Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
GOVERNO E LEADER, SINERGIE DI UN ASSETTO
Da Bolo gna Renzi ci ha ser vito l’usuale mix di bat tute e frasi a effetto.
Risul tato elet to rale da bri vidi, la sal vezza del paese è nelle nostre mani e non in quelle dell’Europa, gli 80 euro in busta paga sono un fatto di equità sociale, egua glianza e non egualitari smo, no a modelli cinesi del lavoro, niente lezioni dai tec nici della I Repub blica, riforme a ogni costo, basta gufi e così via.
L’appuntamento è al 2017. In poli tica — per non sca dere nella pub bli cità ingan ne vole – sarebbe buona cosa non disco starsi troppo dal già detto e dall’evidenza.
Ber lu sconi è stato mae stro nell’inosservanza di que sta regola, che in paesi più seri del nostro è para me tro primario per la valu ta zione dell’agire poli tico di chiunque.
Renzi merita un dot to rato.
L’elenco delle parole e degli annunci smen titi dai fatti o da lui stesso è lungo.
L’unica realtà certa è che i para me tri euro pei riman gono fermi, e che per rien trarvi si ren dono neces sa rie misure pesanti, come l’ulteriore blocco degli sti pendi degli sta tali. Non basta a giu sti fi carlo la bat tuta — offen siva per tanti — che nella pub blica amministrazione c’è grasso che cola.
E la tanto auspi cata fles si bi lità ? Al momento, l’unica che si vede in con creto è quella che si vuole calare sul lavoro.
La prova è nei discorsi di Dra ghi, di Visco, e nelle ripe tute indi ca zioni che ven gono dal mondo della finanza e degli affari.
Lo stesso Renzi ha lodato il modello tede sco, dimen ti can done il piatto forte: milioni di simil ci nesi mini-jobs pre cari e a salari da fame. La disoc cu pa zione scende nelle sta ti sti che, il costo sociale sale.
Padoan ci dice da Cer nob bio che ci vor ranno almeno tre anni — non più due — per vedere i primi effetti delle riforme.
Ma di quali riforme si parla? Quelle concretamente messe in campo fin qui sono volte a ristrut tu rare l’architettura dei poteri piut to sto che a ripor tare il paese in un ciclo eco no mico vir tuoso uscendo dalla tena glia deflazione-recessione.
Per chè? Più che con tra stare la crisi, sem bra che si voglia dise gnare il paese del post-crisi.
Si coglie un dise gno negli inter venti già in discus sione.
Con la riforma costi tu zio nale la rap pre sen ta ti vità del par la mento si inde bo li sce, con l’azzeramento politico-istituzionale del senato.
Si attri bui scono al governo poteri sull’agenda dei lavori par la men tari, inclusa una sorta di ghi gliot tina per ma nente. Gli isti tuti di demo cra zia diretta sono resi ancor meno acces si bili.
Con la legge elet to rale iper-maggioritaria si col pi sce la rap pre sen ta ti vità della camera, pun tando tutto sul par tito che ha più voti e sullo schiac cia mento delle oppo si zioni, oltre che sull’esclusione dalla rap pre sen tanza dei sog getti poli tici minori.
La mag gio ranza par la men tare è rimessa nelle mani del lea der, attra verso liste bloc cate. Con la riforma della PA (AS 1577, art. 7, co. 1, lett. b) una delega legi sla tiva vuole tra l’altro raf for zare il primo mini stro nell’ambito dell’esecutivo.
Hanno infine un ruolo in que sto sce na rio gene rale prima rie aperte che mar gi na liz zano il ruolo delle orga niz za zioni di par tito e degli iscritti, men tre le orga niz za zioni sin da cali sono messe nell’angolo esclu dendo ogni forma di concertazione.
Può darsi che qual cosa cambi, ma al momento è così. Nes suno dei punti men zio nati sarebbe deci sivo di per sè. Ma è cru ciale coglierne la siner gia, che defi ni sce l’effetto ultimo di una forte con cen tra zione del potere sul governo, e in par ti co lare sul lea der.
È il dise gno di un popu li smo fon dato sul cir cuito diretto tra lea der e popolo, senza inter me dia zioni. Il lea der diventa il paterno custode dei diritti e delle libertà di tutti.
È auto ri ta ri smo soft? In fondo, è que stione di parole.
Di certo, è un dise gno che ci viene diret ta mente dalla I Repub blica. Se ne coglie l’eco in Craxi negli anni ’80, in Gelli, in Cos siga, e infine in Ber lu sconi.
Sono que sti gli ante nati del Renzi-pensiero in tema di istituzioni.
Que sto dise gno i tec nici della I Repub blica mal me nati da Renzi — o almeno alcuni — l’avevano ben colto.
Lo con tra sta vano per chè non demo cra tico, e cer ta mente inco sti tu zio nale nella sua essenza.
La Costi tu zione si fonda sul con cetto che il potere poli tico deve essere distri buito, con ten di bile e respon sa bile in ogni momento e in ogni sede, non certo iper-personalizzato e assog get tato a veri fi che perio di che su base plu rien nale, prima delle quali il prin ci pio di fondo è mani libere per chi lo detiene.
È que sto il modello isti tu zio nale che si ritiene neces sa rio e utile per affron tare la crisi?
Con cen trare il potere e ridurre la par te ci pa zione per evi tare che un popolo troppo sovrano possa sot to porre la bar chetta dell’esecutivo a scos soni troppo peri co losi?
Non saremo mai d’accordo. Rima niamo dell’idea che il miglior modo per affron tare dif fi coltà e sacri fici con solu zioni non pre ca rie sia quello della discus sione, del con fronto e se neces sa rio della media zione e del com pro messo. In una parola, la democrazia.
E se il dise gno fal lisse? Padoan vor rebbe ora dall’Europa para me tri per misu rare la pro pen sione alle riforme di ogni paese.
Ma non ci ave vano detto che siamo padroni del nostro destino? Suv via, non è come essere com mis sa riati d’autorità .
Noi deci diamo libe ra mente di essere commissariati.
Massimo Villone
argomento: Renzi | Commenta »
Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
DAL COLOSSEO A FONTANA DI TREVI: GRANDI FIRME SPONSOR DI RESTAURI… E’ VERO MECENATISMO?
Non contenti di aver vestito e reso più affascinanti buona parte dei Paperoni, dei vip e delle star di Hollywood,
gli stilisti italiani hanno deciso di fare più o meno la stessa operazione con i monumenti che rappresentano il marchio di fabbrica dell’Italia, ma che purtroppo sono spesso in condizioni deplorevoli per mancanza di manutenzione, di cure, di interventi di restauro, di risorse.
Lo Stato italiano ha deciso di rivolgersi a finanziatori privati per ristrutturare e restaurare i suoi più importanti tesori d’arte.
Nulla di male, in teoria, ma si sono levate subito vivaci critiche da parte di chi teme che l’arte e la storia possano diventare prodotti commercali e come tali essere pubblicizzati e venduti all’industria del turismo.
Che ve ne pare di slogan del tipo “il Colosseo calza Tod’s” o “Oggi Anita Ekberg farebbe il bagno nella Fontana di Trevi con una borsa Fendi a tracolla”?
Che fosse necessario intervenire è una realtà che nessuno contesta.
Molti monumenti italiani cadono letteralmente a pezzi e hanno da tempo perso il colore originale.
Il Colosseo — un tempo avorio pallido — è diventato quasi nero anche perchè al posto delle bighe oggi ci sono le automobili.
Certo pensare a interventi di risanamento con denaro pubblico in tempi di crisi economica appare fuori del mondo così come è inutile sperare in donazioni di privati. E qui — come il 7° Cavalleggeri — sono arrivati al galoppo i guru della moda italiana. Le loro però non sono donazioni a fondo perduto.
Di Bill Gates — come osserva in un suo pezzo il Washington Post — ne circolano pochini e non solo in Italia.
Ai mecenati dell’alta moda andrebbero in cambio una serie di diritti sul cui contenuto e sul cui utilizzo regna un certo riserbo.
A farla breve, c’è — non solamente in Italia — chi teme una disneificazione del patrimonio artistico e culturale del Belpaese con conseguenze di lungo periodo che potrebbero far deperire il valore dell’asset più importante di cui l’Italia dispone
Moltissimi italiani sono preoccupati e pensano che in tal modo si rischi di vendere l’anima per un pugno di dollari (o di euro) o, peggio ancora, per il classico piatto di lenticchie. Inoltre a restauro finito turisti e residenti sarebbero costretti a leggere cartelli di questo tenore: ”La Fontana di Trevi di Fendi”, “Il Colosseo di Tod’s” o “La scalinata di piazza di Spagna di Bulgari”.
Un tempo il patrimonio artistico era considerato una priorità dallo Stato italiano, ma con la crisi economica, le risorse a disposizione del ministero dei Beni culturali, dei musei, dei soprintendenti alle Belle arti e dei direttori dei principali siti archeologici italiani si sono andati paurosamente assottigliando.
Sono ancora sotto gli occhi di tutti le immagini del muro del Tempio di Venere di Pompei crollato nel marzo scorso dopo alcuni giorni di abbondanti precipitazioni.
Dopo lo scandalo di Pompei, molti sindaci italiani hanno deciso di darsi da fare.
Uno dei più attivi è stato finora il sindaco di Roma, il medico Ignazio Marino che, dopo aver concluso un accordo preliminare con l’Arabia Saudita per il finanziamento del restauro del Mausoleo di Augusto, si appresta a volare in California, per la precisione a Silicon Valley, in cerca di donazioni.
Nel luogo più rappresentativo della rivoluzione tecnologica e nel santuario della scienza informatica, Marino sosterrà la tesi secondo cui l’Italia ha il dovere di fare del suo meglio, ma trattandosi di un patrimonio importante per l’intera umanità , tutti debbono contribuire alla conservazione di luoghi come il Colosseo, Pompei o Venezia nei quali è custodita la memoria storica della nostra civiltà .
Farà breccia nei cuori e nei portafogli dei miliardari del dot.com
Frattanto il governo non sta con le mani in mano e sta valutando una svolta che sarebbe storica: la possibilità di dare in appalto ai privati la gestione di piccoli musei e siti archeologici e di aprire al loro interno, negozi di libri e souvenir, ristoranti, bar. Sponsor di questa iniziativa il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini: “Abbiamo un patrimonio enorme, non vedo dove può essere lo scandalo se ne affidiamo una minuscola percentuale alla gestione dei privati”.
Il fatto è che i cittadini non hanno scordato i cartelloni della Coca Cola e di Bulgari intorno ai cantieri per il restauro del Ponte dei Sospiri e del Palazzo Ducale di Venezia.
Oggi sembra che i mecenati siano diventati più discreti. In cambio dei quasi 3 milioni spesi da Fendi per il restauro della Fontana di Trevi, la griffe si accontenterà di una placca di metallo grande quanto una scatola di scarpe.
Ma l’accordo più discusso e più osteggiato dalla cittadinanza è quello concluso con Diego Della Valle per il restauro del Colosseo.
Il noto stilista della calzatura spenderà circa 38 milioni di euro, ma per anni i biglietti di ingresso al sito recheranno bene in vista la pubblicità delle Tod’s.
Un ottimo affare per il miliardario toscano, dicono i romani.
Carlo Antonio Biscotto
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Roma | Commenta »
Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
TRA DIECI GIORNI POTREBBE NON ESISTERE PIU’ IL REGNO UNITO
Fa impressione pensarci: tra dieci giorni potrebbe non esistere più il Regno Unito. Nè la Gran Bretagna.
Resterebbe una Grande Inghilterra, ma sarebbe un’altra cosa. Metà dell’attuale territorio britannico potrebbe staccarsi da Londra.
Un’eventualità che, a giudizio di molti, gli inglesi non hanno preso molto sul serio. Di sicuro hanno fatto poco per mostrare il loro amore per l’Unione che resiste dal 1707.
Giusta flemma o calcoli sbagliati: tra poco vedremo. Bisogna dar atto ai britannici di aver affrontato un passaggio storico con grande civiltà .
Gli Unionisti hanno parlato al cervello e al portafoglio. Gli Indipendentisti si sono concentrati su quanto sta nel mezzo: fegato e cuore.
Ha riassunto The Economist (favorevole all’Unione): «La campagna per il “no” è una macchina, la campagna per il “sì” è un carnevale».
Ma gli scozzesi non sono inglesi. La festa potrebbe vincere sulla testa.
Inghilterra e Scozia. Chi le conosce sa che sono due nazioni vere.
Due storie, due bandiere, due nazionali di calcio, due caratteri, due modi di vedere se stessi e il mondo.
Solo in Belgio e in Spagna, forse, esistono differenze così marcate all’interno dello stesso Stato. In Italia, certamente no.
Se non siamo arrivati neppure vicini all’indipendenza della Padania è perchè la Padania non è mai esistita, se non nelle fantasie postprandiali di Umberto Bossi.
La Scozia esiste e resiste. Le pressioni per restare all’interno del Regno Unito sono state poco visibili, per nulla passionali, ma robuste.
La proposta, da parte del governo centrale, di mantenere il controllo sulle entrati fiscali è una tentazione difficile da respingere.
Ma potrebbe non bastare, come suggeriscono i sondaggi in queste ore.
Il cuore sente ragioni che la carta di credito non conosce. Saranno le emozioni a decidere questa partita storica (per una volta l’aggettivo non è abusato).
Per uno Stato che della propria tranquilla razionalità fa un punto d’onore, potrebbe scattare la legge del contrappasso.
Comunque vada, in Scozia una minoranza appassionata è riuscita a scuotere una maggioranza compassata.
È impressionante ciò che è accaduto tra gli elettori laburisti.
Secondo i sondaggi, quelli favorevoli all’indipendenza sono passati in poche settimane dal 18% al 30%.
Sorprendente? Solo chi non è mai stato in Scozia, e non conosce uno scozzese, poteva credere che questa decisione potesse ridursi a un’approvazione compassata dello status quo.
Orgoglio e rivendicazioni, entusiasmo e timore, superiorità e inferiorità : tutto si mescola, quando si vive a lungo insieme, o molto vicini.
Viaggiando ho ritrovato sentimenti simili in Portogallo, condizionato dalla Spagna; in Nuova Zelanda, schiacciata dall’Australia; in Uruguay, la «provincia orientale» legata all’immensa Argentina.
Ma questi tre Paesi sono indipendenti. La Scozia può decidere se diventarlo.
Immaginate le discussioni nelle case di Edimburgo, di Glasgow e di Aberdeen, in queste ore.
È come se la storia, dopo oltre tre secoli, tornasse a bussare alla porta. Bisogna aprire, e dirle qualcosa. Non si può ignorare e lasciare là fuori.
Nessuno, a questo punto, sa come andrà a finire. Si può solo tirare a indovinare.
Dovessi scommettere una birra in un pub, direi: vinceranno, di misura, i «sì» all’indipendenza.
Il cuore oltre l’ostacolo. Poi non sarà facile, certo.
Ma ci sarà l’Europa dei popoli ad aiutare. Perchè gli scozzesi, come gli inglesi, sono europei. Ma, a differenza di questi ultimi, lo sanno.
Beppe Severgnini
argomento: Europa | Commenta »
Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI NON TROVA ALLEATI E BLOCCA LE NOMINE
La partita è ancora aperta, ma l’accordo non c’è. 
Tanto che domani, quando Camera e Senato si riuniranno in seduta comune per eleggere due giudici della Corte Costituzionale e otto del Csm, la fumata non potrà che essere nera.
Nonostante il richiamo di Napolitano dell’altro giorno, che ha convinto i presidenti delle Camere ad organizzare subito la seduta per spronare le parti a trovare un’intesa, ogni sforzo fatto fin qui sembra essere stato vano.
Stavolta la partita si intreccia con altri tavoli, considerati dalle parti (soprattutto una, Forza Italia) particolarmente delicati
Sarà , infatti, il nuovo Csm a trovarsi in carica durante la discussione della riforma delle giustizia, ma soprattutto sarà il nuovo plenum a nominare la nuova tolda di comando di parecchie procure, in totale 26 procuratori e presidenti di Tribunale o Corte d’Appello per altrettanti uffici vacanti alcuni anche dal 2012
Tra questi, per quanto ultimo in ordine di tempo, la procura di Palermo che il primo agosto ha salutato il procuratore Messineo e lo ha sostituito con un reggente.
E la procura di Milano che resterà orfana di Edmondo Bruti Liberati “travolto” con altri 445 procuratori dal decreto Madia
Ecco perchè la partita è politicamente molto complessa, tenuta in piedi, nel Pd, da Renzi in persona e — dall’altra parte — da un redivivo Gianni Letta che sta portando avanti il suo luogotenente di sempre, ovvero Antonio Catricalà , in tandem con Luciano Violante per la Corte Costituzionale.
È solo che questo duetto non può spiccare il volo se non si incastra anche l’altra partita, quella del Csm, appunto.
Che comincia a comporsi, ma a fatica, tanto che si parla ufficialmente di stallo.
C’è anche un’altra questione, infatti, di sicuro non meno sorprendente. Nei giorni scorsi, Berlusconi ha fatto sapere, tramite i suoi emissari, di non avere nulla in contrario nella nomina di Massimo Brutti a nuovo vicepresidente del Csm.
È vero, Brutti è senz’altro un “comunista”, ma anche un “garantista”, quindi nulla questio soprattutto se poi questo sarà un viatico positivo per l’altra nomina cara al Cavaliere, quella di Elisabetta Casellati.
In questo caso, però, a scompaginare le carte è Renzi. Che vorrebbe, come al solito, puntare sul colpo di teatro.
Ovvero sulla nomina a vicepresidente di palazzo dei Marescialli, di Giuseppe Fanfani, sindaco di Arezzo, amico d’infanzia della Boschi e, soprattutto, figlio della Margherita.
In ultimo, per la prima volta potrebbe entrare a palazzo dei Marescialli il Movimento Cinque Stelle con Alessio Zaccaria, professore ordinario di Diritto privato a Verona, ma non è detto.
Altri nomi in quota Pd sono quelli dell’avvocato Luca Petrucci (vicino ad Areadem di Franceschini e Veltroni), la docente fiorentina Ilaria Pagni, l’ex deputata Cinzia Capano, il prof. Cesare Pinelli e lavvocato Ferruccio Auletta.
Al Pd, oltre al vicepresidente, spetterebbero altri tre nomi, mentre il quinto della maggioranza sembra appannaggio di Antonio Leone di Ncd.
Questo il quadro, ancora molto confuso, tanto che alcuni osservatori, ieri alla Camera, non escludevano un rinvio a novembre sulla Corte Costituzionale, quando scadranno altri due giudici, in questo caso di nomina presidenziale, rinnovando così in contemporanea tutte e quattro le posizioni vacanti.
Ma Napolitano ha fatto sapere di non gradire affatto quest’idea.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Giustizia | Commenta »
Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
MARCHIONNE ASSUMERA’ LA PRESIDENZA DELLA FERRARI
Luca Cordero di Montezemolo è pronto a una svolta nella sua vita professionale. Dopo 23 anni, il divorzio da casa Ferrari è ormai imminente.
Giovedì sarà la giornata clou, in occasione della riunione del Cda del Cavallino.
Oggi si è tenuto l’incontro a Maranello con Sergio Marchionne e mantenuto l’assoluto riserbo sui contenuti: l’ultima volta che erano state rilasciate dichiarazioni, d’altro canto, erano al veleno sia da parte dell’attuale presidente di Ferrari, sia da parte del numero uno di Fiat Chrysler, che potrebbe subentrare nell’incarico.
Per Montezemolo l’uscita dalla Ferrari rappresenta il terzo e definitivo passo di addio al Lingotto, dopo aver lasciato la presidenza di Fiat e dopo che nell’estate il suo nome non era stato inserito nel board della nuova Fiat Chrysler Automobiles.
“Nessuno è indispensabile”, aveva detto Marchionne, sfiduciandolo di fatto dopo l’ennesimo risultato negativo delle monoposto Ferrari al Gran Premio di Monza.
Montezemolo, 67 anni, di cui 23 alla Ferrari, può vantare 14 titoli mondiali di cui 8 costruttori e 118 vittorie nei gran premi e certamente potrà in parte consolarsi con una buonuscita a sette zeri (si parla di 14 milioni di euro) – che verrebbe corrisposta in 20 anni — in parte con l’ingresso nell’Alitalia targata Etihad.
L’AdnKronos scrive di contatti diretti oggi fra Montezemolo e l’amministratore delegato di Etihad, James Hogan, che sarà in Italia nei prossimi giorni per completare l’operazione Alitalia.
Proprio Montezemolo è uno dei tasselli che gli arabi vogliono per la presidenza della nuova Alitalia, dopo la scelta di Silvano Cassano come amministratore delegato.
L’ultima avventura imprenditoriale di Montezemolo non è stata finora delle più fortunate.
Ntv è spesso chiamata con l’espressione “i treni di Montezemolo” e malgrado il fondatore ed ex presidente non abbia ancora visto un euro dagli investimenti, dovrà mettere ancora mano al portafoglio.
Ntv è in difficoltà finanziaria e il Cfo Fabio Tomassini ha confermato che “stiamo lavorando all’aumento di capitale”.
Si è parlato di una ricapitalizzazione da 100 milioni di euro e gli azionisti “big” Montezemolo e Della Valle sarebbero pronti a fare la loro parte.
Per Ferrari si prospetta un futuro targato Sergio Marchionne.
Sia che il supermanager decida di assumere la presidenza, sia che la affidi a un suo fedelissimo, sarà ancora più evidente che la nuova Ferrari dovrà essere al servizio del gruppo Fiat Chrysler.
Appuntamento clou è il debutto della casa automobilistica a Wall Street, previsto ad ottobre. Ferrari ha chiuso i conti 2013 su livelli record e, anche se da diversi anni non vince in F1, registra dati confortanti sul fronte delle vendite.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: economia | Commenta »
Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO RICHETTI (CHE RINUNCIA), AVVISO DI GARANZIA ANCHE A BONACCINI (CHE NON SI RITIRA)… E IL LOQUACE RENZI STAVOLTA NON RISPONDE ALLE DOMANDE DEI GIORNALISTI
Anche Stefano Bonaccini è indagato nell’ambito dell’inchiesta “spese pazze” sui conti dei consiglieri regionali in
Emilia Romagna.
E’ uno tsunami quello che travolge in queste ore la Regione “rossa”.
Nel giorno della presentazione delle firme per le primarie che dovevano scegliere il successore di Vasco Errani, i due principali sfidanti per la poltrona di Governatore risultano sotto indagine della Procura.
I due favoriti nell’occhio del ciclone.
Non solo Matteo Richetti, renziano della prima ora, deputato ed ex presidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna. Che si è ritirato in mattinata dalla corsa perhè iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di peculato.
Anche Stefano Bonaccini, bersaniano prima e nello staff di Renzi dopo, entra a pieno titolo nell’inchiesta sulle “spese pazze” portata avanti dalla procura di Bologna.
“Ho appreso poco fa che la procura sta svolgendo accertamenti anche sul mio conto e ho già comunicato, attraverso il mio legale professor Manes, di essere formalmente a disposizione per chiarire ogni eventuale addebito” afferma Bonaccini, di sicuro il candidato favorito.
O almeno quello che aveva raccolto più consensi dentro al partito dopo la “discesa in campo”: “Confido di poter dare al più presto ogni opportuno chiarimento”, conclude.
Caos primarie.
Ma adesso il partito è nel caos. In gara per le primarie del 28 settembre resta soltanto Roberto Balzani, il “rottamatore” del modello Errani, l’outsider.
I due candidati principali sono “azzoppati”: uno si è ritirato dalla corsa, l’altro è in bilico.
Per questo la stessa gara delle primarie appare in forse, ed è probabile che a questo punto il Pd nazionale intervenga per trovare una soluzione, forse un nome condiviso, il famoso “briscolone” invocato a più riprese nei giorni scorsi. E pensare che solo domenica scorsa, con l’arrivo di Renzi a Bologna per chiudere la Festa nazionale dell’Unità , la linea sembrava ormati tracciata.
Le reazioni.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, interpellato dai cronisti a margine della trasmissione Porta a Porta, non ha risposto alle domande sull’inchiesta che vede indagati Bonaccini e Richetti.
A parlare, invece, è Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme. Che dice: “Non è stato Renzi a chiedere a Richetti di non candidarsi. Mi auguro che Bonaccini possa dimostrare la sua innocenza, adesso valuterà lui cosa fare”.
Prudenza anche nelle parole del vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Guardiamo con rispetto la decisione di Richetti di non candidarsi alle primarie e apprezziamo il suo gesto di tutelare il bene del Pd e dell’istituzione regionale. In attesa di notizie ufficiali, confidiamo potrà dimostrare la sua totale estraneità ai fatti che gli verrebbero contestati”.
Parole simili a quelle del segretario bolognese del Pd Raffaele Donini: “Rispetto la sua scelta personale”.
A margine della Festa dell’Unità di Firenze, invece, Massimo D’Alema ha dichiarato: “Quando la magistratura indaga bisogna rispettarne l’attività . Naturalmente noi sappiamo che in tantissimi casi si concludono con il proscioglimento degli indagati o con l’archiviazione. Siamo fiduciosi, seguiamo con rispetto le indagini”.
Cos’è l’inchiesta “spese pazze”.
Da due anni la procura di Bologna indaga sulle spese dei consiglieri regionali. Un’inchiesta che vede già nel mirino nove capigruppo della Regione, di ogni colore politico, e che ora si è allargata anche ad altri consiglieri, come dimostrano i casi di Richetti, Bonaccini e degli altri sei indagati del Pd.
L’indagine ha preso di mira le spese effettuate dai gruppi consiliari tra il 2010 e il 2011, contestando per esempio milioni di euro spesi solo per le cene.
Il lavoro della Finanza, che è agli scoggioli, ha comportato l’esame di 35mila scontrini di spese dei politici per cene, feste, buffet, consulenze, alberghi, viaggi e regali natalizi. Un totale di 5 milioni.
(da “La Repubblica”)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
SPIAZZATI I SOSTENITORI DI RICHETTI: “IL MODELLO EMILIANO DI BUONA POLITICA STA DIVENTANDO UNA BARZELLETTA”
Il ritiro di Matteo Richetti dalla corsa alla Regione Emilia Romagna, deciso dal deputato con un colpo di scena, scuote tutto il Pd.
Se infatti “l’apparato” (segretari, dirigenti e rappresentanti istituzionali del Pd) — che sostiene a spada tratta il suo principale sfidante Stefano Bonaccini (segretario regionale del partito e responsabile Enti locali in direzione Pd) — brinda alla fine della corsa di Richetti, una parte della base del partito, invece, dilaga rabbia e imbarazzo per come è stata gestita la partita delle primarie.
I militanti si sfogano parlando di “finte primarie” e di una competizione in cui “a decidere tutto è stato Renzi”.
Il presidente del Consiglio a Bologna sembrava aver chiuso gli scontri interni e aver benedetto le primarie. Invece, secondo indiscrezioni filtrate oggi dal Pd, in realtà Renzi avrebbe chiesto a Richetti di ritirarsi, lasciandogli un paio di giorni per decidere.
Sul piatto per lui, in cambio dell’abbandono della corsa, ci sarebbe un posto da sottosegretario nel governo, una volta avvenuto il rimpasto di autunno, che il premier però continua a smentire.
Molti militanti, però, si sentono presi in giro da come è stata gestita tutta la faccenda che è sembrata scandita, più che dalla volontà dei candidati di confrontarsi tra loro, da accordi, patti e decisioni prese a Roma.
Gianluigi Amadei, consigliere del Quartiere Saragozza attacca su facebook: “Ve la dico tutta? Le facce dei supporter di Matteo Richetti erano tutte un programma già domenica pomeriggio alla Festa, prima dell’intervento di Renzi. L’hanno fatto aspettare un giorno e mezzo, per non fare la figura che fosse arrivato il babbo a sculacciare i figli discoli”.
Critica anche Matilde Madrid, consigliera del Quartiere San Donato, che comunica chiaramente che non andrà a votare alle primarie, una decisione che sta prendendo piede nelle intenzioni di molti militanti, secondo i segnali che arrivano dai circoli. Intanto il segretario del Pd di Bologna Raffaele Donini cerca di buttare acqua sul fuoco: “Le parole di Matteo Richetti con le quali ci invita a rispettare una scelta che è sua personale meritano tutto il nostro rispetto ed una comprensione umana prima ancora che politica — commenta -. Sono certo che tale, sofferta, decisione sia stata presa in piena libertà e coscienza».
Ma le parole che più rappresentano il sentimento della base sono invece quelle durissime di Alberto Aitini, segretario dei Giovani Democratici: “Decidetevi se candidarvi o meno perchè lo spettacolo è davvero impietoso” dice ammonendo i candidati e aggiunge: “Il famoso modello emiliano-romagnolo di buona politica speriamo non diventi una ridicola barzelletta. Classe dirigente all’altezza cercasi”. Non risparmia frecciate neanche Giuditta Pini, parlamentare concittadina di Richetti e Bonaccini che, dopo aver annunciato che non voterà alle primarie, commenta con sarcasmo il ritito di Richetti: “Più che nel Pd, in Emilia Romagna sembra di essere nel libro di Agatha Christie ‘Dieci piccoli indiani’”.
A criticare duramente il capitolo primarie in Emilia Romagna anche il capogruppo M5s a Bologna, Massimo Bugani: ”Oggi scopriamo che eravamo davanti al solito teatrino Pd in cui è sempre già tutto deciso”, accusa e aggiuge: “Ecco come funziona la democrazia Pd, due segretari in una stanza scelgono il candidato e la controfigura, poi si gioca un pochino per far credere alle persone che possono scegliere”, Richetti poche ore fa ha assicurato che lascia la corsa in nome dell’unità del partito.
Una decisione che i suoi sostenitori, però, faticano a comprendere, sfogando il loro smarrimento soprattutto su Facebook.
A supportare Richetti anche in questo momento critico è invece Benedetto Zacchiroli, consigliere comunale e da sempre renziano. “Siamo davvero dispiaciuti per l’abbandono di Matteo”, spiega, “ma quando tutto si ferma con un grosso nodo in gola, il dovere di chi ascolta o legge è fare uno sforzo di pura umanità , comprendere quel silenzio e fare un passo indietro”.
Le motivazioni di Richetti però non convincono molti.
A iniziare dal deputato Pd Pippo Civati: “Matteo Richetti, dopo essersi candidato in nome dello spirito delle primarie, si è ritirato. Si parla di forti pressioni da Roma. Strano, perchè il premier, giusto l’altro ieri, dal palco di Bologna, aveva dato il proprio via libera alla sfida, anche per smentire alcune voci secondo le quali le primarie in Emilia-Romagna sarebbero saltate. Credo sarebbe interessante saperne di più”, scrive sul proprio blog.
Intanto, anche se molto probabilmente Matteo Richetti appoggerà Stefano Bonaccini, dal campo di Roberto Balzani parte già l’arruolamento dei sostenitori di Richetti, sotto choc per il passo indietro in extremis del loro candidato.
Il presidente del Pd di Bologna, il renziano della prima ora Piergiorgio Licciardello, è disposto a scommettere che molti sostenitori di Richetti voteranno per l’ex sindaco di Forlì.
“Tantissime persone che sostenevano Richetti lo facevano perchè, pur riconoscendo il valore di Balzani, confidavano nella maggior visibilità di Matteo”, spiega.
“Queste persone”, assicura Licciardello, “non seguiranno Richetti in un suo eventuale endorsement a Bonaccini. Ora, rimaste orfane, dovranno scegliere se rimanere ai margini o se sopperire ai limiti di notorietà di Balzani con la propria faccia e il proprio impegno. Io confido, e ho già segnali in questo senso, che molti faranno la seconda scelta”.
Se poi, a quel punto, anche Richetti scegliesse di appoggiare Balzani, la partita tra i due contendenti del Pd rimasti in campo sarebbe tutta da giocare.
Paola Benedetta Manca
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
STRANA COINCIDENZA O RITIRATA PILOTATA?
Matteo Richetti è indagato per peculato nell’ambito dell’inchiesta sulle spese pazze in Regione Emilia
Romagna.
Una notizia che arriva poche ore dopo il ritiro del deputato di Modena dalla corsa per le primarie del centrosinistra.
“L’unità è un valore che non va solo dichiarato, ma anche praticato”, aveva commentato su Facebook dopo l’annuncio.
Poi la rivelazione del fascicolo aperto sul suo conto probabilmente per la vicenda delle auto blu.
“La decisione di ritirarsi”, ha fatto sapere il legale Gino Bottiglioni, “è solo politica e non è legata a questa notizia”.
Il Partito democratico ancora una volta, dopo i tentennamenti degli ultimi mesi e gli scontri interni, si trova a dover raccoglie i pezzi.
Le primarie in Regione si fanno sempre più contrastate. Prima l’ipotesi di far saltare le consultazioni, poi la rivolta dei renziani della prima ora e infine l’incapacità di trovare un accordo.
Il Partito fa l’ennesima brutta figura in un clima teso che va avanti da settimane.
Domenica 7 settembre, durante la chiusura della festa dell’Unità nazionale, Matteo Renzi aveva cercato di alleggerire il clima con una battuta: “Roberto, Stefano e Matteo hanno organizzato un bel casino, ma il giorno dopo saranno uno per tutti e tutti per uno”.
Mentre tutti puntano il dito contro le pressioni del presidente del Consiglio, Richetti su Facebook si è giusticato: “L’unità per me, in politica, è un valore importante”, ha scritto, “così come lo è trovare un punto di sintesi, di lavoro insieme. Per questo non metterò in campo la mia candidatura. Decisione sofferta e meditata, ma credo sia nell’interesse dell’Emilia Romagna e del Pd. Ora non è il momento delle divisioni, il nostro Paese e la nostra regione non possono permetterselo”.
“Nel tempo in cui stiamo portando avanti riforme importanti per l’Italia — aggiunge — accolgo l’invito, arrivato da più parti, all’unità . Lo faccio perchè non basta prendere applausi scroscianti dal nostro popolo, dai democratici, quando si fanno appelli alla coesione. Bisogna saperla realizzare. Voglio ringraziare tutti coloro che hanno messo la loro faccia e la loro firma a mio sostegno, sapendo che non una goccia di questo sforzo andrà perduta”.
Il ritiro di Matteo Richetti era nell’aria, dentro il partito, da alcuni giorni, anche se non aveva trovato nessuna conferma negli ambienti vicini al deputato modenese.
Oltre la discussione politica però, per il deputato di Modena si apre il fronte giudiziario. L’indagine parte da un esposto dai consiglieri del Movimento 5 stelle, Andrea Defranceschi e Giovanni Favia.
A ottobre del 2011 il capogruppo Defranceschi presentò sul tavolo della Procura di Bologna una serie di carte, che documentavano gli spostamenti effettuati attraverso l’auto con conducente dall’allora presidente dell’Assemblea regionale.
Oltre cento le pagine allegate, con le ricevute rilasciate dall’azienda Cosepuri per i numerosi viaggi.
Su alcuni in particolare si concentravano le accuse dei 5 stelle.
Quello del 2010, ad esempio, uno dei più costosi: a ottobre Richetti venne prelevato a casa sua, portato a Roma per una visita al Quirinale, e poi di nuovo alla sua abitazione, con un passaggio ad Ancona, per un incontro Pd. Totale della spesa: 1024, 12 euro.
In treno sarebbe costato 200 euro.
Ma di esempi ce n’erano parecchi, e hanno fatto lievitare il conto delle spese per le auto blu a decine di migliaia di euro. “Perchè usare l’auto a noleggio quando Richetti percepisce già una cifra forfettaria di oltre 1200 euro al mese per gli spostamenti casa-lavoro?” chiese Defranceschi.
Dopo la denuncia, i pm Morena Plazzi e Antonella Scandellari, già impegnate su altre inchieste sui fondi regionali, aprirono un fascicolo conoscitivo per verificare la correttezza delle spese per le missioni.
Oggi la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati per Richetti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
UNA TERRA DAL CUORE GRANDE CHE NON HA BISOGNO DI ASSISTENZIALISMO MA DI UNO STATO PRESENTE E CHE FUNZIONI, CHE DIA LAVORO E SICUREZZA
Negli ultimi giorni su Napoli e sui Napoletani ne ho lette, viste e sentite di tutti “i colori”.
Non cedere alle provocazioni è difficile, difficilissimo, anche se in certi casi l’unica strada seriamente percorribile resta proprio quella di provare a darsi la pazienza e la saggezza di “Salomone” perchè solo quando lo sterile, demagogico ed offensivo “sfogatoio razzista” consumato ai danni di un’intera Città e di un intero popolo saranno finiti, ci sarà il campo “fertile” per gli unici ragionamenti seri da fare.
Quei ragionamenti che continuano a rappresentare il “primo motore immobile”, l’unico dovere indefettibile per quel senso di equità e giustizia che dovrebbe sempre accompagnare i pensieri e l’agire, soprattutto quelli di tanti pseudo-personaggi “a trazione pubblica”.
Nel mentre una cosa è – e resta – indubbia ed è della massima negatività possibile perchè offende quel senso e “quel sapore” della verità che non bisognerebbe mai disattendere.
Nell’immaginario collettivo è storia conclamata, purtroppo, che l’errore di un solo Napoletano o di un gruppo di Napoletani, diventi inevitabilmente condanna, soprattutto etica e morale, nei confronti di un’intera Città e di un intero popolo.
Se “sbaglia” un veronese, ad esempio, si dirà sempre che ha sbagliato “quel veronese”; magari nemmeno si sottolineerà che è di Verona.
Ma se sbaglia un napoletano, invece, tutta Napoli diventa “Gomorra” e tutti i Napoletani diventano feccia e camorristi.
Una iattura profonda. Una ferita dritta al cuore. La peggiore forma di razzismo culturale possibile.
Cose non più accettabili.
La “storia di Davide Bifolco e del Carabiniere” è la storia di una notte di follia satura di errori, di incoscienza e di fatalità .
La storia di una parte di Napoli in cui lo Stato è sempre più assente ed in cui
l’anti-stato la fa da padrone: padrone delle strade, padrone nel “mercato”, padrone nel dettare “i tempi” ed i “perchè”…
Non è facile vivere in certe zone di Napoli.
L’aria è irrespirabile come se ci fosse una cappa che ti impedisce anche solo di pensare.
Per attraversarle, quelle zone, devi metterti i paraocchi e tirare i dadi sperando che nulla accada…
Che non ci sia una faida tra cosche rivali all’improvviso.
Che non ci sia chi pensi comunque di approfittare di “uno che non è del quartiere”.
Che l’interregno del “sistema a contrario” non ti faccia vittima, fosse anche solo per pochi muniti.
Ma il dramma è ancora più profondo per chi in quelle zone vive, costretto a trovare il modo per sopravvivere in un contesto dove le leggi vigenti non sono certo quelle dello Stato e dove le Forze dell’Ordine fanno fatica a competere perchè lo Stato li ha lasciati da soli, preferendo dedicarsi ad altre cose…
Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma in alcune zone di Napoli lo Stato è assente, è sempre stato assente, affidando tutto al caso ed al coraggio della popolazione e delle Forze dell’Ordine.
Cosa inammissibile. Cosa assurda. Vergogna democratica.
Certamente sono indegne e vergognose le proteste contro le forze dell’Ordine.
Danno il senso di uno Stato percepito come nemico, di uno Stato come “invasore”, come “male assoluto”, come “quello che pretende senza dare risposte”, e sono cose chiaramente inaccettabili.
Ma è anche indegna l’immagine di un apparato Statale che negli anni è stato capace sono di consumare sprechi e distrazioni, facendo finta di nulla e producendosi nella peggiore delle risposte possibili, quella dell’assistenzialismo fuorviante e dei meri cerotti d’occasione, mentre la cura doveva essere ben altra.
Napoli è una delle città più belle del mondo. Terra di ricchezze inestimabili.
Una terra dal cuore grande, immenso.
Napoli non ha bisogno di assistenzialismo ma ha bisogno di un Stato che sia presente e che funzioni; di politici che la amino alla follia; di progetti seri e della sincera capacità di saperli portarli avanti, senza arrendersi mai.
Se proprio si vuole fare la “rivoluzione del sistema” si riparta dalle cose ovvie: quello sulla legalità e sul controllo assoluto e totale del territorio è un investimento non più rinviabile.
E investire sulla legalità non vuol dire soltanto aumentare la presenza delle Forze dell’Ordine o mandare l’esercito (cosa che, comunque, personalmente auspico), ma vuol dire anche, e soprattutto, conferire i giusti organici agli Uffici Giudiziari, evitare le distrazioni, investire sull’imprenditoria e organizzare risposte concrete sul territorio. Raccontando una storia nuova, capace non soltanto di ridare sogni e speranze, ma di saper altresì attirare a sè il destino di tutti quei ragazzini che, presi dall’incertezza del futuro e dal “buio del presente”, sprecano la loro vita al servizio dell’anti-stato, per sentirsi “grandi”, per sentirsi “forti”, per immaginare uno pseudo-futuro.
E le risposte non potranno continuare ad essere quelle del mero assistenzialismo di nicchia o del bieco conservatorismo di potenziali bacini elettorali.
La rivoluzione dovrà essere sostanziale ed incentrarsi su un chiaro ed evidente percorso meritocratico di partecipazione attiva alla vita cittadina, alle sue dinamiche ed alle sue potenzialità .
Un ritorno alle ragioni dei padri capace di elidere in nuce qualsivoglia pericolo di commistione coi sotto-valori della collusione e dell’affarismo di maniera, perchè bisognerà comunque dire basta ai fannulloni e a coloro i quali pensano che abbiano il diritto di essere “mantenuti” dallo Stato e dagli altri standosene a casa senza fare nulla e “pretendendo”…
L’Italia Repubblicana è costata lacrime e sangue ma la storia di certo non se lo ricorda. Se dopo settant’anni esistono ancora il razzismo regionale, la logica del nemico concepito come male assoluto da denigrare e distruggere, la spinta alla guerriglia e quella “sistemica” all’emergenza — quella anche inventata ad hoc, tanto per distrarre – allora vuol dire che lo Stato, in realtà , non c’è mai stato.
E allora si riparta dall’origine consumando l’inevitabile e doverosa sintesi…
Non bisogna mai perdere il rispetto per quella divisa che rappresenta il nostro Stato e il sacrificio di uomini e donne che spendono la loro vita al servizio del Paese e della collettività .
La giustizia farà il suo corso come giusto che sia.
Nel frattempo nessuno può permettersi di usare strumentalmente una tragedia umana per non obbedire alle leggi o per versare lacrime di coccodrillo, rappresentanti istituzionali compresi.
Il Governo deve inserire in agenda l’emergenza Mezzogiorno e deve farlo subito, senza se e senza ma: è una priorità vera.
A Napoli va riaffermata l’autorità unica ed indiscussa dello Stato consumando una rivoluzione democratica che ristabilisca il senso della Nazione, del diritto e dell’appartenenza ad una stessa storia.
E la rivoluzione dovrà essere culturale, operativa e metodologica perchè lo Stato, non soltanto dovrà dimostrare che c’è, ma dovrà essere altresì capace di dare finalmente risposte…
Mi sovviene una frase della Thatcher… “Lasciate che i vostri figli crescano alti, ed alcuni più alti degli altri se saranno capaci farlo…”
Si lavori per fare questo.
Napoli e il meridione non hanno bisogno di assistenzialismo ma di essere liberi e di potersi giocare il proprio destino…
Salvatore Totò Castello
Right BLU – La destra Liberale
argomento: Napoli | Commenta »