Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
GHISLERI: “EMERGE CHE IL PUNTO NON È SCEGLIERE TRA SICUREZZA E FUTURO, MA RICONOSCERE CHE SONO LEGATI. UNA SOCIETÀ CHE RINUNCIA A PUNIRE INDEBOLISCE LE PROPRIE REGOLE E UNA SOCIETÀ CHE SI LIMITA A PUNIRE RISCHIA DI RITROVARSI DOMANI DAVANTI ALLE STESSE VETRINE, CON ALTRI CAPPUCCI E ALTRI TELEFONI”
Il sondaggio realizzato da Only Numbers restituisce una fotografia interessante, perché mostra due sensibilità che faticano a incontrarsi. Da una parte gli adulti che guardano soprattutto all’ordine pubblico, alla responsabilità individuale, alla necessità di punire.
Dall’altra i giovani che sembrano interrogarsi maggiormente sul proprio futuro e sulle opportunità che la società è in grado di offrire loro. Questo non significa che i ragazzi giustifichino la violenza o che gli adulti siano incapaci di comprenderne le cause. Indica, piuttosto, che davanti alla stessa immagine rischiamo di porci domande differenti. Siamo sicuri che dobbiamo assolutamente fare una scelta dicotomica tra violenza o disagio, tra sicurezza o inclusione, o anche tra punizione o recupero?
Sono tutte alternative solo in apparenza, perché il problema comincia quando siamo costretti a sceglierne una sola. Per cercare di comprendere che cosa sia successo a Milano, occorre innanzitutto ricostruire il contesto.
La settimana scorsa migliaia di studenti avevano manifestato pacificamente per denunciare le condizioni della scuola. Il sabato la protesta era proseguita in una mobilitazione più ampia contro il costo della vita. Poi, in un contesto diverso, sono arrivate le devastazioni.
Nel sondaggio il dato che colpisce maggiormente è l’età. Circa l’80% dei fermati era minorenne. Per il 64,8% degli intervistati è proprio questo l’aspetto principale della vicenda; tra i ragazzi dai 18 ai 24 anni la percentuale sale al 79.3%. La giovane età, dunque, non è un dettaglio, è ciò che rende l’episodio più inquietante, perché sposta la domanda dal presente al futuro.
Non siamo soltanto di fronte a un problema di ordine pubblico, perché allo stesso tempo ci chiediamo che cosa stia succedendo a una generazione che, almeno in parte, sembra avere difficoltà a riconoscere i confini tra desiderio, frustrazione e legittimità delle proprie azioni. Tuttavia, essere minorenni non significa essere irresponsabili per definizione, così come essere giovani non significa essere incapaci di distinguere il bene dal male.
Ecco perché il tema delle pene divide. Se a livello nazionale l’81,1% degli intervistati è favorevole a un inasprimento delle sanzioni per i minori, tra i 18 e i 24 anni la percentuale scende al 56.1%. Poco più di uno su due.
Il sondaggio ci dice quindi che la distanza tra le generazioni è forte ed è reale. Sulle responsabilità, gli italiani sono altrettanto netti. Il 73,7% degli intervistati ritiene che vadano riviste l’età imputabile e le pene previste, mentre l’82,5% pensa che dei danni debbano rispondere anche genitori, famiglie o tutori. Eppure, per circa un italiano su tre (33.6%), tra le misure più efficaci ci sono percorsi educativi e lavori socialmente utili obbligatori. Questo è un dato che merita attenzione, perché dentro la richiesta di punire esiste anche una domanda di recupero.
Gli italiani vogliono che chi sbaglia risponda delle proprie azioni, ma una parte significativa dell’opinione pubblica sembra riconoscere che la sanzione dovrebbe servire anche a evitare che lo stesso comportamento si ripeta. Forse il punto della questione non è scegliere tra fermezza e prevenzione, ma è capire come renderle complementari.
Una città non diventa più sicura soltanto perché aumenta le pene, così come non diventa più giusta se rinuncia a far rispettare le regole. La responsabilità individuale deve essere chiara e la pena certa, anche perché il consenso verso i provvedimenti del governo, particolarmente forte tra gli elettori dei partiti di maggioranza, non equivale automaticamente a una soluzione.
C’è poi una questione che rischiamo di affrontare soltanto in termini di ordine pubblico che riguarda l’integrazione. Tra i ragazzi coinvolti ci sono anche giovani italiani di seconda e terza generazione.
Per il 62,1% degli intervistati, il percorso di integrazione nel nostro Paese non è stato completato. È un dato che invita a riflettere, ma non autorizza a trasformare l’origine familiare in una spiegazione della violenza. La maggioranza dei ragazzi di seconda generazione non partecipa a devastazioni e saccheggi. Pertanto, attribuire a un’intera comunità il comportamento di alcuni sarebbe ingiusto e, soprattutto, poco utile a capire.
Il problema da porsi è che cosa significhi sentirsi parte di una società. Non basta avere la cittadinanza, frequentare una scuola, parlare la stessa lingua, occorre anche poter immaginare un futuro e sentirsi parte di una comunità.
La gratitudine dei genitori verso un Paese che ha offerto loro nuove opportunità non si trasmette automaticamente ai figli, che misurano le proprie aspirazioni anche attraverso i modelli, spesso irraggiungibili, proposti dai social.
Le sneakers di ultima generazione, il capo firmato, il telefono costoso diventano così simboli di appartenenza e di riconoscimento. Tuttavia, sarebbe sbagliato attribuire alla povertà la causa della violenza, perché milioni di ragazzi vivono le stesse difficoltà senza rubare o devastare i negozi. La questione – forse – è come educare al desiderio, alla frustrazione e al limite.
A una settimana di distanza, la fotografia è cambiata, ma non per questo è più rassicurante. Il centro di Milano si attraversa tra cordoni di sicurezza, controlli a campione e mezzi delle forze dell’ordine a ogni angolo, mentre molti negozi hanno scelto di svuotare le vetrine e abbassare le serrande, per paura che le scene di sabato scorso si ripetano. È la risposta che l’opinione pubblica chiedeva, ed è comprensibile.
Tuttavia, è anche la prova di quanto sia costoso, per tutti, il prezzo della frattura. Una città che si protegge da una – piccola – parte dei propri giovani. Il governo ha risposto con un nuovo decreto sicurezza, coerente con quel 73,7% che chiede pene riviste. Resta da capire se basterà a impedire che, tra un mese, ci si ritrovi davanti alle stesse vetrine, con altri cappucci e altri telefoni.
Il punto non è scegliere tra sicurezza e futuro, ma riconoscere che sono legati. Una società che rinuncia a punire indebolisce le proprie regole e una società che si limita a punire rischia di ritrovarsi domani davanti alle stesse vetrine, con altri cappucci e altri telefoni. Quel ragazzo è una responsabilità del presente e una domanda sul futuro… Un Paese maturo deve saperle tenere insieme.
(da La Stampa)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
“IL MONDO GUARDA A NOI. SI VOTA IN BRASILE E SI VOTA IN SERBIA. QUELLO CHE PUÒ DIVENTARE IL PRESIDENTE DEL BRASILE ERA PONTIDA L’ANNO SCORSO, CON LA MAGLIETTA DELL’ALBERTO DA GIUSSANO E QUELLO CHE PUÒ ESSERE RICONFERMATO IN SERBIA È UN AMICO” (CARO MATTEO, FORSE E’ MEGLIO CONTARE FINO A TRE PRIMA DI FARE PROFEZIE)
«Il mondo guarda a noi. Oggi si vota in Brasile e si vota in Serbia. Sono paesi lontani,
ma sono paesi amici per mille motivi. Quello che può diventare il presidente del Brasile era Pontida l’anno scorso, con la maglietta dell’Alberto da Giussano e quello che può essere riconfermato in Serbia è un amico».
Dal palco del congresso federale della Lega a Milano, Matteo Salvini manda il suo sostegno ai due candidati […]. Poche ore dopo, però, arrivano due sconfitte. In Brasile Lula batte Flávio Bolsonaro al ballottaggio e conquista il quarto mandato.
In Serbia, invece, Vucic riconosce la vittoria della lista sostenuta dagli studenti. La coincidenza non passa inosservata sui social, dove alcuni utenti ironizzano sull’endorsement del leader leghista come una sorta di «garanzia di sconfitta»
Alcuni commenti degli utenti su X in merito alle parole di Salvini su Bolsonaro e Vucic: “Come porta sfiga Salvini nessuno mai ieri li ha nominati tutti e due ‘quello che può diventare il Presidente del Brasile era a Pontida e quello che può essere riconfermato in Serbia è un amico’”.
“Salvini, una certezza”.
“Salvini colpisce ancora, cazzo un cecchino”.
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
TAJANI MARAMALDEGGIA SU SALVINI, CHE SOSTIENE CHE LA LEGA SUPERERA’ FORZA ITALIA: “ALLE EUROPEE I RISULTATI ERANO ALTRI”… CHE SUCCEDE ORA ALL’INTERNO DEL GOVERNO? GLI SCENARI SONO TRE: O SI APRE UNA CRISI PERCHÉ LA LEGA VOTERÀ CONTRO GLI AIUTI MILITARI IN UCRAINA, O SALVINI RINCULA PER L’ENNESIMA VOLTA E S’ACCUCCIA (S’E’ GIA’ RIMANGIATO A META’ LE SUE PAROLE DOPO LE TELEFONATA DI GIORGIA MELONI) … IL TERZO SCENARIO: TAJANI ENTRA IN CONFLITTO CON LA FAMIGLIA BERLUSCONI PER LA SUA LINEA PRO-KIEV
“La mia posizione è nota, siamo dalla parte dell’Ucraina e continueremo ad aiutarla finché sarà necessario. È pronto già il prossimo pacchetto di tipo militare che invieremo quanto prima a Kiev”.
Così il vicepremier Antonio Tajani a margine della visita alla Caserma Montebello a Milano, rispondendo a chi chiedeva della posizione di Matteo Salvini che dice che la Lega proporrà lo stop dell’invio di armi e soldi all’Ucraina.
“Siamo dalla parte dell’Ucraina e continueremo ad aiutarla finché sarà necessario. Detto questo, ci auguriamo che possa realizzarsi quanto prima l’incontro tra Zelensky e Putin, magari con una presenza americana ed europea affinché si possa raggiungere la pace”.Lo ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine della visita alla Caserma Montebello di Milano. “Il nostro obiettivo è la pace, ma deve essere una pace giusta – ha aggiunto -. Non può essere la sconfitta dell’Ucraina la pace”.
“Non siamo qua per fare polemiche. Quelli che contano sono i risultati, e abbiamo visto alle elezioni europee quali sono stati”. Così il vicepremier Antonio Tajani, segretario di Forza Italia, a margine della visita alla caserma Montebello di Milano, replicando a chi gli ha chiesto un commento alle parole di Matteo Salvini, secondo il quale la Lega sarà il secondo partito del centrodestra alle prossime elezioni politiche.
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
PAROLE CHE SCATENANO LE REAZIONI DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI, DELLA FNSI E DELLE OPPOSIZIONI… ORMAI E’ UN CADAVERE CHE CAMMINA
“Lega di lotta e di governo” è il nome del congresso della Lega che ha visto riconfermato
con il 76% dei voti il ministro Matteo Salvini, ma questa non è la sola cosa degna di nota successa all’Allianz MiCo di Milano. “Se altri anni di sacrificio meritano di essere fatti, lo chiedo a voi oggi qua, non sui giornali, e non facendo sorridere quei giornalisti servi che scrivono cazzate”. Interviene così il vicepremier sul palco del congresso, aggiungendo poi: “Ho chiesto io di lasciare i giornalisti al piano di sotto… certa gente non è qui per raccontare la Lega”.
Al Congresso della Lega la stampa relegata al piano di sotto
Un congresso organizzato per consolidare la sua leadership, lasciando che la stampa venisse relegata a un altro piano, diverso da quello del main stage, dove si sono svolti gli interventi dei vari personaggi politici e non. Oltre 120 giornalisti accreditati di testate internazionali hanno lavorato guardando il tutto da maxi schermi che trasmettevano la diretta video. L’accesso al secondo piano è stato possibile solo in rari momenti o durante le pause, sempre con la scorta del personale o di qualcuno dell’ufficio stampa del partito.
Salvini giustifica e avalla queste sue scelte dicendo: “Da giornalista iscritto all’ordine ho chiesto io agli organizzatori di lasciarli lì”, dimenticando forse che il codice deontologico cita: “Il giornalista tutela il diritto dei cittadini all’informazione e alla conoscenza dei fatti, attraverso una informazione pluralista e completa. La libertà di informazione e di critica è un diritto inalienabile del giornalista, fondamentale per l’esistenza di una società democratica”. Ma a ricordarlo a Matteo Salvini ci hanno pensato in molti.
Dall’Ordine dei giornalisti alla Fnsi, la stampa schierata contro Salvini
Tra i primi a denunciare a gran voce gli insulti del ministro è stato il presidente nazionale dell‘Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli: “Salvini divide i giornalisti in servi e amici, come nell’Urss. Finché siamo in democrazia il dovere della stampa è anche quello di cercare e offrire ai cittadini notizie che non piacciono a potenti di turno. Se ne faccia una ragione il vice presidente del Consiglio e ritiri gli insulti”.
Non tarda ad arrivare anche la risposta di Alessandra Costante, segretaria generale della Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana): “Visto che Salvini detesta a tal punto i giornalisti e la stessa libertà di stampa ci chiediamo per quale motivo continui a voler mantenere l’iscrizione ad un ordine di servi. Ci aspettiamo un atto di coerenza da parte sua con la restituzione della tessera di un ordine popolato da servi”.
Anche l’Associazione stampa romana affianco dei colleghi attaccati: “L’attacco gravissimo e insistito di Matteo Salvini dal palco del congresso della Lega ai giornalisti di Corriere della Sera e Repubblica e a tutti i colleghi dimostra ancora una volta l’insofferenza del vicepresidente del Consiglio per l’informazione e le notizie che non gli piacciono.Una scelta che si commenta da sola”.
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO L’UNGHERIA E’ SUCCESSO ANCHE IN SERBIA E IN BRASILE E IN ITALIA CON IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA
È successo ieri in Brasile e in Serbia, era già successo in Ungheria, a Berlino e in Italia, col referendum sulla giustizia. In un mondo che sembra andare sempre più a destra, la partecipazione giovanile è la chiave per ribaltare il tavolo. Lo capiranno, finalmente, le opposizioni in Italia?
Adesso avete capito perché a Meloni e compagnia fanno così paura le piazze piene di giovani? Perché il fango mediatico, perché la criminalizzazione, perché i decreti sicurezza contro di loro? Semplice: perché sanno che sono gli unici che, se si svegliano, possono farli perdere.
È già successo, del resto. Il 22 e 23 marzo al referendum sulla giustizia, dove la partecipazione al voto dei giovani è stata decisiva, visto che sei su dieci hanno votato No alla riforma di Meloni e Nordio. È successo in Ungheria, il 12 aprile, con la Gen Z decisiva per la vittoria di Péter Magyar su Viktor Orban. È successo qualche settimana fa a Berlino, dove per la prima volta votavano anche i sedicenni e dove la sinistra della Linke ha vinto prendendosi il 48% del voto degli under trenta.
E ancora: è successo, giusto ieri, in Serbia, dove la Lista degli Studenti ha sconfitto la destra di Aleksandar Vučić. È successo, ieri notte, in Brasile, dove il presidente uscente Lula ha ribaltato l’esito del primo turno sconfiggendo Flavio Bolsonaro, grazie al voto e alla mobilitazione dei giovani che hanno riempite le piazze per lui nelle ultime due settimane.
C’è un filo rosso che unisce queste storie, e non è ideologico, ma è comunque politico. Non stiamo parlando di giovani di sinistra, per intenderci. A geometria variabile, e con diverse declinazioni tra un Paese e l’altro, stiamo parlando di ragazzi che vedono nelle destre qualcuno che antepone il presente al futuro. Che vuole restringere gli spazi di libertà. Che preferisce conservare le rendite di posizione degli anziani o di gruppi di potere consolidati. Che preferisce le guerre alla pace. Che non si occupa di crisi climatica.
È un voto contro, in molti casi. Ma dove accade, quando accade, è perché c’è una proposta alternativa che non è semplicemente il meno peggio, ma che intercetta dei bisogni concreti e lo fa in modo sincero e credibile. Per dire: negli Stati Uniti la fiducia in Trump tra i giovani è a picco, ma i sondaggi dicono che questo si sostanzia soprattutto in un calo ulteriore della partecipazione al voto alle elezioni di metà mandato, in assenza di un’alternativa credibile.
Ed è qui che si annida il memento mori per le non-destre di casa nostra. Anche da noi – l’abbiamo visto nelle ultime settimane, ma lo stiamo vedendo da un anno – le piazze sono piene di giovani. Anche da noi, è dalla Gen Z che parte la critica al governo Meloni, su giustizia, politica estera, casa, scuola, clima. Anche da noi, tuttavia, le opposizioni scontano l’assenza di un’alternativa credibile, come negli Usa.
C’è un dato, che più di tutti deve preoccupare Schlein, Conte e compagnia: al referendum, la partecipazione al voto dei giovani è stata del 67%, alle elezioni europee di un anno prima, del 47%. Il giochino è semplice: se in primavera, quando si voterà per il rinnovo di parlamento e governo, gli under 30 andranno a votare come al referendum, è abbastanza probabile che la destra finirà all’opposizione. Se andranno a votare come alle europee, il Meloni bis sarà quasi una certezza.
Meloni l’ha capito benissimo, l’andazzo. E infatti, sta facendo di tutto per spegnere gli entusiasmi dei giovani, per tenerli lontani dalle piazze, per restituire di chi scende in piazza un’immagine distorta, violenta, criminale. Chi non lo sta capendo – o lo sta capendo poco, o non lo sta capendo abbastanza – è chi a Meloni si oppone. Che dovrebbe smetterla di guardarsi l’ombelico e parlare di primarie e perimetri di alleanze. E guardare davvero a quel che accade in piazza.
Non per strumentalizzare i giovani, non per intestarsi le loro battaglie. Ma per sostenerli davvero, dando loro centralità nella costruzione del programma e spazio nelle liste elettorali. Cercando davvero di cogliere nelle loro proteste non tanto il grimaldello per vincere quanto una nuova visione del mondo e della società da abbracciare e fare propria. Il minimo sindacale, insomma, per essere davvero un’alternativa credibile alle destre-
Ce la faranno, i nostri eroi? Le scommesse sono aperte.
(da Fanpage)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
GLI STUDENTI NON PARTECIPERANNO DIRETTAMENTE AL GOVERNO: HANNO CANDIDATO PROFESSIONISTI E ACCADEMICI. ORA BISOGNERÀ CAPIRE CHE SUCCEDERÀ A BELGRADO, E CHE LINEA POLITICA IMPRIMERANNO I GIOVANI, DOPO UN ANNO DI PROTESTE ININTERROTTE CONTRO LA CORRUZIONE
Con volto triste e commosso l’ex presidente serbo Aleksandar Vucic, 56 anni, ha
ammesso ieri sera la sconfitta alle elezioni specificando che «continuerà la lotta dall’opposizione senza sconti e che dimostrerà che gli studenti hanno fatto una campagna scorretta e piena di menzogne».
Secondo le prime proiezioni, diffuse dall’emittente pubblica Rts, la Studentsksa lista ha ottenuto il 52% dei voti, che dovrebbero fruttare 138 seggi su 250 del Parlamento, contro il 39.3% di Serbia unita che avrebbe così 104 seggi. Nessun’altra coalizione in lizza avrebbe passato la soglia del 3%, se non i piccoli partiti delle minoranze etniche che non vi sono soggetti.
A premiare gli studenti un’affluenza record, che ha sfiorato il 70%, dato che non si vedeva da una trentina d’anni e che gli analisti prevedevano da tempo come fattore favorevole agli studenti, che in realtà hanno candidato una serie di professionisti e accademici. A sorvegliare il voto oltre 16mila rappresentanti di lista e 60mila controllori fuori dai seggi, affiancati da oltre 15mila osservatori internazionali.
Non ha funzionato dunque la strategia di Vucic, che alla fine di settembre si era dimesso da presidente della Repubblica in anticipo avendo raggiunto il limite massimo dei due mandati consentiti dalla Costituzione. Il suo obiettivo era quello di ricandidarsi come primo ministro per mantenere il controllo del governo lasciando intanto le funzioni presidenziali ad interim alla fedelissima Ana Brnabic.
Serbia unita è la coalizione dei partiti che supporta Vucic, leader del Partito progressista in realtà di natura nazional-conservatrice e filorussa.
L’aspetto più clamoroso resta l’identità dei vincitori, noti pure come “Gli studenti vincono”, un movimento anti-corruzione nato dalle proteste di piazza.
Il rappresentante degli studenti Radomir Sajcic ha commentato su Rts che «la Serbia finalmente ha preso il suo destino in mano, con un risultato che premia quasi due anni di lotta». Il primo della lista studentesca, il cardiologo Ilija Srdjanovic, ha precisato che il Paese ha «voltato la faccia a un tiranno: andiamo verso una Serbia migliore».
Il crollo di Vucic dopo 12 anni al potere segna così il passaggio dall’era del populismo personalistico a una nuova fase di transizione democratica guidata dalla società civile.
La Serbia è candidata all’ingresso nell’Unione Europea, ma finora ha mantenuto una forte ambiguità geopolitica, coltivando posizioni nazionaliste e un legame stretto con la Russia da cui dipende per il gas e per la questione dell’indipendenza del Kosovo.
Nell’ultimo anno il governo ha dato segnali diversi vendendo armi serbe all’Ucraina tramite intermediari Nato e compiuto la prima visita di stato in Ucraina.
(da La Stampa)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
LO STESSO BOLSONARO AVEVA CHIESTO DI PROLUNGARE LE OPERAZIONI DI VOTO A CAUSA DEL MALTEMPO… LULA, INVECE, AVEVA SOLLECITATO LA PROROGA PER I DISAGI NEI TRASPORTI PUBBLICI
La giornata elettorale era trascorsa senza intoppi fino al primo pomeriggio, quando la campagna del presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha denunciato che alcuni sindaci bolsonaristi di città come São Paulo, il più grande collegio elettorale del Brasile, e Salvador non avevano rispettato una decisione del tribunale che prevedeva di mettere a disposizione il 100% della flotta di trasporto pubblico in circolazione, gratuitamente, per garantire il diritto di voto all’elettorato.
Le code ai terminal degli autobus nella capitale San Paolo erano lunghe già un’ora, specialmente nelle roccaforti luliste. Nel frattempo, anche Flávio Bolsonaro aveva chiesto che le elezioni venissero prolungate nei comuni di Rio Grande do Sul e Minas Gerais, ma stavolta a causa del maltempo.
A quel punto, il presidente della Corte Elettorale Superiore, Kassio Nunes Marques, eletto da Jair Bolsonaro, ha preso tempo. Ha rinviato ogni decisione a pochi minuti prima della chiusura dei seggi. Quindi ha dichiarato che non c’era più tempo per una proroga. Ma il giudice Cristiano Zanin, della Corte Suprema Federale, è intervenuto last minute e ha stabilito che l’orario di voto venisse esteso in tutto il Brasile di due ore.
Il problema però è che questa decisione è arrivata troppo tardi in diversi seggi elettorali, che avevano già chiuso i seggi all’ora prevista e non potevano più essere riaperti.
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
VON DER LEYEN: “HA VINTO LA DEMOCRAZIA”
La vittoria dell’esponente di sinistra ha attirato l’attenzione degli altri leader dello
schieramento in tutto il mondo, compresa l’Italia. La leader del Pd Elly Schlein ha scritto in un post: “Straordinaria rimonta e vittoria al ballottaggio del Presidente Lula! Una grande notizia dal Brasile. Le destre nazionaliste si possono battere nonostante il loro potere, i loro algoritmi ei loro miliardi”. E aggiunge: “Non perde soltanto la dinastia dei Bolsonaro, perdono anche Trump ei suoi alleati coi loro tentativi di ingerenza nelle elezioni brasiliane. Democrazia 1 – Oligarchia 0. Tra questa e la vittoria degli studenti in Serbia, una pessima giornata per gli autocrati del mondo e una splendida giornata per la democrazia”.
Von der Leyen: “Ha vinto la democrazia”.
Reazioni positive sono arrivate anche dall’Unione Europea. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen in un post su X ha celebrato la vittoria del leader di sinistra come una vittoria “di democrazia e multilateralismo”. E continua: “La partnership tra l’Europa e il Brasile è fiorente. Rimarremo al vostro fianco per gli anni a venire. Insieme continueremo a lavorare strettamente per un commercio libero e aperto. Un ordine globale basato sulle regole”.
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
È LA PRIMA VOLTA NEL PAESE CHE UN CANDIDATO SCONFITTO AL PRIMO TURNO RIBALTA IL RISULTATO AL BALLOTTAGGIO E CONQUISTA IL 51,74% DEI CONSENSI … LULA HA OTTENUTO 64 MILIONI DI VOTI CON UN’AFFLUENZA IN CRESCITA DI DUE PUNTI
Lula ha trionfato alle elezioni brasiliane. “Ringrazio la generosità dei giovani brasiliani che si sono battuti a difesa della democrazia”, ha detto a caldo, in una San Paolo già in festa.
Dopo una rimonta epocale, l’ultima icona della sinistra mondiale ha surclassato al ballottaggio il candidato trumpiano Flavio Bolsonaro, confermandosi per la quarta volta presidente del Brasile.
Alla fine ha conquistato il 51,74% dei voti, contro il 48,2% di Flavio, uno scarto netto, ben superiore al testa a testa serratissimo previsto alla vigilia.
Tuttavia Bolsonaro non ci sta. Il figlio di Jair ha annunciato che chiederà l’annullamento del voto, a suo giudizio falsato dalla decisione del giudice di rinviare di due ore la chiusura dei seggi, misura richiesta anche da lui.
Per la prima volta nella storia del Brasile un giudice ha allungato le operazioni di voto, ha cambiato le regole in corso”, ha commentato concitato. Una posizione potenzialmente golpista che però al momento appare isolata: i due presidenti delle Camere, prima che lui parlasse, avevano già ratificato l’esito elettorale.
Un trionfo, questo di Lula, che lancia un segnale forte anche al mondo: a pochi giorni dal voto di midterm, la sua affermazione ferma l’avanzata, sinora inarrestabile, della destra trumpiana in America Latina.
Ma Lula, che ha ammesso di non avere mai avuto uno smartphone, ha battuto anche Meta, accusato da più parti di aver interferito sulla campagna elettorale, tentando invano di frenare la diffusione dei suoi contenuti suoi social.
Una buona notizia anche per la comunità Lgbt, per i i difensori dei diritti delle minoranze, degli indigeni, degli ultimi che dipendono dalle politiche sociali pubbliche. E anche per le politiche ambientali a difesa dell’Amazzonia, il polmone del mondo.
Una vittoria storica anche per il modo in cui è arrivata: mai nella storia della politica brasiliana un candidato uscito sconfitto dal primo turno era riuscito a ribaltare il risultato nel secondo. E mai un candidato ha conquistato tanti voti, oltre 64 milioni.
Dietro la vittoria di questo highlander del progressismo mondiale c’è certamente il boom della partecipazione: l’astensione è crollata di due punti, segno che è stato votato anche da chi è rimasto a casa il primo turno.
Ma stavolta è andato alle urne forse spinto dalla paura di un altro Bolsonaro alla presidenza.
E grazie a loro il Paese più cattolico al mondo non sarà guidato per la prima volta da un evangelico. In tre settimane, grazie a una mobilitazione popolare nelle strade come in rete – fondamentale il contributo del suo “esercito” online – Lula è riuscito a recuperare una situazione che sembrava assolutamente proibitiva: la notte del primo turno era indietro di circa due milioni di voti rispetto al suo avversario, consapevole di avere la vittoria in tasca anche perché convinto di incassare i nove milioni di voti dei candidati esclusi, tutti di centrodestra.
Ma anche stavolta, l’anziano leader (compirà 81 anni tra qualche giorno), come quattro anni fa con Jair, ha battuto un altro Bolsonaro. Ora dovrà governare un Paese con un Parlamento in mano alla destra. Punto che ha già affrontato all’insegna del pragmatismo nel suo primo discorso dopo la vittoria: “”Molti dicono che Lula avrà difficoltà a governare, ma questo congresso di destra è stato eletto dal popolo, ed è con loro che lavorerò per approvare le cose”, ha tagliato corto.
Intanto è già cominciata la festa: milioni di brasiliani stanotte hanno già festeggiato per strada il presidente operaio, che perse un dito della mano a 17 anni schiacciato da una pressa.
Invase Copacabana come la Avenida Paulista di San Paolo con loro magliette rosse, come se il Brasile avesse vinto la sesta coppa del Mondo, felici e orgogliosi, facendo la L con la mano, simbolo del loro leader, ancora in sella.
Il loro impegno, il loro affetto ha sbaragliato di colpo tutti quelli che lo davano già politicamente morto. Chi lo giudicava vecchio e stanco, fuori moda, ed era pronti a relegarlo come una delle tante figure del Novecento da collocare nel dimenticatoio della storia, stavolta s’è sbagliato di grosso.
(da agenzie)
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