Febbraio 8th, 2014 Riccardo Fucile
PROBLEMI DEL LAVORO: APPRENDISTI NON SI NASCE, SI DIVENTA
Sarà in libreria a giorni il nuovo saggio di Romano Benini sulle diverse concause della disoccupazione record italiana.
Benini è un esperto di lavoro che insegna alla Sapienza e cura il sito Work Magazine, con diversi libri all’attivo.
Tra le tesi di quest’ultimo studio, c’è quella — dati alla mano — sugli effetti della mancata formazione: in questo Paese lo Stato ha tagliato gli investimenti sulle conoscenze sul know how dei giovani. Benini nota anche come ci sia una correlazione proporzionale abbastanza stretta, in tutta Europa, fra impegno/disimpegno nel settore e conseguente occupazione/disoccupazione.
Ovvio che, in presenza di questa correlazione, l’investimento pubblico poi viene abbondantemente ripagato in termini di Pil o semplicemente di imposte: dato che, come, noto, un disoccupato contribuisce poco al gettito fiscale e ancor meno alla famosa ripresa dei consumi.
Il costo della inoccupazione è insomma più impattante del diabolico costo del lavoro.
A proposito, qui i casi sono due: o quest’ultimo lo riduciamo prima ai livelli polacchi, poi a quelli vietnamiti e infine a quelli africani, oppure lo valorizziamo rendendolo più prezioso di quello polacco, vietnamita e africano.
E l’unico modo per valorizzarlo è fare esattamente il contrario di quello che stiamo facendo, tagliando le capacità , le conoscenze, i know how.
(da “gilioli.blogautore.espresso.repubblica”)
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Febbraio 8th, 2014 Riccardo Fucile
SILENZIO, PARLA FARINETTI, IL MERCANTE DI UTOPIE
Arieccolo, il bru-bru di Leo Longanesi, quello che entra nel salotto politico solo perchè “un
giorno a colazione trovò lo slogan per lanciare un’acqua minerale o un tipo extra di pasta all’uovo”.
Farinetti Oscar, figlio di partigiano, fondatore di Eataly (“il più grande centro enogastronomico del mondo”) e fidatissimo di Renzi, è la faccia nuova di un’Italia che mima la risalita.
Si vocifera di dicasteri, colpo di coda del nominismo porcellino ai tempi dell’accordo inter eos sulla legge elettorale.
Farinetti ci crede tantissimo: espugna città , costruisce Las Vegas stile Leopolda all’odor di alici di Cetara e soldi pubblici; rilascia interviste schiette, da macellaio che ha fatto il miliardo ma ti mette da parte i pezzi migliori; autarchico del futuro, loda l’Italia bio e schernisce l’altra.
Da imprenditore-guru, sa il fatto suo e lo va a dire in Tv pensando sia anche il nostro.
Dà consigli a metà tra il passante e il ministro in pectore.
Cavaliere per investitura, elogia il tempo che fu, la crostata come una volta, ma nel lavoro è rapido, sbrigativo, diretto.
I dipendenti, araldi della flessibilità con cappellino bordò, li paga un po’ poco, ma beato chi ha un presente in questa morta gora.
Farinetti piace a Renzi, forse perchè è il contraltare imprenditoriale perfetto della sua filosofia politica, fatta di riforme-Ikea, ruvide, anti-burocratiche e refrattarie alle cose vecchie di pessimo gusto come i servizi di nonna Speranza, la Costituzione, l’ideologia. Al posto della teleologia dell’avvenire, qui c’è la religione del km 0.
In luogo dell’integrità , la purezza di una farina macinata a pietra.
Certo quella di Renzi è un’altra sinistra rispetto a quella che subiva una “attrazione fatale per il capitale” (come la chiamò Robecchi sul Fatto ), e allo yacht di Bazoli preferisce la trafilatura a bronzo dei fusilli artigianali.
Dalla razza alla terrazza padrona, versione light di un elitismo più sottile, fatto più di comunicazione che di borsa, di spuntini bio in stanze vero-finto-rinascimentali più che di lunghi pranzi democristiani da Fortunato, e si va spicci e dritti verso soluzioni efficaci. Slow food e politica fast.
Pochi fronzoli, zero discussioni da vecchia sezione di partito. La sinistra terremotata si è fatta prendere da un rottamatore, e ha trovato un manovratore abile a far della politica non il connubio di teoria e prassi, ma un gioco di incastri e equilibri.
L’avanguardia di Renzi mette l’urgenza di disintegrare le gerarchie fossili del potere, quello dei banchieri compreso.
Le banche non sono alleate ma zavorre al desiderio collettivo di ripresa (tra Farinetti e un forcone c’è l’ineffabile fascino di una spremitura a freddo). Ma poi lo stesso Renzi vota sì al favore-Bankitalia da 7 miliardi e mezzo.
Perciò largo alla qualità di ciò che mangiamo, che poi secondo il compagno Feuerbach era ciò che siamo. “Alti cibi”, mica patate da assedio di Stalingrado.
Se di capitale si tratta, è quello sano delle sue facce più cool: Apple, Eataly. Stay fresco, stay hungry: il pranzo al sacco, metonimia manco tanto suggerita di una contingenza da guerra, è diventato sexy.
Sfamaci tu, Farinetti, con soli 13 euro e un occhio all’eccellenza.
È il momento giusto, se pure Obama loda Letta perchè in Toscana si mangia bene: la cultura del cibo sposa i milioni e sfonda in politica liberandosi delle “vecchie liturgie”, a cui si preferisce la sapienza pratica del maneggione con le mani in pasta tutto il giorno con contratti e vertenze, prezzi delle merci e malumori dei sindacati.
A ogni epoca il suo guru. Venti anni fa ci piaceva pensare che un palazzinaro intrighino esperto di creste sui VHS potesse far uscire il paese dalla palude della Prima Repubblica. Uno è un bravo gestore del suo, e a noi ci pare già il conte di Cavour.
E al solito, di un ricco non pensiamo che voglia fregarci: è già ricco di suo!
Parlare di conflitto d’interessi ci annoia, è roba Anni 90, e proprio non vediamo conflitto tra amministrare milioni per le politiche agricole e costruire cattedrali “multifunzionali” di arance e tortelli in ogni città .
Silenzio, parla Farinetti. Siamo tutti in attesa.
Ora ci spiega lui come si fa, come si rimette in sesto l’Italia.
Buon senso, visionarietà , pragmatismo: il “mercante di utopie” (così la sua biografia) conosce il Paese palmo a palmo, vitigno per vitigno. Ariecco pure il territorio.
Macina applausi come grano duro di Altamura. Si lamenta di tasse, propone riforme. È un miliardario che geme e (sempre Longanesi) “l’anima dei ricchi geme a sinistra”.
Altro che petrolio: negli occhi gli brillano riflessi di olio EVO Armonico.
Ci sentiamo un po’ in colpa, a disagio, come se ci fossimo presentati a una cena in ambasciata col cappellino di McDonald’s.
Siamo superstiti di un mondo che sta scomparendo, che parla ancora di popolo, diritti e lavoro e non sa nemmeno cos’è uno scalogno, un’oliva taggiasca.
Daniela Ranieri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 8th, 2014 Riccardo Fucile
“E’ SOLO QUESTIONE DI BUSINESS, LE AZIENDE NE FAREBBERO VOLENTIERI A MENO”… COSTI ELEVATI E TEMPI LUNGHI, LE BUONE RAGIONI PER PASSARE AI METODI ALTERNATIVI
Le aziende farmaceutiche – perlomeno quelle che sostengono in proprio i costi della ricerca – hanno tutto l’interesse ad abbandonare la sperimentazione animale. Se non proprio per una questione di etica, quanto meno per un discorso di business. Perchè sperimentare sugli animali comporta costi e tempi lunghi che male si combinano con il mercato — perchè i farmaci salvano la vita, ma sono pur sempre prodotti commerciali e con il mercato si devono necessariamente confrontare — e con la rapidità di cambiamento che esso oggi richiede.
Thomas Hartung non ne ha alcun dubbio. Professore alla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, fra il 2002 e il 2008 è stato a capo del Centro europeo per la convalida dei metodi alternative (Ecvam) della Commissione Europea. «Basterebbe un dato — spiega Hartung -: fra il 2005 e il 2008 in tutta l’Ue il ricorso alla sperimentazione animale nell’industria farmaceutica è calato motu proprio del 25%. Ogni volta che le aziende possono passare ai metodi alternativi, semplicemente lo fanno». Perchè sono convenienti. Perchè danno risultati più efficaci. E perchè li danno in tempi più stretti. Lui sgombra subito il campo da ogni possibile equivoco e spiega che a suo parere, «bisognerebbe sempre avere validi motivi per sacrificare esseri viventi». E che «visto che i metodi alternativi esistono è doveroso utilizzarli».
Professor Hartung, i metodi alternativi sono visti spesso come pretesto per una battaglia solo etica o ideologica. Perchè farvi ricorso?
«Perchè la sperimentazione animale non dà risposte abbastanza rilevanti per l’applicazione sull’uomo. Nel mio campo, la tossicologia, gli esperimenti su topi e ratti danno ad esempio una capacità predittiva su se stessi del 6o%; sull’uomo, per gli effetti delle droghe, del 43%. Troppo poco per compiere valutazioni efficaci. Ma questo non è il solo aspetto. Ce ne sono altri due a cui le aziende farmaceutiche sono particolarmente sensibili: costi e tempi».
Vale a dire?
«I test che oggi si compiono sono troppo costosi. Testare il cancro sugli animali costa più di un milione di euro, una cifra enorme, che non ci possiamo permettere. E poi la durata: ogni ciclo di studio degli effetti dei tumori sui topi dura circa quattro anni, ma il cambiamento dei metodi di cura è molto più veloce e richiederebbe una maggiore reattività . Soprattutto considerando la quantità di sostanze che devono essere testate e le loro innumerevoli combinazioni: basti pensare che spesso le terapie sono basate su cocktail di farmaci. Bisogna pensare a costi più bassi e tempi più stretti, soprattutto per quei prodotti di cui già conosciamo molto. I metodi alternativi, e sostanzialmente il ricorso a modelli virtuali possibili grazie alle nuove tecnologie o lo studio su cellule staminali umane che danno ottimi risultati nello studio di biologia e tossicologia, rispondono a questi criteri».
Per quale motivo allora si fa così fatica a prenderli in considerazione?
«È sempre un problema di mercato. Le diverse legislazioni nazionali prevedono test sugli animali obbligatori e i farmaci non ricevono autorizzazioni se questo passaggio viene saltato. Le aziende di conseguenza sono state costrette ad investire in questo campo. La legge purtroppo fa riferimento a metodi superati, non è stata capace di adeguarsi ai tempi».
Chi critica i metodi alternativi fa notare che è grazie ai test sugli animali che oggi esistono farmaci che salvano la vita all’uomo…
«E’ vero. La sperimentazione animale ha dato un grande contributo alla scienza e il mondo è più sicuro grazie a questi esperimenti. Ma ad esempio in tossicologia si usano gli stessi metodi di 50 anni fa, quando io ero ancora all’asilo nido. Nel frattempo molto è cambiato grazie alla tecnologia e alle conoscenze che abbiamo oggi e un tempo non avevamo. Perchè decidere di restare indietro di 20, 30 o 40 anni?».
Il mondo scientifico però non è unanime su questo punto …
«Anche a livello scientifico non vengono ancora valutati fino in fondo tutti gli aspetti delle alternative. Ad esempio non affrontiamo abbastanza i limiti degli esperimenti sugli animali. Spesso i ricercatori parlano dei risultati stupendi dei loro esperimenti, ma non degli ostacoli che incontrano. Già tra ratti e topi ci sono differenze, figuriamoci tra ratti e uomo, e per questo i risultati non sono così rilevanti. Quel che è certo è che non esiste un metodo perfetto. I metodi alternativi hanno debolezze e così quelli basati sulla sperimentazione animale. Dobbiamo immaginare una combinazione fra loro e arrivare ad utilizzare sempre meno animali. L’esempio è quello delle cellule staminali umane, con cui possiamo studiare davvero la fisiologia dell’uomo e non qualcosa che può essere simile. Il processo dipende evidentemente dalle leggi, ma riguarda anche la scienza che sempre di più deve arrivare a capire i limiti dei metodi vecchi che ha fino a qui utilizzato».
Le istituzioni sono pronte?
«Io ho lavorato con la Ue che porta avanti il programma forse più grande del mondo per lo sviluppo dei metodi alternativi. Ma bisogna ottimizzare il processo per la convalida e aiutare anche finanziariamente la crescita dei nuovi metodi. Perchè senza la forza del mercato e la standardizzazione è molto difficile introdurre qualcosa di nuovo. Ci sono grandi differenze tra Europa e Stati Uniti: da una parte e dall’altra dell’oceano si investono cifre analoghe, ma a livello europeo non c’è un coordinamento capace di razionalizzare ricerche e risultati. Negli Usa ci sono grandi agenzie che lavorano insieme ad un programma di 150 milioni di dollari per arrivare ad una concezione differente. Dall’alto si decide cosa serve, e dal basso i laboratori si mettono al lavoro per svilupparlo».
Lei vede sensibilità attorno a questo tema? Dopotutto l’empatia umana per gli animali è molto variabile. Tutti amiamo cani e gatti, ma se non si tratta di Mickey Mouse o del Remy di Ratatouille difficilmente pensiamo con simpatia ad un topo…
«Un numero sempre maggiore di persone è contraria alla sperimentazione animale e sono molti quelli che si pongono dei dubbi. Ma qui negli Usa l’aspetto etico è meno importante che da voi. Se qui si studiano i nuovi metodi per non utilizzare animali è solo perchè non si è contenti dei risultati che i vecchi metodi danno. Sono questi limiti che ci impongono di voltare pagina, non è solo un discorso di empatia per un ratto».
Quindi alla fine tutto si riduce ad un aspetto economico?
«Le ditte farmaceutiche utilizzano sempre di meno animali e sono molto competitive in questo. Lo sviluppo di una nuova medicina ora costa mediamente un miliardo e 400 milioni di euro. Fra 2005 e 2008 tutte le ditte farmaceutiche europee hanno ridotto il 25% nell’uso di animali a parità di spesa. E’ un processo molto importante, tanti studiano oggi metodi più veloci basati su cellule umane e solo alla fine introducono un po’ di sperimentazione animale».
Lei sembra fiducioso…
«E’ un processo, non si può cambiare dall’oggi al domani. Ma si può accelerare. Ci sono malattie molto rare per le quali nessuna ditta può sviluppare qualcosa in modo classico perchè non ci sono abbastanza pazienti per ottenere uno sviluppo rapido. Quindi si sperimenta direttamente sui pazienti e i risultati non mancano. Questo non vuol dire mettere a repentaglio vite. Si fa ricorso al microdosing, ovvero a sostanze usate in quantità limitate che non comportano rischi, e poi via via si va oltre. Bisogna farlo laddove non possiamo permetterci di aspettare i risultati dei test animali. Più del 50% delle medicine sono anticorpi per l’uomo e non funzionano sugli animali. E viceversa ci sono sostanze che hanno effetti dannosi e non funzionano sugli animali ma sono efficaci per l’uomo. Se ci si basasse solo sui test per animali non potremmo usarle. L’esempio è quello della comune aspirina: provoca malformazioni sugli embrioni in moltissimi animali ma sull’essere umano no».
Come se ne esce?
«Non sempre facciamo le cose giuste per prendere decisioni giuste. In questo campo non esiste il concetto di bianco o nero. Bisogna aprirsi e valutare. L’importante è trovare una strada in questa nebbia».
(da “il Corriere della Sera”)
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