Febbraio 7th, 2013 Riccardo Fucile
“COSTRUIREMO LE NEW TOWN, SARO’ RICORDATO COME FANFANI PER IL PIANO CASA”… POI IL SOLITO APPELLO A NON VOTARE I PICCOLI PARTITI
«A questo punto mi aspettavo almeno un applauso». Sono trascorsi quaranta minuti dall’inizio del profluvio di Silvio Berlusconi davanti alla platea degli imprenditori del mattone, nella sede Ance di Roma.
Neanche un applauso, finchè a quel punto le prime due file occupate dallo staff del Cavaliere, da deputati e senatori come Lorenzin e Malan e da qualche imprenditore amico, si scioglie di un plauso riparatorio.
La platea resterà molto tiepida per l’intera ora del solito intervento fiume, in una sala che nel 2008 – raccontano i dirigenti di via Guattani – era gremita perfino fuori e per riempire la quale ieri hanno dovuto chiamare dipendenti e funzionari dell’Associazione ai piani superiori. Almeno per coprire i posti a sedere.
Tant’è, l’ex premier, alla fine, si rifiuta di sottoscrivere il «patto» che il presidente dei costruttori Paolo Buzzetti gli sottopone, come farà nei prossimi giorni con Monti e gli altri leader.
«Faremo un nuovo incontro dopo, firmerò da ministro dell’Economia, non credo sia serio farlo ora» taglia corto lui alquanto indispettito.
Un nervosismo che nasce anche dalla consapevolezza che lo «shock» Imu non sembra aver sfondato nei sondaggi come si aspettava.
Anche se a Palazzo Grazioli restano in attesa soprattutto del sondaggio Euromedia, tra qualche ora.
E dire che il Cavaliere ce la mette tutta per imbonire i suoi «colleghi », come li definisce più volte nel suo intervento.
Per altro con i cavalli di battaglia di questa campagna. «In quattro anni arriveremo alla riduzione dell’Irap», «Costruiremo le new town, sogno di essere ricordato per il piano casa come Fanfani», «Non faremo pagare l’Imu sugli immobili invenduti e i magazzini», «Restituiremo l’Imu e rilanceremo l’economia».
I vertici dell’Ance confesseranno all’uscita la loro delusione, non solo perchè lo staff del leader Pdl alla fine ha preferito evitare le domande e per la mancata firma del patto, ma anche per quella tirata sulle new town alle quali l’associazione costruttori ha dichiarato guerra da tempo, invocando piuttosto «riqualificazione delle città e rinascita dei centri storici».
Nessuno però aveva informato l’ospite.
Che intanto vola via per prepararsi al faccia a faccia di cinque minuti in serata con Mentana.
Ma già in mattinata, a Radio 24, aveva attaccato i competitor Monti e Bersani, rei di aver «confessato apertamente l’inciucio», si era detto contrario alle nozze gay «per religione e per tradizione, i tempi non sono maturi», ma favorevole alla «regolarizzazione delle coppie di fatto». Ma l’appuntamento clou è appunto alle 20 al Tg La7. Botta e risposta acceso.
Il Cavaliere: «Non mi chiamerò più Berlusconi se nel primo consiglio dei ministri non aboliremo e restituiremo l’Imu». Mentana: «E come si chiamerà ?» Lui: «Giulio Cesare».
Con che soldi la restituirete? «C’è una canea di cialtroni che dice stupidaggini, possibilissimo trovare quattro miliardi una tantum».
Farà un blind trust per le sue aziende? «Mai pensato, una legge sul conflitto di interessi c’è già e funziona».
Se vince sarà premier? «No, farò il ministro dell’Economia».
Lei attacca Monti ma ha approvato tutti i suoi provvedimenti, Imu compresa.
«Noi siamo stati formalmente in maggioranza, ma sostanzialmente all’opposizione».
A scatenare tuttavia la rivolta degli alleati di Fratelli d’Italia è l’ennesimo appello di Berlusconi a «non votare i piccoli partiti», scandito fin dal mattino.
Meloni, La Russa, Crosetto chiedono un chiarimento al capo.
In privato tempestano di telefonate di protesta Angelino Alfano, accusano il Pdl di «fuoco amico».
Nera la Meloni: «Le dichiarazioni di Berlusconi cominciano a essere di cattivo gusto».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 7th, 2013 Riccardo Fucile
LA VITTORIA PUO’ ESSERE INSUFFICIENTE… EMERGE L’EQUIVOCO E L’AMBIGUITA’ DELLE ALLEANZE
Analogie minatorie, memorie pericolose. La «gioiosa macchina da guerra» del 1994, in qualche
modo, può far rima con il belluino proposito, «li sbraniamo», dell’altro giorno.
E infatti, nelle più temibili affinità ricorrono anche gli istituti di credito, altra faccenda non esattamente propizia per il centrosinistra.
Prima delle elezioni del 2006, per la gioia del centrodestra e anche dell’elettorato di sinistra, si scoperchiò l’impiccio della Bnl («Allora, abbiamo una banca?»).
E oggi chissà cosa può venire fuori dal Monte dei Paschi di Siena, il cui presidente, il provvido Mussari, ogni anno fin troppo generosamente si privava di una sostanziosa quota di privatissimi emolumenti (dal 10 al 20 per cento) per versarli al Pd — e sul come poi quest’ultimo li abbia spesi è quantomeno legittimo nutrire qualche dubbio.
Alla campagna elettorale del 2006 è legato anche il malricordo della rimonta di Berlusconi, anche allora come dodici anni prima e sette anni dopo, cioè ora, orgogliosamente sottovalutato.
Chi sbaglia, di solito, sbaglia di nuovo, specie se non si mette seriamente in discussione e se non cambia davvero; e francamente questo non è accaduto, nè forse è saggio considerare la pur nutrita partecipazione alle primarie (che ci furono anche allora, sia pure senza concorrenti per Prodi) come un evento bastevole, per non dire palingenetico. Ma pazienza.
Con minore mansuetudine si segnala tuttavia un altro vizietto assai ricorrente, anzi sciaguratamente inesorabile tra i Progressisti, poi nell’Ulivo, quindi nell’Unione e infine nel centrosinistra.
La fastidiosa tendenza non tanto di «gonfiare il petto», come dice Arturo Parisi, e dare per scontata la vittoria elettorale, che potrebbe essere addirittura una strategia, ma di spartirsi le poltrone anzitempo tra i maggiorenti, per cui già a due o tre mesi dal voto si fa scrivere che quello si becca gli Esteri, e «quindi» quell’altro il Viminale, quell’altro ancora la presidenza della Camera e di conseguenza un quarto comincia ad agitarsi per l’Economia, che però sarà spacchettata, e via dicendo, verso la delusione, il pareggio o la sconfitta.
E insomma, l’elettorato di sinistra si infligge tutti i talk show possibili e immaginabili, fa il tifo come alla partita, apprezza le primarie oltre ogni dire, e versa pure il soldino, ma certo non brucia dalla voglia di assecondare le smanie di questo o quel dirigente a caccia di sistemazione, specie quando si accorge — e non è difficile — che questi ardenti desideri occupano tempo ed energia a scapito di tutto il resto.
Resta infatti da ricordare che prima delle elezioni, non di rado qualcuno del centrosinistra promette qualche tassa; mentre Berlusconi s’impegna solennemente di toglierle o di rimborsarle. Così come, in vista del voto, può sempre accadere che il dibattito in senso alla coalizione scivoli su due temi fertili e appassionanti quali le riforme istituzionali o la collocazione europea e internazionale del Pds, Ds, Margherita e ora Pd.
Ma soprattutto, dulcis in fundo, resta la questione che la vittoria può risultare insufficiente, in termini sia numerici che politici, e perciò emerge l’incognita, l’equivoco e l’ambiguità delle alleanze.
Da questo punto di vista partire con il piede sbagliato è per la coalizione di centrosinistra un’altra infelice e puntuale ricorrenza.
Così, ieri e l’altroieri c’era Bertinotti, davvero molto preso anche lui da se stesso, oltre che dalle varie scissioni che movimentavano la vita del suo partito e che culminarono nell’apoteosi di Turigliatto.
Ebbene, dopo aver invano saggiato la contrastatissima eventualità di caricare o scaricare Casini, ci sono oggi Monti e Vendola che non perdono giorno per proclamare la loro incompatibilità .
In mezzo, come si sperimentò nella breve e disgraziata legislatura 2006-2008, la tenuta anche psicologica del centrosinistra fu rasserenata dalle quotidiane liti che andavano in scena tra il ministro Guardasigilli Mastella, l’uomo giusto al posto giusto, e il ministro delle Infrastrutture Di Pietro, trattato con i guanti ma subito ribellatosi a Veltroni.
E sarebbe bello capire se la formula che ora prevede un accordo tra moderati e progressisti, ancorchè non proprio trascinante, sia un impegno, una speranza, un miraggio, una finta, uno scherzo, un modo di dire, o di perdere tempo.
Tutto sembra rinviato al dopo, ma nel frattempo Monti tira da una parte, Vendola dall’altra, e gli errori del passato tornano a svolazzare attorno al Pd con l’aggravante della più diabolica perseveranza.
Filippi Ceccarelli
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 7th, 2013 Riccardo Fucile
A RISCHIO UNITA’ DI STRADA E DORMITORI… A TORINO UN DOCUMENTARIO RACCONTA LA VITA DI CHI E’ ANCORA PIU’ SOLO
Un annuncio affisso all’ingresso di un ufficio: ”Dal 1 febbraio, il Drop-in di via Pacini sarà definitivamente chiuso”.
Inizia così ”Non ci sono più soldi”, documentario presentato al cinema Massimo di Torino,che racconta la crisi del volontariato “di strada” nel capoluogo sabaudo. Diretto da Sergio Fergnachino, Susanna Ronconi e Angelo Artuffo, il film denuncia i tagli e le grosse difficoltà che gravano sui cosiddetti servizi “a bassa soglia”, come i drop-in, le unità di strada o i dormitori.
Strutture pensate inizialmente per i tossicodipendenti, che negli ultimi anni hanno finito invece per assistere una fetta di popolazione molto più ampia, composta da disoccupati, senzatetto e da tutti quei cittadini che la crisi economica ha forzatamente incasellato sotto la dicitura di “nuovi poveri”.
E che a Torino, uno dei comuni più indebitati d’Italia, si trovano sempre più spesso costrette a chiudere per mancanza di fondi.
“Su questa realtà abbiamo avuto uno sguardo privilegiato”spiega Sergio Fergnachino, fondatore, con Angelo Artuffo e Susanna Ronconi, del collettivo Videocommunity. “Da anni Susanna lavora nel coordinamento operatori a bassa soglia (Cobs) e proprio per questo ha sentito la necessità di raccontare quanto stava succedendo, in termini di tagli e riduzioni”.
In cinquanta minuti, attraverso le voci di utenti e operatori, i registi ricompongono l’articolata mappa dei servizi di strada in uno dei comuni più indebitati d’Italia: i drop- in di Collegno, via Pacini e Corso Svizzera; il dormitorio “Endurance” di Rivoli, un vecchio autobus trasformato in dormitorio; e l’Unità di strada di Torino, un altro autobus che trasporta per le vie della città operatori che che lavorano nell’ ascolto e nella riduzione del danno per i tossicodipendenti .
Un mondo, questo, che ha dovuto adeguarsi a forme di disagio sempre più complesse e stratificate,proprio mentre la crisi erodeva risorse e personale.
“La bassa soglia —spiega ai registi Manuela Dorella, psicologia nel drop-in di corso Svizzera — è una realtà dove possono transitare persone che hanno tanti tipi di sofferenza.Una volta noi eravamo la porta d’accesso ad altri servizi: ora sembra siamo rimasti soli. E sempre più spesso ci troviamo a fronteggiare situazioni ‘di ritorno’: persone alle quali abbiamo trovato lavoro o alloggi nelle case popolari, che tornano a rivolgersi a noi perchè si ritrovano di colpo disoccupate”
Situazioni raccontate in prima persona anche da utenti ed ex utenti: come Alessandro, ospite dell’”Endurance”, che si è ammalato di diabete proprio mentre viveva in strada;o Angela e Gabriele, redattori di “Polvere”, giornale gestito da ex tossicodipendenti, che hanno accompagnato i registi nel viaggio tra le strutture a bassa soglia.
“Quello che vorrei sottolineare — conclude Fergnachino — è che abbiamo potuto mostrare solo una parte di questo mondo. La realizzazione del progetto ha richiesto all’incirca un anno, e nell’ultimo periodo ci sono arrivate richieste da molte associazioni che volevano partecipare. Per esigenze tecniche, non abbiamo potuto includerle nel documentario; ma quella dei servizi a bassa soglia è una realtà molto ampia, che oggi rischia di chiudere perchè in tempi di crisi le amministrazione preferiscono tagliare ciò che non è immediatamente visibile agli occhi della cittadinanza. Ed è soprattutto per questo che abbiamo realizzato questo film”.
(Per il trailer e per approfondimenti sul progetto: http://www.videocommunity.net) (ams)
(da “Redattore sociale“)
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Febbraio 7th, 2013 Riccardo Fucile
IL BILANCIO DEGLI ULTIMI 5 ANNI, I RISCHI DEL NEGOZIATO DI OGGI… NEL 2005 STRAPPAMMO AL’ULTIMO 1,4 MILIARDI PER I “FONDI STRUTTURALI”
Nelle notte del 16 dicembre 2005, sotto gli occhi di Tony Blair, presidente di turno del Consiglio
europeo, e di Angela Merkel, Silvio Berlusconi pensò, probabilmente, di aver limitato il danno.
Il bilancio europeo aumentava di poco, ma andava diviso tra gli otto Paesi dell’ex blocco sovietico, più Cipro e Malta.
Anzi, all’ultimo minuto, la delegazione italiana aveva addirittura strappato 1,4 miliardi extra per i «Fondi strutturali» (investimenti per le aree più svantaggiate) e altri 500 milioni per lo sviluppo rurale.
La medicina europea, però, ha due caratteristiche: può essere amara se non si regge il confronto negoziale con i partner più forti e soprattutto agisce con rilascio lento, differito nel tempo.
Oggi, in piena trattativa sulle «prospettive finanziarie» per il 2014-2020, fa testo una tabella che si può costruire elaborando i dati ufficiali diffusi dalla Commissione europea.
L’Italia dal 2007 al 2011 ha già lasciato in Europa 22 miliardi di euro, solo due meno della Francia, che ha però un reddito nazionale superiore di un quarto al nostro, e di cinque miliardi in meno rispetto al Regno Unito (che ha un Pil maggiore del 10%).
Ventidue miliardi in cinque anni, una cifra più o meno equivalente al gettito atteso dall’Imu, tanto per avere un ordine di grandezza: oggettivamente non è un bel risultato.
Tanto più se si considera che la struttura del bilancio europeo, nonostante sforzi e tentativi di cambiamento ormai ventennali, si adatta ancora bene a un Paese come l’Italia.
Due grandi voci che coprono circa il 91% delle uscite (budget 2011): agricoltura e «crescita sostenibile», cioè i fondi di coesione per le zone arretrate.
E allora chi meglio di noi?
Certo la Polonia, l’Ungheria e gli altri «nuovi» dell’Est.
Ma perchè la Francia? Perchè, volendo andare fino in fondo, la Spagna?
Quando il presidente Nicolas Sarkozy assunse la guida a rotazione dell’Unione Europea si presentò davanti al Parlamento europeo di Strasburgo il 10 luglio 2008 come il «nemico dell’immobilismo» e volle cominciare dal bilancio, proprio come aveva fatto Tony Blair parlando, invece, nell’Aula parlamentare di Bruxelles il 23 giugno 2005.
Fa impressione rileggere oggi quei due discorsi di insediamento tanto sono simili: liberaldemocratico e modernista il francese; socialista liberale e modernista il britannico.
Tutti e due chiedevano di spendere di più nella ricerca, nell’innovazione, nella «competitività » e meno nei programmi di assistenza o di conservazione dell’esistente.
Dopo di che, messe da parte le belle parole, contano le azioni politiche quasi sempre fedelmente tradotte dai numeri.
Così i governi dell’era Sarkozy hanno mandato a Bruxelles negoziatori con in testa solo una cosa: tutelare i fondi a disposizione dei contadini francesi, compresi i grandi latifondisti.
E i rappresentanti di sua Maestà , anche dopo Blair, evidentemente più che della «modernizzazione» si sono preoccupati di difendere l’arcaico «rebate», il rimborso dei contributi ottenuto nel 1984 da Margaret Thatcher.
E l’Italia?
Anche per effetto dell’accordo del 2005, i governi di Romano Prodi e poi (dal maggio 2008) ancora di Berlusconi si sono visti raddoppiare in un anno il conto di Bruxelles.
Nel 2007 il «saldo operativo» tra versamenti (escluse le spese per l’amministrazione) e fondi provenienti dalla Ue era ancora fermo a 2 miliardi di euro.
Meno della Germania (7,4), della Francia (2,9), del Regno Unito (4,1), persino meno dell’Olanda (2,8).
Nel 2008, invece, eccoci proiettati al secondo posto della classifica dei «contributori netti» della Ue.
L’Italia già in crisi, l’Italia indebitata, l’Italia della crescita asfittica, usciva ammaccata anche dalle cifre sul bilancio europeo: il «saldo operativo» toccava 4,1 miliardi di euro proiettandoci al secondo posto nella classifica dei contributori netti, dietro la Germania (8,7) e davanti a Francia (3,8) oltre a Olanda (2,6) e Regno Unito (0,8).
Da lì in poi, nel giro di altri tre anni, il «saldo operativo» è salito fino a 5,9 miliardi del 2011: in termini relativi abbiamo recuperato sulla Francia (6,4 miliardi), ma siamo ancora alle spalle del Regno Unito (5,5 miliardi)
In valori assoluti i versamenti sono passati dai 14,02 miliardi del 2007 ai 15,1 miliardi del 2008 (in questo calcolo, invece, è compresa anche la voce legata all’amministrazione).
E dal 2008 al 2011 i contributi sono aumentati di altri 900 milioni, toccando quota 16 miliardi nel 2011.
Gli incassi europei hanno viaggiato sulla corsia di marcia opposta, scendendo dagli 11,3 miliardi del 2007 ai 9,5 miliardi del 2011.
Questi sono i rapporti di forza (o se si preferisce le capacità negoziali) alla vigilia del Consiglio europeo del 7 e 8 febbraio, dove si tornerà a trattare sul bilancio per il periodo 2014-2020.
E allora, meglio tenere d’occhio la sostanza.
Per esempio, la rampante e ambiziosa Spagna di Luis Rodriguez Zapatero non ha mai mollato la presa sui fondi europei.
Tanto che, Polonia o non Polonia, nello stesso periodo in cui l’Italia cedeva 22 miliardi, ha portato a casa un saldo in positivo per un valore di 14,5 miliardi.
Adesso la Commissione europea propone, tra l’altro, di destinare, in sette anni, 80 miliardi in più per ricerca e innovazione e di orientare 84 milioni per sostenere disoccupati e nuove povertà . Benissimo, ma attenzione a chi rimane con l’assegno in mano.
Giuseppe Sarcina
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 7th, 2013 Riccardo Fucile
LA RICERCA DI OPEN POLIS: DEI MIGLIORI SOLO 18 SU 60 SONO GLI ELETTI SICURI, 22 GLI ESCLUSI, 14 A RISCHIO
L’associazione OpenPolis valuta la produttività dei parlamentari.
Presenze in aula e in commissione, disegni di legge presentati, assenze, voti espressi. Tutta l’attività di deputati e senatori viene macinata da un algoritmo che restituisce un indice per ognuno.
Chi è più assiduo e propositivo finisce in cima alla classifica.
All’associazione OpenPolis sono in nove, molti giovani, tutti bene assortiti.
Scienziati, politici, matematici, ingegneri.
Per l’algoritmo che calcola l’indice di produttività , si sono avvalsi dell’aiuto dei parlamentari stessi che hanno contribuito a determinare il «peso» dei comportamenti dei parlamentari.
E contano su un bacino di 25mila sostenitori che in modalità «wiki» li aiutano a non sbagliare.
L’indice di produttività che hanno costruito è stato preso come modello a livello internazionale. Può essere migliorato, ma già ora restituisce la fotografia di sgobboni e sfaccendati tra Montecitorio e Palazzo Madama.
La graduatoria che si può consultare in questi giorni è di fatto quella finale della legislatura.
Le Camere possono ancora essere convocate a domicilio nelle prossime tre settimane, ma le posizioni sono consolidate. Impossibili ormai i sorpassi.
Chi è stato il migliore tra i due rami del Parlamento? Chi il peggiore? E soprattutto: sono stati ricandidati i migliori? E i peggiori? In posizione eleggibile o no?
Insomma, paga essere produttivi in Parlamento o è meglio frequentare i talk show per sperare nella ricandidatura?
Abbiamo incrociato i dati.
Il migliore in assoluto alla Camera è Donato Bruno (Pdl), premiato con un seggio sicuro. Seggio sicuro anche per il peggiore, l’avvocato Niccolò Ghedini: molto assente in Aula, e poco incisivo nelle battaglie che ha cercato di portare avanti.
Ma evidentemente gli oltre mille punti di distacco tra i due non sono stati sufficienti per convincere il partito a non ricandidare l’avvocato del Cavaliere.
Il Pd ha scelto di non ricandidare il peggiore senatore in assoluto, quel Vladimiro Crisafulli che ha fatto il pieno alle primarie dei parlamentari.
Ma la decisione è arrivata in seguito alle disavventure giudiziarie del senatore siciliano e non dovute alla bassa, bassissima, produttività nella legislatura che sta per chiudersi. In totale sui 60 migliori sono 24 gli eletti sicuri, 14 quelli in posizione a rischio e 22 quelli non più ricandidati.
Diciotto dei 60 peggiori invece sono sicuri di rientrare, trenta sono stati esclusi e dodici sono quelli a rischio ingresso.
A rischio nostro, ovviamente.
Marco Castelnuovo
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Febbraio 7th, 2013 Riccardo Fucile
EMERGE UN DIFFUSO CLIMA DI SFIDUCIA, DUE ITALIA SU TRE NON SONO IN GRADO DI FARE PROGETTI PER IL FUTURO
Il lavoro anche quando c’e’ non consente di fare spese importanti come quella per il mutuo o
l’automobile.
È il clima di sfiducia che emerge dal Rapporto Italia 2013 diffuso oggi da Eurispes, in cui si legge che per oltre il 53% di quanti lavorano lo stipendio non basta per mantenere la famiglia.
Nel capitolo del Rapporto dedicato al lavoro alla domanda sulla possibilita’ di fare progetti per il futuro, il 64,1% degli intervistati risponde negativamente (24,5% per niente, 39,6% poco) e solo il 35,8% si mostra piu’ ottimista.
Comunque il timore di dover cercare una nuova occupazione non appare particolarmente diffuso: il 64,9% dichiara di essere poco/per niente “costretto a cercare un’altra occupazione”.
Ma quasi i due terzi dei lavoratori (61,3%) affermano che l’attuale occupazione non permette loro di sostenere spese importanti quali l’accensione di un mutuo, o l’acquisto di un’automobile (22,2% per niente, 39,1% poco).
La famiglia d’origine resta rifugio e fonte di sostentamento per quasi il 30% dei lavoratori (chiede abbastanza aiuto alla famiglia il 19,6%, molto aiuto l’8,6%).
Il 53,5% afferma di non essere piu’ in grado di sostenere adeguatamente il proprio nucleo familiare (37,1% poco, 16,4% per niente).
(da “Redattore Sociale“)
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Febbraio 7th, 2013 Riccardo Fucile
UN TEAM DI ECONOMISTI GUIDATi DA BRUNETTA, APPARIZIONI TV GESTITE DA BONAIUTI E PALMIERI CHE INVADE IL WEB
«I temi li detto io, stiamo facendo una campagna alla Tony Blair. Noi lanciamo e loro ci inseguono ». Gongolava Silvio Berlusconi prima di entrare negli studi di Ballarò, per un’altra tappa del tour nelle fosse dei leoni che si concluderà venerdì dalla Annunziata.
Altro giro al quale si è preparato per tutto il giorno a Palazzo Grazioli.
«La differenza col mio amico Tony – si vanta – è che lui ha vinto tre volte, io sto per fare il quarto colpaccio».
Dopo le due proposte shock, il Cavaliere si prepara a sganciare un paio di altre bombe negli ultimi 14 giorni.
Ma la fabbrica del suo «esplosivo» è assai artigianale.
Niente guru americano in stile Monti.
Al più, un “Casaleggio” in salsa forzista riconducibile a quel rullo compressore sul web che è Antonio Palmieri, dal quale dipendono i duemila volontari “virali” che stanno martellando su Twitter e Facebook rilanciando tutto quel che produce il motore Forzasilvio.it, sito al quale sono iscritti in 250 mila.
«È lì che sondiamo – racconta Palmieri – che raccogliamo suggerimenti, che lanciamo proposte e valutiamo le reazioni».
Il modello, spiegano a Grazioli, in questo caso è la campagna di Obama.
La macchina elabora sul web per poi rilanciare al grande pubblico.
Coi volontari che sui social «funzionano come duemila gazebo virtuali aperti giorno e notte» spiega il responsabile Pdl.
«Ma lavoriamo più su Facebook, che è assai più popolare, piuttosto che su Twitter, più elitario».
Troppo poco tempo per far breccia coi manifesti 3à—6, questa volta.
Sì ma chi detta i contenuti sparati poi dal Cavaliere, chi lavora alle proposte shock? Giuliano Ferrara non viene visto a Palazzo Grazioli da settimane, raccontano.
Non è un caso se sull’editoriale del Foglio di ieri si leggeva che «una campagna che finisca per girare attorno alle promesse irrealistiche di Berlusconi (…) non può fare altro che creare allarme».
Scettico, a dir poco.
Nelle 48 ore che hanno preceduto l’exploit di domenica da Milano sull’Imu, del resto, hanno lavorato altri fianco a fianco col leader: Luigi Casero, Renato Brunetta, Daniele Capezzone.
Sulle proposte economiche è di loro che si fida l’ex premier.
Chiamarli spin doctor è troppo e al contempo poco. Lui ascolta, valuta, ma poi decide. Da solo. Sempre di testa sua.
«Il guru è lui stesso, caso unico di autoguru» sintetizza Capezzone, capolista in Piemonte.
Ma un ruolo da protagonista come ai vecchi tempi lo ha ancora Paolo Bonaiuti.
Sua l’idea di affrontare gli studi televisivi più «ostili», da Santoro a Floris all’Annunziata, nonostante le opinioni contrarie dei vertici del Pdl.
«Lo spin doctor con Berlusconi non esiste e i guru nascono solo dalla fantasia provinciale italiana – dice il portavoce – Comunicare vuol dire occupare spazi e la vera novità della nostra campagna è stata andare a farlo anche negli spazi mai frequentati, nei contesti più difficili, con competitor di alto livello.
Pubblico e elettori hanno apprezzato: è il motivo per cui siamo passati in un mese e mezzo dal 12 al 23 per cento».
Solo oggi Alessandra Ghisleri, altra ascoltatissima consigliera, fornirà l’atteso sondaggio post-shock, ma il primo dato che trapela è che, nelle 36 ore successive, la botta sull’Imu avrebbe «penetrato», ovvero raggiunto, il 40 per cento degli elettori. Per il resto, il capo dice di ispirarsi a Blair ma rilascia interviste al free press Pocket, ordina una campagna alla Obama e parla da Toscana tv.
Tanta tv e radio, soprattutto al mattino, «perchè poi viene ribattuto dai siti e resta in circolo per tutto il giorno», secondo la ricetta Bonaiuti.
Uno dei risultati sta nella ricerca WebPolitics secondo cui Berlusconi è il politico più citato online a gennaio (42,8 per cento).
Tutto, è il vero paradosso berlusconiano, questa volta a costo zero.
O quasi.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 7th, 2013 Riccardo Fucile
INTIMIDAZIONI CONTRO I GAZEBO DI SCELTA CIVICA CHE IN VENETO SFIORA IL 20% NEI SONDAGGI CONTRO IL 14% DELLA LEGA
«La crisi economica è coincisa con il fallimento del federalismo di stile leghista. Ma la risposta a
questo disagio, l’antipolitica, non può essere cercata forzando risposte che indebolirebbero prima proprio le Regioni del Nord». Mario Monti, malizioso, punta il dito contro i nordisti.
E lo fa in Veneto, dove la tensione tra i leghisti e i suoi sostenitori negli ultimi giorni si è impennata vistosamente, così come i toni tra i due partiti avversari.
Il fatto è che questa sembra essere la nuova terra promessa del Professore, che proprio da queste parti, a Oderzo e poi a Padova, ha fatto registrare un pienone decisamente al di sopra di tutte le attese.
E così, il capolista della Lega al Senato, il già sindaco di Cittadella Massimo Bitonci, ha ritenuto di dare il «benvenuto» a Monti a colpi di cannone.
Osservando che «la provincia euganea più di tutte sta pagando un tributo di sangue in termini dei cosiddetti “suicidi per crisi”».
E consigliando all’ex rettore della Bocconi di visitare «i capannoni abbandonati, i camion fermi, le strade vuote. E poi, magari, chieda scusa per i disoccupati, gli operai, i commercianti, gli artigiani e gli imprenditori che grazie alle politiche scellerate del suo governo si sono suicidati».
Gli ha risposto a stretto giro il candidato alla Camera per Scelta civica, il consigliere regionale ex pd Andrea Causin: «Chi ha le mani sporche di sangue e il coltello ancora in pugno non può accusare un altro, che è accorso a prestare aiuto, di essere l’assassino».
Di più: «È indecente che la Lega, crollata nei sondaggi per gli scandali del malaffare che hanno travolto la sua classe dirigente e per il malgoverno di cui ha dato prova, usi la tragedia degli imprenditori suicidi per fare propaganda elettorale».
Tra l’altro, negli ultimi giorni, si sono verificati alcuni episodi spiacevoli ai danni dei montiani.
Una violenta aggressione verbale a un gazebo, e ben due episodi contro lo stesso furgone attrezzato per la propaganda a Treviso.
Prima un’auto ha tagliato la strada al mezzo costringendolo a fermarsi.
Dalla macchina è sceso un energumeno che ha aggredito la volontaria sul furgone a barricarsi dentro.
Allo stesso veicolo, poco tempo dopo, sono state bucate le gomme con un punteruolo.
Ma qui, precisa il coordinatore della campagna elettorale montiana in Veneto, Diego Bottacin, «non possiamo affermare che siano stati leghisti o altri, semplicemente non lo sappiamo. Resta il fatto che il clima si è eccessivamente surriscaldato».
I recenti sondaggi Swg dicono che la coalizione che guarda al presidente del Consiglio in Veneto arriva a sfiorare il 20%, il massimo in Italia.
Con fenomeni che possono sorprendere: a Belluno, per esempio, la propensione a votare per il Professore è addirittura doppia che nelle altre province.
Al contrario, il Carroccio è senza dubbio in una fase di riflusso, con i sondaggi che lo inchiodano intorno al 14% (nel 2010 era al 35%).
Colpa, dicono i nordisti, del rinnovato accordo con Berlusconi che porterebbe acqua soltanto al mulino di Roberto Maroni, candidato governatore della Lombardia.
Del resto, il segretario della Liga, Flavio Tosi, ieri ha detto a chiare lettere che «Berlusconi sull’Imu l’ha sparata grossa».
Peccato che a Maroni, invece, la restituzione dell’imposta sulla prima casa fosse sembrata «una buona idea».
Opinione confermata a Ballarò: «Sono assolutamente d’accordo, è coerente con il nostro programma».
Marco Cremonesi
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 6th, 2013 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE: “FACCIANO LE LORO SCELTE”…VENDOLA DEVE COPRIRSI A SINISTRA DA INGROIA E CERCA DI FARE L’ ANTIMONTIANO… BERLUSCONI NON SI VERGOGNA DELL’ALLEANZA COI RAZZISTI
Il risiko delle alleanze possibili post voto fa traballare l’alleanza tra Bersani e Vendola.
Il dibattito si snoda attraverso una nuova serie di messaggi a distanza tra i protagonisti, non senza “letture autentiche” di quelle frasi di ieri che hanno fatto i titoli dei quotidiani di oggi.
«È stata data un po’ più di enfasi, forse per il timing, a parole che ripeto sempre», puntualizza Bersani.
«Immagino che se Bersani è interessato, come ha dichiarato, a una collaborazione con le forze che rappresento dovrà fare delle scelte all’interno del suo polo», conferma Monti.
La replica è dura: «Il mio polo è il mio polo e che nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere».
Vendola intanto si mette di traverso e, in video-forum con i lettori de LaStampa.it, avverte il Pd: «Spero che Bersani non si voglia assumere la responsabilità di rompere l’alleanza del centrosinistra».
LA PUNTUALIZZAZIONE DEL PD
«Dico sempre che mi ritengo alternativo a Berlusconi e alla Lega. Sono disponibilissimo a discutere con Monti: per fare le riforme o il governo, lo vedremo», ribadisce il segretario Pd che fotografa così lo stato dei rapporti con il Professore: «Le scintille le mantengo tutte. Alcune posizioni e la frase sul 1921 me le ricordo tutte, e non mi sono piaciute. Mi è sembrata un po’ una frase da Berlusconi con il loden…». Detto questo, ribadisce, «sono pronto a discutere con chi si ritiene alternativo a Berlusconi e alla Lega: ho sempre detto che mi comporterò come se avessi il 49%, anche se avrò il 51%».
Bersani si mostra cauto anche sul recupero di Berlusconi, certificato dai sondaggi: «Ma quando sento parlare di sorpasso, io rispondo “col binocolo”».
LO SCOGLIO SEL
Ma sull’alleanza con Monti, Bersani parla anche a nome di Vendola?
«Basta leggere la carta d’intenti, che si è data una credibilità in termini di rigore e di serietà . Dopo di che – puntualizza il segretario democratico – c’è scritto che a contrasto delle regressioni populiste di una destra europea e nazionale, noi abbiamo un atteggiamento di apertura nei confronti di forze europeiste e costituzionali».
«È chiaro, però – precisa – che le convergenze non si fanno a tutti i costi, deve essere messo alla prova dei programmi».
Poi Bersani mette in chiaro: «Solo noi siamo in condizione di battere la destra, Monti non lo è. E siccome vince chi arriva primo, noi facciamo un appello agli italiani per governare il Paese».
Nichi Vendola intanto, in hangout a LaStampa.it, frena l’asse con Monti: «Non è possibile immaginare che i programmi siano solo carta per grulli elettori. Abbiamo il dovere di rispettare i nostri elettori».
Sul tema dei diritti e sulla visione economica, «ci sono distanze siderali con Monti, che è un classico conservatore europeo. Se c’è una distanza così forte come si può’ pensare di governare insieme?».
ANCHE IL PROFESSORE FRENA
Monti non sembra cambiare di molto il tiro: se il segretario Pd vuole collaborare dopo il voto, «dovrà fare delle scelte interne al suo polo», avverte il leader di Scelta Civica. «Non c’è stato nessun accordo fra Bersani e me, fra nessuno e Scelta Civica: il tema delle alleanze – ribadisce il Professore – è prematuro, verrà dopo il voto».
Bersani assicura che «sono con Vendola, ho l’alleanza con Vendola e Tabacci» e, per parte sua, il leader Sel non molla: «Bersani ha fatto riferimento al tema pregiudiziale dei programmi e, nei fatti, quelli di Monti e del centrosinistra sono inconciliabili».
A stretto giro arriva la replica di Bersani: «Il mio polo è il mio polo e che nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere».
(da “La Stampa”)
argomento: Bersani, Monti, Vendola | Commenta »