Maggio 17th, 2013 Riccardo Fucile
IERI BINGO DELLA FININVEST IN BORSA: GUADAGNO DI 88 MILIONI
Ottantotto milioni di guadagno in 24 ore. L’effetto-larghe intese continua a regalare giornate
d’oro a Silvio Berlusconi.
La politica (per ora) non c’entra. A far sognare il Cavaliere – dopo l’insperata rimonta elettorale e il varo del governissimo – sono le performance stellari delle sue aziende quotate in Borsa, tonificate dalla ritrovata centralità istituzionale del loro azionista di riferimento.
L’ultimo “bingo” è fresco di ieri: i titoli Mediaset, protagonisti di una seduta pirotecnica in un listino fiacco, hanno chiuso in rialzo del 6%.
Mediolanum, altro gioiello del Biscione, è balzata dell’1,7%.
Risultato: dopo la campanella di chiusura dei mercati, la Fininvest si è ritrovata (virtualmente) in tasca 88 milioni in più di quelli che aveva martedì sera.
Il copione, anche se non a questi ritmi folli, va in replica senza soluzione di continuità dal 26 febbraio.
Il risultato delle urne ha certificato l’ennesima “resurrezione” elettorale del lider maximo del centrodestra.
E le sue aziende da allora non hanno mai smesso di festeggiare: il patrimonio azionario di Arcore valeva alla vigilia del voto poco più di 1,8 miliardi.
Oggi è cresciuto del 43% (contro il +7% dell’indice Mibtel) a quota 2,6 miliardi, garantendo a Berlusconi un guadagno potenziale di 782 milioni in poco più di due mesi.
Un risultato mai raggiunto nemmeno nell’era – non troppo lontana – delle varie leggi “ad aziendam”.
La corsa della scuderia Fininvest a Piazza Affari, oltretutto, ha accelerato il passo a ritmi da slot-machine subito dopo il decollo del Governissimo.
Dal 28 aprile, giorno del giuramento dell’esecutivo Letta, il patrimonio azionario di Arcore è lievitato di 329 milioni – +21% contro il +6% del listino – regalandogli più o meno un milione di euro all’ora, notte e festivi compresi.
I 100mila euro al giorno che il Cavaliere deve pagare ogni giorno a Veronica Lario saranno pure “una cifra fuori da ogni senso della realtà e della misura”, come ha fatto notare con sobrietà sua figlia Marina.
Il “tesoretto” accumulato dal 24 febbraio, però, basta da solo a garantire all’ex-moglie gli alimenti fino al 31 dicembre 2227. Prosit.
Nemmeno gli analisti più fantasiosi riescono a spiegare il boom di Mediaset e Mediolanum con i fondamentali delle due aziende.
Specie per quanto riguarda le tv un po’ acciaccate del Biscione: Cologno ha chiuso il 2012 con il primo rosso della sua storia (287 milioni) e nel primo trimestre di quest’anno ha messo assieme un utile striminzito di 9 milioni solo grazie a un pesantissimo piano di tagli ai costi.
Non solo: gli ascolti sono da tempo al palo – in aprile l’audience delle reti ammiraglie in chiaro di casa Berlusconi è scivolata quasi di un punto al 31,3% – e nemmeno la speranza di un asse con la Sky di Rupert Murdoch sulle pay-tv (i due tycoon hanno fatto pace negli ultimi mesi) basta a giustificare i fuochi d’artificio azionari di questi giorni.
Per conferma basta chiedere a Mediobanca, giudice (almeno lei) al di sopra di ogni sospetto visto che la stessa Fininvest ne controlla una quota del 3%: Piazzetta Cuccia assegna a Mediaset un target price – vale a dire un obiettivo di prezzo in Borsa tra un anno – di 1,7 euro.
E qualche giorno fa, con il titolo già arrivato a quota 2,1 parlava di quotazioni “un po’ troppo generose”.
La prudenza dell’oracolo del salotto buono non è bastata però a frenare l’euforia tutta politica di Piazza Affari, visto che ieri le azioni delle tv del Cavaliere hanno chiuso la giornata a un soffio da quota 2,5 euro.
Fininvest, intendiamoci, ha vissuto in passato momenti migliori.
I titoli Mediaset sono stati collocati in Borsa nel 1995 a 3,6 euro.
Nel 2005 il Cavaliere ha piazzato sul mercato una partecipazione del 16% a un prezzo di 10,55 euro ad azione.
Da allora però si è spenta la luce.
E a novembre 2011, quando il leader del centro-destra – spodestato dallo spread oltre quota 700 – ha lasciato la guida del governo a Mario Monti, il valore di Cologno è sprofondato a quota 1,16. Il recupero, guarda caso, è iniziato alla fine del 2012 quando il mercato – malgrado la crisi degli spot avesse affondato i conti del Biscione – ha iniziato a fiutare la remuntada elettorale del socio di riferimento dell’azienda.
Il boom di questi giorni aiuterà a riportare un po’ di serenità anche nei vari rami dinastici della famiglia dell’ex premier.
I conti Fininvest, in effetti, non sono più quelli di una volta. Il Biscione – complici i problemi delle tv e le spese pazze per il Milan – non distribuisce dividendi dal 2010.
E l’ex premier e i figli sono stati costretti a mettere mani ai loro tesoretti personali faticosamente accumulati negli ultimi anni per far quadrare i conti di famiglia. Nessuno è rimasto comunque a corto di liquidità : in fondo da quando è sceso in politica nel ’94 il patrimonio custodito nelle otto casseforti di casa Berlusconi è cresciuto da 162 milioni a quasi un miliardo.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 17th, 2013 Riccardo Fucile
UN AMPIO FRONTE FAVOREVOLE A RITORNARE ALL’ANTICO, MA A BERLUSCONI CONVIENE MANTENERE IL VITUPERATO PORCELLUM
La bomba sta per esplodere, il timer è regolato su 7 giorni.
Se entro questa settimana la maggioranza non avrà trovato un accordo sulla legge elettorale, il cammino di Enrico Letta rischia di essere segnato.
L’allarme è talmente alto da aver suggerito al premier la convocazione di un vertice la prossima settimana con i sei capigruppo di maggioranza durante il quale, insieme ai ministri Dario Franceschini e Gaetano Quagliariello, cercare di trovare un’intesa prima che tutto precipiti.
La ragione di tanta fibrillazione è semplice: Berlusconi non ha nessuna intenzione di rinunciare al Porcellum.
«Non mi fido – ha spiegato il Cavaliere ai suoi – temo che questa storia delle riforme sia solo un pretesto per tornare a votare con il vecchio Mattarellum».
Una legge invisa al centrodestra, che ha sempre faticato a battere i candidati avversari nello scontro diretto nei collegi uninominali.
Quando si dovrà tornare a votare, Berlusconi vuole essere certo di poter giocare la campagna a modo suo, nell’unica maniera che lo avvantaggia: il plebiscito sulla sua persona.
«O ci danno l’elezione diretta del capo dello Stato o resta il Porcellum», è la linea del Piave stabilita apalazzo Grazioli.
Il negoziato riguarda quella che lo stesso Letta a Spineto ha definito una «safety net», una rete di sicurezza da stendere nel caso accada l’imprevisto e si debba tornare d’improvviso alle urne. Ma come superare il Porcellum?
Per Quagliariello e Franceschini, d’accordo in questo con il Pdl, potrebbe bastare un’operazione di «manutenzione» della vecchia legge Calderoli.
In attesa che la Convenzione partorisca una riforma elettorale definitiva e coerente con la forma di governo che verrà scelta.
Visto che la Corte costituzionale per ben due volte ha “consigliato” al Parlamento di introdurre almeno una soglia minima per far scattare il premio di maggioranza, la «manutenzione» del Porcellum avrebbe per oggetto proprio questo punto.
Verrebbe stabilito che la coalizione vincente deve aver ottenuto più del 40% dei voti per guadagnarsi il diritto ad avere il 55% dei seggi.
Inoltre sarebbe introdotto un premio nazionale al Senato, in modo da scongiurare per quanto possibile l’ipotesidi due Camere con maggioranze diverse.
E forse anche le preferenze.
Il problema che sta per terremotare la maggioranza è che gran parte del Pd non la pensa affatto così.
E ritiene, come ha spiegato Anna Finocchiaro, che sia molto meglio cancellare con un tratto di penna il Porcellum e semplicemente resuscitare il vecchio maggioritario uninominale, ripulendolo dal famigerato scorporo (un meccanismo infernale che favoriva soltanto il proliferare le liste civetta).
Finocchiaro ha parlato sapendo di avere il partito dietro di sè, compresi i renziani, e la stragrande maggioranza dei gruppi parlamentari.
Anche Guglielmo Epifani l’ha incoraggiata a tener duro.
«Il mio pensiero – ha detto ai suoi il neo segretario – coincide con quello di Anna: meglio tornare subito al Mattarellum».
Per una volta il vertice del partito sembra in sintonia con la base parlamentare. Un pungolo per far presto è rappresentato dalla raccolta firme che il vicepresidente della Camera, il Pd Roberto Giachetti, sta promuovendo da un paio di giorni.
Punta a un’autoconvocazione del Parlamento con all’ordine del giorno proprio il ritorno al Mattarellum.
La mozione Giachetti ha già ottenuto più di cinquanta firme in poche ore.
Ma nel frattempo si sono aggiunte altre due novità importanti.
Beppe Grillo ha infatti esternato la sua preferenza per il Mattarellum e persino l’inventore della “porcata”, il leghista Calderoli, ha battuto tutti sul tempo presentando un disegno di legge per tornare al Mattarellum.
Insomma, si sta consolidando un fronte ampio per far fuori subito il Porcellum e sostituirlo con i vecchi collegi.
Una maggioranza spuria che comprende il Pd, il M5S, Sel, Grandi autonomie e, appunto, il Carroccio.
Un’insidia concreta per il Pdl. Che potrebbe indurre il Cavaliere a far saltare il banco prima di ritrovarsi con una legge che lo penalizza fortemente nella corsa elettorale.
Per questo Enrico Letta è stato costretto ad alzare la testa da Imu e Cig per provare a spegnare l’incendio.
Il vertice di maggioranza della prossima settimana si preannuncia tutto in salita.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Maggio 17th, 2013 Riccardo Fucile
DIFFICILE TENERE INSIEME TUTTO E IL CONTRARIO DI TUTTO
Prende tre casi di violenza e immigrazione. Poi sentenzia: «Quanti sono i Kabobo d’Italia?
Centinaia? Migliaia? Dove vivono? Non lo sa nessuno».
Dal suo blog Beppe Grillo torna a maneggiare una materia sensibile come il dossier immigrati. Con toni che fanno discutere.
Parte dal recente, triplice omicidio di Milano, ma poi allarga il campo ad altri episodi di cronaca nera.
Il leader, però, non convince una fetta rilevante del web, che dal blog lo contesta: «Sei superficiale come Borghezio».
Il fondatore del M5S ripesca episodi di violenza. Tutti commessi da immigrati, tutti in qualche modo con un conto aperto con la giustizia.
Nell’elenco c’è «un comunitario portoghese che doveva (deve) stare in carcere», «un ghanese che doveva essere considerato sorvegliato speciale per la sua violenza» e «un senegalese il cui decreto di espulsione non è mai stato applicato».
Grillo racconta delitti cruenti, stupri.
Infine domanda: «Chi è responsabile? ».
«Non la Polizia – è la risposta – che più che arrestarli a rischio della vita non può fare. Non la magistratura che è soggetta alle leggi. Non il Parlamento, che ha fatto della sicurezza un voto di scambio elettorale tra destra e sinistra e ha creato le premesse per la nascita del razzismo in Italia. Nessuno è colpevole, forse neppure Kabobo. Se gli danno l’infermità mentale presto sarà di nuovo un uomo libero».
Grillo non indica direttamente i responsabili, nè propone ricette.
Si limita a dipingere con tinte fosche il variegato pianeta immigrazione.
Chi invece ha qualcosa da dire è proprio il web.
Sul blog del comico non mancano i commenti a sostegno delle tesi del leader.
Ma si contano critiche altrettanto dure.
Come quella di Alberto: «Senza una parola sulla condizione dei milioni di immigrati che vivono onestamente in Italia, fai esattamente come il nano, che fa proclami. Hai volutamente elencato tre casi di disperati dei quali non conosci nulla, con una superficialità degna del miglior Borghezio».
O come Edoardo, che si indigna: «Questo post è veramente indecente. Uno schifo».
Un utente che si sigla Mozart si fa interprete del sentimento di molti internauti: «Questo post è un’istigazione al razzismo ed è quanto è emerso per la maggior parte di questi commenti! Questo caso è infamante, ma non può ripercuotersi su tutti gli altri “sporchi negri”, come molti qui dentro li hanno definiti!».
E in effetti c’è chi soffia sul fuoco.
Basta leggere Ferdinando: «I Kabobo in Italia sono ancora relativamente pochi, ma quando saranno diventati molto numerosi allora la loro ira sarà incontenibile e ci faranno tutti a pezzi».
Mentre un’anima della Rete accusa Grillo di solleticare sentimenti che sfiorano il razzismo, il comico a cinquestelle sceglie con una mossa a sorpresa di “coprire” anche il fianco sinistro del movimento.
I cinquestelle, infatti, parteciperanno sabato a Roma alla manifestazione della Fiom di Maurizio Landini.
Tommaso Ciriaco
(“La Repubblica”)
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Maggio 17th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI TENTATO DALLE ELEZIONI MA NAPOLITANO LO FERMA
Berlusconi andrebbe a votare anche domani mattina. I sondaggi vanno benissimo, l’elezione lo salverebbe anche dai processi. Ma non può.
“Ve lo ricordate cosa ha detto Napolitano alla Camera?”.
Siamo a due passi dall’ingresso di Montecitorio. Collaboratori fidatissimi del Pdl si dividono il lavoro con le troupe.
Tutti vogliono una dichiarazione, un’immagine.
Qualcosa che spieghi come mai, il Pdl, sembra non avere nessuna intenzione di mollare il governo Letta per la via.
Per trovare la risposta, però, rimandano tutti a una frase, un inciso, pronunciato dal presidente Giorgio Napolitano davanti al Parlamento riunito: “Mi accingo al mio secondo mandato — diceva nel discorso del 20 aprile — senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione ‘salvifica’ delle mie funzioni; eserciterò piuttosto con accresciuto senso del limite, oltre che con immutata imparzialità , quelle che la Costituzione mi attribuisce. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno”.
È qui, in queste parole, che il centrodestra legge chiaro il “ricatto” del Quirinale.
Se togliete la fiducia al governo — traducono — io mi dimetto e spetterà al prossimo presidente decidere se sciogliere le Camere.
Così, terrorizzati dall’ipotesi di un Capo dello Stato che si metta alla ricerca di altre maggioranze, i fedelissimi di Berlusconi provano a restare quieti, cercando di portare a casa il più possibile da questa legislatura che, dicono, “durerà almeno due anni”.
Eppure, i numeri li avrebbero dalla loro parte.
Mentre il Pd, dal giorno delle elezioni a oggi, arriva a perdere, secondo alcuni sondaggi, più del 3 per cento; il Pdl galoppa su percentuali di crescita che toccano perfino l’8.
Berlusconi, oggi, governa sulla carta il primo partito d’Italia.
Era ultimo, a febbraio. Superato dal centrosinistra, scavalcato dai Cinque Stelle.
Ma il governo delle larghe intese ha cambiato tutto: ha tagliato le gambe al Pd — che in settanta giorni ha bruciato un premier incaricato, due potenziali presidenti della Repubblica e un segretario — ha messo in crisi quella parte di consenso a Beppe Grillo che credeva fosse giusto sporcarsi le mani con il governo.
Così, paradossalmente, è l’ultimo classificato a rialzare la testa.
Non lo ferma la richiesta di condanna a sei anni del processo Ruby.
Ieri, in un colloquio con il Messaggero, Napolitano lo ha rassicurato: “Capisco chi si trova impigliato” in processi e vicende giudiziarie di rilievo — ha detto — ma “meno reazioni scomposte arrivano, meglio è dal punto di vista processuale”.
Restate calmi, e tutto si risolverà .
Ma al di là delle faccende in Tribunale, sono ancora una volta le questioni economiche a consigliare sangue freddo.
“Siamo sul filo del rasoio con Bruxelles”, ricorda il Quirinale.
Il neo segretario del Pd Guglielmo Epifani ha ammesso che la nostra situazione finanziaria è peggio del previsto, sostiene che ci sia quella “polvere sotto il tappeto” che Bersani aveva paura di trovare al suo arrivo al governo.
Ma sono proprio i falchi del centro-destra quelli che più tirano la corda sui conti italiani: dall’Imu in giù, la credibilità internazionale del governo Letta rischia di finire schiacciata dalle pressioni del partito di Berlusconi.
Lui, comunque, cresce. Ed è lo stesso Grillo, nei comizi che sta tenendo in giro per l’Italia in vista delle amministrative, a dire che la sfida, ormai, è tra loro due.
È convinto che si vada a votare ad ottobre, il leader dei Cinque Stelle.
E, nel dubbio, anche in Parlamento, è cominciato lo scouting.
Se davvero il governo Letta andasse a rotoli e le elezioni però fossero rimandate, il sostegno dei grillini diventerebbe determinante per i democratici.
Raccontano che Berlusconi abbia già messo in conto il rischio e si stia già attrezzando a pescare nuovi Scilipoti, cercandoli tra quelli che, prima di incontrare Grillo, erano elettori del centrodestra.
Nel frattempo, però, meglio restare nell’ombra.
Dopo il caos di Brescia — dove l’ex premier si è trovato una piazza divisa tra fan e contestatori — si è deciso di rinunciare ai comizi per un po’.
“Il presidente Berlusconi è rimasto particolarmente scosso dalle violenze di piazza avvenute a Brescia — fa sapere il coordinatore Pdl Denis Verdini — e ha pertanto deciso di annullare i prossimi comizi elettorali ad eccezione di quello a sostegno di Gianni Alemanno, candidato sindaco a Roma”.
Un altro che era distrutto.
Resuscitato dai guai del Pd e dall’inesperienza dei Cinque Stelle.
Paola Zanca
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Maggio 17th, 2013 Riccardo Fucile
L’ACCORDO ERA CHE SI SCEGLIESSE TRA PRODI E D’ALEMA
Come sarebbe cambiata la storia politica degli ultimi tre mesi se Bersani avesse ascoltato
D’Alema, prima delle consultazioni al Quirinale, e fatto un passo indietro a favore di Stefano Rodotà per Palazzo Chigi?
Risponde Pippo Civati, deputato filogrillino del Pd: “Avremmo avuto il governo del cambiamento, Prodi al Quirinale e Berlusconi sulle barricate. Oggi il Cavaliere è sempre sulla barricate ma, ahimè, è nostro alleato. Tutto potevo immaginare tranne che Massimo D’Alema aveva avuto la mia stessa idea”.
La notizia pubblicata ieri dal Fatto “D’Alema chiese a Bersani di fare un passo indietro e proporre Rodotà come premier”, ha messo in subbuglio il già devastato Pd sin dalle sette di mattina.
A infuriarsi più di tutti Bersani e i bersaniani che hanno preferito aggrapparsi alla precisazione della portavoce dalemiana, che smentisce le frasi attribuite all’ex premier: “Sono riportate frasi che Massimo D’Alema non ha mai pronunciato”.
Una smentita sulle frasi, non sulla notizia.
Tanto è vero che l’Ansa, la principale agenzia di stampa, ha cambiato nel giro di 30 minuti il titolo al comunicato di D’Alema. Da “Governo: portavoce D’Alema, non ha mai proposto Rodotà premier” delle 11.08 a “Governo: portavoce D’Alema, non ha mai parlato con il Fatto” delle 11.41.
La notizia dell’incontro tra i due, con tanto di proposta per il passo indietro, è vera. Ma anche di fronte all’evidenza l’ex cerchio magico di Bersani rifiuta di pronunciarsi e al massimo minimizza: “Non ci pare una cosa di fondamentale importanza”.
Invece è il contrario.
In quei primi venti giorni di marzo (il preincarico a Bersani è del 22) il dibattito interno sul “passo di lato” del candidato premier “primo ma non vincitore” si allargò poco alla volta.
Motivo: costringere il Movimento 5 Stelle a dialogare.
Se ne convinsero pure i giovani turchi sino ad allora fedeli al segretario.
Ricorda uno di loro: “È tutto vero e anche D’Alema era d’accordo. Noi eravamo per Barca, lui per Rodotà ”.
E quando poi il preincarico sfumò e tutto andava in direzione delle larghe intese, i giovani turchi non mollarono: “Grillo faccia lui un nome”.
Il tema di “aver inchiodato il Pd al destino di Bersani” è cruciale, prima o poi destinato a scoppiare.
Persino Walter Veltroni concorda con D’Alema. Con una sola differenza: Veltroni, lo ha detto ieri, preferiva un governo Bonino “gradito al M5S” e “non contestabile dal Pdl”.
Resta da capire solo il perchè di queste rivelazioni pubbliche a posteriori.
Fatte prima avrebbero potuto avere effetti concreti.
Gli antidalemiani del Pd insinuano che sono regolamenti di conti perchè la rottura tra “Pier Luigi” e “Massimo” avrebbe avuto un epilogo fatale: il segretario avrebbe bruciato D’Alema per il Colle.
Questo è un racconto diverso e va collocato nei due giorni del disastro democrat su Marini e Prodi.
Giovedì 18 aprile, i franchi tiratori silurano Marini e si arriva all’assemblea dei grandi elettori del Pd di venerdì 19, al Capranica di Roma.
Il partito è provato, sfilacciato.
Quale dev’essere il candidato finale? Si moltiplicano gli incontri, i faccia a faccia. D’Alema vuole giocarsi la partita del Colle.
Ma c’è una larga parte del Pd che vuole Romano Prodi.
E allora, nel vertice serale al Nazzareno si individua una soluzione: ci sarà un voto a scrutinio segreto, in cui i grandi elettori democratici dovranno indicare Prodi o D’Alema.
Un segno su uno dei due, una scelta secca.
Ma durante la notte le cose cambiano: la valutazione è che un’operazione del genere possa spaccare il partito in due.
E allora si opta per un’altra soluzione. A ogni elettore verrà distribuita una scheda sulla quale deve apporre un nome.
Su proposta dei vertici del Pd. La sequenza è concordata: Bersani proporrà Prodi. Poi, si alzerà Anna Finocchiaro e indicherà D’Alema.
Ma quella mattina le cose vanno in un modo diverso.
Bersani effettivamente fa il nome di Prodi. Scatta l’applauso. Quasi inaspettato.
A quel punto c’è chi racconta persino di aver visto Vasco Errani, uno dei colonnelli bersaniani, correre verso la Finocchiaro e bloccarla.
Fatto sta che lei non si alza. Momenti di confusione generale.
Luigi Zanda, dalla presidenza, comincia un intervento.
In realtà , raccontano, sta chiedendo un voto ad alzata di mano per procedere alla votazione segreta. Non tutti capiscono.
Molti applaudono e alzano le mani per dire sì alla candidatura di Prodi, altri pensano di dire sì alla votazione. Tutti in piedi. Sembra una standing ovation.
A quel punto l’Assemblea si scioglie. È durata in tutto un quarto d’ora.
Poi, tutti fuori dal Capranica, verso Montecitorio. I 101 franchi tiratori si organizzano. Fabrizia Giuliani, neodeputata romana vicina a D’Alema, commenta un attimo prima di entrare in aula: “Adesso andiamo a votare, ma se per caso Prodi non dovesse farcela, cambia tutto”.
Il resto è storia. Al fondatore del Pd mancano 101 voti democratici.
I loro nomi sono e saranno un mistero destinato a pesare.
“L’obiettivo non fu solo affondare Prodi, ma fare fuori Bersani”, è l’opinione degli uomini dell’ex segretario.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Maggio 17th, 2013 Riccardo Fucile
OGGI IL DECRETO PER SOSPENDERE L’IMU E PER GARANTIRE UN PAIO DI MESI DI CASSA INTEGRAZIONE. SPERANDO NELL’EUROPA
Lo dice lui stesso: “Non sarà il decreto dei miracoli”.
Il premier Enrico Letta, a Varsavia, incontra il primo ministro polacco Donald Tusk (da un po’ di tempo alleato dell’Italia in Europa) e parla del Consiglio dei ministri di oggi.
Il suo minimalismo è fondato: l’Imu verrà sospesa fino a settembre, nessuno sconto per i capannoni industriali e le imprese, che anzi subiranno i rincari già previsti.
La cassa integrazione in deroga verrà rifinanziata, ma a fronte di richieste dalle Regioni per 1,5 — 2 miliardi arriveranno soltanto 700-800 milioni.
“Soldi che bastano per un paio di mesi”, dice il sottosegretario al Welfare Carlo Dell’Aringa.
E poi? “In questi due mesi cercheremo di capire quanti soldi servono davvero per arrivare alla fine dell’anno, perchè c’è il sospetto di un uso un po’ improprio della cassa in deroga che questo governo vuole comunque eliminare nell’ambito di una riforma degli ammortizzatori”, dice Dell’Aringa.
Ma è chiaro — lo ammette anche il sottosegretario — che il governo è saldo soltanto fino a settembre: “Devono arrivare svolte concrete dall’Europa”, dice Dell’Aringa.
Sottinteso: se non si trova un compromesso con Bruxelles per fare investimenti fuori dal deficit (cioè per fare un po’ di spesa pubblica senza irritare i mercati), il governo andrà a casa.
È quello che dice in modo ancora più esplicito il capogruppo del Pdl, Renato Brunetta: “Entro agosto bisogna fare la riforma complessiva della tassazione degli immobili, compresi i capannoni, altrimenti cadrà il governo Letta”.
Il 29 maggio si chiuderà la procedura d’infrazione per l’Italia, a quel punto il governo Letta avrà una finestra di un paio di mesi per mettere le basi della sua stessa sopravvivenza: rientrato nella lista dei virtuosi (cioè col deficit sotto il 3 per cento del Pil) chiederà margini per investire e spendere. In alternativa, ma è un’ipotesi finora esclusa dal ministro per gli Affari europei Enzo Moavero e dagli altri negoziatori e dallo stesso Letta, potrebbe far emergere un deficit superiore al 3 per cento, magari aggiustando le previsioni di crescita verso il basso, e chiedere un paio d’anni per tornare sotto il tetto.
Come hanno fatto Francia e Spagna.
Ma finora sia Mario Monti, prima, che Letta oggi hanno sempre considerato troppo rischiosa questa tattica: l’Italia ha un debito enorme, sopra il 130 per cento del Pi, ed è ancora in recessione.
Compromettere l’unico risultato raggiunto, quello sul deficit, potrebbe scatenare il panico sul mercato, disperdendo quel tesoretto di risparmi dovuto al calo dello spread.
Letta quindi continua a essere prudente ma chiede che Bruxelles “non dia soltanto dichiarazioni astratte”.
Certo, la nostra posizione europea è stata migliore: la Francia, che Monti aveva usato come ariete per far passare le richieste italiane, ora è fragile.
Il presidente Franà§ois Hollande era stato assai poco delicato dicendo che con l’Italia “non c’è alcun asse contro la Germania” che Parigi è preoccupata di irritare.
Ieri Hollande ha provato a rimediare “c’è pieno accordo con Enrico Letta”, il quale si sforza di togliere dall’imbarazzo il collega dicendo: “Ho fortemente condiviso le parole di ieri di Hollande: non c’è nessuna volontà da parte dell’Italia di creare assi contro la Germania”.
Schermaglie, tatticismi che permettono di sopravvivere alla giornata.
Ma tutto il governo sembra sospeso in una condizione di incertezza esistenziale: l’Imu va cambiata, ma nessuno sa esattamente come (anche dal Pd dicono che non sarà più pagata allo stesso modo), i soldi per alleggerire il carico fiscale dagli immobili delle imprese paiono impossibili da trovare, anche se quell’intervento aiuterebbe l’economia molto più che detassare la prima casa.
Il ministro del Welfare Enrico Giovannini vuole ritoccare la riforma delle pensioni e quella del lavoro, ma non sono cose che si fanno in due mesi con la crisi di maggioranza che incombe. Con le elezioni sempre possibili, nessun partito accenna idee su dove trovare le coperture: guai a proporre patrimoniali o accise, sempre poco popolari.
Mario Monti rifiutava la massima di Giulio Andreotti “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.
Enrico Letta, invece, ha sempre guardato con simpatia e un po’ di ammirazione al talento tattico andreottiano.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 17th, 2013 Riccardo Fucile
VERDINI: “TEME PER L’INCOLUMITA’ DEI SUOI SOSTENITORI”… MA DALLO STAFF TRAPELA CHE SAREBBE IN REALTA’ RIMASTO POCO CONTENTO DALLA SCARSA PARTECIPAZIONE AL COMIZIO DI BRESCIA
“Una provocazione”. Raccontano che Silvio Berlusconi abbia commentato così l’intervista ad
Avvenire del capogruppo del Pd Luigi Zanda convinto dell’impossibilità per il Cavaliere di diventare senatore a vita.
L’ex capo del governo però si guarda bene dal replicare direttamente lasciando che sia tutto il partito a prendere le sue difese: “Se intervenissi – è il ragionamento fatto con i big del Pdl riuniti a pranzo – cadrei nel loro tranello”.
L’importante è che sia ben chiaro chi vuole alzare lo scontro per mettere in difficoltà il governo. Nel quadro di questo cambiamento di strategia, il Cavaliere decide anche di annullare diversi comizi, escluso quello di chiusura della campagna elettorale per amministrative, a Roma.
La strategia dunque è quella di non replicare e lasciare che allo stato maggiore pidiellino il compito di contrattaccare: «Si tratta di una proposta eversiva», tuona Renato Brunetta mentre Daniela Santache’ chiede:«Dopo Zanda ci dicano se andare avanti».
Certo raccontano che l’ex premier sia sempre meno convinto della tenuta dell’esecutivo, ma alla pattuglia dei falchi, che lo incita ad alzare la voce con minacce e prese di posizione, Berlusconi risponde invitando per ora alla prudenza: Con Letta – ha ribadito anche oggi ai suoi – ho fatto un accordo, aspetto di vedere i fatti.
Che Berlusconi non sia soddisfatto delle prime `mosse’ del premier è un dato di fatto, ma prima di lanciare ultimatum attende di conoscere i dettagli di provvedimenti in cantiere: Non possiamo intestarci una crisi – ha messo in chiaro – avendo detto che il Paese ha bisogno di un governo e di misure per rilanciare la crescita.
Insomma per ora bisogna avere pazienza nonostante l’insoddisfazione sia crescente.
Se è vero che l’ex capo del governo si affanna a precisare che la vita dell’esecutivo non ha nulla a che vedere con le sue vicende personali, la raffica di sentenze a suo carico rappresentano una `spada di damocle’ sulla testa di Enrico Letta.
A farlo capire senza tanti giri di parole ci pensa Piero Longo, uno degli avvocati del Cavaliere: «Se Berlusconi fosse interdetto dai pubblici uffici – spiega – forse il governo cadrebbe un giorno prima».
Ma ora, proprio per evitare «inutili strumentalizzazioni», l’ex capo del governo decide di ufficializzare quanto valutato già nei giorni scorsi: e cioè l’annullamento dei comizi per le elezioni amministrative con la sola eccezione di Roma.
Un annuncio fatto da Denis Verdini nel corso di una telefonata con Alberto Zucchi, coordinatore regionale del partito in Valle D’Aosta, essendo proprio Aosta la prima piazza in cui sarebbe dovuto andare Berlusconi.
L’idea, fanno sapere i fedelissimi del Cavaliere, avrebbe diverse motivazioni, la prima è quella di dar retta a chi come Gianni Letta lo ha invitato ad evitare tensioni con la magistratura e anche con il Capo dello Stato.
Insomma, nessuna piazza con il rischio che possa trasformasi in una kermesse anti-magistrati. L’ex capo del governo salterà dunque Aosta così è definitivamente tramontata l’idea di tenere una manifestazione a Barletta.
Nel Pdl però si sussurra anche che il Cavaliere avrebbe deciso di dare forfait ai comizi dopo essere rimasto poco contento della manifestazione a Brescia che lo ha visto anche `vittima’ di un lieve malore.
La campagna elettorale dunque sarà all’insegna degli spot radiofonici registrati nel pomeriggio a via del Plebiscito, mentre in serata l’ex capo del governo ha preso parte ad una cena di raccolta fondi con Alemanno.
(da “La Stampa“)
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Maggio 16th, 2013 Riccardo Fucile
APPELLO DEGLI SPEAKER DAL PALCO: “AVVISATE GLI AMICI”…MA NELLA CULLA DEL MOVIMENTO LA PIAZZA NON SI RIEMPIE
Il guastatore nelle terre delle camicie verdi.
Beppe Grillo scende in piazza a Treviso, per il suo tour elettorale in vista delle Amministrative, in una città ancora festante per l’arrivo del Giro con palloncini rosa ad addobbare le case e mezza inzuppata dalla pioggia.
Poche centinaia di persone in verità (non più di trecento), venute ad ascoltare il leader (in ritardo di mezz’ora) e il candidato sindaco Alessandro Gnocchi.
Gli speaker ingannano l’attesa tra cover dei Pink Floyd e «Self control» di Raf, invitando ad avvisare amici e conoscenti con il passaparola.
IL COMIZIO
Poi arriva il leader e scuote la piazza. Attacca Napolitano per l’inchiesta di Nocera Inferiore («È un galantuomo che se dici una parola in più…») e il governo («Rubano tempo»).
Invoca poltrone: «La prima forza politica del Paese non ha manco una carica: questa è la democrazia nel nostro Paese».
Poi si lancia nelle previsioni: «Se andiamo al voto dopo l’estate rimarremo noi e Berlusconi. Noi siamo la vera sinistra» (facendo finta di dimenticare che è stato finora lui la quinta colonna di Silvio).
Ammonisce i media e avverte: «Ora abbiamo anche noi una tv, devono stare attenti a fare i dossier».
LA «CULLA» DEL MOVIMENTO
Per il leader Treviso è un po’ come una culla. Qui i Cinque Stelle, nel 2008, quando ancora il Movimento non era nato ma esistevano solo le liste civiche espressione dei meet-up, ottenne il primo successo: David Borrelli venne eletto consigliere comunale.
Da allora è stata una scalata, una progressione continua. Dal 4% al 23,4% ottenuto a febbraio. Ora «puntiamo a far eleggere due-tre consiglieri», dice Borrelli.
Che commenta così i suoi cinque anni in Comune: «Treviso è una città che ha dato tanto al Movimento, è una città che ci ha lasciato lavorare, la maggioranza (di centrodestra, ndr) ha accolto i nostri progetti (ma che strano…n.d.r.) siamo stati una opposizione costruttiva”.
L’AGO DELLA BILANCIA
Ora i Cinque Stelle saranno con tutta probabilità l’ago della bilancia in questa tornata elettorale. Centrodestra e centrosinistra secondo i sondaggi sono impegnati in un testa a testa.
Decisivo sarà il peso della Lega Nord. Il partito di Roberto Maroni alle Regionali del 2010 raccolse il 35,4% (contro il 3% dei pentastellati), alle Politiche di febbraio invece il Carroccio si è attestato intorno all’8,5%.
Un crollo confluito in buona parte nel successo del Movimento, che proprio nella Marca trevigiana ha avuto i primi contatti con i piccoli e medi imprenditori, vero cuore pulsante dell’economia della zona.
Una svolta che potrebbe segnare la fine di un’era, quella del Carroccio.
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 16th, 2013 Riccardo Fucile
QUANDO IL PD NON SPOSA SOLO LE CAUSE PERSE, MA ANCHE QUELLE SBAGLIATE
“Prima di cancellare un evento che è entrato nella storia del costume, con grave danno
economico per l’indotto, si può ripensare la formula”; delle dichiarazioni con cui la senatrice del Pd Silvana Amati ha accompagnato l’interrogazione parlamentare sul perchè la Rai abbia deciso di sciogliere il rapporto con Miss Italia, questa è la più surreale.
Che una rappresentante della sinistra scenda in campo a difesa del decano dei concorsi di bellezza, e lo consideri un patrimonio culturale da proteggere, in sè non farebbe notizia.
È solo una riprova in più che il Pd non sposa solo le cause perse, ma anche le cause sbagliate.
A noi sembra invece che bisognerebbe fare per una volta i complimenti a viale Mazzini e al suo presidente Anna Maria Tarantola per avere tenuto fede al proposito di cancellare la grottesca liturgia che Miss Italia era divenuta grazie alla connivenza della tv.
Tra anteprime, selezioni, quarti di finale e finalissima le ragazze in due pezzi erano arrivate a colonizzare un mese di palinsesto, con un coefficiente di noia mortale che si impennava in misura inversamente proporzionale agli ascolti.
Dice: ma Miss Italia è un simbolo. Appunto.
Un simbolo dell’Italietta anni Cinquanta, divenuta troppo provinciale perfino per il paese più provinciale (e maschilista) d’Europa.
Ci sarebbe casomai da chiedersi perchè il servizio pubblico si sia ostinato a far palinsesti d’oro a queste adunate nordcoreane di fanciulle in costume da bagno; e, con buona pace della senatrice Amati, a che scopo le abbiano provate tutte per rianimare questo triste reperto di strapaese.
Abbiamo avuto l’annata delle miss intellettuali, l’annata della “personalità ” (già cantata da Caterina Valente), e naturalmente l’annata del talento.
Il talento! chi lo voleva vedere in faccia, chi cercava “una certa luce negli occhi”, chi voleva sentirsi mozzare il fiato in diretta (noto effetto collaterale del talento); il direttore Sandro Mayer, habituè della giuria, dilatava le narici con aria ispirata da sommelier, e invocava “l’odore del talento”.
Non è servito a niente, naturalmente, come non è servito a niente passare la conduzione da Fabrizio Frizzi a Loretta Goggi, a Carlo Conti, a Milly Carlucci, fino al ritorno di Fabrizio Frizzi (ciao Darwin).
Anno dopo anno, per interminabili serate di inizio settembre, agli spettatori ancora mezzo intontiti dal rientro dalle ferie Raiuno ha dato il colpo di grazia con quelle falangi macedoni affidate alla verve di Frizzi e costruite sull’identico elevato all’ennesima potenza (sotto questo profilo, un’ottima metafora di gran parte della tv di oggi).
Un format diventato nel tempo sempre più simile alle estrazioni del lotto.
Numeri, gambe, sorrisi, pianti, prefissi e televoti scanditi in una diretta potenzialmente infinita, mentre scorrevano i primi piani marmorizzati delle concorrenti.
Va bene che erano più espressive delle palline del superenalotto (seppure di poco); ma come si fa a far durare un’estrazione quattro ore?
Povere miss, brave ragazze sopravvissute a un’idea di donna oggetto ormai estinta, perchè anche l’oggettistica si evolve; sono rimaste solo loro a credere che per sfondare bastino una passerella e Fabrizio Frizzi.
Se davvero le telecamere si spegneranno per sempre, forse qualcuno gli spiegherà che sono ci ben altri casting, altri presentatori, altri talenti su cui puntare; e quelli sì che farebbero audience.
Nanni Delbecchi
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