Novembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
LA MAGLIETTA “ARROGANCE, PROFUMO DI PREMIER”
“Renzi abbiamo perso la pazienza”. Il grido del vigile del fuoco di Roma, che interviene dal palco mentre piazza del Popolo si riempie interamente, viene accolto da un boato.
È una delle tante testimonianze in rappresentanza della manifestazione nazionale del pubblico impiego organizzata ieri a Roma da Cgil, Cisl e Uil.
“Pubblico6tu”, lo slogan in un corteo che sfila per oltre due ore, un piazza gremita, centomila persone stimate dagli organizzatori e, dunque, ennesima tappa di uno scontro ormai sempre più esacerbato tra i sindacati e il governo di Matteo Renzi.
La polarizzazione è riscontrabile in tanti segnali inequivocabili. Innanzitutto, la riuscita della giornata. Quando alle 16 stanno per cominciare i comizi finali, il corteo non è ancora arrivato del tutto.
Lungo il percorso è stato accompagnato da centinaia di palloncini raffiguranti un Renzi formato Pinocchio con la scritta “stai sereno” e, accanto, la sigla della compassata Uil.
La presenza di impiegati pubblici è garantita da tutte e tre le sigle, ma si nota la forte presenza della Cisl i cui delegati e dirigenti non esitano a minacciare lo sciopero generale.
Il segno più distintivo di questa sfida, però, non può che essere esibito dal segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che chiuderà la manifestazione insieme a Annamaria Furlan, Cisl, e Carmelo Barbagallo, Uil. Camusso, provocatoriamente, indossa una maglietta rossa con sopra la scritta di un noto profumo, “Arrogance” e lo slogan: “Profumo di premier”.
Non può essere più chiaro di così che il dialogo non abita da queste parti.
Gli insulti sono tutti per il presidente del Consiglio.
Una infermiera di Padova lo apostrofa con rabbia al grido di “Vergognati”. Si susseguono gli interventi del mondo della scuola, della ricerca, a denunciare uno sfacelo continuo, fatto di tagli permanenti e di promesse ripetute .
Fino all’intervento di Riccardo Ciofi, vigile del fuoco romano che riassume bene lo stato d’animo della piazza: “Siamo quelli che intervengono quando c’è bisogno di sicurezza, ma siamo senza il rinnovo del contratto da sei anni. La nostra pazienza è finita”, urla tra gli applausi soprattutto quando rivolgendosi al premier, chiede: “Renzi, tu al nostro posto, con 1.200 euro al mese, lo faresti il nostro lavoro?”.
Domanda retorica, dalla risposta scontata.
La parola ricorrente della giornata è “sciopero generale” nonostante la manifestazione non sia formata dalla sola Cgil.
Lo minaccia chiaramente la Uil con Barbagallo — che sta per prendere il posto di Luigi Angeletti e interviene a nome della terza confederazione — lo minaccia anche il segretario della Cisl, Annamaria Furlan anche per effetto della pressione che in tal senso ha esercitato finora il segretario dei dipendenti pubblici, Mauro Faverin, cislino dinamico e forse non del tutto allineato con la nuova segreteria.
E torna a riproporlo nel suo intervento Susanna Camusso che osserva compiaciuta la piazza — dove tra i politici si scorge solo Stefano Fassina — ed esibisce per fotografi e telecamere la maglietta anti-renziana.
“Il governo la smetta di scaricare le colpe sui lavoratori pubblici” afferma il segretario del Cgil per poi riproporre l’affondo: “Sappia il governo che se non ci saranno risposte, noi proseguiremo non solo con lo sciopero della categoria, ma chiameremo tutti i lavoratori”.
Nel caso di uno sciopero generale del pubblico impiego, assai probabile dopo il corteo di ieri, la sua proclamazione non coinciderà con quello della sola Cgil. Cisl e Uil non potrebbero accettare di essere inglobati nell’iniziativa della sigla più rossa.
L’approccio di Renzi nei confronti del sindacato sta provocando una nuova modalità nelle relazioni sindacali con una unità a geometrie variabili.
Insieme nel pubblico impiego o tra i pensionati, divisi a livello confederale o in categorie come quella dei metalmeccanici .
La mancanza di un tavolo centrale di concertazione rende poco rilevante l’unità complessiva che invece viene ormai ricercata a livello di singole vertenze o categorie.
Nel pubblico impiego, la questione dirimente è lo sblocco degli aumenti contrattuali o, come nel caso della scuola, il vero e proprio rinnovo dei contratti.
La categoria è ferma al 2010, in alcuni settori anche a prima.
Una realtà poco tollerabile per stipendi che, in ogni caso, non superano 1.300-1.400 euro.
Le richieste della piazza sono quelle di tagliare “sprechi e consulenze” e di investire nei servizi. “Se gli ospedali sono di qualità ” spiega un medico precario, “è perchè ci sono persone che lavorano”.
“I pazienti” spiega l’infermiera veneta, “non si curano da soli”.
E invece, continuano i tagli e il disprezzo strisciante verso una categoria bistrattata. “Ho spiegato a mia figlia che lo studio è la prima cosa” spiega la ricercatrice universitaria. “Spero che un giorno non mi dica ‘ma guardati, a che ti è servito?’”.
Un modo come un altro per chiedere dignità .
Salvatore Cannavo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
L’ISIS TACE MA NON SMENTISCE.. LA NOTIZIA RIPRESA DALLA TV AL ARABIYA
Il “califfo” Abu Bakr al Baghdadi è davvero morto in un raid della coalizione guidata dagli Usa? La notizia,
diffusasi sui social network e ripresa già ieri sera dalla tv al Arabiya, non è stata confermata ufficialmente ma neanche smentita, fatto molto strano per l’infernale macchina della propaganda Isis.
Secondo alcune fonti, al Baghdadi stato colpito sabato in un raid della coalizione nella zona di Mosul.
Lo ha riferito in una conversazione telefonica con “Nova” il generale Mohammed al Askara, consigliere per i media del ministero della Difesa.
Il funzionario ha confermato tuttavia come nell’operazione siano rimasti uccisi diversi esponenti di spicco del gruppo jihadista.
Parole che dunque coincidono con quelle rilasciate dal comando centrale delle forze Usa, secondo cui Washington ha ragione di credere che nel convoglio colpito vi fosse un gruppo di leader dello Stato islamico, ma non è ancora certa della presenza di al Baghdadi.
Secondo la tv al Hadath, del gruppo editoriale panarabo-saudita al Arabiya, nei bombardamenti di ieri su alcune postazioni dell’Isis a Qaim, ultima città irachena nella regione occidentale di al Anbar prima dell’ormai svanito confine con la Siria, è stata colpita una sede dello Stato islamico dove era in corso una riunione dei vertici del gruppo jihadista.
Non vi sono ancora prove fotografiche o video della morte o del solo ferimento di al Baghdadi, che nei mesi scorsi si è autoproclamato Califfo e principe dei credenti.
La prima e finora ultima apparizione video di Baghdadi risale all’agosto scorso, quando diresse la preghiera comunitaria musulmana nel venerdì che precedeva il mese del digiuno di Ramadan nella Grande Moschea di Mosul, la seconda città irachena conquistata in giugno dall’Isis.
Già nei mesi scorsi si erano rincorse notizie, mai confermate, dell’uccisione o del ferimento di Baghdadi in raid aerei della coalizione arabo-occidentale guidata dagli Stati Uniti.
L’ultima volta, il 6 settembre, era persino apparsa una ‘foto di Baghdadi morto’, raffigurante un volto con gli occhi chiusi molto somigliante a una delle immagini note del leader jihadista.
In quel caso, il Pentagono aveva smentito la notizia.
I bombardamenti su Qaim fanno parte della serie di raid condotti nelle ultime ore dagli aerei della coalizione in Iraq settentrionale e nella Siria orientale e settentrionale.
Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, alcuni bombardamenti hanno preso di mira pozzi petroliferi nella regione orientale di Dayr az Zor al confine con l’Iraq e controllati dall’Isis.
Intanto, è salito a oltre 30 uccisi il bilancio di una raffica di attentati dinamitardi compiuti ieri sera in diversi quartieri di Baghdad.
Fonti della polizia locale precisano che ai 31 uccisi si aggiungono circa 90 feriti caduti in sei differenti esplosioni in cinque quartieri della capitale
Dal governo iracheno è arrivato il ringraziamento alla comunità internazionale per la decisione un po’ “tardiva” di inviare altri consiglieri militari, soprattutto americani, che dovranno aiutare il Paese nella lotta contro lo Stato islamico (Isis).
“Questa misura è un po’ in ritardo – ha fatto sapere in un comunicato l’ufficio del primo ministro iracheno Haidar al-Abadi – ma è la benvenuta”.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
SONO PRECARI, DISOCCUPATI, GIOVANI, IMMIGRATI, PENSIONATI POVERI: UNA MASSA CHE NON HA VOCE… LA POLITICA RENDE PIU’ PROFONDE LE DISEGUAGLIANZE: IL SAGGIO DI UN GIOVANE DOCENTE CALABRESE DI OXFORD
Lia, disoccupata. Fabrizio, precario. Samuele, che non studia e non lavora. Katia, immigrata. E Lucia, che vive con 600 euro al mese di pensione.
Sono loro la maggioranza degli italiani.
La grande maggioranza «invisibile», che conta più di 25 milioni di persone, citando dati Istat stimati al ribasso. E che nonostante questi numeri, non ha voce.
Il sindacato non la rappresenta, anzi. Le politiche pubbliche non la considerano, anzi. Così stranieri e atipici pagano il peso di garanzie e privilegi che coprono sempre meno cittadini. Di certo non loro.
La disuguaglianza non andrebbe più cercata solo tra poveri e ricchi, tra il 99 e l’1 per cento della popolazione.
Ma anche fra i tutelati e non tutelati. Fra chi beneficia del welfare e chi lo produce.
È quello che suggerisce Emanuele Ferragina, docente di al dipartimento di Politiche Sociali dell’università di Oxford e autore di “ La maggioranza invisibile ”, appena uscito per Bur.
«È arrivato il momento di affrontare i veri nemici della sinistra progressista di oggi», commenta il professore trentenne nato a Catanzaro: «Ovvero neoliberisti e garantiti. Ovvero le politiche alla ‘Jobs act’ ma anche le difese dei diritti di pochi portate avanti dai sindacati. I non-tutelati sono altri. Hanno altre richieste. Inascoltate in Italia. Ma già sentite all’estero».
L’attacco ai garantiti, categoria in cui Ferragina mette anche molti pensionati, sembra una provocazione.
Ma il sociologo insiste: «Sarebbe bello confidare sull’uguaglianza al rialzo, chiedere più diritti per tutti senza intaccare quelli di pochi. Ma non è più sostenibile. Le pensioni sopra i 2000 euro non possono essere difese di principio. È assurdo. Se chiediamo una patrimoniale sui grandi patrimoni per redistribuire le ricchezze, che è un’idea giusta, dobbiamo chiedere anche tasse progressive nei confronti di chi in questi anni ha beneficiato troppo del welfare sempre più magro del nostro paese».
Insomma: ha ragione Thomas Piketty nel suo Capitale a chiedere di aggredire le ricchezze finanziarie per dare un argine alla disuguaglianza. Ma non basta.
Nell’Italia del 2014, sostiene Ferragina, bisogna cominciare anche redistribuendo il welfare a favore di quelli che sono i veri ultimi.
Perchè la protezione corazzata a difesa di pochi rischia di far ricadere i costi del sistema sugli altri.
Ferragina lo definisce “neoliberismo selettivo”: «Guardiamo il Jobs Act, che rende tipici, per sempre, i contratti atipici: rende più profondo il solco fra una minoranza sempre più esigua di lavoratori ultra-tutelati e la massa di assunti dopo il 1996, che hanno dovuto rinunciare a ogni garanzia», perchè «le riforme del lavoro dei governi di destra e di sinistra degli ultimi 20 anni hanno seguito la parola chiave della flessibilità . Senza mai introdurre garanzie universali».
Le uniche che servirebbero, secondo Ferragina, alla «maggioranza invisibile». Composta da precari, neet, disoccupati, migranti e pensionati poveri.
Ad accomunarli, spiega: «È il fatto di essere marginalizzati dal welfare. Benchè producano ricchezza per il paese».
Già , ricchezza: anche dal 12,9 per cento di disoccupati (ultimi numeri) e dalle migliaia di anziani con pensioni da fame.
«La ricchezza non è solo il Pil. Queste persone assumono su di sè compiti specifici e spesso ignorati della società . Come quelli della cura. Del tempo da passare coi bambini. Tutta questa è produttività sociale. Non considerata».
Insieme queste categorie riguardano oggi in Italia 25 milioni di persone.
«Sono 20 milioni di voti», aggiunge Ferragina: «Alle ultime elezioni politiche hanno votato circa 34 milioni di cittadini. La potenziale forza d’opinione di questa nuova massa è evidente».
Ma ancora non c’è: frammentata, distratta, sostenuta dagli ultimi risparmi familiari, non si ribella. E non ha voce. «Perchè una cosa è certa: queste persone non sono rappresentate dalla piazza della Cgil di Susanna Camusso e dello sciopero generale».
E torniamo al sindacato.
Perchè non rispecchia le richieste di questa massa di lavoratori atipici, di migranti e di giovani? «Perchè non sostiene l’unica battaglia che potrebbe interessare questa maggioranza: quella per il reddito minimo garantito. Per misure di sostegno universali e non ancorate solo ad alcune categorie».
Cgil, Cisl e Uil, sostiene Ferragina, non possono continuare a urlare “Giù le mani”, per esempio, anche dalle pensioni, perchè «il 50 per cento delle nostre spese per il welfare finisce in pensioni. Spendiamo 45 miliardi solo per quelle sopra la soglia di 2000 euro. Solo imponendo una tassazione progressiva, che parta dall’uno, due per cento per arrivare al 30 per cento di quelle sopra i 9000 euro, avremmo i 10 miliardi di euro che servono per delle garanzie universali. Invece no. Invece anche quelle vanno protette così come sono. Non è disuguaglianza questa?».
C’è un macro-tema, un filo rosso che attraversa tutta la riflessione di Ferragina nel libro. Ed è che il welfare del futuro non potrà più essere fondato sul lavoro, o almeno sul lavoro formale, sulla produzione di beni e merci per il consumo.
«Prima usciamo dall’illusione della piena occupazione meglio è», sostiene l’autore: «Anche perchè quest’illusione ci porta a una gara al ribasso sui salari e i diritti. Il contrario di quello a cui dovremmo aspirare».
A cosa dovrebbero puntare politiche progressiste quindi? A una maggior dipendenza dallo Stato? «No, non c’entra niente. In inglese esiste una differenza semantica che manca in italiano fra work e labour, ovvero fra lavoro in senso lato e lavoro formale con una retribuzione fissa. Dentro questa differenza sta il futuro del mondo in cui viviamo. Un mondo in cui la redistribuzione non potrà più essere legata al labour ma al reddito e alla condivisione di work».
In Italia, però, non c’è nessuno che le dice, queste cose.
Che le porta in Parlamento. «Il Movimento 5 Stelle, votato dai giovani, ha capito l’importanza della battaglia sul reddito minimo garantito. Ma l’ha lasciato una scatola vuota. Non è diventata una proposta dai contenuti chiari: su dove risparmiare, come distribuire quei fondi, a chi garantirli. Renzi l’ha detto in campagna elettorale ma per ora è una questione dimenticata. E per le altre forze semplicemente non esiste».
Non è così in tutta Europa: «In Spagna Podemos è riuscita a intercettare quest’esigenza. E sta portando avanti queste proposte. Partendo da deputati che sono stati precari e atipici e conoscono bene le garanzie che mancano».
Alla maggioranza invisibile. In attesa che diventi una forza anche da noi.
Francesca Sironi
(da “L’Espresso”)
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