTEMPO, GLI ANZIANI STANNO MEGLIO CHE MAI
C’è un’Italia in cui invecchiare fa meno paura che crescere. Lo dice l’Istat nel Rapporto sul Benessere equo e sostenibile 2026: gli anziani stanno meglio, i giovani peggio. E in nove anni il vantaggio delle nuove generazioni sugli over 65 si è quasi dimezzato.
Non perché i ragazzi abbiano smesso di godere, in media, di un benessere psicologico più alto, ma perché le loro condizioni sono peggiorate mentre quelle dei loro nonni sono migliorate.
L’indice nazionale di salute mentale è a 68,7 punti nel 2025, pressoché fermo rispetto all’anno prima. Non sono diagnosi psichiatriche, ma una misura del benessere psicologico percepito. […]
In terza media il 43,1% degli studenti non raggiunge competenze sufficienti in italiano e il 45,5% in matematica: quasi uno su due, con valori peggiorati nell’ultimo anno e mai tornati ai livelli pre-pandemia. […] Scende però l’abbandono precoce, all’8,2%, sotto l’obiettivo europeo del 9% per il 2030. Insomma, si resta più a lungo a scuola, ma non sempre si impara abbastanza. Tra i 25-34enni, solo il 31,3% ha una laurea o un altro titolo di studio superiore al diploma.
Ma fuori dalle aule la strada non si spiana. Il 13,3% dei 15-29enni non studia e non lavora: molto meno del 23,7% del 2020, certo, ma più dell’11% della media europea, con le ragazze (14,9%) più esposte dei coetanei (11,8%). E un impiego non è sempre un approdo: solo il 12,3% dei lavoratori a termine ha trovato un posto stabile tra 2024 e 2025, contro il 16,6% del periodo precedente.
Un dato che riguarda tutte le età, ma che pesa molto su chi comincia adesso. Tra i laureati occupati di 25-34 anni, quasi uno su quattro tosvolge un lavoro poco o mediamente qualifica. Studiare aiuta, ovviamente, ma non garantisce che il titolo sia valorizzato.
Il Bes registra progressi in 54 dei 132 indicatori confrontabili, ma anche oltre 5,4 milioni di persone in povertà assoluta: un Paese che avanza, ma non per tutti. E mentre cresce la soddisfazione per la vita tra gli anziani, tra i giovani con un’età compresa tra i 25 e i 34 anni diminuisce anche la fiducia negli altri: appena il 21,1% pensa che ci si possa fidare delle altre persone.
Naturalmente il rapporto Istat non dimostra che scuola e precarietà causino il disagio psicologico dei giovani. Ma di certo mette nero su bianco quanto sia accidentata, per tanti ragazzi, la strada verso l’autonomia.
(da “Corriere della Sera”)
argomento: Politica | Commenta »