Aprile 13th, 2013 Riccardo Fucile
IL POLITILOGO OLANDESE KROUWEL SPIEGA COME IL PARALLELO SIA POCO FONDATO…IN OLANDA E’ COMPOSTO DA 63 MEMBRI A VITA
A Roma si riempiono la bocca con il «modello olandese»: i saggi voluti e nominati da Giorgio Napolitano sarebbero la riproduzione di un sistema che già esiste nei Paesi Bassi, utile soprattutto nella tremenda crisi politica vissuta dagli olandesi nel 2010, quando alle elezioni un nuovo movimento populista (ma anche razzista) come il Partito delle Libertà di Geert Wilders ottenne 24 seggi in Parlamento, contro i 31 dei democristiani e 30 per i laburisti.
Una situazione bloccata (ricorda qualcosa?)
Sì, i saggi come in Olanda. Ma ne siamo proprio sicuri?
Andre Krouwel, professore alla Vrije Universiteit di Amsterdam, politologo fra i più apprezzati nel suo Paese, scuote la testa.
E trova il parallelo più che azzardato.
Perchè, professor Krouwel, non è vero che la regina Beatrice nel 2010 come Giorgio Napolitano ricorse ai saggi per risolvere la crisi politica?
Le cose non stanno esattamente così. Il Presidente Napolitano ha nominato un gruppo di saggi nel pieno della crisi. Da noi i saggi (e non non li chiamiamo così) fanno parte di un’istituzione permanente, che esiste dal 1531, non da pochi giorni. E’ il Raad van State, il Consiglio di Stato.
Qual è la sua funzione?
E’ un organo consultivo che dà i pareri sugli argomenti più diversi, sia che vengano richiesti dal Governo, sia di propria volontà . Rappresenta l’ultima frontiera quando ci sono dei problemi. Il ruolo di Herman Tjeenk Willink, che nel 2010 era il presidente del Consiglio di Stato, fu in effetti allora molto importante. Sostenne la regina Beatrice (nella foto con il presidente Napolitano, ndr) nei tentativi a ripetizione effettuati per trovare una soluzione alla crisi.
Chi nomina i membri del Raad van State?
Prima ufficialmente era la Regina, ma in realtà dipendeva dal Governo. Dall’anno scorso la prerogativa è stata ufficialmente sottratta al monarca, è l’Esecutivo a decidere.
Che tipo di persone ne fanno parte? Sono appena dieci come nel caso di Napolitano?
No, assolutamente. Sono adesso 63 e vengono nominati a vita, non possono essere licenziati. Per un terzo si tratta di personaggi che provengono dal mondo della politica, spesso ex ministri. Poi, un altro terzo è costituito da rappresentanti dell’università . E il terzo rimanente da dirigenti sindacali e rappresentanti della società civile. E’ uno specchio del Paese, il più veritiero possibile. Non capisco come la stessa cosa possa essere fatta da una decina di persone. E poi, ripeto, stiamo parlando di un’istituzione secolare. Non siamo nel melodramma politico.
Cosa successe esattamente nel 2010?
Fino ad allora, nel bene o nel male, i Paesi Bassi avevano cercato di applicare nella loro democrazia parlamentare il «modello del polder», la terra sottratta al mare, una conquista che necessita la collaborazione di tutti. E’ il «consociativismo», la volontà di governare sempre con una maggioranza più ampia di quella necessaria per avere semplicemente il controllo di appena sopra il 50% del Parlamento. Si cerca di mettere insieme partiti politici anche diversi, ma d’accordo su alcune idee comuni. In certi casi, nel passato, si è arrivati a governare con una maggioranza di oltre il 70% o l’80%. Nel 2010, invece, non era possibile.
Iniziarono 127 lunghi giorni di crisi…
Si’, alla fine si formò un governo (con i democristiani e i liberali) che poteva contare appena sul 34% del totale dei deputati. Ma anche sull’appoggio esterno, su alcuni temi, del partito di Wilders. Ci vollero sette tentativi per arrivare a quel risultato.
E il ruolo della regina Beatrice quale fu?
Importante, assieme a Tjeenk Willink. Era lei che ufficialmente doveva affidare l’incarico. Non era scritto nella Costituzione, si trattava di prassi comune. Poi tale possibilità è stata sottratta al monarca, perchè in tanti avevano considerato che Beatrice avesse peccato di «abuso di potere». O che, comunque, fosse andata troppo lontano. Ora è il Parlamento ad affidare l’incarico per formare un Governo. Tutto sommato è diventato ancora più complicato.
L’anno scorso, dopo nuove elezioni, i Paesi Bassi sono di nuovo governati da un esecutivo che può contare sulla maggioranza in Parlamento. Stiamo ritornando lentamente al «modello Polder»?
Sì, tanto più che si tratta di un’alleanza fra laburisti e liberali. E’ come se in Italia si alleassero Bersani e Berlusconi. Forse è questo l’insegnamento che puo’ venire adesso dai Paesi Bassi all’Italia. Non andiamo a scomodare i saggi…
Non le va proprio giù questo parallelo fra Italia e Olanda?
Ritengo che, facendo un confronto fra la nostra crisi del 2010 e la vostra oggi, la situazione italiana sia molto più problematica. In Italia il sistema tradizionale dei partiti è saltato nel 1994 ed è stato sostituito da un’instabile coalizione di centrodestra intorno a Berlusconi, da una fragile ricostruzione della sinistra e ora da una nuova formazione politica, riluttante a qualsiasi alleanza, come il movimento di Beppe Grillo. Nei Paesi Bassi il sistema tradizionale dei partiti politici ha invece la situazione ancora sotto controllo. Sono pure partiti economicamente più responsabili dei vostri. D’altra parte la situazione economica e della finanza pubblica in Olanda è molto migliore. E’ la realtà dei fatti.
Leonardo Martinelli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 13th, 2013 Riccardo Fucile
“SE NON CI FOSSE AVREMMO ANCORA PIU’ EMARGINAZIONE SOCIALE: LO STATO NON ARRIVA DOVE ARRIVA LA GENTE”
“In Italia la solidarietà esiste, il volontariato è vivo, è una ricchezza del nostro Paese e se non ci fosse
avremmo molta più emarginazione sociale di quella che c’è perchè lo Stato non arriva dove invece arriva il volontariato”.
Queste le parole di Laura Linda Sabbadini, direttore del dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’Istat, intervenuta al Festival del volontariato in corso a Lucca. “Dai dati Istat — spiega Sabbadini — emerge che c’è un dieci per cento di cittadini italiani che è impegnato nel volontariato, si tratta di un elemento di solidarietà importante che è fondamentale per il benessere del paese, soprattutto se a questo dieci per cento si aggiungono le reti di solidarietà informali che avvengono all’interno delle singole famiglie”.
“Le persone che fanno volontariato, secondo le nostre ricerche — ha aggiunto Sabbadini — sono più soddisfatte della propria vita e questo dovrebbe spingere un numero sempre crescente di gente a impegnarsi nel mondo della solidarietà ”. “Permane comunque — ha concluso — un grande senso di sfiducia da parte del mondo del volontariato nei confronti della politica, dei partiti e delle istituzioni”.
Nel tardo pomeriggio di ieri è intervenuto anche Enzo Bianchi, religioso e scrittore che è stato fondatore della Comunità monastica di Bose, di cui è priore.
“La crisi è complessa — ha detto – Non è solo economica, ma anche culturale, morale, etica. A preoccuparmi non è la crisi in sè, ma le sue ricadute. Gli uomini hanno sempre le risorse per uscirne. Ma dobbiamo compiere un cammino di umanizzazione contro le barbarie. Bisogna infatti rinunciare alla logica del vivere ‘contro’ gli altri”.
(da “Redattore Sociale“)
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Aprile 13th, 2013 Riccardo Fucile
I NUMERI DEL DEF: SE SPARISCE L’IMU INTERVENTI TRIPLICATI
Dal 2015 saranno necessarie nuove manovre perchè l’Imu sulla prima casa è destinata a scadere così come l’aumento dei moltiplicatori con cui si calcola la rendita catastale.
E poi da conteggiare altri due miliardi all’anno in più dopo la bocciatura della Corte costituzionale a nuovi ticket sanitari.
Ma il prossimo governo, anche se il Def (Documento di economia e finanza) non lo dice, rischia di dover varare una manovra anche per quest’anno per coprire una serie di spese, dalla cassa integrazione alle missioni militari all’estero
La versione definitiva del Def approdato ieri in forma definitiva con centinaia di pagine e tabelle è decisamente meno rosea delle anticipazioni.
Nel testo si prospetta chiaramente il ricorso a nuovi interventi che variano di intensità a seconda che l’Imu venga confermata o venga abolita.
Nello specifico, per proseguire un calo tendenziale dell’indebitamento e per mantenere il pareggio di bilancio strutturale, si parla di manovre per 20 miliardi nel triennio 2015-2017 se l’attuale imposizione sulla casa viene confermata, se invece salta come molte forze politiche vanno sostenendo, le manovre schizzano a 60 miliardi.
Tutto questo senza tener conto delle griglie imposte dal fiscal compact che ci impone di ridurre il debito pubblico di un ventesimo all’anno a partire dal 2015.
I rischi paventati a caldo l’altro giorno dal responsabile economico del Pd Stefano Fassina sono dunque confermati.
E ieri sia Fassina che Pierpaolo Baretta (relatore della finanziaria per il Pd) hanno prospettato la necessita di fare una manovra aggiuntiva già da quest’anno da 6 a 8 miliardi di euro per finanziare una serie di voci: l’ulteriore rinvio della Tares e dell’aumento Iva, la cassa integrazione in deroga, gli esodati, le missioni all’estero, i contratti di servizio con Anas, Poste, Ferrovie e il bonus del 55% per le ristrutturazioni green. «Un intervento che si può evitare – precisa Fassina – se il nuovo governo si deciderà ad andare a Bruxelles come hanno fatto altri Paesi per ottenere una revisione del percorso di rientro».
Il quadro sopra riportato si riferisce inoltre a stime di decrescita per il 2013 migliori (-1,3%) di quelle che circolano nelle analisi dei privati che ipotizzano una contrazione di 1,7-1,9 punti.
Così come la crescita del Pil negli anni successivi di 1,3-1,4 o le privatizzazioni per un punto di Pil all’anno sono in realtà previsioni rosee scritte sulla sabbia.
Nessuno sa come andrà l’economia italiana e quella europea in bilico tra interventi sviluppisti e grande rigore alla tedesca.
«Il cuore del problema italiano è come tornare a crescere – sostiene Mario Monti nella prefazione del Def – e il Paese non può aspettare che la tempesta passi deve agire subito per il 2014 deve essere una anno di trasformazione».
La sua visione resta ancorata al rigore del pareggio di bilancio.
L’impulso alla crescita deve essere trovato mediante riforme strutturali «accrescendo la produttività totale dei fattori del sistema» oppure ricorrendo a una «fiscalità più flessibile, innovativa, capace di dare incentivi agli investimenti nei settori che portano la crescita».
Non si nasconde, nelle pagine del Def, che il debito pubblico è cresciuto di dieci punti negli ultimi due anni arrivando al record storico di 130,4% rispetto al Pil.
Ma si immagina che la discesa inizi già dall’anno prossimo e sia più veloce del previsto per arrivare alla soglia del 117% entro la fine del 2017.
Così come si fa notare che i risparmi da un calo dello spread nei confronti del bund tedesco ammonteranno a 7,7 miliardi di euro nel 2015.
Lo scenario in cui versa l’Italia resta molto problematico.
Per il vicedirettore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta «l’economia italiana sta attraversando la crisi più profonda dalla fine della Seconda guerra mondiale e rispetto al 2007 il prodotto interno è sceso di 7 punti percentuali, il numero di occupati di 600.000 unità ».
Panetta ha ricordato come «i cali di produzione più pesanti sono stati registrati dall’industria manifatturiera e dal settore delle costruzioni» mentre la produzione industriale è «oggi inferiore di quasi un quarto al livello precrisi».
Roberto Bagnoli
(da “il Corriere della Sera“)
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