LA STORICA SEDE DEL PCI DI BOTTEGHE OSCURE DIVENTA UN GRAND HOTEL HYATT: LUSSO, DOM PÉRIGNON, MOQUETTE ZEBRATA BIANCA E ROSSA, CAMERE CON LETTI KING SIZE E VASCHE IDROMASSAGGIO AL POSTO DEGLI UFFICI DI TOGLIATTI E DEL SALONE DEL COMITATO CENTRALE
IL BALCONE DAL QUALE BERLINGUER SI AFFACCIO’ A FESTEGGIARE CON LA FOLLA IL 33,5% ALLE ELEZIONI DEL 1975 E’ QUELLO DELLA CAMERA 207
Al numero quattro di via delle Botteghe Oscure, per quarantacinque anni casa del Partito comunista italiano, a Roma, sono tornati gli operai.
Melodie mediorientali gracchiano dai telefoni di un gruppetto di muratori arabi, mentre, nel monumentale ingresso, una ditta di pulizie sta lavando il pavimento di travertino bocciardato. “Aò, ma ‘ndo stavi”, urla un ragazzone all’assistente di cantiere. “So’ tre ore che te chiamo. Se sta allaga’ er garage”.
Il geometra si era distratto per raccontare al Foglio che da mesi qui si lavora incessantemente, anche il sabato e la domenica, per finire di trasformare il palazzo scelto da Palmiro Togliatti nel 1946 in un hotel di lusso Hyatt, del gruppo Thompson.
Operazione che solo il grande capitale poteva avere la fantasia di immaginare: la trasformazione del santuario del proletariato italiano in un business di miliardari americani. Bottegone Grand Hotel. Con la falce e il martello a far da sfondo ai calici di Dom Pérignon.
La notizia del progetto è di quattro anni fa. La novità è che il Foglio è riuscito fortunosamente a intrufolarsi nell’hotel ormai quasi finito per vedere cos’è rimasto della vecchia sede del Pci. Sei piani, ottomila metri quadri, un ristorante stellato, un cocktail bar, una terrazza incantevole sul centro di Roma: se la tabella di marcia sarà rispettata, a metà ottobre l’albergo aprirà per il collaudo (…)
Togliatti aveva scelto quell’edificio accanto al Campidoglio, all’altare della Patria, a piazza Venezia, per dare ad amici e nemici il senso della centralità e rispettabilità del partito dopo gli anni della clandestinità antifascista, nell’epoca in cui il mondo era spaccato in due, da una parte gli Stati Uniti, dall’altra l’Unione Sovietica.
Oggi il mondo è frantumato in vari pezzi, ma in massa si vola da una parte all’altra del pianeta, e si può immaginare facilmente il valore di mercato che avranno le “settanta camere” nel cuore di Roma, “tra guest, junior suite e suite panoramiche mozzafiato” (parole del progetto di presentazione).
Un tempo, invece, erano solo uffici della classe dirigente comunista. Nei momenti di massima espansione, lavoravano cinquecento persone. Dai funzionari semplici fino ai membri del Comitato centrale. I quali salivano ai loro piani con un ascensore diverso da quello di tutti gli altri, riservato.
“E’ stato scioccante entrare a Botteghe oscure qualche mese fa”, dice Walter Veltroni, l’uomo che da segretario dei Democratici di Sinistra, nel 2000, fu costretto a prendere la decisione di lasciare l’edificio ereditato dal Pci per i costi insostenibili.
Botteghe Oscure era organizzato scientificamente. “Era un cervello collettivo”, ricorda Veltroni, “ si pensava tanto e si pensava insieme” “Immaginavo che sarebbe stato doloroso vedere l’edificio trasformato. E’ stato di più, dolorosissimo”.
Raccontano che se non fosse stato per cinque diversi vincoli, la sovraintendenza capitolina, quella nazionale, quella archeologica, quella delle belle arti e l’Unesco, sarebbe andata diversamente. Invece, è stato custodito integralmente l’ingresso, con, a sinistra, la scultura di Giò Pomodoro, “Parete di misure”; poi una falce e martello e una bandiera rossa della Comune di Parigi, il primo governo proletario della storia, simbolo dell’“assalto al cielo” secondo Marx. Di fronte, anch’esso protetto, il busto di Antonio Gramsci, che, come si legge nell’iscrizione posta dai “compagni” nel 1952, “illuminò con l’implacato intelletto la storia d’Italia, la storia del mondo, il cammino della nostra vittoria” (…)
“Botteghe Oscure era un cervello collettivo”, ricorda Veltroni, “era un posto dove si pensava tanto e si pensava insieme”. Si decideva tutto qui. La linea politica e le alleanze, le parole d’ordine e i manifesti. L’edificio era organizzato scientificamente.
Al primo piano, gli esteri. Al terzo, la propaganda. Al quarto, l’organizzazione. Al quinto, il salone del comitato centrale. Al sesto, la cultura e la comunicazione.
Ma il piano più importante, anche per ragioni architettoniche – i soffitti più alti, come si usava nei palazzi nobiliari – era il secondo: qui c’era l’ufficio di Palmiro Togliatti, di Enrico Berlinguer e di tutti gli altri segretari che si sono succeduti. “Fino ad arrivare a me”, dice Veltroni.
Adesso, a destra e a sinistra di un lungo corridoio rivestito con una moquette zebrata bianca e rossa, ci sono camere concepite per una “clientela life-style”, con “letti king size, ampie docce, vasche idromassaggi”, arredate con “una sobria eleganza, vagamente razionalista” (…)
Al secondo piano è anche il balcone da cui a notte fonda si affacciò finalmente Berlinguer a festeggiare con la folla il 33,5 per cento alle elezioni del 1975, stringendo un foulard o uno straccetto rosso, dopo che in migliaia erano arrivati lì sotto da vari quartieri di Roma, i militanti, i simpatizzanti, gli elettori.“Io ero giù ad applaudire con la gente”, dice Veltroni. Ora, al famoso balcone, si accede entrando nella camera numero 207 che, di rosso, anche se opaco, ha solo il lavabo del bagno.
Se ci si affaccia dal balcone, a sinistra si vede Largo Argentina. A destra, Piazza Venezia. E di fronte, mi sussurra un tecnico del cantiere, c’era un ufficio della Cia. La leggenda circola. E’ vera? E’ falsa? “A me non risulta”, dice Veltroni.
Anche architettonicamente la storia di Botteghe Oscure è sorprendente. Il palazzo, mi racconta l’architetto Costa, che, con il figlio, Marco, sta scrivendo un libro sul Bottegone, era stato iniziato nel 1941, in piena epoca fascista, dall’architetto Ugo Vitellozzi, per conto dell’Unione italiana assicurazioni. A causa della guerra i lavori però si interrompono nel 1943, al primo piano. Riprendono alla fine della Seconda guerra mondiale.
“Vedi? Fino al primo piano il palazzo è un edificio neo-purista”, mi racconta l’architetto Costa. E ricorda in effetti l’impronta di Marcello Piacentini, la star dell’architettura d’epoca fascista. “Mentre dal secondo piano in poi lo stile cambia, è più austero, ancora più sobrio”. Insomma: in parte fascista, in altra parte comunista, il Bottegone potrebbe essere considerato un esemplare, per quanto involontario, di fasciocomunismo.
E a proposito di fascisti: è qui a Botteghe oscure che Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale, venne a rendere omaggio alla salma di Enrico Berlinguer, mettendosi in fila tra la folla. Scese Giancarlo Pajetta, uno che aveva sparato ai fascisti, ad accompagnarlo alla camera ardente (…)
Dentro aveva l’infermeria, la banca, le poste, la libreria Rinascita, dove oggi c’è un supermercato Pam. Era attrezzato per accompagnarti dalla culla alla tomba. Anche se l’unico a morire lì dentro, per fortuna, fu il sindaco comunista di Roma, Luigi Petroselli. Aveva appena tenuto un discorso appassionatissimo nel salone del Comitato centrale. Finito l’intervento, stramazzò a terra (…)
Al secondo piano c’è il balcone da cui s’affacciò Berlinguer a festeggiare le elezioni del ’75. Ora la camera 207, che di rosso ha il lavabo del bagno Un tempo era il piano meno prestigioso.
Ma celebre perché Palmiro Togliatti, sposato con Rita Montagnana, aveva vissuto per un periodo con Nilde Iotti, giovane deputata dell’Emilia-Romagna, in un appartamentino che ora non c’è più. Alla fine, il Migliore aveva scelto Nilde Iotti e nel partito tutti si chiedevano: ci possiamo permettere veramente un segretario adultero? I bacchettoni sono stati sempre una corrente maggioritaria dei comunisti italiani.
Timorosi che le masse non avrebbero capito. Anche il più insospettabile Berlinguer, una volta, propose come modello femminile Santa Maria Goretti. Mentre Giancarlo Pajetta, quando a Botteghe oscure arrivò – era il 1985 – la prima delegazione omosessuale, e dopo che Chicco Testa aveva già posato in un fotoromanzo per i diritti delle prostitute, sbottò: “Prima le puttane, adesso i finocchi: ma che cazzo è diventato questo partito?”.
Tra non molto, è facile immaginarlo, qui sarà invece il trionfo degli aperitivi. Perché il rooftop del Bottegone ha una vista straordinaria sulla città. Si possono ammirare tutte le bellezze di Roma, ruotando semplicemente su sé stessi agli scavi della Roma antica all’Eur, dal Pantheon al Gianicolo, dalla cupola di San Pietro al Fontanone
(da agenzie)
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