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TRA IL PRIMO E IL SECONDO INTERVENTO DI MATTEO SALVINI, AL CONGRESSO STRAORDINARIO DELLA LEGA A MILANO, È ARRIVATA LA CHIAMATA DI GIORGIA MELONI: “COSI’ MI METTI IN DIFFICOLTA'”

Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile

SALVINI HA POI RINCULATO, PARLANDO DI “RAGIONAMENTO”, E I SUOI GIURANO CHE IL TEMA SI PORRÀ TRA UN MESE E MEZZO, QUANDO SCADRÀ IL DECRETO UCRAINA. I LEGHISTI NON NE VOTERANNO UN ALTRO, NEMMENO CORRETTO COME QUELLO DEL 2025. CHE POI È SOLO UNA QUESTIONE DI FORMA, VISTO CHE NEL 2026 L’ITALIA NON HA SPEDITO NEMMENO UN PACCHETTO DI MUNIZIONI A ZELENSKY…

Tra il primo e il secondo intervento di Matteo Salvini sul palco del congresso straordinario della Lega a Milano, c’è un trillo di cellulare che il capo del Carroccio non ha potuto ignorare: è Giorgia Meloni.
La premier non ha gradito un passaggio del discorso fiume del suo numero due, prima della rielezione al vertice del partito. L’ultimatum sulle armi a Kiev, lo stop da protocollare subito, nel prossimo Consiglio dei ministri.
Meloni chiarisce al vice che non può accettare aut aut. Che i patti sono altri e non ha senso mostrare la coalizione spaccata in una fase già così tribolata. Un conto è lanciare appelli alla pace, persino dichiarare che «a fine conflitto» si può riaprire al gas russo. Un altro è intervenire così, a gamba tesa. «Questo ci mette solo in difficoltà», il senso del ragionamento dell’inquilina di Palazzo Chigi.
Salvini incassa. E riprendendo la parola, dopo il voto a suo favore di 465 delegati, ricalibra i toni. Cambia la prospettiva: il suo è un «ragionamento». Segnali per Meloni. Pure dalle parti di Antonio Tajani insistono: la linea non cambia, è quella condivisa dal ministro degli Esteri e dalla presidente del Consiglio. Probabile un primo chiarimento oggi, nel vertice dei leader di maggioranza.
È l’ennesima sparata del segretario lumbard? I suoi giurano di no. Al prossimo Cdm – in calendario domani, con all’ordine del giorno un tema spinosissimo, la manovra – non verrà chiesto alcunché da parte del vicepremier. Ma se la guerra tra Kiev e Mosca continuerà nel ‘27, tra un mese e mezzo, a metà dicembre, il Carroccio porrà il tema: «Non siamo più disponibili a votare un altro decreto Ucraina», è l’avviso ai naviganti.
Nemmeno rivisto e corretto, come quello varato alla fine dell’anno scorso, con l’aggiunta degli aiuti principalmente «civili» al paese invaso. In realtà ormai è più forma che sostanza: dopo l’ultimo decreto Kiev, licenziato poco prima di capodanno ‘25 e in vigore per tutto il ‘26, non è stato spedito nemmeno un pacchetto di munizioni. […]
Il posizionamento politico torna utile, però, per la campagna elettorale ormai imminente. Meloni, come raccontato ieri da Repubblica, ha illustrato agli alleati la road map, anche se la direttiva è di negare le urne anticipate davanti a microfoni e taccuini: lascerà a marzo, dopo il consiglio europeo a Roma.
Dalla Lega continuano ad arrivare sbuffi di malumore, anche se Salvini con Meloni è stato chiaro: in tempo per il voto va approvata l’autonomia differenziata. Il Carroccio ha bisogno di un provvedimento bandiera, visto che il Ponte sullo Stretto è impantanato. L’autonomia è l’unica carta buona in mano a Salvini, che non a caso ha messo la scritta «Italia federale» nel simbolo.

(da agenzie)

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UNA VITTORIA DI PIRRO (O DI PIRLA), SALVINI E’ STATO RICONFERMATO SEGRETARIO DELLA LEGA MA ORA SI RITROVA UN QUARTO DEL PARTITO CONTRO, HA DOVUTO TOGLIERE IL SUO NOME DAL SIMBOLO, E’ STATO OBBLIGATO A TORNARE ALLA QUESTIONE SETTENTRIONALE, DEVE NOMINARE I 9 COMPONENTI DELLA SEGRETERIA POLITICA CHE LO AFFIANCHERA’ NEL DEFINIRE LA LINEA POLITICA

Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile

I MALUMORI DI ZAIA, DI CUI NON SONO CHIARI I RUOLI (SARÀ ANCHE VICESEGRETARIO?) NÉ I MARGINI DI MOVIMENTO… E QUELLI DI GIORGETTI: “NOI SIAMO POPOLANI E NON POPULISTI. IO CREDEVO E CREDO IN UNA LEGA NAZIONALE, MA NON UNA LEGA NAZIONALISTA. SONO DUE COSE COMPLETAMENTE DIVERSE…”

Vince nettamente Matteo Salvini, confermato segretario con 465 voti, il 76%.
Ma non sfigura, pur perdendo, nemmeno Massimo Garavaglia che, candidatosi poco meno di dieci giorni prima del congresso straordinario, porta a casa il 24%: 146 voti (91 delegati su 705 non hanno votato) che indicano nuovi rapporti di forza dentro una Lega che solo un anno fa aveva riservato al segretario un’elezione per acclamazione.
il partito esce con alcune novità […] Salvini ha presentato la nuova versione del simbolo che porta con sé anche un nuovo nome. Basta Lega per Salvini premier, d’ora in avanti sarà Lega Italia federale. Il tema del federalismo, più volte sollevato dal fronte dei governatori, torna così in primo piano. E questo fa il paio con la mozione, approvata all’unanimità, che rilancia la questione settentrionale […] ecco un’altra novità da varare in tempi brevi, deve darvi corpo nominando i 9 componenti della segreteria politica per la cui istituzione è stato modificato lo statuto.
Il leader ha preso tempo (da una a due settimane), ma è dai nomi che verranno messi sul tavolo che si capirà se il nuovo organismo potrà lasciare il segno. Luca Zaia, per esempio, ci sarà? Salvini ieri ha chiuso il congresso salutando l’ex Doge e garantendo che «Luca ci darà sicuramente una mano». Ma dal Veneto non arrivano conferme in tal senso, anche perché non sono chiari i ruoli (sarà anche vicesegretario?) né i margini di movimento.
Il clima in cui si sono svolte le assise non è un buon viatico. Sono volate parole pesanti, attacchi personali, insinuazioni. Raramente si è vista una contrapposizione così forte dentro un partito che molti hanno paragonato ad «una famiglia».
aggiunge il ministro, nessuno spazio alle elezioni anticipate: «Abbiamo festeggiato il governo più longevo della storia della Repubblica. Non si capirebbe perché il governo più longevo non debba andare avanti fino all’ultimo giorno». Ad increspare la narrazione salviniana hanno provveduto lo sfidante Garavaglia e il ministro Giancarlo Giorgetti. […] Il ministro dell’Economia ha lanciato diverse stoccate. «Noi siamo popolani e non populisti» la prima. E poi: «Io credevo e credo in una Lega nazionale, ma non una Lega nazionalista. Sono due cose completamente diverse». Per concludere con un invito a non nascondere i problemi e un consiglio

(da agenzie)

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ALTRO GUAIO PER NETANYAHU: TRUMP INVITA A VOTARE PER LUI. A DUE GIORNI DALLE ELEZIONI IN ISRAELE, BIBI PUNTA TUTTO SULL’ALLEANZA CON IL DERAGLIATO MENTALE DELLA CASA BIANCA, CHE ESORTA GLI ISRAELIANI A VOTARE “L’ECCEZIONALE GUERRIERO NETANYAHU”

Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile

“BIBI” PUBBLICA L’IMMAGINE IA DI UNA BOMBA ATOMICA CHE SI ABBATTE SU TEL AVIV CON LA DIDASCALIA: “LA MINACCIA IRANIANA È LA PRIORITÀ, ABBIAMO ANCORA DUE ANNI DI PRESIDENZA TRUMP PER PORTARE A TERMINE IL LAVORO CON L’IRAN” – CRITICHE DALL’OPPOSIZIONE E DAGLI ALLEATI: “BISOGNA SMETTERLA DI TERRORIZZARE LA POPOLAZIONE”. I SONDAGGI INDICANO UN TESTA A TESTA CON IL SUO PRINCIPALE RIVALE, GADI EISENKOT, EX CAPO DI STATO MAGGIORE

Dopo aver ridotto la sua campagna allo slogan elettorale ‘O la destra o la Palestina’, Benjamin Netanyahu continua a puntare sulla carta della paura per cercare di far convergere su di sé i voti, a due giorni dall’apertura delle urne in Israele. E questa volta punta sulla minaccia ultimativa, pubblicando un’immagine Ia che ritrae una bomba atomica che si abbatte su Tel Aviv, e condividendo le parole dell’autore Yuval Bloomberg: “La minaccia iraniana è la priorità, abbiamo ancora due anni di presidenza Trump per portare a termine il lavoro con l’Iran; dopodiché, è impossibile prevedere cosa accadrà, se subentrerà Kamala Harris o un Mamdani”.
etanyahu sta facendo pressioni, secondo Axios, per ottenere ulteriore sostegno dopo che l’endorsement senza precedenti incassato nei giorni scorsi non ha spostato la mappa dei sondaggi. Che continuano infatti ad indicare un testa a testa con il suo principale rivale, Gadi Eizenkot, l’ex capo di Stato maggiore che proprio Bibi nominò nel 2014.
“Netanyahu, sei in uno stato d’isteria, ricorri ancora una volta alle solite tattiche elettorali: menzogne e allarmismo”, ha replicato Eizenkot alla minaccia di annientamento di massa del premier. E critiche al premier arrivano anche dai potenziali alleati, con Ofer Winter, ex generale falco ora candidato con una lista di destra, che parla di “follia”: “Bisogna smetterla di terrorizzare la popolazione”.
Intanto sabato l’opposizione ha incassato una piazza con migliaia di persone a Tel Aviv, come non si vedeva da tempo: il comune denominatore è la volontà di cambiamento: “Tutto tranne Bibi”, diceva la gente. Ma la prospettiva che le urne possano confermare lo stallo – con nessuna delle parti politiche che otterrà 61 seggi per formare un governo – porta l’opposizione nelle ultime 48 ore di campagna anche a una battaglia intestina: quella per il partito più grande. Non avendo indicato un candidato premier unico, ora ognuno lotta per portare acqua al proprio mulino (…)
Mahmoud Masalha arriva da Kfar Qara, ha sempre votato laburista e pensa che sia l’ex generale il degno erede dell’altro generale, Itzhak Rabin, “con cui hanno ucciso la prospettiva di pace. Con Eizenkot possiamo riprovarci”. Ci sono anche diverse persone con la kippà: uno di questi, Omer, dice di aver sempre votato i partiti ultraortodossi, ma ora punta su Eizenkot perché “c’è bisogno di unità nel Paese e lui manda questo messaggio”. Ci sono anche ex ‘bibisti’: Reuven Efraim, deluso da Netanyahu dopo il 7 ottobre, si affida a quella che reputa “un’ottima lista di persone serie”

(da agenzie)

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LA FINTA BATTAGLIA DELLA MELONI PER NON DARE IL MILIARDO AI GIUDICI. LA DUCETTA È STATA DURA: NON FIRMERA’ MAI IL DPCM PER EROGARE ARRETRATI E AUMENTI DI RETRIBUZIONE RICONOSCIUTI AI MAGISTRATI DA DUE SENTENZE DEL CONSIGLIO DI STATO. DAL PUNTO DI VISTA PRATICO I SOLDI VERRANNO EROGATI LO STESSO, COME E’ SCRITTO ANCHE NEL DOCUMENTO PROGRAMMATICO DI BILANCIO, CHE PREVEDE CHE LA SOMMA (979 MILIONI) DEBBA ESSERE STANZIATA CON LA PROSSIMA MANOVRA

Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile

SE NON FIRMERA’ LA PREMIER, LO FARA’ UN COMMISSARIO AD ACTA – IL BALLETTO DELLE CIFRE: I 100MILA EURO A TOGA DI CUI PARLA LA DESTRA SONO LORDI, E CONTEMPLANO DIVERSE VOCI. NON OGNI GIUDICE RICEVERA’ GLI STESSI DENARI

Sarà perché il clima, già teso prima, si è avvelenato con il referendum sulla Giustizia perso dal governo. Sarà perché è una questione di soldi, tanti soldi. Ma il conflitto in corso da una decina di giorni tra l’esecutivo e la magistratura non accenna a placarsi. Anche perché la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è stata chiara: lei, il Dpcm per erogare arretrati e aumenti di retribuzione riconosciuti ai magistrati da due sentenze del Consiglio di Stato, non lo firmerà mai.
Dal punto di vista pratico questa decisione non risolverebbe il problema della spesa, pari a quasi un miliardo (979 milioni, per la precisione) che il Documento programmatico di bilancio ha previsto debba essere stanziata con la prossima manovra, perché le sentenze sono esecutive e dunque la somma dovrà essere sborsata (alle brutte, attraverso un commissario ad acta, come prevede la legge). Una situazione che contribuisce ad inasprire i toni da una parte e dall’altra, con la maggioranza che mette nel mirino i presunti privilegi dei magistrati, che porterebbero a casa 100mila euro in media a testa, e l’associazione sindacale della categoria che ribatte parlando di «falsità». Chi ha ragione?
Dipende da quale punto di vista si vede una faccenda che è molto complicata.
Indubbiamente, avendo il governo previsto una spesa di 979 milioni ed essendo 10.638 i magistrati in servizio nel 2018 (anno dal quale decorrono gli effetti delle sentenze) basta fare la divisione e risultano appunto circa 92mila euro a testa. Ma dietro questa media, si apre un mondo. Innanzitutto si tratta di una cifra lorda (e per queste fasce di reddito l’Irpef incide fra il 35 e il 40%) che comprende sia gli arretrati riconosciuti dalle sentenze in un periodo di nove anni — dal 2018 al 2026 — sia le conseguenze sulle retribuzioni nel 2027.
Nella spesa complessiva, inoltre, è incluso l’aumento dei contributi previdenziali (che si pagano in rapporto alla retribuzione) e l’incidenza sul Tfs, le somme che vengono accantonate annualmente per la liquidazione, il Trattamento di fine servizio
Fatte tutte queste premesse e assodato che un conto è la media lorda e un altro le cifre nette che — come confermano al Tesoro — possono variare tantissimo da caso a caso, resta che, mentre il governo non sa dove sbattere la testa per finanziare in manovra misure a sostegno del potere d’acquisto di dipendenti che certamente guadagnano meno dei magistrati, le sentenze obbligano lo Stato a tirar fuori la bellezza di un miliardo per una élite di lavoratori. Ma come è nato questo pasticcio?
Nel 2021, governo Draghi, un Dpcm stabilì nel 4,85% l’aumento degli stipendi dei magistrati, come calcolato dall’Istat sulla base dell’incremento delle retribuzioni dei dipendenti pubblici nel 2018-21. (…) Il Consiglio di Stato ha riconosciuto tre storture nel meccanismo di calcolo adottato per arrivare al 4,85%: il mancato riconoscimento di alcune voci retributive; l’esclusione di certe categorie di dipendenti pubblici che invece avrebbero dovuto essere incluse; l’uso della media ponderata (dando più peso alle categorie di dipendenti pubblici più numerose) anziché della media aritmetica. Applicando queste correzioni, il 4,85% di aumento sale al 6,22%.
Un ulteriore incremento riguarda poi il triennio 2022-24, dove il Dpcm adottato dal governo Meloni seguendo i criteri del precedente provvedimento Draghi, è già stato bocciato nel 2025 da tre sentenze del Tar del Lazio

(da agenzie)

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SIMONETTA MATONE LASCIA LA LEGA E ADERISCE A FORZA ITALIA: “SONO CONTRARIA A DERIVE SOVRANISTE E A PRESE DI POSIZIONE ESTREME E IRREALIZZABILI”

Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX MAGISTRATA LODA FORZA ITALIA: “RAPPRESENTA UN CENTRODESTRA ILLUMINATO, SOLIDO PUNTO DI RIFERIMENTO DEI MODERATI, EREDE DA SEMPRE DEL GARANTISMO PORTATO AVANTI CON CORAGGIO DA SILVIO BERLUSCONI”

All’indomani della rielezione di Matteo Salvini a segretario della Lega, Simonetta Matone annuncia che lascia il gruppo del Carroccio e aderisce a Forza Italia: “Io rimango saldamente nel centrodestra – dice Matone in una nota – ma sono contraria a derive sovraniste e a prese di posizione estreme e irrealizzabili. Forza Italia rappresenta un centrodestra illuminato, solido punto di riferimento dei moderati, erede da sempre del garantismo portato avanti con coraggio da Silvio Berlusconi, e saldamente ancorato a una visione equilibrata anche in politica estera”.
Simonetta Matone
FI: “Con lei si rafforza la nostra battaglia garantista”
L’adesione di Matone a Forza Italia viene accolta con queste parole da Enrico Costa, presidente dei deputati di FI, e da Deborah Bergamini, vicesegretario nazionale: “L’esperienza di Simonetta Matone, la sua competenza e le sue capacità da tutti riconosciute sono un valore aggiunto importante e arricchiranno il nostro lavoro in Parlamento. Il suo contributo sarà particolarmente prezioso sui temi della giustizia, del rispetto dei principi costituzionali e della tutela dei diritti, in merito ai quali condividiamo una visione profondamente garantista. Sono certo che Simonetta saprà offrire un apporto significativo all’attività del nostro gruppo e alle battaglie che Forza Italia porta avanti da sempre”.

(da agenzie)

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LE ACCUSE A YOUSSEF SIHER E ALLA MOGLIE: ORA SI SCOPRE CHE SIHER ERA MEMBRO DEL SENATO ACCADEMICO, ELETTO CON UNILAB, LISTA DI AREA MODERATA VICINA AL CENTRPDESTRA

Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile

IL RELATORE: “NELLA SUA TESI NON C’E’ RADICALISMO”

-Il 30enne Youssef Siher «istigava a commettere delitti contro l’ordine pubblico». Con frasi definite «eversive» come «Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame». E con altri contenuti di questo tenore sui canali social del Movimento 17 Ottobre amministrato e aperto dopo gli scontri e i saccheggi di Milano del 17. È indagata anche la moglie Sagia Hammoud, secondo gli inquirenti pure lei amministratrice del profilo. Questi sono i passaggi del decreto di fermo con cui l’uomo è stato portato in carcere sabato 24 ottobre, a poche ore dalle nuove manifestazioni.
Il decreto di fermo di Youssef Siher
La procura parla di contenuti come l’incitamento alla rivoluzione. O «l’utilizzo di tecniche di guerriglia urbana nonché comunicati finalizzati alla convocazione, in diverse piazze d’Italia – per il 24 ottobre – di facinorosi, al fine di porre in essere delitti contro l’ordine pubblico». Le accuse sono di istigazione a delinquere aggravata «dall’aver commesso il fatto per finalità di terrorismo e attraverso strumenti informatici o telematici» e del nuovo reato di partecipazione violenta a una manifestazione. Le finalità terroristiche, secondo la pm Francesca Crupi, sono «di aver fortemente intimidito e cagionato timore nella popolazione che ha visto schierati a Milano e altrove spiegamenti di forze di polizia ed esercito creando così la percezione di una situazione di grave pericolo».
Le chat su Telegram
Nella chat su Telegram Siher ha dato «spazio a ogni genere di protesta anche violenta». Tra le chat riportate: «Se si vuole cambiamento servono sacrifici (…). Rimetterci la fedina penale? Ok». E ancora: «Spaccare gli istituti bancari è giusto». Dalle analisi sul cellulare sono emersi «contenuti di tenore eversivo, di incitamento alla rivoluzione e istruzioni pratiche su tecniche di guerriglia urbana».
Inoltre è stato trovato un pdf dal titolo «Rivoluzione, istruzioni per l’uso», simile a quello postato sul profilo dal titolo «Rivoluzione, istruzioni per l’uso Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011». Una guida «per organizzare una mobilitazione collettiva di disobbedienza civile contro il Governo Meloni e le sue politiche». Sabato mattina è stato rintracciato a casa di un’amica al Corvetto e accompagnato in questura dagli investigatori della squadra mobile di Milano. È rimasto in silenzio. Oggi è prevista l’udienza di convalida del fermo, dove potrebbe decidere di parlare con il giudice.
Le istruzioni per la piazza
Siher ha pubblicato anche istruzioni pratiche sull’abbigliamento da avere in piazza e sugli oggetti da portare. «In piazza facciamo gruppi Signal con admin scelti casualmente, per comunicare dove si spostano gli sbirri, cancelliamo i gruppi subito dopo la piazza, non lasciamo traccia». Tutto questo, per i pm, «fa emergere in maniera evidente il modus operandi e le finalità dell’indagato che ha approfittato di quanto accaduto nelle giornate del 17 e 18 ottobre per dare corso a un progetto eversivo, ingenerando terrore nella popolazione e creando una forte tensione sociale». Anche se non è chiaro se poi a quelle giornate abbia effettivamente partecipato.
L’intelligenza artificiale
Il Corriere della Sera racconta che Siher aveva usato l’intelligenza artificiale per ottenere informazioni sulle strategie rivoluzionarie. Sfruttando la sua esperienza lavorativa per scrivere il secondo comunicato. Ovvero quello in cui i luoghi delle manifestazioni comunicati in precedenza erano stati annullati. Per sceglierne di nuovi da comunicare alle 14.30 di sabato 24. «Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame». La galassia di canali Telegram, chat WhatsApp e pagina Instagram pensati per guidare le proteste del «Movimento 17 ottobre» era stata creata alle 19.58 del 18 ottobre dal 30enne italo-marocchino.
Sagia Hammoud
La moglie Sagia Hammoud, sposata a settembre 2026, deve fronteggiare le stesse accuse. Nata e cresciuta a Como, 32 anni, lei si definisce «libanese, palestinese e araba di appartenenza». «Ritengo che il benessere comunitario sia un prerequisito per stare bene come persone singole»: lavora come mediatrice interculturale per un’associazione di promozione sociale che ha la sede principale a Como e una seconda a Milano. Localizzando il cellulare di lei gli investigatori sono arrivati a Siher, che aveva il telefono spento e non localizzabile. La 32enne è residente a Como ma la coppia viveva in provincia di Milano.
«Ho viaggiato tra Valenciennes, Bruxelles e Beirut, luoghi dove ho riscoperto parti di me stessa. Grazie ai diversi percorsi di vita e alle persone che mi hanno affiancato, ho acquisito una nuova consapevolezza di me. Il mio girovagare mi ha consentito di affinare le mie conoscenze dell’inglese e del francese che, insieme alle mie lingue madri, arabo e italiano, formano oggi il mio bagaglio linguistico», scriveva lei nella sua presentazione sul sito.
Giovani Palestinesi di Milano
Sagia fa parte dei Giovani Palestinesi di Milano. Nel gennaio 2025 con il marito ha firmato un articolo su Miccia Mag — il gruppo di giornalisti e attivisti indipendenti Voice Over — dedicato a Ramy Elgaml, il 19enne morto a Milano nel 2024 nel quartiere Corvetto durante un inseguimento dei carabinieri: «Il caso che svela il razzismo sistemico. Una riflessione sul fallimento del sistema-Italia». «Sono appassionata di Palestina, lettura, scrittura, musica, collage, pittura e di tutte le forme d’arte politica che si possano concepire», scriveva. E sulla sua professione: «Mi ha sempre permesso di contribuire in modo concreto, senza snaturarmi, alla definizione di una società che non lasci indietro nessun*, di poter dunque lavorare senza abbandonare i miei valori». Al momento, nessuna dichiarazione dall’associazione per la quale Sagia lavora.
Il docente
Nicola Del Corno, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Milano, è stato il relatore della tesi di laurea triennale di Youssef Siher. E oggi con il Corriere lo ricorda come «uno studente eccellente. Mi propose un argomento di tesi molto originale e così l’accettai». «Era uno dei migliori del mio corso, lo frequentò assiduamente e sostenne brillantemente l’esame. Poi venne al ricevimento e mi chiese di poter fare la tesi sull’islamismo politico: un tema inusuale e interessante». Ovvero: «Fece un lavoro storiografico che partiva dalla Sunna di Maometto, l’insieme delle tradizioni relative alla condotta e alle parole del profeta. Esplorava come i precetti politici contenuti nella Sunna sono stati trasportati nella politica degli Stati islamici. Era uno studio di idee e istituzioni politiche. Un lavoro molto ben fatto, senza alcun tipo di radicalismo o apologia, che naturalmente non avrei accettato».
Le referenze
Del Corno ricorda: «Era luglio 2020, durante la pandemia, quindi avvenne da remoto. Poi persi un po’ i rapporti, ma mi riscrisse dopo qualche anno per chiedermi una lettera di referenze. Mi raccontò che aveva proseguito con la laurea specialistica in Scienze Politiche e voleva partecipare al bando dei corsi di dottorato. La scrissi molto volentieri». I suoi ex compagni lo descrivono come una persona molto studiosa e dall’indole moderata. «Anche con me si era dimostrato un buon studente, puntuale nelle consegne, aperto alle richieste che gli facevo di ampliare o chiarire dei passaggi. Una persona molto cortese, brillante nell’esposizione. Non era solo bilingue, ma anche poliglotta. Mi ringraziò per la lettera, poi lo persi di vista. Ho letto dai giornali che aveva ottenuto anche uno stage all’Ispi».
Eletto al Senato accademico
Siher era membro del senato accademico, eletto con UniLab, lista di area moderata, vicina al centrodestra. «Sapevo che era in senato, ma non quale orientamento politico avesse. Con lui non ho mai parlato di politica». Ha saputo tutto «dai giornali. Il nome e il volto mi ricordavano quello di uno dei miei studenti. Così, sono andato a controllare il vecchio scambio di mail e ho avuto la certezza». È dispiaciuto: «Molto. Mi auguro che non venga criminalizzato né giudicato colpevole prima che siano accertati i fatti».

(da Open)

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LE TRAPPOLE DEL FISCO: DOVE SI NASCONDONO

Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile

CHI CI RIMETTE E NON LO SA

A ogni riforma fiscale annunciata, scatta la convinzione che ci resteranno più soldi in tasca. Non avviene per caso: è la politica a dichiararlo apertamente, oppure a insinuarlo. Illudendoci. La stessa politica che invece tace sulle «trappole del Fisco» con cui continuiamo a fare i conti e che nessuna riforma ha mai risolto. Anzi, spesso le ha peggiorate. Abbiamo deciso di chiamarle «trappole» perché sono ben mimetizzate dentro a norme di difficile comprensione anche per i commercialisti, tant’è che per individuarle occorre metterle tutte in fila, fare i calcoli su ogni passaggio e comprendere come ogni nuovo provvedimento si incastra con quelli precedenti. Il quadro finale è che lo slogan politico quasi sempre nasconde una penalizzazione che chi governa e chi ne trae beneficio non hanno interesse a evidenziare.
Dipendenti pubblici e dipendenti privati
Prendiamo due dipendenti, uno privato e uno pubblico. Guadagnano entrambi 30 mila euro lordi l’anno. Ipotizziamo che tutti e due ottengano lo stesso rinnovo contrattuale: 638 euro lordi annui. Ma su quell’aumento, secondo i calcoli dell’economista Simone Pellegrino dell’Università di Torino, il dipendente privato, grazie a una tassazione agevolata del 5%, paga 32 euro di imposte. Quello pubblico, escluso dall’agevolazione, resta soggetto al regime ordinario, dove il prelievo sulla crescita di stipendio raggiunge il 41,7% e le imposte sono 227 euro. Una differenza di 195 euro. Stessa busta paga, stesso aumento, imposte completamente diverse. Il motivo? La legge di Bilancio 2026 ha introdotto una tassazione agevolata del 5% sugli aumenti dei rinnovi contrattuali firmati tra il 2024 e il 2026. Il beneficio riguarda soltanto i dipendenti del settore privato con un reddito da lavoro fino a 33 mila euro. Restano fuori i 3,3 milioni di impiegati statali, per i quali continua a valere il regime ordinario. Non sappiamo ancora se l’agevolazione sarà prorogata con la legge di Bilancio 2027, l’ultima prima delle elezioni politiche previste per il prossimo anno.
Dal 2014 si è costruita una complessa impalcatura di bonus e detrazioni da lavoro dipendente. Comprenderla (…) è un’impresa.
Ma come mai è stato necessario introdurre questa agevolazione? Perché a cominciare dal 2014 si è costruita una complessa impalcatura di bonus e detrazioni da lavoro dipendente. Comprenderla, con tutte le cifre che si accavallano, è un’impresa. I bonus sono somme che si aggiungono allo stipendio: uno riguarda prevalentemente chi guadagna fino a 15 mila euro, un altro chi arriva a 20 mila. Le detrazioni da lavoro, invece, sono sconti sulle imposte da pagare: la prima, dopo i 15 mila euro, diminuisce progressivamente fino ad azzerarsi a 50 mila; la seconda vale 1.000 euro fino a 32 mila euro, poi si riduce fino a scomparire a 40 mila. Misure sacrosante nelle intenzioni, pensate per far pagare meno imposte in queste fasce di reddito. Ma, quando si parla di fisco, non è importante concentrarsi solo su quante imposte si pagano in base alle tre aliquote del 23, 33 e 43%, ma anche su quante se ne pagano in più se il reddito cresce un po’. La trappola scatta proprio sulla parte di aumento e si finisce per pagare più tasse per due ragioni diverse: sulla parte guadagnata in più si versano le imposte previste dal proprio scaglione di reddito; e contemporaneamente, guadagnando un pochino di più, si perde una parte delle detrazioni a cui si aveva diritto.
Il risultato è che sull’aumento di stipendio il Fisco può trattenere molto più di quanto prevede l’aliquota Irpef del proprio scaglione: il prelievo effettivo è del 17,7% per i redditi lordi tra 8.500 e 15 mila euro; del 27,4% tra 15 e 20 mila euro; del 32,2% tra 20 e 28 mila euro; del 41,7% tra 28 e 32 mila euro. Il colpo di grazia arriva tra 32 e 40 mila euro: sugli aumenti di stipendio il Fisco trattiene il 54,1%. Superati i 50 mila euro le detrazioni si azzerano e di conseguenza sugli aumenti di stipendio si torna a pagare l’aliquota prevista dal proprio scaglione.
Ecco, dunque, che cosa è successo: per aiutare imprese e sindacati a rinnovare i contratti (perennemente in ritardo) e lasciare più soldi in tasca ai lavoratori, la Finanziaria ha ridotto al 5% le imposte sugli aumenti per i dipendenti privati. Giusto. Ma lo ha fatto senza risolvere il problema vero: il meccanismo distorsivo che sta alla base. Così due lavoratori con lo stesso stipendio e lo stesso aumento vengono trattati dal fisco in modo completamente diverso.
Prof delle superiori
Facciamo un altro esempio. Un professore delle superiori, con 18-24 anni di servizio, guadagna 42.913 euro lordi l’anno (minimo tabellare). Tolti i contributi, resta un imponibile di 38.969 euro. Che cosa succede nel passaggio allo stipendio netto? In base ai conti degli economisti Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi dell’Università di Ferrara, le riforme fiscali del governo Draghi e del governo Meloni gli fanno risparmiare 1.574 euro di imposte l’anno. Ma anche qui c’è una trappola: il Fisco tassa la busta paga come se l’inflazione non ci fosse. È il cosiddetto «fiscal drag».
Immaginiamo che il nostro stipendio sia una bottiglia d’acqua e l’inflazione il caldo. Quando la temperatura sale, abbiamo più sete e la bottiglia non basta più a dissetarci. Il barista, che rappresenta il Fisco, ci fa pagare però sempre la stessa cifra e noi restiamo con la sete. Se riceviamo, poi, una bottiglia leggermente più grande non abbiamo più acqua di quella che ci serve, ma soltanto quella necessaria a compensare il caldo. Però sul quantitativo d’acqua in più lo stesso barista invece ci chiede più soldi. Ebbene, se gli scaglioni Irpef e le detrazioni fossero stati adeguati all’inflazione, grazie alle riforme fiscali il professore avrebbe realmente in tasca qualcosa in più poiché il suo stipendio netto sarebbe di 32.821 euro. Per mantenere il potere d’acquisto del 2019 gliene basterebbero 31.769. Ma interviene il drenaggio fiscale con 2.825 euro di tasse aggiuntive, trasformando il vantaggio in 1.773 euro di perdita. Il netto scende quindi a 29.996 euro. Tra i Paesi Ocse osservati dal 2000 al 2024, in Europa non hanno mai adeguato il prelievo all’inflazione solo Portogallo, Spagna, Polonia, Slovenia, Grecia. E Italia.
Avvocati con flat tax
Un ultimo esempio, come risulta da una simulazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Due avvocati fatturano 60 mila euro all’anno. Entrambi aderiscono al cosiddetto «regime forfettario», riservato a chi non supera gli 85 mila euro di ricavi. Qui il Fisco non guarda i costi che i liberi professionisti sostengono per lavorare: stabilisce in anticipo, in base al tipo di attività, quale percentuale considera come spese, determinando di conseguenza il reddito da tassare. Per gli avvocati è il 78%, perché presume che il restante 22% siano i costi sostenuti. Il reddito imponibile è quindi di 46.800 euro. Su questi si applica la flat tax del 15%: entrambi pagano 7.020 euro.
Ma il primo avvocato ha soltanto 5 mila euro di costi reali, pertanto sul suo guadagno effettivo di 55 mila euro l’imposta pesa il 12,8%. Il secondo ha una segretaria part-time e arriva a 20 mila euro di costi: il suo guadagno effettivo scende a 40 mila euro, ma continua a pagare le stesse imposte che per lui pesano il 17,6%. Si premia dunque chi tiene l’attività piccola e snella, mentre chi investe di più o crea un posto di lavoro viene penalizzato. Stessa flat tax, peso diverso. Di piatto non c’è proprio nulla.
Il problema è che le riforme fiscali non possono essere fatte a colpi di messaggi ingannevoli e soluzioni tampone. Su ogni misura, prima di essere adottata, occorrerebbe considerare quali effetti a cascata produce. Perché quando il Fisco è percepito come ingiusto tradisce la fiducia dei cittadini. E la Banca mondiale ricorda che proprio la percezione di un sistema fiscale equo è il principio imprescindibile che può spingere i cittadini a pagare volontariamente le imposte.

Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da corriere.it)

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LEGGE ELETTORALE, SE QUEL VOTO E’ IL TRIONFO DELLA PREPOTENZA

Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile

LA CORTE VALUTERA’ LA COERENZA CON I PRINCIPI DELLA COSTITUZIONE… CON LA SOGLIA DEL 42% L’ELETTORE PERDE OGNI CONTROLLI SUL SENSO REALE DELLA SUA SCELTA

Ciò che non piace non è incostituzionale solo per questo. Ma tutti sanno che l’incostituzionalità di una legge non deriva soltanto da un contrasto con questa o quella specifica norma della Costituzione. Deriva anche dalla irragionevolezza rispetto ai suoi principi e valori, tanto più quando è “manifesta”. La legge elettorale testé approvata passerà sotto la lente, come sempre accurata e limpida, della Corte costituzionale. Sarà censurata qua o là oppure passerà indenne. In ogni caso, per salvarla si dovrà dimostrare che essa, nelle sue scelte di fondo e nelle sue norme particolari, non è solo il prodotto di interessi contingenti, ma regge anche alla luce di una qualche possibile visione di “giustizia elettorale”. Se no, sarebbe solo “ingiustizia elettorale”, cioè prepotenza o insipienza.
Innanzitutto, la legge non stabilisce un sistema elettorale, ma ne prevede due. Oscilla tra poli opposti. É bipolare. Si presenta come proporzionale: a ciascuno tanti seggi in rapporto ai voti ottenuti. Ma poi può trasformarsi nel contrario, in maggioritario: alla lista o alla coalizione più votate, se ottengono almeno il quarantadue per cento dei voti, è dato un “premio” (settanta seggi su un totale di quattrocento alla Camera e trentacinque su un totale di duecento al Senato). Se tale condizione non si realizza, si ritorna al punto di partenza, al proporzionale.
Dunque, due sistemi alternativi. L’elettore partecipa col suo voto e, di voto, ne ha uno solo. Come sarà utilizzato una volta dato, non sa. Varrà proporzionalmente o maggioritariamente? Si vedrà. Non dipende da lui. Dipende dal voto altrui se la fatidica soglia del quarantadue per cento sia o non sia raggiunta. É un’insostenibile incertezza, incompatibile con l’esigenza democratica primordiale che egli conosca il valore potenziale del voto che ha in mano, per poterlo dare di conseguenza. Col sistema proporzionale egli sostiene il proprio partito. Col maggioritario, si formano e si votano coalizioni. La scelta dell’elettore è di natura assai diversa. Col sistema proporzionale, la scelta è, per così dire, semplice; col maggioritario, è complessa e, per così dire, compromissoria. Per esempio, a destra e a sinistra (non c’è bisogno di fare esempi), nella coalizione ci potrebbero essere partiti che, per quanto indigesti, finiscono per giovarsi del voto di elettori che, col proporzionale, mai li voterebbero. Allora, o li si digerisce o, se non ci si riesce, ci si astiene. Se poi l’elettore, nelle sue scelte, considera anche il cosiddetto “voto utile”, il quadro cambia radicalmente a seconda dell’uno o dell’altro sistema elettorale. Ma, egli ignora quale sarà.
Il “premio” cambia dunque la natura della competizione elettorale, con le conseguenze ora dette. Ma, non è solo questo. Lo si chiama premio, ma la parola nasconde che esso è anche un castigo. Poiché il numero dei componenti le due Camere è fisso essendo stabilito dalla Costituzione, il “premio” non può essere una semplice aggiunta, ma deve comportare una parallela ed equivalente sottrazione. É necessario. La legge prevede complesse operazioni a questo fine: i divites, più ricchi di voti, esaltati; gli esurientes, più poveri, umiliati. Le minoranze, oltre a essere tali, devono pagare un tributo alla maggioranza e scontare la loro debolezza. Diverso sarebbe se il premio fosse davvero solo premio senza punizione. L’alterazione della rappresentanza non dipende solo dai seggi dati in premio, ma dalla somma di questi con quelli sottratti per punizione e questo numero può essere grande e abnorme. Diverso sarebbe se il premio fosse davvero solo premio senza punizione. Ma, siccome così non può essere, che ne è del Parlamento come organo della rappresentanza democratica?
“Premio di governabilità”, ripete ossessivamente un legislatore che ignora la lingua che usa: governabile è colui che si lascia governare, non colui che governa. La parola tradisce un retro-pensiero? Il gregge è governabile dal pastore, ma il pastore sa governare. A parte ciò, non è affatto chiaro come e perché il premio contribuisca alla “governabilità” del sistema politico. É un allettamento: forze politiche diverse prima si coalizzano per ottenerlo ma poi, una volta ottenuto, non hanno alcun motivo per mettere a tacere le diversità. Anzi: gonfiata e protetta, la maggioranza, di per sé, non cesserà di essere una sommatoria e i suoi diversi addendi potranno farsi valere rendendo difficile il governo, senza tema di farlo cadere. La coesione ci sarà sul comune interesse a durare e a occupare e spartirsi i “posti” disponibili, a incominciare dalla presidenza della Repubblica: il premio consentirebbe alla maggioranza gonfiata, quale che sia: di destra o di sinistra, di eleggere da sola chi vuole al vertice delle istituzioni. Da lì, a cascata, potrà agire per tentare di normalizzare, condizionare e rendere innocue le garanzie oggi previste contro gli abusi del potere, a incominciare dalla Corte costituzionale e dal Consiglio superiore della magistratura e, poi, giù giù, a cascata. La suadente governabilità potrà mostrare il suo volto alla luce del sole: non il governo ma il potere. Questo sarà il cemento, quello che nella Germania degli anni ‘30 si chiamava Gleichschaltung, la livella di chi non sta sul carro del vincitore.
A meno che la Corte costituzionale, quando sarà chiamata a giudicare, e gli elettori, quando saranno chiamati a votare, a questi rischi non preferiscano l’alternativa consentita dalla legge: negare a tutti il bramato premio del quarantadue per cento.

Gustavo Zagrebelsky
(da repubblica.it)

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“PISTARELLI ERA UN ASSET DELLA CRICCA, METTEVA A DISPOSIZIONE RELAZIONI E POTERI”. SECONDO LA PROCURA DI ANCONA FABIO PISTARELLI, EX CAPO DI GABINETTO DEL PRESIDENTE MELONIANO DELLA REGIONE MARCHE FRANCESCO ACQUAROLI, TRA LE 8 PERSONE ARRESTATE NELL’INCHIESTA SULLA RICOSTRUZIONE POST-SISMA 2016, SVOLGEVA UN RUOLO RILEVANTE NELLA “CRICCA” CHE GESTIVA GLI APPALTI PUBBLICI

Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO I MAGISTRATI PROPONEVA “IMPRESE COMPIACENTI IN GARE PUBBLICHE” E “RIVELAVA INFORMAZIONI RISERVATE E SEGRETE CHE POTEVANO CONDIZIONARE LE PROCEDURE DI GARE”

Nelle carte dell’inchiesta “Ricostruzione” della Dda Ancona e della Finanza, comprensiva di vari filoni tra cui appalti pubblici pilotati e infiltrazioni della criminalità in cantieri privati post sisma, risulta che l’imprenditore Antonio Cervigni (arrestato) parla del commissario straordinario Guido Castelli (che non è indagato) come de “l’asso nella manica di Fabio”. Il riferimento è a Fabio Pistarelli, ex capo di gabinetto del presidente delle Marche Francesco Acquaroli, che si dimise nel dicembre 2025 e arrestato come presunto riferimento di una “cricca” che condizionava appalti pubblici in cambio di denaro e altre utilità.
Cervigni tira in ballo un incontro in Regione con Castelli (allora assessore) e Pistarelli collegato al progetto Erdis che inseguito acquisì il palazzo maceratese delle ex Monachette per farne uno studentato; l’arrestato parla di un presunto ruolo del commissario nel passaggio di finanziamento “dal privato al pubblico” per l’immobile oggetto di inchiesta.
Ma l’imprenditore Cervigni esterna anche l’ipotesi che Pistarelli potesse aspirare a diventare il “vice di Castelli”. In questo contesto arrivano a stretto giro le repliche del commissario Castelli che ribatte a tutte le circostanze, ricostruendole del dettaglio, spiegando le procedure seguite. “La mia condotta è sempre stata trasparente, diligente e ossequiosa del principio di legalità. – scrive il commissario – Il resto sono solo millanterie”.
Si commenti e gli auspici degli indagati circa un ipotetico coinvolgimento di Fabio Pistarelli nella Struttura commissariale, – aggiunte – preciso che mai ho preso in considerazione la possibilità che l’avvocato Pistarelli potesse essere reclutato a qualsiasi titolo all’interno della struttura medesima; circostanza che in effetti mai si è verificata a dimostrazione della totale inconsistenza del ‘chiacchiericcio’ riferito dagli indagati”.
(ANSA) – Il contatto telefonico per fissare un incontro tra l’imprenditore Antonio Cervigni e l’ex capo di Gabinetto del presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, Fabio Pistarelli, arrestati nell’inchiesta “Ricostruzione” della Dda di Ancona; Cervigni che conta le banconote in auto, acquista una busta grande per inserirle e poi, fuori da una pizzeria nel Maceratese, la consegna a Pistarelli.
E’ il 9 novembre 2024 e questi passaggi vengono ascoltati e filmati dalla Guardia di Finanza grazie a una periferica di registrazione installata sull’auto di Cervigni. Il passaggio di denaro è documentato tra alcuni presunti componenti della cosiddetta “cricca” o “comitato d’affari”, un’interfaccia per indirizzare appalti in cambio di un “2%”. “E’ risultato chiaro – per la gip – come la disponibilità costante di Pistarelli, comprata con denaro e altre utilità apparentemente giustificate con documentazione fiscale soggettivamente falsa, avesse fornito all’asse Cervigni-Ezechielli (altro arrestato; ndr) un indubbio prestigio, e strumento per acquisire vantaggi economici da ditte corruttrici con utilizzo strumentale di Pistarelli collocato nella stanza dei bottoni al vertice del centro di spesa regionale”.
Il 14 maggio 2024, i finanzieri avevano ascoltato un altro colloquio in auto tra l’imprenditore Enrico Crucianelli, considerato figura centrale nell’inchiesta, a cui un interlocutore parlava di “informazioni privilegiate” avute “da persone vicino a una commissione di gara su parametri tabellari” e di asserita “volontà/possibilità di agevolare la Crucianelli Rest/Edile”.
Dialoghi che hanno portato a indagare sul gruppo il cui “asset principale”, per l’accusa, era “Pistarelli”: secondo gli inquirenti, “metteva a disposizione del sodalizio conoscenze, relazioni, funzioni, poteri, e assicurava ad altri associati la possibilità d’esercitare pressioni, condizionamenti su dirigenti, funzionari pubblici regionali, di altre amministrazioni; proponeva imprese compiacenti in gare pubbliche; rivelava informazioni riservate e segrete che potevano condizionare le procedure di gare di pubblico appalto”.

(da agenzie)

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