Destra di Popolo.net

IL FANGO SOVRANISTA SU LANDONI: “QUELLA GIF E’ SCHIERATA CON GAZA” (E LO CREDO, DOVREBBE STARE CON UN CRIMINALE?)

Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile

MA LA STESSA PETIZIONE PORTA LA FIRMA DELLA PM CHE HA CHIESTO IL CARCERE PER SIHER (MA QUESTO I MENTECATTI NON LO DICONO)

La macchina del fango si attiva in fretta. Prima i giornali di area, poi i parlamentari della maggioranza: «È una gip schierata politicamente che aveva sottoscritto un appello pubblico per Gaza», dice la deputata di FdI Sara Kelany. «Posso pensare che una magistrata ProPal non possa essere considerata super partes nei confronti di uno che, da questo punto di vista, pare che la pensi come lei?», rilancia il vicepremier Matteo Salvini. Il bastone mediatico della destra si avventa così su Tiziana Landoni, la giudice per le indagini preliminari che ha rigettato la richiesta di convalida del fermo di Youssef Siher, creatore delle pagine social del Movimento 17 ottobre all’indomani delle violente proteste di Milano. La colpa? Aver firmato, a settembre 2025, insieme a tremila colleghi, un appello di “giuristi per Gaza” sulla rivista Giustizia Insieme. Così estremo da proporre di leggere «ogni giorno, nelle aule d’udienza e in quelle universitarie, il preambolo allo Statuto della Corte penale internazionale» per ricordare che «lo Stato italiano, per Costituzione e per legge, e con l’adesione a trattati, ha scelto la tutela dei diritti fondamentali e la persecuzione dei crimini internazionali».
C’è poi un altro particolare che le accuse della maggioranza e del governo lasciano fuori dal racconto perché poco funzionale a sostenere la propria tesi: tra i firmatari dello stesso appello figura anche Francesca Crupi, la pm che ha chiesto il carcere per Siher, contestandogli l’aggravante di terrorismo e giudicandolo l’autore di un «progetto finalizzato a porre in essere atti delittuosi, con finalità eversive». Stessa petizione pubblica: eppure per la destra la gip che ha preso una decisione a loro sgradita è politicizzata, la pm aveva ragione.
È un metodo di linciaggio già messo in atto, tra gli altri, contro Iolanda Apostolico, la giudice di Catania finita nel mirino della Lega nel 2023 dopo aver negato la convalida del trattenimento di alcuni migranti. Salvini diffuse un video del 2018 che la ritraeva a una manifestazione per lo sbarco dei profughi dalla nave Diciotti, mettendone in dubbio l’imparzialità. Poco più di un anno dopo, Apostolico lasciò la magistratura.

(da Repubblica)

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CON LO STATO E CON IL BUON SENSO

Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile

ESSERE CON LO STATO NON VUOL DIRE AUSPICARE UNO STATO DI POLIZIA

Più che il senso dello Stato, è il senso del ridicolo che manca nei commenti furibondi di Meloni e Salvini (rispettivamente: premier e vicepremier della Repubblica) alla scarcerazione di Youssef Siher. Il cui arresto in quanto vero e proprio ideatore di una rivoluzione — manco l’avesse depositata alla Siae — aveva sollevato molte perplessità (eufemismo) in ambienti politici e culturali anche molto diversi. Il più spiritoso dei quali Giuliano Ferrara quando scrive che Siher dice più o meno le stesse cose di Ginevra Bompiani.
Del Salvini si sapeva, da lui non c’è da aspettarsi che il ricalco sistematico di tutti i luoghi comuni, nessuno escluso, del bullismo di destra: sui social è stato, per anni, il Siher della sua fazione. Ma Meloni, santo cielo, non la si pensava così esposta all’umore nero del “butta via le chiavi” che è da sempre il mantra del suo vice.
Dopo avere definito «vergognosa» la decisione della gip di Milano, cade rovinosamente nella consecutio temporum del caso Siher, accusandolo di «essere il gestore della pagina Telegram che incitava a quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione». Che la pagina Telegram sia stata aperta dopo, non prima, dei disordini milanesi, per la presidente del Consiglio e per chi la consiglia (male) può anche essere un dettaglio. Per la magistratura, no, non può esserlo, e difatti Siher è già fuori.
Riassumendo: che persone con il profilo di Siher siano all’attenzione della Digos fa parte della legittima e necessaria attività di polizia. Che si ritrovino in galera, e sbattute in prima pagina in quanto Grande Giovane (versione aggiornata del Grande Vecchio) per avere esortato sui social a scendere in piazza, è una assurdità.
Presidente Meloni, siamo più o meno tutti con lo Stato e con la Polizia, ma siamo contro uno Stato di Polizia.

(da Repubblica)

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PER I GIORNALI SOVRANISTI YOUSSEF SIHER ERA L’IDEALE “MOSTRO DA SBATTERE IN PRIMA PAGINA”

Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile

SI E’ PASSATO IL SEGNO DEL RIDICOLO E DELL’INDECENZA CON TITOLI COME “UN AYATOLLAH PRONTO ALL’APOCALISSE”

Per quattro giorni, Youssef Siher è stato quanto di più vicino a Bin Laden sia mai passato dall’Italia. Gran parte dei giornali, soprattutto quelli di destra, avevano accreditato senza esitazioni l’idea che fosse il grande burattinaio dietro le vetrine sfasciate e i negozi saccheggiati. La scarcerazione di ieri ha fatto invecchiare molto precocemente i titoloni letti in questi giorni.
Domenica scorsa persino l’istituzionalissimo Corriere dimenticava il credo garantista. Doppia pagina: “Youssef, il regista del movimento. Nel pc mappe e appunti sulle piazze”. A lato, anche un riassunto dei suoi scritti più pericolosi, inviti alla lotta armata comparsi sul Fatto e su Ispi, del tipo: “L’intifada studentesca infiamma anche le università arabe”. O ancora messaggi da volantino delle Brigate rosse: “La visita di Erdogan in Egitto è influenzata dal contesto storico in cui si è svolta: la guerra di Gaza e l’escalation militare”.
Meno per il sottile andava Il Giornale di Tommaso Cerno: “L’ayatollah dei maranza”. Nelle pagine interne: “Preso il leader del Movimento. È un politologo e attivista pro-Pal”. Oltretutto Youssef “sul suo profilo Substack aveva come sfondo il colore verde, rappresentativo di Hamas”. Ma Il Giornale non si rassegnava neppure ieri, lanciando la “notizia esclusiva” di un appello pro-Pal (vecchio di un anno) firmato pure dalla giudice che ha scarcerato Siher. Se non fosse che lo stesso appello lo aveva firmato Francesca Crupi, la pm che aveva chiesto la convalida dell’arresto, così come diversi altri magistrati – come Giovanna Cavalieri – che in questi giorni hanno chiesto di arrestare alcuni giovani fermati negli scontri.
Dettagli. Anche Libero sentenziava: “Non è disagio, è islam”. E poi: “Presa la mente delle rivolte: è un ex collaboratore di Travaglio”. È tipo l’arresto di Matteo Messina Denaro, ma con un po’ più enfasi: “Le chat, il covo, I legami. La mente del Movimento voleva il partito islamico per dare l’Italia ai maranza”. Già, perché qui c’è “un inquietante manifesto politico che anticipa le mosse con cui gli ideologi della seconda generazione di immigrati puntano a prendersi l’Italia”.
Il titolo del Tempo invece trasudava sghignazzamenti: “Il regista è un professorino islamico”. Il quotidiano faceva sapere di aver dato un contributo fondamentale alle indagini, perché quando il crimine serpeggia tocca armarsi di pipa e lente d’ingrandimento: “Confermata la tesi del Tempo: incrocio tra islamisti, filo-Palestina e antagonisti”. Ai segugi del Tempo non la si fa: “Non è un’ipotesi, è la geometria operativa”. Ma pure quella euclidea. Soft anche La Verità: “Preso il capo del branco”, “voleva scatenare l’Apocalisse”. Dacci dentro Roveda, che la stoffa c’è.

(da il Fatto Quotidiano)

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GARANTISTI A GIORNI ALTERNI, LA GIUSTIZIA DEI SOVRANISTI

Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile

IL FATTO CHE YOUSSEF SIHER NON SIA SIMPATICO A MELONI, SALVINI E TAJANI NON DA’ ALLO STATO ITALIANO IL DIRITTO DI TENERLO CHIUSO IN UNA CELLA IN ASSENZA DI REATI

Giorgia Meloni ha diritto a considerare Youssef Siher, il trentenne che è stato rilasciato dal carcere di San Vittore, una faccia che non le piace e un sobillatore di giovani. La presidente del Consiglio ha diritto a dolersi di quello che Siher ha scritto nel canale “Movimento 17 ottobre”, in particolare quando ha messo nel mirino, certamente con poca eleganza, «lo Stato che ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove». La premier può anche prenderla sul personale, perché il giovane l’ha chiamata in causa con una frase da brivido come questa: «Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame».
Quello che Meloni invece proprio non può fare è mentire spudoratamente in un video ufficiale, pensato e realizzato con la bandiera italiana alle spalle nel suo ufficio a palazzo Chigi. Un atto d’accusa pesantissimo contro un altro potere della Repubblica, in questo caso la giudice per le indagini preliminari di Milano Tiziana Landoni, investita con una violenza verbale inusitata — la stessa con cui Donald Trump si scaglia contro i giudici sgraditi — solo per aver compiuto il suo dovere, che è precisamente quello di valutare l’operato della procura e della polizia giudiziaria a garanzia dell’imputato.
In questa opera demolitoria della separazione dei poteri, in spregio alla Costituzione sulla quale ha giurato, Meloni ha deliberatamente detto il falso, sostenendo che Siher fosse il gestore della pagina Telegram «che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano».
Non ha sbagliato solo il verbo, come ha provato a giustificarsi più tardi. Bisogna farle sommessamente notare, come ella ama dire, che ha sbagliato proprio il pensiero. Perché, banalmente, il gruppo è stato creato il giorno successivo alle manifestazioni, per la precisione alle ore 19.58 del 18 ottobre ed è difficile incitare a organizzare cortei che si sono svolti il giorno prima.
Siher voleva cavalcare ex post il successo della piazza? Probabile. Soffiava sul fuoco? Possibile. In passato ha detto e scritto cose orrende sul 7 ottobre, su Hamas, scambiando per resistenza all’invasore un osceno massacro di innocenti? Sicuramente. Ma cosa c’entra tutto questo con lo Stato di diritto, con la libertà di organizzare una manifestazione, e persino di urlare slogan che a Meloni non piacciono, come garantisce l’articolo 21 della Costituzione?
Il fatto che Siher sia per Meloni, Tajani e Salvini un odioso figuro, che non ne condividano le opinioni, non dà automaticamente allo Stato italiano il diritto di tenerlo chiuso in una cella anche in assenza di reati.
Alla faccia del garantismo e della riforma della giustizia che la destra voleva per separare la magistratura giudicante e quella inquirente, alla faccia dei gip «sempre sottomessi ai pm», siamo infatti di fronte a un magistrato che contesta punto per punto la ricostruzione della procura, rappresentata peraltro da una donna — la dottoressa Francesca Crupi — che in passato ha firmato un appello pro-Gaza insieme alla gip. E allora è necessario spendere qualche riga per spiegare a Meloni quello che c’è nell’ordinanza che sicuramente la premier non ha letto.
Dove sono i reati? Non ci sono prove che Siher volesse fuggire dall’Italia, visto che è nato qui, lavora qui, la sua famiglia è qui. La gip rileva che, dalla lettura di tutti messaggi scritti nelle chat dall’indagato, non ci sono nemmeno frasi che incitano alla violenza, né che fanno riferimento alle devastazioni del 17 ottobre a Milano. Nulla. Al massimo vengono evocate azioni di «disobbedienza civile», ma senza riferimenti a «strumenti offensivi da utilizzare contro le forze dell’ordine».
Ci sono consigli per difendersi dai gas lacrimogeni, ma «era specificato che, nel caso le forze dell’ordine avessero “cominciato a picchiare”, le prime file del corteo avrebbero dovuto arretrare di qualche passo». Anzi Siher invitava per le future manifestazioni a restare «fermi e calmi», preoccupandosi di «prestare il primo soccorso e accompagnare i feriti all’esterno del corteo», senza dimenticare di intonare slogan e cori.
È terrorismo tutto questo? L’impressione, visto il video della premier e le dichiarazioni a tambur battente di tutti i leader del centrodestra, compreso il sedicente garantista Guardasigilli Nordio, è che sul corpo di Siher, un giovane uomo animato da idee di rivolta, che alla destra legittimamente non piace, che magari ha opinioni aberranti sul Medio Oriente, si stia costruendo una gigantesca operazione politica. Quasi a voler creare artificialmente un clima ostile contro la magistratura in vista dei futuri cortei, così da scaricare la responsabilità di eventuali violenze non su chi gestisce l’ordine pubblico, ma su chi impedisce allo Stato di reprimere i violenti.
Ma è proprio questa la menzogna più grande. Non è con la polizia delle opinioni che si governa la rabbia dei giovani, né creando capri espiatori si rassicurano i cittadini preoccupati dei riots. E non è certamente picconando da palazzo Chigi la separazione dei poteri che Meloni può pensare di prendersi la rivincita su quei 15 milioni che hanno detto no alla sua riforma della giustizia.

(da Repubblica)

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LO SPETTRO DEL BALLOTTAGGIO LE PEN-MELENCHON AGITA LA FRANCIA (E L’EUROPA). PER QUESTO LA BORGHESIA PARIGINA È IN SOMMOVIMENTO. L’EX PRESIDENTE, FRANCOIS HOLLANDE NON AVREBBE INTENZIONE DI SCENDERE DIRETTAMENTE IN CAMPO, MA STA LAVORANDO COME “EMINENZA GRIGIA”: AVREBBE GIÀ INCONTRATO IL RIFORMISTA GLUCKSMANN, PER CERCARE DI CONVINCERLO A TROVARE UN’INTESA CON IL CENTRISTA EDOUARD PHILIPPE

Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile

L’IDEA E’ QUELLA DI LANCIARE PER LA CORSA ALL’ELISEO PHILIPPE, EX PREMIER MACRONIANO, ESPERTO E MOLTO POPOLARE NEL PAESE CON GLUCKSMANN CHE FAREBBE IL PREMIER. OBIETTIVO: EVITARE LA TRAGEDIA DI UN BALLOTTAGGIO LE PEN-MÉLENCHON, ARRIVARE AL SECONDO TURNO E GIOCARSELA CONTRO LA ZARINA SOVRANISTA. CE LA FARANNO I NOSTRI EROI?

Uno spettro s’aggira per l’Europa. Lo spettro del ballottaggio Le Pen-Melenchon in Francia. La situazione politica a Parigi è esplosiva (eufemismo). Le elezioni del 2027 rischiano di essere la pietra tombale della liberal-democrazia di Parigi, e di conseguenza, trattandosi di uno dei paesi più grandi e potenti del continente, per tutta l’Ue.
Abilmente, Marine Le Pen si prepara con freddezza e intelligenza politica alla conquista del potere: a sei mesi dalle presidenziali, al congresso del Rassemblement National, a Orleans, il 25 ottobre, ha confermato pubblicamente che, in caso di vittoria, Jordan Bardella sarà il suo primo ministro.
Non si tratta di un dettaglio, ma di un ticket elettorale chiaro, che “neutralizza” il giovane e rampante 31enne, volto buono del lepenismo. Marine presidente e Jordan al governo diventa uno slogan buono per dare una garanzia di continuità e una risposta “securitaria” al caos delle piazze e alle vetrine spaccate dai “casseur”.
La leader del RN, ancora saldamente in testa nei sondaggi (tra il 33 e il 36 % al primo turno), ha trasformato il suo vice in un asset, smentendo pubblicamente le voci di tensione interna e mostrando una macchina che va avanti dritta verso l’obiettivo.
Così non è per il centrosinistra, che si trova, come da tradizione, in uno stato di disunità cronica. Raphael Glucksmann, ha vinto le primarie del centrosinistra: sarà lui il candidato del fronte che somma il suo partito, Place Publique, ai socialisti. Da questa alleanza però rimangono fuori i macroniani centristi e, ovviamente, quel figlio di Putin di Jean-Luc Melenchon. Il 75enne aizza-folle, che nei giorni scorsi ha soffiato sul fuoco dei disordini, è la vera mina vagante delle elezioni. Se arrivasse lui al ballottaggio, i francesi si troverebbero a dover scegliere tra due pupazzi della Russia, populisti, anti-Europa e chi più ne ha, più ne metta.
Per questo, la borghesia parigina è in sommovimento, come l’ex presidente, Francois Hollande. Il vispo “budino scopaiolo” non avrebbe intenzione di scendere direttamente in campo, ma sta lavorando come “eminenza gricia”: avrebbe già incontrato Glucksmann, per cercare di convincerlo a trovare un’intesa con il centrista Edouard Philippe.
Hollande, in modalità federatore dei riformisti e dei moderati, vorrebbe convincere i due galletti a mettersi insieme per trovare unità e formare un ticket simile a quello della destra. L’idea di fondo è ripetere, in versione opposta, la mossa di Le Pen: un accordo Glucksmann-Philippe, o comunque un patto che metta insieme i pezzi della sinistra non mélenchonista e del centro, con Hollande nel ruolo di collante. La borghesia francese, ostile a Le Pen, preferirebbe vedere all’Eliseo Édouard Philippe, ex premier macroniano, esperto e molto popolare nel Paese (pur se in calo nei sondaggi) con Glucksmann delocalizzato a Matignon come premier.
A sinistra di questo “blob” c’è la galassia dei movimenti di sinistra, in larga parte monopolizzati da Jean-Luc Mélenchon, che nei sondaggi più recenti si è insediato al secondo posto e, in diversi scenari, si qualifica al ballottaggio contro Le Pen (dove viene battuto nettamente, intorno al 32-68).
Glucksmann, appena uscito vincitore della primaria socialdemocratica, fluttua intorno al 12-14 %. Philippe è in calo. Attal, altro possibile candidato centrista, è più basso. La somma delle forze moderate è ancora teoricamente superiore a quella di Mélenchon, ma finché restano divise non contano nulla.
Hollande l’ha capito e lavora su questo. Non a caso ha appena pubblicato un libro initolato “Unire”. Per questo insiste sull’idea di “fare come Le Pen”: chiudere un accordo di ticket o di non-aggressione tra Glucksmann e Philippe, mettere insieme socialisti e centristi, e presentarsi come il federatore che evita il disastro. Nell’intervista ad Anais Ginori di un mese fa diceva: “Bisognerà riunire tutti i repubblicani, senza però invocare un fronte antifascista come lo concepisce Mélenchon, che non vuole includere neppure il centro e la destra. Davanti a Le Pen non abbiamo bisogno solo di costruire un argine, che potrebbe non bastare più, ma di immaginare un trampolino per risollevare la Francia”:
Obiettivo: evitare la tragedia di un ballottaggio Le Pen-Mélenchon, arrivare al secondo turno e giocarsela contro Le Pen. Ce la faranno i nostri eroi? Marchons marchons..

(da Dagoreport)

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IL NAZI-BRITANNICO TOMMY ROBINSON È STATO RICONOSCIUTO COLPEVOLE DI MINACCE E STALKING DA UN TRIBUNALE DI LONDRA PERCHÈ AVEVA ASSOLDATO DEGLI INVESTIGATORI PRIVATI METTENDOLI ALLE CALCAGNA DI DUE REPORTER

Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile

ROBINSON CE L’AVEVA CON ANDREW YOUNG E JACOB DIRNHUBER, DUE GIORNALISTI DEL “DAILY MAIL” CHE SI ERANO OCCUPATI DI LUI NEL 2024 – ROBINSON È NOTO PER LE SUE POSIZIONI XENOFOBE E ANTI-IMMIGRAZIONE. IN PASSATO HA RICEVUTO IL SOSTEGNO DI MUSK – L’INCONTRO CON SALVINI AL MINISTERO DEI TRASPORTI

Nuova condanna, questa volta per tentata intimidazione nei confronti di due giornalisti, per Tommy Robinson, tribuno dell’ultradestra extraparlamentare britannica noto per le posizioni xenofobe, ostili ai musulmani e anti-immigrazione, nonché pregiudicato per diversi altri reati passati.
Il 43enne Robinson, all’anagrafe Stephen Yaxley-Lennon, è stato riconosciuto colpevole oggi da una giuria della Crown Court di Southwark, a Londra, di minacce e stalking, per aver assoldato investigatori privati incaricati di prendere di mira Andrew Young e Jacob Dirnhuber: reporter del tabloid Daily Mail messisi sulle sue tracce nell’agosto 2024 per svelare come egli fosse in vacanza a Cipro con la famiglia mentre aizzava sui suoi profili social le violenze anti-migranti dei cosiddetti ‘riots’ seguiti alla strage di bambine perpetrata quell’estate a Southport, vicino a Liverpool. La pena sarà determinata più avanti.
Nei giorni scorsi, deponendo in udienza, l’imputato aveva ammesso d’aver chiesto agli investigatori di “fare pressione” sui giornalisti, negando tuttavia di aver inteso far loro del male e sostenendo in lacrime di aver voluto solo proteggere la sua famiglia e la figlia allora 12enne: bersaglio, a suo dire, anche di minacce online di stupro.
Noto negli ultimi anni soprattutto per le sue manifestazioni filo israeliane e anti-propal, Robinson – già animatore dell’organizzazione ultranazionalista islamofoba English Defence League – è stato accolto qualche mese fa con tutti gli onori in Israele in un evento promosso da un ministro del partito di Benyamin Netanyahu (Likud).
Ha inoltre ricevuto più volte sostegno dagli Usa da Elon Musk, ringraziato fra l’altro a margine del processo attuale per aver pagato “centinaia di migliaia di sterline” di sue spese

(da agenzie)

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IL 34% DEI LAVORATORI IMPIEGATI NEI CAMPI AGRICOLI SONO IRREGOLARI. SI TRATTA DI UNA PIAGA CHE PESA SULLE CASSE PUBBLICHE: TRA IL 2015 E IL 2023 L’EVASIONE FISCALE HA CAUSATO UN MANCATO GETTITO STIMATO TRA I 6,3 E I 9,4 MILIARDI DI EURO. LO RILEVA L’ISTAT

Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile

UN BRACCIANTE IRREGOLARE IN MEDIA PRENDE 8,10 EURO L’ORA CONTRO GLI 11,30 DI UN LAVORATORE CON UN CONTRATTO VALIDO

Controlli rafforzati, ma irregolarità in aumento. Secondo i dati Istat, il lavoro sommerso in agricoltura conta 146,5 mila unità, pari al 34,3% del totale, per un valore aggiunto che nel 2023 ha superato i 39,8 miliardi di euro. Una piaga che pesa sulle casse dello Stato: tra il 2015 e il 2023, l’evasione tra Irpef, addizionali e contributi ha causato un mancato gettito stimato tra i 6,3 miliardi (calcolati sulle retribuzioni effettive degli irregolari) e i 9,4 miliardi di euro nell’ipotesi di un’emersione totale.
A 10 anni dall’entrata in vigore della legge 199/2016 sul caporalato, l’Eurispes ha fatto un bilancio in uno studio, evidenziando una norma efficace sul piano repressivo, ma non risolutiva: il lavoro irregolare resta una caratteristica strutturale del settore primario.
Un bracciante irregolare percepisce in media 8,10 euro l’ora contro gli 11,30 di un regolare, cin un divario è del 28%, in calo rispetto al 40% del 2018 e inferiore al 48% dell’economia nel suo complesso. Quanto alla mappa dei territori dove il fenomeno è più radicato, spicca Latina dove il 95% dei lavoratori agricoli ha un contratto a tempo determinato; 6.601 dipendenti (46%) percepiscono meno di quanto previsto dal contratto.
La paga dei braccianti sfruttati è passata da circa 4 euro l’ora nel 2021 a circa 5 nel 2026, contro i circa 9 del contratto. In Emilia-Romagna secondo le stime almeno il 30% del lavoro agricolo non è in regola; nel modenese l’esternalizzazione consente risparmi del 40-50% sul costo del lavoro.
In Lombardia, nel 2025, il tasso di irregolarità delle ispezioni agricole concluse è del 65,4% (291 su 445), con il 68,6% a Mantova (59 su 86). Per quanto riguarda i controlli e le irregolarità, tra il 2015 e il 2025, gli ispettori passano da 3.221 a 4.366 (+35%), ma nel 2025 risultano in calo rispetto ai 4.585 del 2024. Le pratiche per ispettore scendono da 2,4 a 1,6. Il tasso di irregolarità delle pratiche sale dal 54,2% al 64,8%, con un picco del 68,4% nel 2024. I lavoratori coinvolti da violazioni accertate passano da 6.153 a 8.851. Le violazioni in materia di salute e sicurezza salgono da 592 a 7.528.
Una regia unica contro lo sfruttamento, percorsi di protezione mirati e un canale di emersione tutelata: sono alcune delle cinque linee d’azione delineate dal nuovo studio dell’Eurispes per contrastare in modo strutturale il caporalato. L’elemento cardine della proposta riguarda l’istituzione di un’Authority indipendente e di una Procura nazionale del lavoro, pensate per accentrare e coordinare le attività d’indagine e di vigilanza.
A questo si affianca la necessità di garantire l’interoperabilità tra le banche dati degli enti ispettivi, così da tracciare la filiera dell’agroalimentare e verificare l’effettivo costo della manodopera. Sul versante delle verifiche, l’istituto di ricerca sollecita inoltre l’abrogazione degli ‘scudi ispettivi’ introdotti nel 2024.
Ampio spazio viene dedicato alla tutela di chi denuncia: lo studio evidenzia l’urgenza di rafforzare i programmi di assistenza, assicurando sostegno economico e garanzie contro eventuali ritorsioni. Innovativa è la proposta di un’emersione protetta e condizionata su base sperimentale. Il meccanismo punta a scindere l’iter amministrativo di regolarizzazione dalla denuncia penale, mantenendo una corsia preferenziale di salvaguardia per le vittime.
Un modello Eurispes che si articola su diversi fattori e garanziae tra cui, permesso temporaneo di dodici mesi, rinnovabile solo se il rapporto di lavoro è conforme; contratto nominativo con salario in linea con il contratto collettivo e pagamenti tracciabili; controlli antimafia, fiscali e lavoristici sul datore prima dell’accesso; revoca del beneficio e sanzioni più severe in caso di sfruttamento; incentivi limitati e revocabili solo per i datori virtuosi; formazione linguistica, sui diritti e sulla sicurezza, con alloggio e trasporto temporanei.
Una simulazione su 100mila persone stima per il primo anno un costo lordo di 565 milioni di euro e un gettito contributivo ipotetico di 540 milioni, calcolato su una retribuzione media di 18mila euro e un’aliquota del 30%.

(da agenzie)

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ULTIMO SONDAGGIO SU ELEZIONI MIDTERM: DEMOCRATICI HANNO L’89% DI POSSIBILITA’ DI CONQUISTARE LA CAMERA. E AL SENATO LA E’ AL 61%

Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile

MOLTO DIPENDERA’ DALLE SFIDE NEGLI STATI IN BILICO, ECCO LA SITUAZIONE

Martedì 3 novembre gli americani torneranno alle urne per le elezioni di metà mandato, le cosiddette midterm, e i sondaggi raccontano una situazione che potrebbe cambiare gli equilibri politici di Washington. A essere in gioco non è la permanenza di Donald Trump alla Casa Bianca, ma il controllo del Congresso, l’organo che approva le leggi e può porre dei limiti all’azione del presidente. Gli ultimi sondaggi vedono i Democratici in testa alla Camera, mentre al Senato la partita resta più incerta.
Le midterm non sono da sottovalutare, il loro svolgersi tra due presidenziali dà loro l’occasione di essere un vero e proprio banco di prova per il partito Repubblicano e per il presidente stesso. Saranno gli elettori a decidere se lasciare al presidente la stessa maggioranza parlamentare oppure affidare più potere all’opposizione.
Perché le elezioni Midterm negli USA sono un banco di prova per Trump
Negli Stati Uniti il presidente viene eletto ogni quattro anni, mentre le elezioni di metà mandato si svolgono ogni due. Il 3 novembre si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 seggi del Senato. Si voterà inoltre per eleggere i governatori di 36 Stati.
Camera e Senato formano il Congresso. La Camera viene eletta ogni due anni, mentre il Senato con 100 membri, due per ogni Stato, resta in carica sei anni. Entrambe le assemblee approvano le leggi, ma hanno compiti diversi: il Senato, per esempio, conferma alcune nomine del presidente, mentre la Camera può avviare la procedura di impeachment. Al momento i Repubblicani controllano entrambe le assemblee. Se i Democratici conquistassero anche solo una delle due Camere, Trump resterebbe alla Casa Bianca, ma vedrebbe blindata la propria agenda: senza il controllo del Congresso non potrebbe più approvare la legge di bilancio né finanziare i suoi provvedimenti chiave, trovandosi costretto a governare per decreti o a ricorrere al potere di veto contro le leggi dell’opposizione.
Camera, i Democratici partono in vantaggio: l’89% di probabilità di conquistare la maggioranza
Il dato più netto arriva dalla Camera dei Rappresentanti. Nell’elaborazione realizzata da YouTrend per Sky TG24, del 28 ottobre, i Democratici hanno l’89% di probabilità di conquistarne il controllo, contro l’11% attribuito ai Repubblicani. Le stime raccolgono le valutazioni di sei previsori: 50+1, Decision Desk HQ, Split Ticket, The Economist, The Hill e VoteHub.
Accanto ai sondaggi ci sono anche i mercati predittivi, piattaforme in cui gli utenti comprano e vendono contratti legati a possibili risultati elettorali. Nella rilevazione riportata da YouTrend, le possibilità di una maggioranza democratica alla Camera arrivano al 91,5%, mentre quelle repubblicane si fermano all’8,5%.
Secondo la mappa elaborata da YouTrend sulla base delle valutazioni del Cook Political Report, sono 22 i collegi che potrebbero risultare decisivi. Tra gli Stati da seguire ci sono Florida, Ohio e Texas, ma anche California, New York e Michigan. Sebbene non tutti questi collegi siano ugualmente contendibili, ma il loro esito potrà contribuire a spostare la maggioranza da una parte all’altra.
Per i Democratici, quindi, l’obiettivo è conquistare un numero sufficiente di collegi oggi rappresentati da Repubblicani. Per Trump, invece, perdere la Camera significherebbe affrontare gli ultimi due anni del mandato con un’opposizione dotata di maggiori strumenti per indagare sull’operato dell’amministrazione e condizionare il dibattito politico.
Senato, la partita è più complicata: ai Democratici servono quattro seggi
Al Senato il quadro è meno netto. Attualmente i Repubblicani hanno 53 seggi e i Democratici 47, considerando nel gruppo democratico anche i due senatori indipendenti che votano con loro. Per ottenere il controllo, i Democratici devono arrivare a 51 seggi: un pareggio di 50 a 50 non sarebbe sufficiente, perché il voto decisivo spetterebbe al vicepresidente JD Vance, repubblicano.
Le previsioni di YouTrend attribuiscono ai Democratici il 61% di probabilità di ottenere la maggioranza del Senato, contro il 39% dei Repubblicani. I mercati predittivi sono leggermente più ottimisti per l’opposizione: la stima riportata al 28 ottobre è del 66,5% per i Democratici e del 33,5% per i Repubblicani. La distanza rispetto alla Camera è significativa, il risultato dipenderà da una manciata di competizioni nei singoli Stati. YouTrend individua sette seggi in bilico: cinque attualmente repubblicani, in Maine, Ohio, Alaska, Iowa e Texas, e due democratici, in Michigan e New Hampshire.
In Ohio, per esempio, si sfidano il Repubblicano Jon Husted e il Democratico Sherrod Brown; in Maine la Repubblicana Susan Collins affronta il Democratico Troy Jackson; in Texas la competizione è tra Ken Paxton, Repubblicano, e James Talarico, Democratico.
Che cosa dicono i sondaggi negli Stati in bilico
In Texas, la media di sette sondaggi raccolta da 270toWin vede il democratico James Talarico al 49,6% e il repubblicano Ken Paxton al 46,7%. In Iowa, invece, la media di cinque rilevazioni dà alla repubblicana Ashley Hinson il 45,8% e al democratico Josh Turek il 45%. In Ohio, un sondaggio di Echelon Insights pubblicato il 27 ottobre vede i due candidati, Sherrod Brown e Jon Husted, entrambi al 47%.
Sono numeri che mostrano quanto possa essere incerta la partita in alcuni Stati. I risultati cambiano da una rilevazione all’altra, e bisogna tenere conto anche del margine di errore. In una competizione così combattuta, anche pochi voti possono fare la differenza.
Trump al 32% di approvazione: il costo della vita pesa sulla campagna
Nel sondaggio Reuters/Ipsos, l’approvazione per l’operato di Trump si è attestata al 32%. Tra i temi che pesano sulla campagna c’è soprattutto il costo della vita. Il 73% degli intervistati ha detto che la situazione relativa alle spese quotidiane sta andando nella direzione sbagliata. Sul modo di gestire l’economia, il 37% ha dichiarato di fidarsi maggiormente dei Democratici, contro il 33% che preferisce i Repubblicani.

(da Fanpage)

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IL PROBLEMA E’ ISRAELE, NON NETANYAHU

Ottobre 29th, 2026 Riccardo Fucile

SE VOTANO UN CRIMINALE SONO SIMILI A LUI

Alle elezioni del 27 ottobre, il Likud del premier uscente Benjamin Netanyahu è ancora il primo partito di Israele e la sua coalizione in testa nella distribuzione dei seggi. Nonostante tutto quel che ha combinato in questi anni.
Dopo aver imbarcato in coalizione due terroristi eversivi come Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, con cui fino a pochi mesi prima non voleva nemmeno farsi fotografare assieme.
Dopo aver proposto una riforma della giustizia che avrebbe depotenziato la Corte Suprema e trasformato di fatto Israele in un’autocrazia.
Dopo le inchieste per corruzione a suo carico, che hanno scoperchiato – come minimo – un giro di regali imbarazzante e una gestione del potere da satrapo babilonese.
Dopo che giornali autorevolissimi come Haaretz hanno dimostrato che il governo israeliano sapeva cosa Hamas stava architettando per il 7 ottobre, ma non ha fatto nulla per evitare l’attacco terroristico di Hamas.
Dopo aver raso al suolo Gaza dopo la strage del 7 ottobre, senza alcuna remora verso la popolazione civile, con un’azione militare per la quale è stata usata – con cognizione di causa, da organismi internazionali qualificati a usarla – la parola genocidio.
Dopo un mandato di arresto per crimini di guerra della Corte Penale Internazionale.
Dopo 21mila bambini morti, 30mila bambini feriti, e 800mila bambini sfollati.
Dopo il ripristino della pena di morte in Israele per chi compie atti di terrorismo “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”, cioè solo contro persone non sioniste, quindi palestinesi o comunque arabe.
Dopo i rapimenti di cittadini europei, su imbarcazioni europee, in acque internazionali o addirittura di Paesi europei che volevano rompere un blocco navale illegale.
Dopo aver sabotato in ogni modo le trattative degli Usa con l’Iran per la riapertura dello stretto di Hormuz, incurante dei contraccolpi sull’economia globale della chiusura di uno degli stretti marini più strategici del mondo per il mercato dell’energia e dei fertilizzanti.
Dopo la copertura politica e giudiziaria alle razzie e alle violenze dei coloni in Cisgiordania, col deliberato intento di negare ogni possibilità di nascita di una qualsivoglia autorità nazionale palestinese, in violazione degli accordi di Oslo del 1993.
Dopo tutto questo – e sicuramente ci dimentichiamo qualcosa – il Likud del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è ancora il primo partito in Israele, diversi punti avanti a quello del rivale Gavi Eisenkot. E, mentre scriviamo, la coalizione di governo è quella che più si avvicina a formare una maggioranza.
Dopo le elezioni del 27 ottobre 2026, comunque finiranno, abbiamo se non altro capito che Netanyahu è il perfetto rappresentante dell’opinione pubblica israeliana e del suo elettorato. E che la maggioranza relativa – forse addirittura quella assoluta – ha gradito quel che ha fatto.
Dopo oggi, comunque la pensiate su quel che è stato, sarà dura scindere le responsabilità di Netanyahu da quelle degli israeliani.

(da Fanpage)

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