Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
DECRETO DA 600 MILIONI, SALVA LA SIGARETTA ELETTRONICA
Una “manovrina” da 600 milioni a copertura del decreto che sblocca 40 miliardi in due
anni di crediti scaduti della Pubblica amministrazione verso le imprese.
Decreto approvato ieri in commissione Bilancio della Camera — con i voti anche di Sel e l’astensione di Lega e M5S — e che oggi approda in aula per la votazione finale, prima di passare al Senato (il decreto scade il 7 giugno).
La “manovrina” non mette nuove tasse, ma toglie di fatto risorse allo Stato centrale, ovvero ai ministeri, per riversarle agli enti locali.
Suscitando inevitabili polemiche.
Scongiurata l’estensione delle accise alle sigarette elettroniche per il veto del ministero della Salute che potrebbe considerarle prodotti paramedici soggetti solo ad Iva — così come l’aumento di quelle sull’alcool, governo e maggioranza sono andati a pescare anche nei fondi per l’editoria, negli aiuti destinati ai Paesi in via di sviluppo, nella quota dell’otto per mille allo Stato, nel fondo per ridurre la pressione fiscale.
Senza considerare che nei bacini ministeriali si tagliano, seppur per cifre modeste (qualche milione di euro), anche Protezione civile, edilizia abitativa, politiche sociali e per il lavoro, sostegno ad agricoltura e imprese.
Il grosso dei denari — 560 milioni per il 2014 e 570 per il 2015, necessari per coprire la spesa per interessi legata all’emissione di Btp da parte dello Stato — viene tuttavia dalla scure sulle spese dei dicasteri, per l’80% da Economia, Difesa e Infrastrutture.
Tenuto fuori il Miur (istruzione e università ), così come tutti i fondi destinati a ricerca e sviluppo: spese intoccabili, aveva giurato in tv il premier Letta, pena dimissioni.
Va detto che questi denari, almeno per il 2014, sono solo “accantonati” per prudenza, perchè lo Stato conta di coprire la cifra con l’Iva di ritorno dalle fatture pagate alle imprese. Dal 2015, però, saranno tagli veri.
La parte restante delle risorse minimale e cioè 17 milioni per il 2014 e 70 a partire dal 2015, per coprire il “patto di stabilità verticale” che redistribuisce 2 miliardi dalle Regioni a Comuni e Province — oltre che da alcuni fondi di ministeri (Economia, Lavoro ed Esteri) sarà attinta, come si diceva da: editoria (17,35 milioni dal 2015), aiuti ai Paesi poveri (12 milioni dal 2015), otto per mille (2 milioni nel 2014 e 19 dal 2015), fondo tagliatasse (10 e 5 milioni nei due anni). Anche se «il governo si è impegnato a ripristinare questi tagli fatti in emergenza sul 2015 già con la prossima legge di Stabilità » in autunno, ha precisato in serata Francesco Boccia, presidente pd della commissione Bilancio, secondo cui «il testo esce snello, non ci saranno decreti attuativi da fare».
Peraltro, alla fine del censimento (a metà settembre), «i crediti vantati dalle imprese saranno intorno ai 90 miliardi, se non di più».
Non a caso, spiega il relatore pd Marco Causi, nel decreto è stata inserita una norma che consentirà alla legge di Stabilità di proseguire il programma «con adeguate operazioni» finanziarie.
«Puntiamo al modello spagnolo: crediti certificati garantiti dallo Stato e acquistabili da banche e Cassa depositi e prestiti, per andare oltre il plafond dei 40 miliardi senza fare altro debito pubblico».
Nel decreto inserita anche la compensazione dei crediti con le cartelle di Equitalia emesse fino al 31 dicembre 2012.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
INIZIA IL PROCESSO ALL’EX SINDACO DI SESTO SAN GIOVANNI… I DS PARTE CIVILE CONTRO L’EX PD, D’ALEMA TESTE A DIFESA
Tribunale di Monza, ore 9,30.
Inizia il processo a Filippo Penati, l’ex esponente del Partito democratico accusato di concussione, corruzione e finanziamento illecito.
Sul tavolo le vicende urbanistiche legate alle aree di Sesto San Giovanni, le azioni della società Milano-Serravalle acquistate dalla Provincia a prezzi altissimi dal gruppo Gavio e i fondi elettorali incassati dalla fondazione Fare Metropoli.
L’udienza di ieri è durata un’ora, quindi è stata aggiornata al 22 maggio.
Ma tanto è bastato per squadernare sul tavolo due elementi decisivi e collegati tra loro.
Il primo: la richiesta dei Ds di costituirsi parte civile.
Penati, che ha lasciato il Pd nel 2011 quando i pm chiesero il suo arresto poi negato dal gip, certo non l’ha presa bene e ieri i suoi legali si sono opposti alla costituzione presentata dall’avvocato romano Gianluca Luongo.
La scelta dei Ds punta a ottenere un risarcimento al termine del dibattimento. E sembra poter influenzare le valutazioni della difesa sulla prescrizione, alla quale Penati fin dall’inizio dell’inchiesta aveva detto di voler rinunciare.
Ed ecco, allora, il secondo passaggio cruciale dell’udienza: Penati, che ieri non era in aula (presente invece il coimputato Antonino Princiotta, ex segretario di presidenza nella Provincia), si oppone alla prescrizione ma non vi rinuncia esplicitamente.
Il corto circuito giuridico riguarda reati di concussione per induzione (risalenti al 2000) che, stando alla nuova legge anticorruzione varata dal governo Monti, risultano prescritti.
Il giudice, però, ieri non ha dichiarato d’ufficio l’estinzione del reato, come vorrebbe l’articolo 129 del codice di procedura penale.
Dopodichè il pm Franca Macchia ha chiesto alla corte di riunificare il procedimento a quello sui cosiddetti complici (prima udienza, il 26 giugno) e ha chiesto che il reato di concussione venga prescritto.
A quel punto Matteo Calori, avvocato di Penati, ha ribattuto in punta di diritto.
Sintetizzando la domanda: la richiesta viene formulata sulla base dell’articolo 129 o sul 469 che, invece, dispone la prescrizione in fase pre-dibattimentale sentendo prima le due parti?
La strada, dice l’accusa, è quella dell’articolo 129.
Toccherà quindi al giudice sciogliere i dubbi. La scelta per confermare la prescrizione appare scontata. Se così sarà , la difesa di Penati ha già annunciato che ricorrerà in Cassazione contro la decisione del giudice di cancellare alcuni reati.
Insomma, ieri si è fatta melina: complice il comportamento conservativo della corte che, sostiene la procura, al posto di riservarsi e rinviare l’udienza avrebbe potuto chiedere alla difesa Penati se voleva rinunciare alla prescrizione.
Tanto più che il 4 marzo scorso il gup di Monza Giovanni Gerosa, rinviando a giudizio gli otto complici del “Sistema Sesto”, ha dichiarato estinto il reato di concussione.
O ancora meglio, ragionano i magistrati, Penati poteva andare in aula e dire di voler rinunciare alla prescrizione.
L’ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani però non c’era e il colpo di teatro non è andato in scena.
Penati ha fatto sapere “di volere essere presente durante il processo”.
L’obiettivo della difesa, del tutto legittimo, sembra essere quello di andare a dibattimento e solo in un secondo momento rinunciare alla prescrizione.
A pesare, in parte, la scelta dei Ds, i quali negano di aver ricevuto i soldi, che, stando ai pm, Penati avrebbe intascato da due imprenditori sestesi e attraverso una finta caparra immobiliare di 2 milioni di euro. Vicenda ingarbugliata, dunque.
Tanto più che quando il 26 giugno il processo entrerà nel vivo con la riunificazione, da un lato Penati si troverà contro i Ds come parte civile e avrà invece l’ex Ds Massimo D’Alema suo testimone della difesa.
L’ex premier è stato tirato in ballo dall’architetto Renato Sarno, collettore di finanziamenti per Fare Metropoli, il quale a verbale riporta parole ascoltate dallo stesso Penati sulle pressioni dell’ex premier perchè acquistasse a prezzi gonfiati le azioni della Milano-Serravalle dal gruppo Gavio, plusvalenza in parte utilizzata per supportare Unipol nella scalata (fallita) a Bnl.
Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
LETTA: “SUBITO NORMA ANTI-PORCELLUM”. MA IL PDL: LA RIFORMA ELETTORALE E’ L’ULTIMO PUNTO
Le cento curve della statale che Enrico Letta ha dovuto percorrere per tornare a Roma –
in compagnia dei ministri Quagliariello e Franceschini sul pulmino presidenziale – gli saranno sembrate un rettilineo a quattro corsie, in confronto al sentiero tortuoso e pieno di trappole che lo aspetta sulla rotta delle riforme costituzionali.
Un cammino che il presidente del Consiglio vuol fare in fretta – «in cento giorni, per superare il punto di non ritorno» ha avvertito prima di lasciare l’abbazia di Sarteano – ma che incontra subito un ostacolo assai più alto delle colline senesi nel secco no di Berlusconi a una riforma- lampo della legge elettorale.
Messo all’ultimo dei quattro punti da affrontare subito, quello delle riforme è stato il tema più spinoso – subito dopo la grana dei ministri che manifestano in piazza contro i magistrati – affrontato nello “spogliatoio” di questa abbazia medioevale.
E il lavorio che la materia ha richiesto è visibile dalla road map che Letta e Quagliariello hanno disegnato davanti ai giornalisti.
Un percorso – per cominciare – che prevede due tempi e un doppio binario. E che separa la grana della legge elettorale dal più ambizioso progetto di modificare la Costituzione.
Evitare assolutamente che gli italiani votino ancora una volta con il Porcellum era stata una delle priorità indicate dal premier nel suo discorso alle Camere.
Ne riparleremo dopo aver modificato la Costituzione, gli aveva risposto il ministro delle Riforme, Quagliariello, perchè la legge elettorale è legata alla forma di governo che sceglieremo: un conto è il Cancellierato alla tedesca, un altro il semipresidenzialismo francese.
Ieri i due hanno trovato un punto d’incontro, su quella che Letta ha battezzato «safety net», rete di salvataggio.
Poichè «dobbiamo sapere che con questa legge elettorale non si può andare a votare», ha detto Letta, il ministro farà «una verifica» tra i partiti per capire «come mettere subito in sicurezza la legge elettorale », ovvero con l’approvazione di «uno-due piccoli cambiamenti » che permettano di andare alle urne «nel caso succedesse l’imponderabile». Quagliariello, che ha parlato subito dopo, non ha fatto cenno a quella rete di salvataggio su cui dovrà sondare soprattutto il suo partito, il Pdl, ma proprio da lì è arrivato in tempo reale l’altolà dei due capigruppo, Brunetta e Schifani: di legge elettorale si parlerà alla fine della riforma, non prima.
E così la via della «safety net», che già era un sentiero strettissimo, sembra già diventata un vicolo cieco.
E’ invece una strada a due corsie, anzi «un doppio binario», che Letta prevede per la riforma della Costituzione (inevitabile per ridurre i parlamentari e abolire le Province, ma necessariaanche per arrivare al Senato delle Regioni o addirittura al semipresidenzialismo).
Il primo binario sarà quello parlamentare: il governo proporrà a Camera e Senato di nominare una Convenzione formata dai membri della commissioni Affari costituzionali di Montecitorio e Palazzo Madama e guidata dai loro presidenti, Anna Finocchiaro (Pd) e Francesco Paolo Sisto (Pdl).
Ma poichè per far questo occorre una legge costituzionale che richiede una doppia lettura a distanza di 90 giorni, nel frattempo Letta nominerà una Commissione di esperti, tutti non parlamentari, «che avrà cento giorni per elaborare opzioni e idee» da consegnare come «base di lavoro» alla Convenzione.
Ricapitolando, i primi passaggi saranno tre.
Primo: Letta nomina la Commissione di esperti (che includerà anchepersonalità rappresentative delle opposizioni).
Secondo: dopo un dibattito che dovrebbe tenersi entro una decina di giorni, il Parlamento modifica provvisoriamente l’articolo 138 della Costituzione e istituisce la Convenzione. Terzo: tra cento giorni la Convenzione si insedia e avvia il processo di revisione costituzionale, sulla base delle proposte elaborate dalla Commissione.
Un percorso che sembra un labirinto, a raccontarlo così.
Con qualche angolo misterioso: la Convenzione consegnerà al Parlamento un testo inemendabile, prendere o lasciare, o le Camere voteranno articolo per articolo, proposta per proposta?
E soprattutto: come, quando e con quali poteri i cittadini saranno chiamati a dire la loro, con «una consultazione pubblica che utilizzi la Rete», come ha promesso il ministro Quagliariello?
E’ anche sulle risposte a questi dilemmi che si giocherà il destino delle riforme: forse ancora prima dei cento giorni invocati da Letta.
Sebastiano Messina
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
ERA PRONTO UN ATTACCO AI MAGISTRATI IN DIRETTA TV MEDIASET, POI BERLUSCONI HA RINUNCIATO, MA I FALCHI NEL PDL PREMONO
«Vogliono farmi fuori con l’interdizione, ma resterò alla guida del centrodestra anche se riuscissero a cacciarmi dal Parlamento, non è così che mi elimineranno ».
Silvio Berlusconi è un fiume in piena.
Il colpo, sebbene preannunciato, lo subisce, eccome, racconta chi lo ha sentito. E in tanti tempestano di telefonate la residenza di Arcore.
In serata, tutto è pronto per l’affondo di fine giornata, il più duro, una sorta di contro-requisitoria alla Boccassini.
Un attacco in diretta tv (anche se telefonico) dalle reti Mediaset, l’ennesimo, stavolta dal programma “Quinta Colonna” su Rete4.
Niccolò Ghedini è già al fianco di Silvio Berlusconi nello studio di Villa San Martino. Poi, neanche un’ora prima dall’inizio della puntata, alle 20,30, il forfait.
La decisione di soprassedere, rinunciare.
I suggerimenti dei ministri, del vicepremier Angelino Alfano, delle colombe Gianni Letta e Paolo Bonaiuti, tra gli altri, hanno la meglio.
Non poco hanno pesato i richiami ai recenti interventi del presidente Napolitano, che tutto può tollerare in questa fase meno che ulteriori destabilizzazioni del fragile equilibrio politico per i guai giudiziari di uno degli azionisti di maggioranza.
Così, il Cavaliere alla fine accetta di trattenere per sè la rabbia, l’amarezza, perfino i timori di queste ore.
Ma fino a quando?
«Attaccare la nemica in toga, ma tenere fuori il governo, nessun fallo di reazione» è stato ancora una volta il diktat diramato da Arcore al termine della requisitoria, dando il via a un centinaio di reazioni, in pratica quelle di tutti i deputati e senatori e europarlamentari Pdl.
Un coro contro Ilda Boccassini dai toni talvolta esasperati.
Da tutti, con l’eccezione dei quattro ministri, appunto, reduci dal ritiro in convento a Spineto.
Poco dopo le 18, il leader di partito affida a una nota di poche righe quello che sarà l’unico commento di giornata.
«Sono tutti teoremi, illazioni, forzature, falsità ispirate dal pregiudizio e dall’odio, al di là dell’immaginabile e del ridicolo, ma tutto è consentito sotto lo scudo di una toga. Povera Italia!»
Berlusconi non alza il tiro, ma ormai patisce giorno dopo giorno la sindrome dell’accerchiamento.
Ora che nel giro di poche settimane la condanna in appello sui diritti tv Mediaset, ha aperto la strada al rinvio a giudizio per la compravendita dei senatori e infine alla richiesta di condanna per il caso Ruby a 6 anni con l’interdizione (stavolta perpetua) ai pubblici uffici.
Il nodo sta tutto lì, proprio nella clausola che lo escluderebbe dalla vita politica attiva. Berlusconi a quello non si rassegna e lo ripete, in privato: «Non mi faranno fuori così. Grillo d’altronde dimostra che si può essere leader politici anche restando fuori dal Parlamento».
Ma la linea per adesso è quella di tenere separato il piano giudiziario da quello politico. Una linea in cui si riconosce – per ovvie ragioni – il segretario del partito e vicepremier Angelino Alfano.
Il punto, spiegano tuttavia alti dirigenti di via dell’Umiltà – al netto dei loro comunicati stampa in difesa del capo – è quanto reggerà la tregua voluta dal leader, che oggi dovrebbe rientrare a Roma.
Anche il sondaggio di ieri sera de La7 dà il centrodestra al 34,6 (nonostante la perdita di quasi un punto del Pdl) a fronte del centrosinistra al 30,2.
Le tentazioni per il Cavaliere aumentano.
Sebbene ai falchi che lo assediano ripeta che non si può aprire una crisi sui processi, che la gente non capirebbe, che non si può «restare col cerino in mano».
Loro continuano ad alzare i toni. «Con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici la Boccassini ha chiesto l’ergastolo », dice per esempio Daniela Santanchè, tentato «assassinio di Berlusconi per via mediaticogiudiziaria » rincara Fabrizio Cicchitto, mentre l’eurodeputata Licia Ronzulli (chiamata in causa dalla Boccassini nella requisitoria) si dichiara «ferita nella dignità da un processo folle e premeditato ».
E ora?
Molto dipenderà da quel che accadrà nelle prossime settimane, dalla piega che prenderà l’eventuale processo di Napoli sulla compravendita, cosa succederà dopo la sentenza Ruby del 24 giugno.
L’andazzo è stato chiaro già ieri nei minuti seguiti alla richiesta di condanna, quando la notizia è rimbalzata con clamore sulla stampa internazionale, fin negli Stati Uniti. Tutti a scrivere che il governo Letta già fragile da oggi lo sarà ancora di più.
Massimo D’Alema la pensa diversamente: «Il governo non può far dipendere il suo destino dalle sentenze, anche perchè forse ve ne saranno altre».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
“SU DI ME SOLO BUGIE, NON SAPEVO CHE RUBY FOSSE MINORENNE E POI DIMOSTRAVA 28 ANNI”
«Io sapevo che Ruby era minorenne? Balle. E sai chi lo dice che sono balle? Non io. Ma
Berlusconi, Mora e la stessa Ruby. Basta, sono stufo. La verità è che dovrei rifiutarmi di rispondere a domande su questa storia».
Emilio Fede, 81 anni, nato a Barcellona Pozzo di Gotto, è in macchina con il suo fidato autista. Sta arrivando nel suo appartamento di Milano 2.
Cinquanta metri dal Residence Olgettina, per intenderci. «Ma non ci sono mai stato. Mai».
La requisitoria del pm Ilda Boccassini sul caso Ruby, l’ex direttore del Tg4 l’ha seguita in diretta su Sky eventi. Commento: «Si vede che mi ha tanto in simpatia che non vuole abbandonarmi….».
A parte le battute, secondo l’accusa lei non poteva non sapere che Ruby fosse minorenne. E che, in base al suo rapporto di fedeltà , è difficile immaginare che non lo avesse detto a Silvio Berlusconi.
«E invece io non lo sapevo che non avesse più di 18 anni. La prima volta in cui l’ho incontrata ho chiesto: chi è? Chi l’ha portata? E lei: ma come, non si ricorda di me? Ho partecipato al concorso a Letojanni… E allora mi sono ricordato vagamente che era tra le ragazze dell’evento di cui ero in una giuria in Sicilia. Tutto qui. Io ricordo che ne dimostrava 28, di anni. Era corpulenta, alta… Cosa dovevo pensare? Che Berlusconi chissà quali progetti sessuali avesse? Non era una ragazza che potesse interessarmi».
La pm Boccassini ritiene che la sua difesa sia «risibile» e che le sue dichiarazioni siano «ridicole».
«La mia difesa è lineare: io Ruby non l’ho mai sentita, parlano i tabulati telefonici. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perchè sono stato tirato dentro questa storia. Perchè sono stato sputtanato come un complice di fatti sessuali… Io, giornalista di fama con una famiglia perbene. A che cosa mi sarebbe servito tutto questo? Se fosse vero, oggi sarei stato direttore di Mediaset. E non sarei andato via senza una lira di buonuscita».
Lei è stato sostituito al Tg4…
«Già , e mi manca molto il mio tg. Mi è stato tolto cortesemente di mano, al fine di migliorarlo, evidentemente… Ho un contratto ancora per 3 anni, i benefit. Ma per 20 anni ho avuto lo stesso stipendio. Faccio a tutti una domanda: se fossi stato complice di Berlusconi, lui avrebbe consentito che mi togliessero la direzione del Tg4? O di non candidarmi più al Senato, dove sarei stato straeletto? Rispondetemi».
Risponda lei.
«La risposta è: no. E comunque meritavo molto di più. La vera amarezza? Che anche stasera (ieri sera, ndr ) solo il Tg4 ha citato il mio nome. Mah. L’unica spiegazione è che per la mia professionalità ero diventato imbarazzante. Tirarmi dentro faceva notizia. Dava fastidio la mia notorietà . La mia amicizia sincera verso Silvio rompeva i c…».
E oggi, vi vedete ancora con lui?
«No, non mi invita più. E mi sento solo. Ma al di là di Silvio, per tutti gli altri cito Spadolini: la riconoscenza è solo attesa di nuovi favori. Ho imparato, tardi, la lezione. Oggi tutti quelli che dicevano di non poter vivere senza di me, che non potevano cenare se non c’ero io, silenzio totale. Gente che ho aiutato moltissimo. Da quando non sono più direttore del Tg4, spariti. Tranne qualcuno. Altro che processo. Questa è la cosa che più mi fa soffrire».
Angela Frenda
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
“RINUNCI AI PRIVILEGI COME FECE MIO PADRE CHE SI DIMISE DAL PARLAMENTO EUROPEO PER FARSI ARRESTARE”
Silvio Berlusconi colpisce a freddo. Con l’ufficialità di una nota che si presume meditata.
«Le figlie di Tortora, la compagna, Pannella hanno perso una buona occasione per stare zitti e non fare brutta figura».
Colpevoli, secondo il Cavaliere, di aver respinto il suo incauto parallelo con il conduttore televisivo.
Quando risponde al telefono, Silvia Tortora ha la voce calma.
Riflette qualche secondo sullo schiaffo. Trattiene solo un attimo il respiro.
«Mi può richiamare? Ho le zucchine sul fuoco e devo stendere i panni».
È la voglia di normalità sfregiata. Ma il nuovo affronto alla memoria pesa troppo. Così la figlia di Tortora parla, scegliendo con cura le parole: Berlusconi rinunci ai «privilegi parlamentari» e «affronti tutte le sue vicende giudiziarie da cittadino normale».
Qualcuno in passato già lo fece, ricorda: «Mio padre».
Il nuovo, azzardato confronto di Berlusconi con il conduttore tv vittima di un clamoroso abbaglio giudiziario arriva a mezzogiorno di ieri.
Ha la veste di una precisazione, ma la sostanza resta tutta: «Non mi sono paragonato a Tortora. Ho solo ricordato, con commozione e con rispetto, un suo pensiero che può essere il pensiero di tutti coloro che stanno per essere sottoposti al giudizio di un giudice».
Le parole selezionate da Silvia Tortora vanno dritte al cuore del problema: «Mi si rimprovera di aver perso l’occasione di stare zitta. Ne prendo atto — dice al telefono — e invito il Presidente Berlusconi a non perdere l’occasione di rinunciare ai privilegi parlamentari e a quelli derivanti dall’essere titolare di fatto di emittenti televisive». Poi la sfida: «Affronti quindi tutte le sue vicende giudiziarie da cittadino normale, così come fece mio padre, che si dimise da europarlamentare ».
Per la famiglia Tortora sono giorni intensi e complicati.
Gaia, l’altra figlia — pure lei giornalista- stavolta preferisce non commentare e si affida a Twitter: «Caro Presidente, mi ero rivolta a lei con rispetto. E non replicherò oltre ». Il suo direttore Enrico Mentana, invece, qualcosa da dire ce l’ha.
E anche parecchio ruvida: «Difficile dire ai familiari che hanno perso un’occasione per stare zitti. Forse — sostiene durante il Tg — è un’accusa che andrebbe rimbalzata al mittente».
Un altro tirato in ballo dal Cavaliere è Marco Pannella.
Il leader radicale, che portò a Bruxelles Tortora da eurodeputato, si rivolge direttamente a Berlusconi e ricorda: «Non ha mai fatto grandi sacrifici per Tortora, anche se all’epoca eravamo alleati. Non può dimenticare che si dimise da parlamentare europeo per affrontare il processo ed essere eventualmente arrestato».
E se dal Pd qualche voce si alza per contestare il parallelo scelto da Berlusconi, dal quartier generale berlusconiano tocca a Niccolò Ghedini scavare la trincea in difesa dell’ex premier.
Fuori dal Palazzo di Giustizia di Milano, al termine della requisitoria di Ilda Boccassini nel processo Ruby, l’avvocato sostiene che Berlusconi «non si è voluto equiparare a Tortora».
Il suo, è la tesi, è stato «un riferimento sempre attuale sul sentimento che chiunque sotto processo sentesu di sè».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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