LO SCIOPERO DEL PANE CHE NON SI VEDE IN TV, I PANIFICATORI DELLA PROVINCIA DI COSENZA SONO SCESI IN STRADA AL FIANCO DEGLI AUTOTRASPORTATORI E IL 16 OTTOBRE SCORSO HANNO COMINCIATO UNA “RIVOLTA DEL PANE” CON LA SERRATA DEI LORO PANIFICI: “DAL PRIMO NOVEMBRE SAREMO COSTRETTI AD AUMENTARE IL PREZZO DEL PANE DA 3 EURO AL CHILO A 3,8″
IL COSTO DELLA CARTA E DELLA PLASTICA È AUMENTATO ANCHE DEL 50%. UN LITRO DI GAS OGGI COSTA 1,10 EURO, CIOÈ 70 CENTESIMI IN PIÙ. PER LA FARINA L’AUMENTO È STATO DI 10 EURO AL QUINTALE,. E POI LA CORRENTE ELETTRICA” – AL CENTRO DELLA PROTESTA ANCHE I METODI DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE. MANCO A DIRLO, NEANCHE UNA TELECAMERA A DOCUMENTARE LA RIVOLTA
Non di solo gasolio, ma anche di pane vive la protesta che sta scuotendo il Mezzogiorno
d’Italia. In Calabria, dove tutto è cominciato, i panificatori della provincia di Cosenza sono scesi in strada al fianco degli autotrasportatori e il 16 ottobre scorso hanno cominciato una «rivolta del pane» con la serrata dei loro panifici. La data non è stata scelta a caso. Il 16 ottobre è la «Giornata mondiale del pane fresco e artigianale» (non del pane industriale, che non c’entra nulla con la ricorrenza voluta nel 1981 dalla Fao, l’agenzia Onu per l’alimentazione e l’agricoltura).
Lo «sciopero del pane» doveva durare due giorni, ma proseguirà almeno fino a domani. Gli artigiani della nobile «arte bianca» sono così diventati i protagonisti al contrario del manzoniano assalto ai forni nella Milano del 1628. Oggi sono loro a protestare, schiacciati tra rincari delle materie prime e diktat della grande distribuzione. Gli 873 panificatori della provincia di Cosenza sono tutti piccoli artigiani titolari di aziende a prevalente conduzione familiare. Hanno tutti gli stessi problemi, ma per convincerli a chiudere i rispettivi panifici c’è voluta come al solito un’avanguardia: trentuno panificatori più decisi degli altri. Tutti dell’Alto Ionio cosentino, si sono accampati sulla statale 106, nella verdeggiante piana di Sibari, a due passi dal grande parco archeologico della Sibaritide e a 2.700 anni dalla grande storia di una delle città magnogreche più potenti del Mediterraneo
«Purtroppo, dal primo novembre saremo costretti ad aumentare il prezzo del pane da 3 euro al chilo a 3,80 — dice Giuseppe Monti, che ha due panifici, a Villapiana e a Cerchiara —. Il costo della carta e della plastica è aumentato anche del 50 per cento. Un litro di gas oggi costa 1,10 euro, cioè 70 centesimi in più. Per la farina da metà settembre l’aumento è stato di 10 euro al quintale: oggi quota 60 euro. E poi la corrente elettrica, e in generale il carovita, che porta, giustamente, i dipendenti a chiedere aumenti di stipendio».
I panificatori artigianali lavorano di notte, poiché per un vero pane artigianale bisogna rispettare il ciclo completo della lievitazione. Questo significa impiegare più tempo, cioè più forza lavoro, e quindi assumere due persone invece di una. Ma trovare chi voglia fare questo lavoro è sempre più difficile. «Occorrono agevolazioni contributive per le assunzioni, altrimenti questo mestiere, che richiede una passione particolare, scomparirà», dice Pino Cesarini, che nel suo panificio lavora con tre parenti e due dipendenti
La «rivolta del pane», come quella degli agricoltori, è anche contro la Grande distribuzione organizzata. «È un cancro, ci uccide — dicono Mario Tufaro, di Amendolara, e Pietro Perri, di Sibari —. Sa cosa ci hanno detto i supermercati? Se aumentate il pane di 80 centesimi, la metà dell’aumento va a noi. Altrimenti non ne prendiamo. Scandaloso». E il «reso», cioè il pane invenduto? Solo a sud di Roma viene restituito al produttore. Forse è anche questa una delle ragioni della mobilitazione dei panificatori soltanto nel Sud. «Se cediamo 10 chili di pane al rivenditore a 2,20 euro, dovremmo incassare 22 euro — spiega Leonardo Converti, di Cerchiara —. Ma se ne restano invenduti tre chili, in realtà avremo incassato 15,40 euro (…)
L’altro problema è la qualità della materia prima, il grano. Sotto la definizione di «grano italiano» si spaccia di tutto. I panificatori lo sanno bene, e i camionisti, che frequentano porti e mulini, lo sanno ancora meglio. Antonio Nicoletti, autotrasportatore da una vita, dice: «Questa protesta sta mettendo a nudo problemi profondi. Ecco perché in giro non c’è una sola telecamera di qualche tv pubblica o privata». In realtà, una radio Rai che se ne occupa c’è. È Radio Arbereshe International, della comunità italo-albanese, sede a Corigliano Calabro.
(da agenzie)
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