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LA CASSA DI FAMIGLIA, GLI STRILLONI DEL PERÙ E IL TFR DI MATTEO

Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

IL PREMIER, GRAZIE ALLA DITTA PATERNA (DISTRIBUZIONE DI GIORNALI), HA UNA BUONA ANZIANITà€ CONTRIBUTIVA E UN TRATTAMENTO DI FINE RAPPORTO TENUTO AL SICURO

La ruota della fortuna ha girato contro la Chil, ma anche contro Matteo Renzi ieri. Perchè anche se il premier (dopo la campagna del Fatto sui suoi contributi pensionistici pagati dai contribuenti) non è più un dipendente dell’azienda di famiglia da qualche mese e anche se non lo era della Chil Post fallita dal 2010, la storia della società  nel mirino della Procura di Genova è anche la sua storia.
A partire dal passaggio chiave nel mirino dei pm: la cessione della storica Chil srl (previo cambio del nome in Chil Post srl) da Tiziano Renzi all’imprenditore genovese Gianfranco Massone.
Un minuto prima di cedere la Chil Post il ramo d’azienda che faceva marketing editoriale, viene ceduto alla Chil Promozioni, nata 3 anni prima, che resterà  dei Renzi cambiando nome in Eventi6.
Matteo Renzi non è protagonista di questa manovra del padre Tiziano ma l’allora sindaco di Firenze viene tirato in salvo dal babbo come dipendente in aspettativa sulla scialuppa di Eventi6 mentre la nave di Chil salpa verso il naufragio di Genova.
E insieme a lui si salvano anche il tfr accumulato e il diritto ai contributi figurativi che continueranno a essere versati dal Comune di Firenze fino al 2013, come prima aveva fatto la Provincia, a partire dal 2004.
Il ramo d’azienda ceduto dalla società  poi fallita, compreso il dipendente-sindaco e il furgoncino Pavesi simbolo della campagna elettorale del 2009, viene pagato dalla Eventi6 solo 3 mila e 878 euro.
Fonti vicine ai Renzi però dicono: “Alla Chil Post non furono lasciati solo i debiti come dice la Procura ma anche un portafoglio clienti”
Insomma, questa storia va ancora chiarita e non riguarda penalmente Matteo Renzi ma certamente lo addolora.
Tutto nella Chil profuma di Matteo. A partire dal nome. Certo tra i personaggi del Libro della Giungla richiamati durante le attività  dei boy scout babbo Tiziano ne poteva scegliere uno che portasse meno sfiga .
Chil, Tiziano lo sa, è l’avvoltoio. Il personaggio perfetto per incarnare il reato di bancarotta realizzato da chi approfitta di un’azienda moribonda e si porta via i beni migliori.
Tiziano Renzi avrà  scelto questo nome per la sua società  di distribuzione di giornali pensando alle “Parole Maestre” di Chil nel mondo dei boy scout: “Siamo dello stesso sangue, tu e io”. Questa frase deve essere tornata in mente a Matteo quando nel 1994, a 19 anni, vince 48 milioni di vecchie lire alla Ruota della Fortuna, due giorni prima del celebre discorso di Mike Bongiorno a favore della discesa in campo del Cavaliere. Matteo mette i soldi nella società  di papà  e mamma, creata sei mesi prima.
Grazie anche ai soldi di Canale 5, Chil diventa una delle maggiori società  italiane nella vendita dei giornali con gli strilloni ai semafori.
Il giovane Matteo negli anni ’90 è socio al 40 per cento mentre la sorella maggiore Benedetta detiene il restante 60 per cento.
La madre è presidente, babbo Tiziano è l’anima.
Matteo Renzi in uno dei suoi primi curriculum si spaccia per dirigente e fondatore in realtà  sul piano formale era un co.co.co. e guadagnava 14 mila euro all’anno fino all’ottobre 2003, quando la Margherita lo candida alla Provincia.
Un giorno prima dell’annuncio del suo partito il 27 ottobre 2003 la Chil trasforma il suo contratto da co.co.co. a dirigente mentre le sorelleMatilde e Benedetta sono co.co.co. ancora oggi.
La famiglia paga lo stipendio e i contributi a Renzi per pochi mesi poi, dopo l’elezione, sono i contribuenti a pagare per 9 anni a Renzi i contributi pensionistici.
La legge infatti prevede che sia l’ente locale a pagare al posto della Chil.
Quando la società  passa a Massone e Renzi viene ceduto con il ramo di azienda alla Eventi 6 il tfr è 28 mila euro.
Il premier ha deciso di dimettersi questa estate, dopo la nostra richiesta, e gliene abbiamo dato atto. Il tfr dovrebbe essere di circa 40 mila euro.
La Chil distribuiva Repubblica, Il Secolo XIX, Il Messaggero e soprattutto Nazione e Resto del Carlino. Tutte le mattine Matteo andava in auto all’alba al garage Europa di Borgo Ognissanti con il suo furgone e consegnava agli strilloni della Chil i pacchi dei giornali e le istruzioni per la giornata.
Chil ha smesso di fare strillonaggio proprio quando Renzi è diventato presidente della Provincia. C’erano troppi strilloni extra comunitari. Tra questi il celebre Manuel: un peruviano con 27 cugini, tutti senza permesso di soggiorno.
Prendeva i giornali, li portava alla stazione di Firenze, girava l’angolo e li dava a un extracomunitario irregolare a cui consegnava la casacchina.
Non era il massimo per un presidente della Provincia e Chil rinunciò al business. Matteo Renzi e il padre inventavano idee per spingere i clienti a comprare gli allegati. Se c’era la Divina Commedia con La Nazione spuntava all’edicola un ragazzo vestito da Dante.
C’era il cd con la musica classica? Ecco un Verdi con barba e cappello.
I Renzi erano i più bravi nell’accalappiare i lettori. Il fatturato negli anni d’oro ha superato i 7 milioni di euro.
Intanto Chil Post falliva.
Ora i pm di Genova vogliono capire se quel destino era già  scritto.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA BANCAROTTA DI CASA RENZI

Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

INDAGINE SULLE AZIENDE DEL “BABBO”: “MI DIMETTO DA SEGRETARIO DEL PD DI RIGNANO SULL’ARNO”

Tiziano Renzi è indagato per bancarotta fraudolenta dalla Procura di Genova.
Secondo i pm, il padre del premier avrebbe svuotato un’azienda attraverso una vendita ritenuta fittizia, che avrebbe consentito alla famiglia di sottrarre ai creditori le attività  più redditizie.
Alla società , così divenuta poco più di una scatola vuota affidata a un ex socio che l’ha portata al fallimento, sarebbe invece rimasto un passivo di oltre un milione di euro.
I pm genovesi Marco Airoldi e Nicola Piacente vogliono accertare se si sia verificato lo schema tipico di tante bancarotte fraudolente: cioè un debitore che attraverso vendite più o meno fasulle lascia a bocca asciutta i creditori.
A insospettirei magistrati e gli investigatori il prezzo di vendita della società  in questione: 3.878,67 euro. Pochi, apparentemente.
Ma andiamo con ordine. Tutto ruota attorno ad alcune società  della famiglia di Matteo Renzi: Chil Post ed Eventi 6.
Società  di cui, fra l’altro, il presidente del Consiglio è stato prima socio e poi unico dipendente, assunto pochi giorni prima la sua elezione alla guida della Provincia di Firenze che ha dovuto, come il Comune una volta diventato sindaco, versare i contributi previdenziali per il boy scout di Rignano.
Matteo Renzi viene ceduto insieme alla parte sana della Chil Post del padre Tiziano Renzi alla Chil Promozioni, poi trasformata in Eventi6, della madre Laura Bovoli.
Il contratto viene firmato l’8 ottobre 2010. Tiziano Renzi cede alla moglie auto, furgoni, muletti, capannoni e altri beni per 173 mila euro complessivi e uno stato patrimoniale con 218.786 euro in attivo e 214.907 in passivo: la differenza ammonta a 3.800 euro, prezzo che viene corrisposto per la cessione.
Dopo appena sei giorni, il 14 ottobre 2010, Tiziano Renzi torna dal notaio e trasferisce la sede della Chil Post srl a Genova, si dimette da presidente e nomina suo sostituto Antonello Gabelli di Alessandria.
Passano altre tre settimane e il 3 novembre 2010 cede l’intera proprietà  della società  a Gian Franco Massone.
Ma l’azienda è ormai priva di beni ed è gravata da un passivo di un milione e 100 mila euro di cui 496 mila euro di esposizione con la banca Credito Cooperativo di Pontassieve guidata da Matteo Spanò, uno dei fedelissimi di Matteo Renzi che lo ha nominato prima alla guida della Florence Multimedia e poi al Museo dei Ragazzi del Comune di Firenze e da qui, Spanò, ha affidato appalti alla sua società , Dotmedia.
Sia l’esposizione con la banca sia i debiti verso i fornitori non vengono ripianati e Massone dichiara il fallimento della Chil Post nel 2013.
Il tribunale fallimentare, esaminando gli atti, trova inusuale la cessione fatta alla Eventi 6.
In particolare il fatto che vengano trasferite alla società  della moglie di Tiziano Renzi solo le passività  necessarie a pareggiare nello stato patrimoniale le voci in attivo come un debito con la Cassa di Risparmio di Firenze per complessivi 185 mila euro.
Il dubbio è che per trasferire i contratti in essere per la distribuzione dei giornali — tra cui Il Messaggero e quelli del gruppo L’Espresso — e i vari beni, come le auto e i capannoni, Tiziano Renzi abbia trasferito solo i debiti necessari a far figurare il pareggio lasciando nelle mani di Massone il grosso del debito.
La Procura di Genova nel corso delle indagini ha individuato anche vecchi creditori della Chil Post che hanno raccontato di aver tentato di farsi pagare le fatture arrivando a presentarsi nella sede genovese della Chil Post, trovando però due stanze vuote e abbandonate invece degli uffici. Neanche una scrivania.
L’indagine disegna il padre di Renzi come un furbetto di provincia che adotta il più classico dei metodi per evitare di pagare i propri debiti.
Lui, contattato telefonicamente, ha negato ogni addebito: “Abbiate rispetto per un indagato”.
In serata ha inviato un comunicato, senza però entrare nel merito delle indagini. “Alla veneranda età  di 63 anni e dopo 45 anni di attività  professionale ricevo per la prima volta nella mia vita un avviso di garanzia. I fatti si riferiscono al fallimento nel novembre 2013 di una azienda che io ho venduto nell’ottobre 2010. Sono certo che le indagini faranno chiarezza ed esprimo il mio rispetto non formale per la magistratura inquirente ma nel dubbio, per evitare facili strumentalizzazioni, ho rassegnato le dimissioni da segretario del circolo del Pd di Rignano sull’Arno”.
Il procuratore capo di Genova, Michele di Lecce, ha annunciato che potrebbero esserci anche altri indagati.
Al momento, insieme a Tiziano Renzi, il fascicolo sulla bancarotta fraudolenta coinvolge gli amministratori Gabelli e Massone, nessuno della Eventi6.
La società  beneficiaria dei rami sani dell’azienda tra cui la distribuzione dei giornali e di proprietà  della mamma di Renzi e delle sorelle, Matilde e Benedetta.

Ferruccio Sansa e Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE 5STELLE STANNO A GUARDARE: GRILLO FORSE NON SE N’E’ ACCORTO, MA DOVREBBE ESSERE IL CAPO DELL’OPPOSIZIONE

Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

AI CINQUESTELLE CONTINUA A MANCARE COERENZA, CHIAREZZA E UN PROGETTO CREDIBILE E VISIBILE

Chi è oggi, cosa dice, cosa fa la sinistra italiana nel momento in cui la destra annaspa e dimostra di non essere la dispensatrice di miracoli che forse molti elettori avevano creduto che fosse?
Si decide ad assumere un nome, un volto, un programma, oppure vuol continuare a fare (sia pure, bisogna riconoscerlo, sottovoce e urbanamente) delle prove d’orchestra alla Fellini?
Sono domande che non aspettano risposte perchè nessuno, purtroppo, ha i titoli per darne, ma che mezza Italia si pone.
È vero che forse anche l’altra mezza… Ma non è una consolazione”.
Così Indro Montanelli, sul Corriere del 7 giugno 2001, un mese e mezzo prima di lasciarci, chiudeva quello che sarebbe stato il suo penultimo editoriale.
S’intitolava “Il tricheco di sinistra” e profetizzava, nel momento del massimo consenso berlusconiano, il declino del Caimano inseguito dalle sue bugie.
Ma anche l’atavica incapacità  della sinistra di proporre un progetto alternativo per le sue divisioni, compromissioni e confusioni.
Grillo, Casaleggio e gli eletti M5S farebbero bene a leggerselo e a rifletterci.
Il loro successo nasce proprio dal tradimento del centrosinistra, che con i suoi inciuci e malaffari ha abbandonato i temi della legalità , dell’ambiente, dell’equità , della trasparenza e della partecipazione, regalando immense praterie ai “grillini”.
Ma, sostituendo qualche parola, quell’editoriale può insegnare molto anche a loro.
Chi è oggi, cosa dice, cosa fa il M5S nel momento in cui le larghe intese Renzusconi annaspano e dimostrano di non essere le dispensatrici di miracoli che molti elettori avevano creduto che fossero?
Si decide ad assumere un nome, un volto, un programma, o vuol continuare a fare delle prove d’orchestra alla Fellini?
Dopo sei mesi di campagna elettorale, Renzi è finalmente costretto a fare delle scelte e a misurare le sue slide con la dura realtà  dei conti che non tornano e dei soldi che non ci sono. L’atterraggio dell’empireo dei tweet e dei selfie sulla terraferma dei numeri è tutt’altro che indolore.
Il 99% degli annunci sono balle, ma soprattutto molte delle poche cose fatte non funzionano perchè sono sbagliate.
E qualcuno comincia a capire che la ripresa era una leggenda metropolitana e che a fare i sacrifici saranno i soliti noti: i lavoratori, un’altra volta scippati dei loro diritti; i contribuenti onesti, spremuti da un’evasione spaventosa che il governo non vuole neppure solleticare; e i cittadini, sempre più espropriati del diritto di voto (per il Senato e le Province, e pure per la Camera dei nominati).
In Parlamento i 5Stelle hanno assunto quasi sempre la posizione giusta, anche a costo di sfidare i vertici (vedi reato di clandestinità ).
E bene fanno ora a respingere il ricatto sul duo Violante-Bruno, offrendo i loro voti a candidati indipendenti per la Consulta.
Ciò che manca però è un progetto complessivo che risulti credibile e autorevole. Ma anche visibile.
E qui non si scappa: le idee camminano sulle gambe degli uomini e questi devono farsi sentire. Affidare la comunicazione al blog di Grillo e alle sue uscite per metà  azzeccate e per metà  goliardiche, scombiccherate, estemporanee e cacofoniche (tipo quelle su immigrati e Tbc), per giunta alternate dai balletti “tv sì-tv no”, “vado da Vespa-mai più da Vespa”, è un errore madornale.
In Parlamento si possono fare cose splendide, ma se poi la gente non le viene a sapere, strillare ai media di regime (sai che novità ) non serve.
Manca una figura credibile e autorevole che ogni sera enunci ai tg e ai giornali (i talk show visti finora sono i salotti del Nazareno) la posizione della prima e spesso unica forza di opposizione. Un portavoce eletto dagli eletti non snaturerebbe il movimento nè lo trasformerebbe in partito. Che sia Di Maio o un altro, poco importa: purchè ci sappia fare.
Quando Renzi si atteggia a ultima spiaggia, fa ridere: morto un premier se ne fa sempre un altro. Ma, senza un’alternativa seria, l’altro sarà  sempre uguale al predecessore.
I 5Stelle ci pensino, nei tre giorni al Circo Massimo.
E ci pensi soprattutto Grillo che forse non se n’è accorto, ma è il capo dell’opposizione.
Se non vuol farlo lui, lo faccia fare a qualcun altro.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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GLI AFFARI TRA IL PADRE DI RENZI E IL COINDAGATO MASSONE

Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

LA PROCURA DI GENOVA STA APPROFONDENDO I RAPPORTI TRA TIZIANO RENZI E IL SUO SOCIO STORICO CHE HA AVUTO PARECCHI GUAI CON L’ISPETTORATO DEL LAVORO

Tiziano Renzi e Gian Franco Massone.
Qual è il legame tra il padre del premier Matteo e l’imprenditore, oggi 75enne, a cui Tiziano cedette nel 2010 la Chil Post srl?
E’ anche questo uno degli aspetti al vaglio della procura di Genova nell’ambito dell’inchiesta per bancarotta fraudolenta che vede coinvolti entrambi, insieme ad Antonello Gabelli.
Al centro delle indagini il fallimento della società  avvenuto nel 2013, tre anni dopo che papà  Tiziano l’aveva venduta ormai svuotata, cedendo invece il ramo buono dell’azienda a un’altra società  della famiglia Renzi, la Eventi 6 srl.
Il legame tra il padre del presidente del Consiglio e Gian Franco Massone va oltre il passaggio di proprietà  della Chil Post, che fino al 2004 aveva avuto come socio anche Matteo Renzi: i contatti tra i due passano attraverso altre società  e attraverso Mariano Massone, figlio di Gian Franco.
Fino al 2004, infatti, Gian Franco Massone compare con l’1% tra i soci della Mail Service srl.
Proprio la sua quota, insieme ad altre, viene ceduta quell’anno a Tiziano Renzi, che con il 60% della società  ne diventa anche amministratore delegato, posizione che mantiene fino a febbraio 2006.
Tiziano esce a quel punto dalla Mail Service: le sue quote passano a una società  che poi fallirà  nel 2013.
L’esperienza del padre di Renzi in Mail Service non incrocia solo Gian Franco Massone, ma anche il figlio Mariano, che dalle visure camerali risulta essere consigliere da ottobre 2005 e successivamente, da settembre 2006, prima presidente del cda e poi amministratore unico.
Il destino di Mail Service ha poi un particolare in comune con quello di Chil Post: un fallimento, avvenuto in questo caso nel 2011, dopo l’uscita di Tiziano.
Ma c’è di più, perchè Mail Service nel 2008 finisce sulle cronache locali di Alessandria, quando i carabinieri dell’Ispettorato al Lavoro, insieme alla polizia municipale e all’Inps, conducono l’operazione ‘Contratto a progetto’ per contrastare il fenomeno dell’uso indiscriminato dei contratti di collaborazione co.co.pro.
Nel mirino degli ispettori finiscono undici aziende che si occupano di distribuzione di materiale pubblicitario, tra cui la Mail Service, la One Post e la P.J Company, anche queste ultime due nell’orbita dei Massone.
Gian Franco Massone è anche vice presidente della Delivery Service Italia, una società  cooperativa di cui a novembre 2011 si è occupato il quotidiano Tirreno nelle pagine locali di Pisa.
Al centro del caso la chiusura improvvisa della filiale di Ospitaletto, con tanto di dipendenti lasciati in strada.
Negli articoli pubblicati in quei giorni, la chiusura della filiale viene collegata a un’ispezione dei carabinieri inviati dalla Direzione provinciale del lavoro un anno prima, nell’ottobre 2010.
“Allora furono trovati quattro addetti, di cui due in nero. In seguito arrivarono sanzioni per altre due posizioni irregolari”, si legge in un articolo dell’1 novembre. Secondo il giornale la Direzione provinciale del lavoro nel 2010 aveva disposto la sospensione dell’attività  di Delivery Service, una misura prevista quando più del 20% del personale è in nero.
“L’ispezione — continua il quotidiano — si è conclusa con una sanzione di 26.850 euro. A questa se ne aggiunge un’altra di 5.800 euro per obblighi documentali inevasi: ad esempio i 14.513 euro di imponibilie non dichiarati. Infine è scattata un’indagine penale per 720 euro che sarebbero stati prelevati dalle buste paga dei dipendenti e non versate come contributi”.
Ma di che cosa si occupava la filiale di Ospitaletto della Delivery Service? Curava la distribuzione per Giordano Vini, una delle aziende leader nella vendita di vini per corrispondenza, attraverso due intermediari.
Una era la One Post di Mariano Massone, già  coinvolta nelle vicende di Alessandria. Mentre l’altra era la Chil Post, che passava da Tiziano Renzi a Gian Franco Massone proprio nell’ottobre del 2010.
Lo stesso mese dell’ispezione alla Delivery Service.

Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano”)

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RENZI E IL CASO CARRAI, IL PROCURATORE DI FIRENZE; “IN CORSO ACCERTAMENTI E INDAGINI”

Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

LA VICENDA DELLL’APPARTAMENTO DOVE PER QUASI TRE ANNI HA ABITATO IL PREMIER CON AFFITTO PAGATO DA CARRAI, IN RAPPORTO DI AFFARI CON IL COMUNE DI FIRENZE

Era il 20 marzo quando la Procura di Firenze aprì un fascicolo sulla casa di Matteo Renzi pagata daall’amico Marco Carrai.
Nel giorno della notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di Tiziano Renzi, padre del premier, per bancarotta fraudolenta da parte della Procura di Genova, il pensiero corre alla procura fiorentina e a quell’inchiesta.
“Sono in corso accertamenti e indagini come su tutte le 50mila notizie di reato che ogni anno arrivano in procura. Lo prevede la legge” risponde così il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo replicando ai cronisti che gli chiedevano informazioni sul fascicolo aperto mesi fa, senza indagati nè ipotesi di reato, sulla vicenda dell’appartamento a Firenze dove dal 14 marzo 2011 al 22 gennaio 2014 ha abitato Matteo Renzi, quando era sindaco, e il cui affitto sarebbe stato pagato dall’imprenditore.
Il procuratore ha ricevuto l’avvocato Carlo Taormina, legale del dipendente di Palazzo Vecchio, Alessandro Maiorano, che ha presentato l’esposto sull’affitto della casa.
“Ho incontrato il procuratore e il pm — ha spiegato Taormina uscendo dal palazzo di Giustizia — abbiamo parlato dello stato del procedimento, l’indagine ha preso corso, aspettiamo che l’approfondimento porti ai risultati auspicati. Sotto un unico procedimento sono state riunite tutte le vecchie segnalazioni di Maiorano, come quelle sulle spese in Provincia e sull’abitazione. Ho chiesto al procuratore di fare il garantista, ma anche che l’approfondimento sia serio e non meramente formale”.
Non si sa quindi se quel fascicolo a modello 45, che il pm può archiviare senza passare dal vaglio del giudice per le indagini preliminari, si sia trasformato in un fascicolo con reato o con reato e indagati.
Certo è che se ci fosse stata un’iscrizione nel registro degli indagati, passati i primi sei mesi di indagine la Procura, avrebbe dovuto chiedere una proroga.
Renzi ha vissuto per quasi tre anni in quell’appartamento vicino a Palazzo Vecchio, in via degli Alfani 8.
Ma a pagare l’affitto era stato Carrai: 900 euro al mese, che a un certo punto sono diventati 1.200.
Obiettivo dell’inchiesta capire se tra l’ex sindaco e l’imprenditore — che dice di essere amico del presidente del Consiglio dal 1996 –   più che un legame di amicizia ci sia stato uno scambio di favori.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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NO ALLA SECESSIONE, MA ORA IL REGNO UNITO CAMBIERA’

Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

L’ESITO DEL VOTO AVRA’ RICADUTE COSTITUZIONALI E POLITICHE

Gli indipendentisti sono stati sconfitti ma Regno Unito da oggi è diverso.
L’esito del voto avrà  importanti ricadute costituzionali e politiche. La secessione è scongiurata ma gli equilibri del potere subiranno un profondo cambiamento. Ci sarà  un altro Regno Unito.
David Cameron ha il merito di avere accettato la sfida, ritenendo il referendum separatista un esercizio naturale di democrazia, visto che lo chiedeva il primo partito scozzese.
Sia il premier britannico sia il leader dell’opposizione Ed Miliband hanno commesso però un grave errore: hanno sottovalutato gli indipendentisti, la loro crescente capacità , con toni moderati, mai volgari e folkloristici, di toccare le corde passionali del nazionalismo.
Non un populismo verboso e arrogante, semmai l’orgoglio politico con solide radici storiche e culturali, unito a pragmatismo e intelligenti strategie comunicative.
Così la separazione della Scozia è stata davvero vicina
I più alti dirigenti della amministrazione statale avevano ammonito Downing Street sin da gennaio che l’abile Alex Salmond, il «first minister» di Scozia, stava recuperando terreno e che il quadro si stava modificando.
E pure i leader laburisti scozzesi avevano riportato a Londra le medesime preoccupazioni, segnalando che una parte partito si andava schierando per il sì.
Ma soltanto nelle ultime due settimane David Cameron e Ed Miliband si sono svegliati dal torpore promettendo una più ampia devoluzione alla Scozia, specie in materia fiscale e hanno recuperato al fotofinish.
A livello costituzionale e istituzionale la conseguenza è evidente: sarà  inevitabile allargare gli spazi di sovranità  della Scozia (l’hanno giurato Cameron, Miliband e Clegg ai 4 milioni e 400 mila elettori), a cominciare dalle tasse e dal welfare.
E ciò significa viaggiare verso una Londra e un parlamento di Westminster meno dominanti politicamente, tenuto pure conto delle inevitabili spinte che arriveranno dall’Irlanda del Nord e dal Galles e tenuto conto che molti fra gli unionisti scozzesi hanno votato «no» in forza della promessa di una più ampia delega di poteri.
La Scozia resta ma in un nuovo Regno Unito.
Questa considerazione, condivisa da tutti gli analisti, porta a una seconda ricaduta che è politica e che tocca sia David Cameron sia Ed Miliband.
La prospettiva di una devoluzione ampliata viene contestata da almeno un centinaio di deputati conservatori inglesi i quali prefigurano scenari di ribellione al loro premier e la dura opposizione ai Comuni.
Dopo le insubordinazioni sui matrimoni gay, dopo le fibrillazioni antieuropee, dopo le rincorse allo Ukip, ora la devoluzione: i conservatori sono sull’orlo della crisi di nervi. Alla vigilia delle elezioni non è un segnale rassicurante per Cameron che punta alla riconferma.
E non è che stiano meglio i laburisti. L’incubo indipendenza li ha allarmati e divisi. Con la secessione Ed Miliband avrebbe perso ogni speranza di andare a Downing Street dato che la Scozia è un fortino laburista.
Con l’unione confermata e con la devoluzione, invece, cresce e si moltiplica il «peso» condizionante dei 41 parlamentari laburisti scozzesi oggi presenti a Westminster: saranno determinanti negli equilibri numerici nel caso in cui Ed Miliband riuscisse a vincere le consultazioni generali della prossima primavera.
Questo referendum cambierà  gli assetti e la bilancia del potere nel Regno Unito.
Una storia, una storia importante, è alla spalle. E un’altra sta per cominciare.

Fabio Cavalera
(da “il Corriere della Sera”)

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REFERENDUM, LA SCOZIA DICE NO: 55,3% CONTRO 44,7%

Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

AFFLUENZA RECORD, LA STERLINA VOLA, CAMERON RESPIRA

La Scozia ha detto no all’indipendenza, e lo ha fatto in maniera decisa, al termine di uno storico referendum che ha spaccato la nazione e tenuto la Gran Bretagna e l’Europa con il fiato sospeso: 55.3% agli unionisti contro il 44.7% degli indipendentisti.
Il risultato, certificato dalla commissione elettorale nella capitale Edimburgo, ha infranto il sogno di Alex Salmond, leader indipendentista che ha trascinato la Scozia alle soglie di una decisione storica.
“Accetto il verdetto del popolo e invito tutti gli scozzesi a fare altrettanto”, ha detto. David Cameron ha tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo: Il Regno Unito resta tale, l’unione tra Scozia e Inghilterra sancita tre secoli fa continua.
“La questione è risolta per una generazione,” ha detto il Primo Ministro britannico in una dichiarazione a Downing Street.
“Non ci sono discussioni, non ci sono ripetizioni”, ha aggiunto Cameron, che ha comunque salutato l’esercizio democratico degli scozzesi e ribadito la promessa di maggiori poteri non solo alla Scozia ma alle altre nazioni che compongono il Regno Unito: Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord.
A scrutinio concluso il no ha preso oltre due milioni di voti contro un milione e seicentomila preferenze per il sì.
Il voto ha anche fatto registrare record di affluenza per la Scozia: circa l’85% dei 4.2 milioni che si erano registrati per votare si sono recati alle urne.
Mentre gli indipendentisti piangono per aver fallito un’occasione storica, gli unionisti riuniti nella sede di Glasgow esultano.
Il leader del no Alistair Darling ha parlato di “notte straordinaria” e ha invitato gli scozzesi all’unità  dopo una campagna elettorale che ha infuocato gli animi.
Il drammatico spoglio, durato tutta la notte, è stato seguito con un misto di apprensione e speranza da tutto il Paese, con centinaia di scozzesi riuniti nei pub rimasti aperti per l’occasione.
I primi dati sono arrivati dalle più piccole e remote contee della Scozia, e il trend è apparso subito favorevole agli indipendentisti.
La prima vittoria per il sì è arrivata dopo sette aree scrutinate nel collegio di Dundee, roccaforte indipendentista nota come ‘Yes City’, dove il sì ha registrato il 57,35% contro il 42,65% del no.
Anche Glasgow vota per l’indipendenza, 53.5% contro 46.5%. Ma non basta. In mattinata arriva anche il dato di Edimburgo, che vota convintamente per gli unionisti, 61% al no contro il 39% del no.
Gli indipendentisti, che promettevano un Paese sovrano, prospero e ancorato alla sterlina e alla casa reale, avevano compiuto una clamorosa rimonta e sembravano ad un passo dal successo.
La loro è stata una campagna più aggressiva e intraprendente, ma alla fine ha prevalso la “maggioranza silenziosa” preoccupata per i rischi economici e l’incertezza politica che l’indipendenza avrebbe potuto comportare.
In Europa tutti i Paesi in cui esistono rivendicazioni separatiste avevano gli occhi puntati sulla Scozia.
Più di tutti la Spagna, dove la Catalogna ha già  convocato, nonostante l’ostilità  di Madrid e l’irrilevanza giuridica, un suo referendum indipendentista per il 9 novembre. Faceva il tifo per il sì anche la Lega in Italia, con il segretario Matteo Salvini arrivato in Scozia.
Il quesito sulla scheda chiedeva semplicemente: “Dovrebbe la Scozia essere un Paese indipendente?”
Ma il voto ha costretto gli elettori a confrontarsi con la fondamentale questione della loro identità  e senso di appartenenza: Sono più le cose che ci dividono dalla Gran Bretagna o quelle che ci uniscono?
Una studentessa di 18 anni al suo primo voto, Shonagh Munro, racconta: “Mia madre è inglese, mio padre scozzese, sono nata a Glasgow, studio a Edimburgo. Mi definisco scozzese ma sono orgogliosa di far parte del Regno Unito e non ci rinuncerei per nulla al mondo”.
Giovedì le urne sono state aperte della 7 alle 22 ora locale, quindici ore per decidere se separarsi per sempre dalla Gran Bretagna o mantenere intatto un legame che dura dal 1707.
A Edimburgo e in molte altre città  le file erano cominciate ancor prima dell’apertura dei seggi, mentre volontari distribuivano bandierine e spillette agli angoli delle strade cercando di convincere gli indecisi.
Per alcuni votare per l’indipendenza è stato il sogno di una vita, adesso spezzato. “Sono nazionalista da quando ho 13 anni,” aveva detto Tommy Moore, 59 anni, spilletta “YES” appuntata sulla maglietta.
“Gli unionisti dicono di amare la Scozia ma sono dei traditori”.

Alessandra Rizzo
(da “La Stampa”)

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