Aprile 28th, 2013 Riccardo Fucile
DAVANTI A PALAZZO CHIGI LO SFOGO DI DUE CARABINIERI
“E’ il gesto di un disperato. I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese, entrare in un
negozio e non poter comprare nulla a tuo figlio… Ecco cosa succede se non lo sanno”
Parola di carabiniere. Accento napoletano, occhi quasi in lacrime, è in servizio con la pattuglia intorno ai Palazzi del potere, dove poco prima due suoi colleghi sono stati feriti a colpi di pistola.
Si sfoga davanti ai giornalisti appena arrivati qui dal Quirinale, dove il governo Letta ha appena giurato.
Si sfoga, di fianco un suo collega annuisce: “E’ una guerra tra poveri…”.
Lo sguardo dei cronisti si fa sempre più incredulo.
Il ricordo va a Genova 2001, altra storia, altra epoca.
Lì la piazza era nemica, qui la piazza non c’è, c’è il gesto folle di un singolo (a quanto se ne sa), ma il carabiniere non impreca contro di lui, anche se di lui non sa nulla.
“Era ferito sull’asfalto e urlava…”, continua il gendarme.
“Si capiva che era un gesto di rabbia, ma loro – e indica il Palazzo, Camera e Palazzo Chigi – non lo sanno, vivono in un mondo loro, non capiscono che poi la gente se la prende con noi che facciamo servizio in strada…”.
E prosegue il racconto: sembra un grillino ma, di fronte alle sue parole, una considerazione del genere si sgonfia come semplice sintesi giornalistica, quale è. Evidentemente è una persona vera che parla prendendosi il diritto a parlare, pur con la divisa addosso.
“Li vedo quando prestiamo servizio davanti al ministero… Escono i sindacalisti a braccetto e dicono: ‘L’accordo non si è fatto’. Per loro non cambia niente, per tante famiglie cambia molto…”.
E ora succede questo: uno spara contro i carabinieri e il carabiniere lo comprende.
Se potesse scegliere non in base allo stipendio, chissà .
Angela Mauro
(da “L’Huffington Post“)
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Aprile 28th, 2013 Riccardo Fucile
GIUSEPPE CASAGRANDE HA SUBITO UNA DELICATA OPERAZIONE ALLA COLONNA VERTEBRALE… DUE MESI FA E’ RIMASTO VEDOVO, HA UNA FIGLIA DI 23 ANNI
Un attentato ha scosso la capitale nel momento in cui al Quirinale stavano giurando il presidente Enrico Letta e i ministri del nuovo governo.
Davanti a Palazzo Chigi un uomo, Luigi Preiti, 49 anni, ha sparato contro due carabinieri, il brigadiere Giuseppe Giangrande, siciliano ma residente a Prato e del carabiniere scelto Francesco Negri, originario di Torre Annunziata.
Giuseppe Giangrande è stato ferito da un colpo di pistola e ha subito una lesione della colonna vertebrale cervicale: è ricoverato all’ospedale Umberto I di Roma dove ha subito un intervento chirurgico.
“Un danno midollare importante. La prognosi resta riservata “per 72 ore quoad vitam”, cioè per sapere se sopravviverà “, ha detto il direttore del Dea del Policlinico, Claudio Modini.
Giangrande, vedovo da due mesi, con una figlia di 23 anni che vive anche lei a Prato, è in forza al Sesto Battaglione carabinieri Toscana di Firenze.
Fa parte del gruppo antisommossa ed è la ragione per la quale, probabilmente, si trovava a Roma in questo periodo.
A Prato ha lavorato al radiomobile e spesso ha compiuto blitz nella chinatown assieme alla Compagnia.
Ha lavorato anche in Val di Susa (Tav) ed è stato impegnato in una missione nei Balcani.
La moglie di Giuseppe Giangrande si chiamava Letizia ed è morta improvvisamente due mesi fa a causa di una malattia.
La figlia, Martina, ha 23 anni e lavora in una società di catering di Prato, la “Baloon Bar”.
Appena saputa la notizia del ferimento del padre è partita per Roma.
“Siamo tutti choccati”
Le famiglie che ancora abitano nel bel condominio di via Macchiavelli 69, alla Pietà , la zona chic di Prato dove risiede anche Giuseppe Giangrande, sono di fronte alla televisione: seguono gli aggiornamenti sull’attentato.
“Con Giuseppe e la sua famiglia – racconta Grazia che abita assieme al marito nell’appartamento attiguo a quello dei Giangrande — i rapporti erano ottimi. Erano una famiglia molto unita, ma colpita da una sorte infame. Da due mesi a questa parte, da quando è morta la moglie, i rapporti tra padre e figlia — continua Grazia — sono diventati ancora più stretti”.
“Serio rigoroso, un carabiniere di una volta”
Così lo ricorda Tamara Malincone, proprietaria del chiosco in piazza Mercatale nel quale spesso si fermava a bere una bibita quando non lavorava
“Giusppe è’ passato di qua assieme al suo cane (uno Yorkshhire di nome Peggy ndr) non più di due giorn fa . Era sereno per quanto la situazione familiare glielo consentiva”.
Giuseppe conduceva una vita ritirata, niente amici del bar, solo una grande passione per sua figlia, e per il suo lavoro.
Sconcerto e preoccupazione anche nella sede del Sesto Battaglione carabinieri Toscana, sul Lungarno Pecori Giraldi a Firenze.
I colleghi dei due militari hanno poca voglia di parlare e molti stanno andando a Roma per star loro vicino.
“Questo – viene spiegato – è un lavoro che si fa solo con la passione, è un mestiere che chiede molto, che ti tiene lontano dalla famiglia e dagli affetti. Qua condividiamo tutto, esperienze di vita, tensioni, ansie e gioie”.
Il contingente toscano era arrivato a Roma da qualche giorno “siamo a disposizione del Comando generale – viene aggiunto – che ci impegna non solo in Toscana, ma laddove ci sia bisogno: dalle emergenze di Lampedusa a quelle per la Tav, al servizio pubblico durante le partite”.
Poche minuti prima dell’attentato, Giuseppe Giangrande, ha postato su Facebook la foto di una carrozza commentando: “Buona domenica a tutti. Oggi grande giornata di sole”.
(da “il Tirreno“)
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Aprile 28th, 2013 Riccardo Fucile
IMU, IVA E SPESE DA FINANZIARE.. NON CI SONO NEANCHE I SOLDI PER LE NUOVE SPESE TIPO CASSA INTEGRAZIONE, ALTRO CHE RESTITUIRE L’IMU
Tanto per cominciare le spese che non hanno più copertura in bilancio dovranno essere rifinanziate o
cancellate.
E sono i primi quattro-cinque miliardi da trovare.
Poi c’è il costo del compromesso politico con i partiti di governo sull’Imu, e le tasse pronte a scattare, come Iva e Tarsu, che potrebbe aggirarsi anche questo intorno ai quattro o cinque miliardi.
E quello del nuovo programma di governo, tra due e quattro miliardi.
Oltre all’incertezza politica c’è anche un bel mucchio di soldi, undici miliardi che potrebbero salire fino a trenta, che pesa sulle sorti del governo affidato a Enrico Letta.
Il bilancio viaggia sul filo del pareggio e non ci sono soldi per finanziare le nuove spese considerate indispensabili, scongiurare o limitare l’aumento delle tasse già deciso, rilanciare l’economia, il lavoro e la crescita, proteggere i più deboli.
Quello che serve dovrà essere trovato contando sulla benevolenza di Bruxelles, ma comunque tagliando le spese con una manovra correttiva che sarà uno dei primi atti del nuovo esecutivo.
Anche se recuperare risorse nel bilancio non sarà facile, perchè dopo due tornate di spending review la stessa Corte dei Conti sottolinea che i margini immediati di risparmio sono molto ridotti.
Il nodo principale sul tavolo del premier incaricato è quello dell’Imu sulla prima casa. Il Pdl chiede la restituzione per il 2012 e la cancellazione per il futuro.
Per soddisfare in pieno Berlusconi servirebbero, dunque, dodici miliardi sull’unghia. Più altri quattro l’anno dal 2015.
Eliminare l’Imu sulla prima casa per chi paga fino a 500 euro, come chiede il Pd, esenterebbe dalla tassa il 90% dei contribuenti, ma verrebbero a mancare almeno 2,5 miliardi, a meno di non caricarli sul restante 10% dei contribuenti, i più ricchi, che già pagano il 33% dell’Imu complessiva.
La restituzione dell’Imu pregressa, poi, è ancora più problematica.
Se non altro perchè parte dei soldi (600 milioni per il 2012) dovrebbe tornare indietro dai Comuni.
Se il Pdl non dovesse rinunciarvi, resta l’ipotesi di compensare la tassa con nuovi titoli di Stato.
I 4 miliardi peserebbero sul debito e non sul deficit, e il conto sarebbe digeribile molto più facilmente.
Ancor più difficile scongiurare gli aumenti dell’Iva e della Tares, la nuova Tarsu, per le quali servono 3 miliardi sul 2013 e 5 dal 2014.
Risolta la dirimente dell’Imu, e ancora prima di addentrarsi nelle esigenze finanziare del programma politico, Letta dovrà ragionare con Pd, Pdl e Scelta Civica sulle spese che non hanno più copertura in bilancio.
Servono tra 800 milioni e un miliardo e mezzo per rifinanziare gli ammortizzatori sociali, che sono scoperti da maggio; e un miliardo per le missioni di pace, necessario da ottobre.
Entro giugno si presenteranno anche i nodi della scadenza delle proroghe per i contratti dei precari dello Stato e degli sfratti.
Per il 2014 servono infine 2 miliardi per evitare l’aumento dei ticket sanitari a carico dei cittadini.
Poi c’è il programma di governo, da finanziare.
Lo stesso Letta ha prefigurato un allentamento della stretta, e tutti i partiti chiedono misure di rilancio per l’economia.
Le detrazioni sollecitate dal Pdl o il credito d’imposta suggerito dai Saggi di Napolitano non costano molto, ma tra 2 e 4 miliardi per un pacchetto di rilancio dell’economia e di sostegno alle imprese e ai ceti più deboli serviranno.
Come servirebbero altri soldi per stabilizzare al 55%, come chiede il Pd, le detrazioni sulle ristrutturazioni edilizie (che da metà 2013 scendono tutte al 36%).
In tutto le «esigenze» oscillerebbero tra gli 11 e i 29-30 miliardi di euro.
Da trovare con tagli alle spese: 4 con un nuovo giro di spending review, minimo altri 2 da una manovra che appare scontata sulla spesa sanitaria.
Altrettanti potrebbero derivare da una nuova stretta sull’evasione con altre limitazioni all’uso del contante (se Berlusconi accetterà ).
E a disposizione c’è il pacchetto del Pdl per l’inasprimento su giochi, lotterie, alcolici e tabacchi: varrebbe 4 miliardi l’anno.
In ogni caso la filosofia è sempre la stessa: concedi con una mano e togli con l’altra, ma il prodotto non cambia.
Mario Sensini
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Aprile 28th, 2013 Riccardo Fucile
BERSANI, D’ALEMA, FRANCESCHINI. FINOCCHIARO, LETTA: TUTTI AVEVANO GIURATO CHE NON SAREBBE MAI NATO UN GOVERNISSIMO
Sarà anche stata «un’altra stagione», come dice la bersaniana Alessandra Moretti.
Ma il cambiamento di linea politica che ha portato il Pd a passare da una strategia che avrebbe escluso ogni dialogo con Silvio Berlusconi all’accettare le ‘larghe intese è stato evidentissimo. Così se il 26 febbraio, appena dopo le elezioni, Pippo Civati poteva scrivere su Twitter che nel partito «sono tutti d’accordo» contro l’ipotesi di un esecutivo ottenuto tramite il placet dei democratici ai piani del Cavaliere, oggi l’incarico a Enrico Letta sembra fatto apposta per realizzare proprio ciò che, secondo la dirigenza Pd, non avrebbe mai potuto verificarsi: il «governissimo» con il Pdl, o qualcosa che molto ci somiglia.
Perchè certo, se «il governo non nascerà a tutti i costi», come dice Letta, Angelino Alfano fa già sapere che «se si tratta di un governicchio qualsiasi, semibalneare, lo faccia chi vuole, ma noi non ci stiamo».
Ecco una rassegna di saldissimi propositi a non dialogare con i berluscones da parte dei democratici.
Prontamente disattesa, dopo la rielezione di Giorgio Napolitano.
«Pensare che dopo 20 anni di guerra civile in Italia, nasca un governo Bersani-Berlusconi non ha senso. Il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile» (Enrico Letta, 8 aprile 2013).
«I contrasti aspri tra le forze politiche rendono non idoneo un governissimo con forze politiche tradizionali» (Enrico Letta, 29 marzo 2013).
«Non sono praticabili nè credibili in nessuna forma accordi di governo fra noi e la destra berlusconiana» (Pier Luigi Bersani, 6 marzo 2013)
«Il governissimo non è la risposta ai problemi» (Pier Luigi Bersani, 13 aprile 2013).
«Il governissimo predisporrebbe il calendario di giorni peggiori» (Pierluigi Bersani, 8 aprile 2013).
«Se si pensa di ovviare con maggioranze dove io dovrei stare con Berlusconi, si sbagliano. Nel caso io, e penso anche il Pd, ci riposiamo» ( Advertisement Pierluigi Bersani, 2 ottobre 2012).
«In Italia non è possibile che, neppure in una situazione d’emergenza, le maggiori forze politiche del centrosinistra e del centrodestra formino un governo insieme» (Massimo D’Alema, 8 marzo 2013).
«Il Pd è unito su una proposta chiara. Noi diciamo no a ipotesi di governissimi con la destra» (Anna Finocchiaro, 5 marzo 2013).
«Fare cose non comprensibili dagli elettori non sono utili nè per l’Italia nè per gli italiani. Non mi pare questa la strada». (Beppe Fioroni, 25 marzo 2013).
«Non si può riproporre qui una grande coalizione come in Germania. Non ci sono le condizioni per avere in uno stesso governo Bersani, Letta, Berlusconi e Alfano» (Dario Franceschini, 23 aprile 2013).
«Sono contrario a un governo Pd-Pdl» (Andrea Orlando, 22 aprile 2013).
«Abbiamo sempre escluso le larghe intese e le ipotesi di governissimo» (Rosy Bindi, 21 aprile 2013).
«Serve un governo del cambiamento che possa dare risposta ai grandi problemi dell’Italia. Nessun governissimo Pd-Pdl» (Roberto Speranza, 8 aprile 2013).
«Non dobbiamo avere paura di confrontarci con gli altri, ma non significa fare un governo con ministri del Pd e del Pdl. La prospettiva non è una formula politicista come il governissimo, è quel governo di cambiamento di cui l’Italia ha bisogno» (Roberto Speranza, 7 aprile 2013).
«L’alternativa non può essere o voto anticipato o alleanza stretta tra Pd e Pdl» (Roberto Speranza, 7 aprile 2013).
«Lo dico con anticipo, io un’alleanza con Berlusconi non la voto» (Emanuele Fiano, 28 febbraio 2013).
«I nostri elettori non capirebbero un accordo con Berlusconi» (Ivan Scalfarotto, 28 febbraio).
«Non c’è nessun inciucio: se questa elezione fosse il preludio per un governissimo io non ci sto e non ci starebbe neanche il Pd» (Cesare Damiano, 18 aprile 2013).
«Serve un governo di cambiamento vero ed è impensabile farlo con chi in questi anni ha sempre dimostrato di avere idee opposte alle nostre» (Fausto Raciti, 14 aprile 2013).
«Un governo Pd-Pdl è inimmaginabile» (Matteo Orfini, 27 marzo 2013).
Fabio Chiusi
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Aprile 28th, 2013 Riccardo Fucile
LETTA GIA’ SI LAMENTA: “IL CAVALIERE PARLAVA SOLO DEI SUOI GUAI GIUDIZIARI”
Piove, governo Letta. 
Una nuvolaglia grigissima si addensa sul Quirinale alle cinque del pomeriggio.
I giornalisti aspettano in fila, sotto la pioggia. Enrico Letta è al Colle già da due ore.
Il premier incaricato arriva direttamente da Montecitorio e ha con sè la bozza della lista dei ministri.
Gli incontri con Monti e Bersani sono andati bene, quello con Berlusconi no.
Al telefono, dopo aver visto il Cavaliere, lo sfogo di Letta junior non è stato moderato, com’è nel suo stile: “Ho parlato tre ore con lui ed è stato molto faticoso, tornava sempre sui suoi problemi personali, si è sfogato per le sue aggressioni giudiziarie. Io tentavo di riportare il discorso sulla squadra di governo e lui riparlava dei suoi problemi”.
Nasce così, sulla pietra angolare dei guai giudiziari di B., l’inciucio democristiano che mescola “pulcini”, seconde file e qualche big di Pd, Pdl e Scelta Civica.
Un perfido tweet di quel vecchio marpione di Paolo Cirino Pomicino, eternamente andreottiano, rende l’idea della creatura partorita da Napolitano, Berlusconi e infine Enrico Letta: “Un giovane e ottimo governo a larga partecipazione democristiana”.
Anche e soprattutto nel Pd: su nove ministri, senza contare Letta, la sinistra fu Ds è rappresentata dal ministero dell’Ambiente, il giovane turco Andrea Orlando, e da quello dello Sviluppo economico, il sindaco di Padova Flavio Zanonato, che è stato anche nel Pci.
Ma i numeri del Pd non devono ingannare soprattutto per un altro motivo: al partito del premier, infatti, non è andato alcun ministero di peso, di prima fascia.
Ben cinque sono senza portafogli: il big centrista Dario Franceschini a Rapporti con il Parlamento e coordinamento dell’attività di governo; la congolese bersaniana Cecile Kyenge all’Integrazione; la teutonica sempre bersaniana Josefa Idem a Pari opportunità , sport e politiche giovanili; Carlo Trigilia, proveniente da ItalianiEuropei, la fondazione di D’Alema e Amato, alla Coesione territoriale; il renziano annunciatissimo Graziano Delrio agli Affari regionali.
Il resto: la lettiana Maria Chiara Carrozza all’Istruzione e il dalemiano Massimo Bray ai Beni culturali
La sostanza vera di questo monocolore dc che rischia la definizione di governo balneare, da qui all’autunno, è spartita tra Napolitano, Berlusconi e gli ex tecnici di Monti.
Il gioco dei veti incrociati sui big ha pesato eccome sulla composizione della lista che Letta junior ha iniziato a leggere alle 17 e un quarto nella sala alla Vetrata del Quirinale.
Prima un ringraziamento al capo dello Stato, poi quattro fogli con la dicitura “Elenco Ministri Governo Letta”, dove due nomi sono persino sbagliati: Del Rio anzichè Delrio e Di Girolamo al posto di De Girolamo.
Quest’ultima è donna e berlusconiana, con un marito lettiano, Francesco Boccia.
Nunzia De Girolamo alle Politiche agricole compone il quintetto base del Pdl insieme con Angelino Alfano, vicepremier e ministro dell’Interno; Gaetano Quagliariello, già “saggio”, alle Riforme costituzionali; il ciellino Maurizio Lupi alle Infrastrutture e trasporti; Beatrice Lorenzin alla Salute.
C’è poi Mario Mauro, alla Difesa, che è stato berlusconiano fino all’estate scorsa.
Diventato montiano di Scelta Civica è rimasto però ciellino.
Mario Monti, da oggi ex premier, oltre a Mauro si è intestato solo un altro ministro, peraltro il confermato Enzo Moavero Milanesi agli Affari europei.
Per il resto Gianpiero D’Alia alla Pubblica amminitrazione è l’obolo all’Udc e il trasloco di Anna Maria Cancellieri dal Viminale alla Giustizia è frutto di una lunga mediazione
Al Quirinale, infatti, Letta junior è arrivato con due caselle vuote: Giustizia ed Economia, da riempire con la supervisione di “Re Giorgio”.
Il prescelto Michele Vietti non andava bene a B. e così la trattativa con il Cavaliere, facilitata da Monti, si è risolta sul nome del prefetto.
Anche l’Economia, al centro di un altro scontro con il Pdl, è andata a Fabrizio Saccomanni, direttore generale di Bankitalia, con il sì decisivo di Berlusconi.
Un “saggio” promosso come Quagliariello è il presidente dell’Istat Enrico Giovannini, destinato a Lavoro e politiche sociali.
Altro tecnico uscente è invece Filippo Patroni Griffi, da oggi sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio.
L’unica vera sorpresa è stata la radicale Emma Bonino agli Esteri.
Da segnalare che il capolavoro di mescolanza demo-cristiana vede al governo sia la Bonino sia Quagliariello, ex radicale poi teocon che gridò “assassini” al Senato nel giorno della morte di Eluana Englaro.
Letta junior ha letto la lista in uno, massimo due minuti.
È sembrato molto più lungo, e inusuale per il protocollo, l’abbraccio tra lui e Napolitano alla fine dell’incontro con la stampa, un abbraccio che suggella la nascita di un altro governo del presidente dopo Monti.
Non più tecnico ma politico, con una guida bicefala (Letta e Alfano) e un corpo giovane e forse troppo esile per resistere quando sarà tempo di bufera, in autunno.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 28th, 2013 Riccardo Fucile
IL MAL DI PANCIA DEI MILITANTI: “LIQUIDATA LA TRADIZIONE POST PCI”
I militanti lo scrivono su Facebook senza farsi problema: «Hanno liquidato la tradizione post-comunista del Pd».
E ancora: «Il governo Letta è quasi un monocolore democristiano». I dirigenti masticano amaro, ufficialmente fanno finta di niente, ma tra di loro ne dicono di cotte e di crude.
Per questa ragione Pier Luigi Bersani ieri ha cercato tutto il giorno di «dare una mano» a Enrico Letta «per limitare i problemi».
L’ex segretario del Partito Democratico ha spiegato con chiarezza al presidente del Consiglio i termini della questione: «Non possiamo firmare cambiali in bianco per il governo, sennò facciamo fatica a reggere le spinte che vengono dalla base. E non possiamo lasciare campo libero a Grillo e a Sel».
Dopodichè Pier Luigi Bersani ha cercato di far capire anche ai dirigenti periferici, che «una volta affossato il governo del cambiamento, il governo Letta è l’unica possibilità e per questo va sostenuta con impegno e lealtà ».
Il che non significa che il «partito non debba avere la sua autonomia» e che si possa «instaurare una normale dialettica tra il Pd e il governo».
Gli ex Ds, comunque, fanno fatica ad accettare l’idea che a loro siano riservati anche ministeri importanti, come quello dello Sviluppo, occupati però da personaggi che non hanno una caratura nazionale, come Flavio Zanonato, bersaniano di ferro.
Nè sopportano che l’ex ppi Dario Franceschini abbia soffiato al «giovane turco» Andrea Orlando il ministero per i rapporti con il Parlamento.
Ma lo smacco più grosso riguarda il mancato ingresso di Massimo D’Alema nella compagine governativa guidata da Letta.
L’ex ministro degli Esteri, che avrebbe voluto fare il bis alla Farnesina, è stato fatto fuori con questa motivazione: altrimenti vogliono entrare anche Berlusconi e Monti e il partito non li può reggere.
D’Alema dopo quella spiegazione ha confidato ai suoi: «Tanto avevo capito da giorni il giochino che stavano facendo per tenermi fuori».
Gli ex democratici di sinistra ci sono rimasti male (non tutti, però).
Ma lo storico Beppe Vacca, dalemiano della prima e della seconda ora, ha una sua spiegazione per la scarsa presenza della componente diessina del Pd nel governo.
Secondo lui «dopo D’Alema e Veltroni non c’è in quell’area l’equivalente di un Letta o di un Franceschini». E a proposito di Veltroni, c’è da dire che anche l’ex segretario del Partito democratico non ha nessuno dei suoi nell’esecutivo.
Non conforta gli ex diessini il fatto che anche due ex democristiani come Rosy Bindi e Beppe Fioroni siano rimasti a bocca asciutta: non c’è nessun loro rappresentante nel governo Letta. Matteo Orfini, però, prova a metterci una pezza: «Poteva andare peggio».
Dissapori e malumori potrebbero rovesciarsi ancora sul partito: a tutti i dirigenti continuano ad arrivare email di elettori e militanti sdegnati perchè il Pd ha ceduto al governissimo e le pagine Facebook dei dirigenti di Largo del Nazareno sono piene di lamentele, accuse, e persino insulti
Per questo motivo si sta cercando di correre ai ripari con l’elezione del reggente del partito il 4 maggio.
Sta perciò per prendere piede l’ipotesi di non portare lì Guglielmo Epifani. È un ex socialista: sarebbe quindi l’ennesimo posto che gli ex Ds dovrebbero cedere.
Di conseguenza ora le ipotesi più gettonate sono due
La prima, quella di Stefano Fassina: un nome che rassicura l’elettorato di sinistra, un giovane da poter contrapporre a Matteo Renzi.
La seconda ipotesi riguarda invece un altro ex Ds, il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, avversario del sindaco di Firenze, con cui spesso e volentieri litiga.
Lui, per la verità , anche ieri ha smentito, ma il suo nome continua a circolare insieme a quello di Fassina.
Beppe Vacca però mette in guardia il Partito democratico.
Secondo lo storico bisogna evitare i rigurgiti massimalisti e scendere ai patti con la realtà : «Il futuro è Matteo Renzi».
Come premier, perchè quasi sicuramente verrà modificata la norma dello Statuto del Pd che fa coincidere la figura del segretario con quella del candidato presidente del Consiglio.
E Fabrizio Barca è già in piena campagna elettorale per la segreteria…
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 28th, 2013 Riccardo Fucile
RENZI: “IO REGGENTE? NO”… L’AREA DEL DISSENSO PIU’ CONTENUTA DEL PREVISTO
«Certo, con Letta premier e un governo Pd-Pdl, serve tenere il campo della sinistra riformista e una
segreteria affidata a Epifani eviterebbe di spalancare praterie a Vendola e ai grillini», dice uno dei pezzi grossi di nuova generazione, di area dalemian-bersaniana.
Smaltita la pratica delle frasi di incoraggiamento al governo Letta, con Bersani in prima fila impegnato a «lodarne la freschezza e solidità » e ad augurarsi «il sostegno di tutto il Pd», nel Pd si guarda già avanti: a come gestire la ferita con gli elettori che soffrono il governissimo e a mettere al riparo la ditta dalle incursioni a sinistra.
E che ora nel Pd si aprirà uno scontro su chi avrà la leadership fino al congresso è cosa sicura, a sentire cosa dicono i «compagni» di ogni ordine e grado.
E ascoltando Renzi da Fabio Fazio su Rai3, «la lista dei ministri è migliore delle aspettative, questo è un governo che manda in pensione una generazione di big», si capisce che la bussola ormai è il rinnovamento e che anche la scelta di chi guiderà il partito non sarà indolore.
Anche se il rottamatore si tira fuori.
Lei è interessato a diventare il «reggente del Pd?», gli chiede Fazio. «Il reggente, l’autoreggente…», e giù scroscio di risate in sala.
«È un periodo che vengo candidato a tutto. La risposta secca è no, perchè non sono adatto. Voglio stare dentro il Pd, ma mi ci vede a fare l’equilibrista che tiene insieme spifferi e correnti? Sono più adatto a tentare di cambiare le cose nel paese».
Ergo, se colui che viene ormai considerato il futuro leader non vuol essere della partita, è facile prevedere che la grande area trasversale che ormai fa riferimento a lui avrà qualcosa da ridire che a gestire il partito possa salire un ex segretario della Cgil, pur se fosse uno stimato riformista come Epifani.
Non è un mistero che il suo nome sia in cima alle preferenze dello stesso Bersani per la «reggenza» del partito che sarà votata sabato prossimo dall’assemblea plenaria. L’ex leader si è speso nell’ultimo giro di boa per far entrare nel governo ministri a lui vicini, come Zanonato, la Carrozza e la Idem; insieme a Letta ha deciso di stoppare le ultime richieste del Pdl «che stava alzando troppo l’asticella delle pretese», raccontano i bersaniani.
«Ora pure se ha prevalso il killeraggio al governo del cambiamento bisogna dare una mano a questo tentativo di Letta», sono i ragionamenti che fa Bersani con i suoi uomini.
E il successo di questo tentativo «dipenderà dai suoi primi passi, perchè Enrico l’imprinting di quello che doveva essere il nostro governo lo darà ».
Certo, ora è stata fatta la scelta di dar vita ad un esecutivo politico col Pdl e bisogna ridurre i danni.
Un primo sondaggio tra i parlamentari alla vigilia delle assemblee dei gruppi di domani ha rassicurato i capigruppo e l’area del dissenso si prevede più contenuta del previsto.
«Certo il documento critico come l’avevamo pensato ora è superato», ammette uno dei suoi promotori Sandro Gozi.
Anche i «giovani turchi» al di là dell’ingresso nel governo di uno dei loro leader, Orlando, sono più tranquilli.
«Avevamo chiesto a Enrico Letta una foto che guardasse al futuro e non al passato e per questo siamo soddisfatti: molti giovani competenti, molte donne e un generale rinnovamento», dice una «turca» emergente, la vicecapogruppo Silvia Velo.
In ogni caso Bersani darà una mano per far rientrare i maldipancia e per evitare che si scarichino sul partito.
Ed è convinto che dopo un governo di larghe intese ci sia bisogno di «assumere un profilo netto e di sinistra», per dirla col suo portavoce Stefano Di Traglia.
Che non lesina gli aggettivi sulla figura di Epifani, «solido, di cultura politica, già a capo di una grande organizzazione, insomma uno su cui puntare».
E nel frattempo si vedrà se il governo Letta avrà vita facile.
Aiuterà la coesione del Pd o favorirà la scissione? chiede Fazio a Renzi: «Aiuterà a riflettere e sono ottimista e a quelli che dicono “non votiamo la fiducia” dico di darsi una calmata: guardate prima com’è, e che discorso farà il premier».
Carlo Bertini
(da “La Stampa“)
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Aprile 28th, 2013 Riccardo Fucile
LA RABBIA DI BRUNETTA: “SE NON ARRIVERA’ LA RESTITUZIONE DELL’IMU MI DIMETTO E VOTO CONTRO LA FIDUCIA”
Una drammatica telefonata di Ghedini piomba in vivavoce all’ora di pranzo, mentre Berlusconi e i suoi fidi sono tutti riuniti.
Voce strozzata dall’emozione e dall’incredulità : «Ma come, non vi rendete conto?».
Esplode, l’avvocato del Cavaliere: «La Cancellieri alla Giustizia è quanto di peggio ci poteva capitare. Vi avevo scongiurato in tutti i modi di non farla passare. E invece così voi state firmando l’eutanasia di Berlusconi, le sue future condanne, la sua eliminazione fisica per via giudiziaria…».
Muti i presenti intorno al tavolo di Palazzo Grazioli, gli occhi appuntati su Berlusconi. La cui bocca emette un sospiro: «Questo è il pensiero di Ghedini».
Sottinteso: il suo, non il mio.
Oppure: lo so bene, ma non posso farci nulla, perchè «il governo deve partire».
Deve. E pure in fretta.
Non a caso il primo commento berlusconiano, udita la lista dei ministri, sottolinea quanto egli sia stato disponibile, verrebbe da dire servizievole: «Abbiamo trattato per la formazione del governo senza porre alcun paletto e senza impuntarci su nulla, escludendo persone che fossero già stati ministri».
Brunetta nel governo non va bene in quanto giudicato troppo «incazzoso»?
Via Brunetta, nonostante sia stato l’artefice tra i massimi della sua straordinaria rimonta elettorale.
Alla base Pd non garba uno come Schifani? Via, via anche Schifani.
Gelmini, Fitto, la Biancofiore e la Bernini sarebbero di disturbo? Tutti accantonati senza rimpianti per far nascere un governo nel segno dei tempi attuali, composto da persone giovani o al massimo «pantere grigie», umanamente carine, politicamente corrette, che sappiano stare a tavola (è una metafora).
Anche nel centrodestra, il 27 aprile 2013 segna lo spartiacque, fissa un nuovo standard: il governo d’ora in avanti sarà solo per i «presentabili».
Cioè trionfo totale delle «colombe» berlusconiane.
Basti dire che ben quattro dei cinque neo-ministri Pdl (Alfano, Lorenzin, Lupi e Quagliariello) erano stati sospettati di alto tradimento per aver chiesto in autunno le primarie del partito, addirittura con una manifestazione al Teatro Olimpico (un quinto protagonista, Mauro, ha pure lui ottenuto la poltrona però in quota Monti).
I «falchi» invece restano scornacchiati.
Prima Berlusconi li ha ben spremuti in campagna elettorale, e adesso li chiude sotto chiave nello sgabuzzino, da dove verranno tirati fuori in occasione delle prossime manifestazioni oceaniche, la prossima il 4 maggio a Brescia.
Per cui dentro il Pdl, in queste ore, c’è l’inferno.
Musi lunghi di chi aspirava alla «cadrega» (delusione umanissima), Malox a fiumi per i «pasdaran» che si sentono vittime dell’ingiustizia, per le «amazzoni» abbandonate da Silvio, per gli scudieri più fedeli sconcertati dalla giravolta (tale la considerano) del Grande Capo.
Chi insiste a trovargli una giustifica, scommette che è tutta una finta, «tra due mesi lui manderà all’aria il governo e torneremo a votare».
Altri sono sicuri che l’abbia fatto per la salute delle sue aziende in debito d’ossigeno, ansiose di stabilità politica e di proventi pubblicitari legati alla ripresa.
Qualcuno, come l’impetuosa Daniela Santanchè, ha usato con Berlusconi parole di amicizia ma anche di verità .
Altri, vedi Brunetta, già preannunciano che non finisce qui; se lunedì non dovesse arrivare perlomeno la restituzione dell’Imu allora nessuno terrebbe più a freno la rivolta, il capogruppo (ma tutti, non solo lui) darebbe le dimissioni per votare contro la fiducia a Letta…
Paradosso dei paradossi, il successo politico berlusconiano, anzi il trionfo del Cavaliere che rientra in circolo, che pretende e ottiene pari dignità , che porta a casa ben cinque posizioni importanti, che riapre il dialogo con Monti (dal quale si è fatto convincere al sì su Saccomanni), che getta le basi del futuro Ppe in salsa tricolore, questo Berlusconi vittorioso va più di moda a sinistra che nel centrodestra.
Dove rare sono le voci pronte a dargli atto del miracolo.
Gasparri è tra quei pochi, e col suo accento romanesco quasi sbotta: «Sei mesi fa eravamo spacciati, nessuno avrebbe mai immaginato di ritrovarci qui in campo che ce la giochiamo alla pari. Altro che piangersi addosso!».
Silvio meriterebbe un busto al Pincio…
Ugo Magri
(da “la Stampa”)
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Aprile 28th, 2013 Riccardo Fucile
ALLE 11.40 HA APERTO IL FUOCO CONTRO DUE CARABINIERI, FERENDOLI: LUIGI PREITI, 49 ANNI, E’ STATO BLOCCATO, FERITA LIEVEMENTE UNA PASSANTE
Sei colpi di pistola contro due carabinieri. E’ quanto accaduto alle 11.40 di fronte a Palazzo Chigi durante il
giuramento del nuovo governo.
Gli esponenti delle forze dell’ordine sono stati feriti uno in maniera grave al collo, l’altro alla gamba, ma entrambi — pur se ricoverati in codice rosso — non sarebbero in pericolo di vita. L’attentatore è stato subito fermato: si tratta di Luigi Preiti, classe ’64, calabrese di Rosarno, ma residente da anni ad Alessandria.
Anche lui è rimasto ferito, ma non a seguito della sparatoria, bensì durante la colluttazione con i carabinieri. Nessun precedente penale alle spalle, è accusato di tentato omicidio, porto e detenzione di armi.
L’uomo, in giacca e cravatta, ha attraversato la piazza e all’improvviso, dopo aver gridato alle forze dell’ordine “Sparatemi, sparatemi!”, ha aperto il fuoco contro i due carabinieri: feriti il brigadiere Giuseppe Giangrande, di 50 anni, e il carabiniere scelto Francesco Negri, di 30, entrambi del Battaglione Toscana.
Il primo è ricoverato in prognosi riservata per una ferita al collo, il secondo è ferito gravemente alla gamba. Lo si apprende da fonti dell’Arma.
Anche una passante, secondo quanto riportano le agenzie, è rimasta ferita in modo lieve: colpita di striscio da una scheggia, è stata soccorsa dal 118 e trasportata in ospedale. Si tratta di una donna incinta.
Dopo aver sparato, Luigi Preiti ha cercato di fuggire, ma è stato bloccato. In un primo momento, si era parlato di lui come di uno squilibrato con seri problemi psichici, ma successivamente la testimonianza del fratello dell’attentatore ha dato una versione diversa sulle condizioni di salute del 49enne di origini calabresi.
Luigi Preiti, infatti, non soffrirebbe di turbe psichiche: “Fino a ieri mattina Luigi era una persona lucida e intraprendente. Lui viveva a Predosa, poco lontano da me — ha detto Arcangelo Preiti – Ha perso il lavoro e si è separato dalla moglie, è padre… Problemi psichici? No, no… Da 49 anni a questa parte no… Sono sconvolto, non lo vedo da agosto: era tornato in Calabria a vivere con i nostri genitori”.
L’attentatore è un muratore, aveva deciso due anni fa di lasciare il Piemonte e tornare nel suo paese d’origine non solo in seguito alla separazione, ma anche a causa della disoccupazione, conseguenza della crisi che ha colpito l’edilizia.
A Rosarno l’uomo aveva trovato solo n impiego saltuario e faceva anche dei lavori in proprio.
“Mio fratello non è uno squilibrato, non ha mai sofferto di patologia psichiatriche — ha poi detto Arcangelo Preiti — Si stanno raccontando tante cose non vere… Siamo allibiti, non sappiamo spiegarci quel che è potuto accadere”.
Nel paese d’origine, dove è rientrato da solo mentre la moglie e il figlio di dieci anni sono rimasti in Piemonte, qualcuno lo ricorda come una persona dedita al lavoro e che, in estate, cantava nei lidi della zona.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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