Novembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
E, NONOSTANTE I SONDAGGI CHE LO DANNO IN AUMENTO DI POPOLARITA’, RIBADISCE: “NON FARO’ MAI IL POLITICO”… “IL GOVERNO CHIEDE DI VOTARE UNA LEGGE DELEGA IN BIANCO PER LICENZIARE”
A chi gli chiede di entrare in politica risponde che lui, segretario generale della Fiom, fa il sindacalista, ma «di un sindacato che rivendica un ruolo politico».
E a chi lo accusa di non rispettare il lavoro del Parlamento così replica: «Non sono io, Maurizio Landini, a non rispettarlo. E’ il governo che non lo rispetta chiedendo di votare una delega in bianco sulla riforma del lavoro: nessun altro esecutivo era mai arrivato a tanto».
In lui molti vedono la figura di riferimento della sinistra critica e la rilevazione Demos pubblicata da Repubblica assicura che mentre la popolarità del premier Renzi è in calo, la sua aumenta.
Landini, i sondaggi sono dalla sua parte, quando accetterà l’invito di chi la vuole in politica?
«Precisando che i sondaggi possono anche sbagliare — si è visto cosa hanno combinato sulle elezioni — rispondo che io non mi chiamo Matteo e non mi candido. Il mio mestiere è nel sindacato, un sindacato che il governo vorrebbe sminuire e confinare nelle aziende, ma che invece ha un ruolo politico e deve poter dire la sua, sul lavoro e non solo».
Non crede che, arrivati ad un certo punto, non ci si possa più tirare indietro? In lei molti vedono l’erede di Cofferati, che in politica ci è entrato
«Abbiamo le nostre regole: chi ha fatto il segretario generale nella Cgil, nel sindacato non può più avere altri incarichi. Io sono segretario della Fiom, la mia strada non è finita ».
Si sta proponendo come leader della Cgil?
«Io non mi propongo per nulla, non mi sono mai proposto, semmai ho accettato. La mia preoccupazione non è per cosa farò io fra tre anni, ma per cosa il governo sta facendo a questo Paese».
Qui secondo il ministro Poletti lei esagera, dice che non ha rispetto per il latrattare voro che il Parlamento ha fatto sul Jobs act.
«Non sono io a non avere rispetto. Siamo in presenza di un governo che chiede una delega in bianco di dubbia costituzionalità e che di fatto esenta il Parlamento del suo ruolo. Un governo che vuole cambiare il lavoro senza discuterne con le organizzazioni sindacali che rappresentano milioni di lavoratori, e senza tener conto di chi ha scioperato. Un governo che non è stato eletto dal popolo su questo programma, e un partito di maggioranza che non ha ancora capito che chi lo ha votato ora è contro di lui».
Fra chi la critica, c’è anche quella minoranza del Pd che il 25 ottobre era in piazza con Fiom e Cgil e che ora ha trovato una mediazione sulla riforma del lavoro. Non vi hanno rappresentato bene?
«Il punto è questo: il Parlamento non può per noi. I parlamentari rappresentano il loro partito, non possono sostituirsi al sindacato, anche se ex-sin dacalisti. E mi dispiace che non abbiano ancora capito che votando una delega in bianco, votano contro il Parlamento stesso. Noi invece rappresentiamo i lavoratori e lo dimostra il fatto che in piazza con noi e a scioperare con noi non c’erano solo gli iscritti e i simpatizzanti della Fiom e della Cgil: rifiutarci il confronto vuol dire ledere un principio della Costituzione»
Il premier non vi ha già risposto dicendo che il governo ascolta tutti e poi decide da solo?
«Renzi non solo non ascolta e non discute, ma non ha nemmeno capito che non ha più il consenso di chi lo ha votato. La verità e chi fa politica non capisce più cosa stia succedendo nel Paese: come non preoccuparsi del fatto che la metà degli italiani non vota più? Se metà del sindacato non sciopera io mi preoccupo».
Ecco parliamo di sciopero: stasera, sulla pubblica amministrazione, ci sarà un confronto a Palazzo Chigi fra governo e sindacati. Anche se riferita agli statali c’è stata un’apertura, non potevate aspettare l’esito dell’incontro prima di indicare la data del 5 dicembre?
«Qui si parla di un voto di fiducia sul Jobs act ancora prima che sulla legge di Stabilità , abbiano aspettato anche troppo».
Perchè ha detto che la mediazione sull’articolo 18 è una presa in giro?
«Perchè spiega alle imprese per filo e per segno, facendo gli esempi, come licenziare in modo ingiusto senza rischiare il reintegro e cavandosela con pochi soldi».
Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, e fra gli ideatori di quella mediazione, è sotto tutela. Che effetto le fa?
«Purtroppo in questo Paese c’è sempre un ritorno fra confitto sociale e minacce terroristiche. Condanno qualsiasi forma di violenza che leda la libertà di esprimersi e la democrazia e ricordo il ruolo che i lavoratori hanno avuto nella lotta al terrorismo. Ma non accetto lezioni da chi per primo questa democrazia non la rispetta, rifiutando il confronto e non lasciando spazio al conflitto di esprimersi».
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Novembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
MEZZO SECOLO DI DELIRIO EDILIZIO HA MANGIATO 5 MILIONI DI ETTARI DI CAMPAGNA…E ORA PASSA LA LEGGE PER SBLOCCARE NUOVI CANTIERI
Lascia interdetti lo scaricabarile tra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Liguria sulle
responsabilità del dissesto del territorio italiano.
E non solo perchè è indecoroso mettersi a discutere mentre i cittadini e la Protezione civile lottano contro il fango: ma anche perchè la questione è troppo maledettamente seria per liquidarla a colpi di dichiarazioni e controdichiarazioni tagliate con l’accetta.
Andrà scritta, prima o poi, la vera storia della cementificazione dell’Italia.
Quella storia che oggi ci presenta un conto terribile. Andranno identificati, esaminati, valutati i giorni, le circostanze, i nomi, le leggi nazionali e regionali, i piani casa, i piani regolatori, i condoni, i grumi di interesse che – tra il 1950 e il 2000 – hanno mangiato 5 milioni di ettari di suolo agricolo.
E che solo tra il 1995 e il 2006 hanno sigillato un territorio grande poco meno dell’Umbria, in un inarrestabile processo che oggi trasforma in cemento 8 metri quadrati di Italia al secondo: come ci ricorda un prezioso libretto di Domenico Finiguerra.
Per dare un titolo a questa brutta storia, negli anni Settanta Giorgio Bocca, Indro Montanelli e Antonio Cederna parlarono di “rapallizzazione”: perchè Rapallo e tutta la Liguria erano il luogo simbolo della distruzione del paesaggio e della deformazione delle città .
Per sapere che quella regione non ha cambiato verso, non importa leggersi le statistiche che ci dicono che, tra il 1990 ed il 2005, in Liguria si è massacrato il territorio più che in Calabria e in Campania: basta accendere la televisione
Ma è stato tutto il Nord a pensare che lo sviluppo fosse perfettamente sinonimo di cemento. E continua a pensarlo.
Quando, nel maggio scorso, un cittadino di nome Gabriele Fedrigo ha esposto fuori dalla sua finestra due striscioni con su scritto «Basta cemento» e «Acqua e aria sane», il suo Comune lo ha diffidato, perchè avrebbe attentato al decoro urbano.
Il comune era Negrar, in Valpolicella: quello che ha dato origine alla parola “negrarizzazione”, che vuole dire «urbanizzazione speculativa, e al di fuori di ogni controllo» (Dizionario Treccani).
È stato l’architetto veronese Arturo Sandrini a coniare questo termine, in un articolo del 1997 in cui invitava a ribellarsi al processo che ha trasformato Negrar, la Valpolicella e tutto il Veneto «quasi in un’unica immensa area urbanizzata, dov’è difficile trovare qualche zona non interessata da quel delirium edilizio, fatto di orridi capannoni prefabbricati, naturalmente uno diverso dall’altro, di ville, villette e villone, ovviamente non quelle venete, che giacciono invece impietosamente abbandonate». Sandrini non era solo.
Quando Fedrigo (che non scrive solo slogan, ma ha anche pubblicato il libro di
ri-ferimento sulla Negrarizzazione. Speculazione edilizia, agonia delle colline e fuga della bellezza , 2010) è stato diffidato, la Valpolicella si è riempita di identici striscioni.
Ne è comparso una perfino sulla villa Serego Alighieri: la residenza che nel 1353 fu comprato dal figlio di Dante, Pietro, e che dopo ventuno generazioni è ancora di proprietà dei discendenti diretti del poeta.
Ma se questa storia diventa esemplare, se si può parlare di una “negrarizzazione” dell’Italia intera, è proprio perchè la sua morale risponde in modo concreto alle domande di queste ore: di chi è la colpa?
A Negrar non c’è stato un singolo mostro, l’orco speculatore. Nè c’era una povertà da cui riscattarsi di colpo. E non c’è stato nemmeno l’abusivismo: non c’è un solo edificio fuori della legge, a Negrar.
La Valpolicella aveva una bellezza naturale struggente, aveva la storia, aveva un vino spettacolare: un’economia solida. Ma questo non è bastato: era troppo lento.
La speculazione edilizia è come una droga: tutto corre più veloce.
E allora una comunità – senza che nessuno la costringesse – ha deciso di eleggere politici disposti a corrompere le leggi, perchè le leggi corrotte permettessero di corrompere l’ambiente. Legalmente.
Il motto del ventennio berlusconiano – “padroni in casa propria” – è stato applicato nel modo più radicale e devastante: fino a distruggere la casa stessa.
E infatti il sinonimo perfetto di “negrarizzazione” è “irresponsabilità ”: l’idea bestiale che non importa chi sarà a pagare il conto.
Anche se saranno i nostri figli: anzi noi stessi, solo qualche anno – o qualche temporale – dopo. E non siamo usciti da questa storia: basta vedere quante resistenze, e quanto violente, sta incontrando l’ottimo Piano Paesaggistico della Regione Toscana, finalmente vicino all’approvazione.
Allora vorremmo che il Presidente del Consiglio pensasse al futuro, e non al passato. Che invece di sostituirsi ai giornali e agli storici nella ricerca delle responsabilità , egli si chiedesse cosa può e deve fare il suo governo.
Che invece di pensare alle leggi regionali, pensasse a quelle che sta firmando lui.
Vezio De Lucia ha spiegato ( Nella Città dolente , 2013) che la storia del cemento cominciò davvero quando la Democrazia Cristiana rinnegò Fiorentino Sullo e la sua ottima legge urbanistica, che ci avrebbe lasciato un’Italia diversa.
Era il 1963: cinquant’anni dopo il governo di Matteo Renzi fa lo stesso errore, approvando lo Sblocca Italia di Maurizio Lupi, che è una legge fatta per portare a compimento la “negrarizzazione” dell’Italia.
Una legge che bisognerebbe avere il coraggio di ripensare radicalmente anche se è appena uscita sulla Gazzetta Ufficiale. Anzi, una legge che bisognerebbe avere il coraggio di rottamare.
Tomaso Montanari
(da “La Repubblica”)
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Novembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
DIFFUSE INFORMAZIONI SENSIBILI E CONVERSAZIONI PRIVATE TRA SIMPATIZZANTI DEL CARROCCIO: “SLOGAN RAZZISTI NELLE MAIL”
Anonymous torna a colpire e il 16 novembre manda in black out il sito della Lega Nord, diffondendo dati e conversazione privati dei simpatizzanti a dimostrazione dell’”ideologia razzista” che si anniderebbe all’interno del partito.
Lo scopo dichiarato del gruppo hacker è di portare il “massimo intralcio” all’attività del partito.
“La bassezza degli slogan razzisti espressa nelle email che i simpatizzanti leghisti inviano al loro gerarca preferito (Salvini, Maroni) esprime a pieno il degrado subumano che si incarna nel Carroccio”, scrivono online gli hacker, che invitano tutti a scaricare i dati diffusi dal gruppo per “sottoporre la cricca leghista a un’operazione di doverosa, e sicuramente non gradita investigazione”.
“E’ necessario — proseguono nel comunicato diffuso insieme ai link per scaricare i file -, mettere un freno a una deriva razzista alimentata da gruppi come la Lega Nord che, negli anni passati, ha causato incendi e sgomberi di campi nomadi (Sinti e Rom), costituendo quella che a tutti gli effetti è stata una vera e propria pulizia etnica“.
Nei giorni scorsi gli hacker informatici hanno però attaccato anche altre pagine web. Il 15 novembre, infatti, il sito della Procura di Torino è stato messo fuori uso per manifestare solidarietà verso i tre attivisti No Tav feriti e per i quali i pm hanno chiesto nove anni di carcere.
Tre giorni prima, invece, le spie hanno rubato dei dati dal sito del sindacato di polizia (Sap), diffondendo informazioni personali e conversazioni private fra gli iscritti.
Il motivo: un atto di solidarietà verso la famiglia di Stefano Cucchi, la quale, sostiene Anonymous, è stata umiliata da una sentenza ingiusta e dalle dichiarazioni del sindacato.
E gli hacker continuano a colpire anche all’estero: nei giorni scorsi sono stati attaccati il sito del Dipartimento di Stato Americano e l’account twitter del Ku Klux Klan.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
NEGLI UFFICI DEI BENI CUTURALI CI SONO 100 CAPI IN PIU’ DELL’INTERO MINISTERO… MENTRE I TESORI GRECI DI SIRACUSA NON HANNO SORVEGLIANZA
Il Satiro danzante, che sembra librarsi nell’aria con il suo carico di mistica energia, è illuminato ma solo a
metà .
Il museo che lo ospita, creato apposta per lui nel cuore di Mazara del Vallo, non ha potuto chiamare un elettricista per installare l’illuminazione adatta perchè non saprebbe come pagarlo.
E il caso della statua in bronzo emersa miracolosamente dal mare nel 1997 non è isolato.
Al Paolo Orsi di Siracusa, uno dei più importanti scrigni di tesori preistorici, greci e romani del Mediterraneo, le telecamere di sicurezza si sono rotte da tempo ma è impossibile ripararle.
La Regione, d’altronde, quest’anno non ha investito un euro per il funzionamento dei siti e delle aree archeologiche che ospitano i suoi gioielli.
In compenso però ha a libro paga un esercito di dirigenti, che affollano a dismisura gli uffici dei beni culturali dell’Isola. Un esercito di comandanti, spesso solo di se stessi, promossi dal Duemila e man mano trasferiti nei musei, con il risultato paradossale di oggi: la Sicilia nei proprio beni ha più dirigenti del ministero – 306 contro 191 – comprese soprintendenze e siti.
«Colpa di una legge che in una notte del Duemila ha promosso mille funzionari a dirigenti», dice l’attuale responsabile del dipartimento Beni culturali dell’Isola, Salvatore Giglione.
Tutti promossi e negli anni migrati verso i siti culturali, magari quelli più vicini a casa così da non allontanarsi troppo dalla famiglia. Una miriade di dirigenti che – per dirne un’altra – nel loro curriculum hanno di tutto fuorchè lauree in storia dell’arte, antropologia o archeologia.
Nel piccolo museo di Aidone, che ospita la Venere di Morgantina, non ci sono brochure o guide perchè la Regione, manco a dirlo, non ha i fondi visto che il capitolo di spesa per il funzionamento dei Beni culturali è stato azzerato dal governatore Rosario Crocetta, alle prese con un buco di bilancio di 3 miliardi di euro.
Un gioiello, la Venere, che al Getty Museum di Malibù in poche settimane ha attratto 400 mila visitatori e che da quando è tornata in Sicilia è stata ammirata da non più di 30 mila persone in un anno.
In compenso ad Aidone la Regione ha sul groppone ben tre dirigenti, con stipendi che variano dai 60 agli 80 mila euro lordi all’anno. Due di loro sono agronomi.
Si, proprio così, con un lungo curriculum di pubblicazioni sul grano e le coltivazioni autoctone della Sicilia.
Ma d’altronde sembra esserci un particolare legame tra l’agricoltura e i beni culturali di Sicilia: un agronomo è stato appena nominato tra i dirigenti del parco di Selinunte, una delle aree archeologiche più grandi e importanti del Mediterraneo.
E qui gli altri due colleghi graduati del sito sono un architetto e un ingegnere.
Al parco archeologico di Agrigento, invece, i dirigenti sono otto ma nessuno è archeologo. Così come alla Villa romana del Casale di Piazza Armerina, un piccolo sito che però ha due dirigenti a tenersi compagnia.
In tutto il Polo museale fiorentino, che al suo interno ha la Galleria degli Uffizi, c’è un solo dirigente, la soprintendente Cristina Acidini.
Così come al Polo museale romano che gestisce dal Colosseo ai Fori imperiali: «Nelle direzioni del ministero e nelle sedi periferiche, quindi anche nei poli museali da Pompei a Milano, c’è solo un dirigente dopo i tagli varati dai governi degli ultimi anni », dice il segretario della Funzione pubblica Cgil per i beni culturali, Claudio Meloni.
Nell’Isola del tesoro, invece, di dirigenti ce ne sono talmente tanti che non bastano le poltrone.
Così a una dozzina di graduati il dipartimento ha pensato bene di affidare compiti di “studi e ricerca”.
Qualche esempio? C’è chi studia i teatri attivi in Sicilia, chi invece le feste popolari nell’Isola Orientale. Un esercito di superstipendiati, mentre i musei rimangono in abbandono.
A tutti i siti hanno staccato il telefono, perchè da mesi la Regione non paga le bollette: «Possiamo solo ricevere telefonate – dicono dal museo archeologico di Enna – ma questo non è l’unico problema: non abbiamo fondi per pagare il gas e quindi niente riscaldamenti».
Da Taormina a Segesta non c’è poi una sola brochure, nè una caffetteria o un bookshop dove acquistare una guida oppure un volume sulle opere appena viste.
Il “rivoluzionario” governo Crocetta, come ama ripete il presidente della Regione, ha bloccato le gare sui servizi aggiuntivi, sospettando “sprechi e malaffare come avvenuto in passato”. Da due anni e mezzo tutto è fermo.
«Non abbiamo soldi», è il ritornello e soltanto in questi giorni, raschiando il fondo del barile, la Regione ha trovato 400 mila euro per pagare gli straordinari di dicembre ai custodi, e garantire così l’apertura nel festivi.
Apertura fino alle 13, s’intende, e comunque oltre il normale orario dei custodi, che in Sicilia lavorano come i bancari: da lunedì a venerdì. Il resto è straordinario.
Un altro paradosso, considerando i 1.545 addetti a libro paga, molti di più che nelle altre regioni d’Italia.
Un altro record, nei beni culturali di Sicilia trasformati in carrozzoni salvastipendi.
Antonio Fraschilla
(da “La Repubblica”)
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Novembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
DOSSIER SUL TAVOLO DI RENZI CHE SCAVALCA LUPI: IL COSTO DELL’OPERA CONTESTATA PASSA DA 8,3 A 11,9 MILIARDI
Matteo Renzi gli aveva chiesto un paio di pagine. A Stefano Esposito, vice presidente in quota Pd della commissione Trasporti del Senato, ne sono servite quasi cinque per redigere quella «nota puntuale» con cui ragguagliare il presidente del Consiglio sull’esplosione dei costi di un’opera già contestatissima come la Tav Torino-Lione. Fatto sta che, al rientro dal vertice G20 di Brisbane, in Australia, il premier è pronto a prendere personalmente in mano l’intero dossier.
Un dossier che, proprio a causa del balletto di cifre, ha scalato nelle ultime 48 ore la lista delle priorità nell’agenda di Renzi.
Al punto che a Palazzo Chigi sono già al lavoro per verificare, capitolo per capitolo, le spese già sostenute e quelle ancora in programma e, soprattutto, per individuare e sanzionare, come suggerisce Esposito nella sua relazione al premier, le eventuali responsabilità che in questa vicenda, costata negli ultimi giorni all’Italia una discreta figuraccia, avrebbero avuto il ministero delle Infrastrutture e Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) del Gruppo Ferrovie dello Stato.
CIFRE FUORI BINARI
Tutto comincia il 24 ottobre quando, un articolo («Il costo della Tav sale a 12 miliardi») pubblicato dal Il Sole 24 Ore, sulla base del Contratto di Programma 2012-2016, accende riflettori e polemiche sui costi della nuova linea ferroviaria che unisce l’Italia e la Francia: per realizzare la Torino-Lione, scrive infatti il giornale di Confindustria, gli investimenti calcolati in 8,3 miliardi nel 2012, sarebbero saliti, per effetto dell’aggiornamento all’anno in corso, a 11,9 miliardi.
Per realizzare il 57,9 per cento dell’opera spettante all’Italia occorrerebbero in sostanza non più 4,8, ma la bellezza di 6,9 miliardi di euro.
Sottraendo il 40 per cento coperto con finanziamenti dell’Unione europea, a carico dell’Italia, stando proprio al Contratto di Programma 2012-2016 sottoscritto l’8 agosto di quest’anno tra Rfi e il ministro Maurizio Lupi, resterebbero quindi 4,1 miliardi e non 2,9 come stimato da Ltf (Lyon Turin Ferroviaire), la società mista italo-francese incaricata della progettazione e della costruzione della Tav.
Cifre che fanno rizzare i capelli ai parlamentari della commissione Trasporti del Senato che, allarmatissimi, convocano i vertici di Ferrovie dello Stato (controllore di Rfi).
L’audizione, a Palazzo Madama, viene fissata per l’11 novembre, giorno in cui però si assiste ad un altro balletto di cifre.
Mentre infatti quella mattina il ministro Lupi si presenta alla Camera a spiegare che la Torino-Lione resta una delle «priorità del governo» e a confermare «che i costi sono stati fissati e che a febbraio-marzo su questi costi Francia e Italia chiederanno il co-finanziamento all’Europa», qualche ora più tardi, il presidente delle Fs Marcello Messori, davanti ai membri della commissione senatoriale si esibisce in tutt’altra versione fornendo uno scenario ancora più incerto rispetto a quelle riportate, qualche settimana prima, da Il Sole 24 Ore.
Cosa dice il presidente di Fs? Senza giri di parole, Messori definisce addirittura «non determinabile con precisione» tanto il costo definitivo quanto i ricavi futuri della grande opera Torino-Lione.
ERRORI DI CALCOL
Insomma, un disastro. Del quale, nel giro di poche ore, viene informato il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Che, scavalcando il suo interlocutore istituzionale, il ministro competente Maurizio Lupi, si rivolge direttamente al democratico Esposito chiedendo prima informazioni sommarie sull’affaire e poi commissionandogli il rapporto, la famosa «nota puntuale», che il vicepresidente della commissione Trasporti gli consegna a poche ore dalla partenza per l’Australia.
Ma cosa scrive per la precisione Esposito nelle sue cinque paginette al premier?
Con una tabella, il senatore del Pd ricostruisce quello che, a suo avviso, è l’arcano che si cela dietro l’esplosione delle spese che l’Italia dovrebbe sostenere.
«Il nodo della questione», a suo avviso, «è la previsione dei costi di investimento dell’opera».
Nel 2012, valutandoli in «euro costanti» (cioè bloccati fino alla conclusione dell’opera), Ltf li fissa in 4,8 miliardi (di cui circa 2,9 a carico dell’Italia). Rfi, nel Contratto di programma, calcolandoli in «euro correnti» (cioè attualizzati al 2014), li porta invece a 6,9 miliardi, 4,1 dei quali sulle spalle del nostro paese, proprio le cifre riportate dal “Sole 24 Ore”.
Un calcolo, secondo Esposito, del tutto improprio dal momento che «non esiste alcuna fonte ufficiale che avalli questo dato».
Il Cipe, aggiunge infatti il senatore del Pd, «non si è ancora pronunciato sul progetto definitivo di Ltf e gli unici importi disponibili sono al momento espressi in euro costanti».
Una procedura che il vicepresidente della commissione Trasporti boccia con parole pesantissime: «Gonfiare oggi il costo corrente», scrive, «è improprio, immotivato ed irresponsabile».
MINISTERO NEL MIRINO
Il senatore Esposito non si limita però a denunciare l’errore. Davanti all’incertezza delle cifre che dall’Italia rimbalza verso la Francia non senza conseguenze, l’esponente del Pd suggerisce a Renzi anche di «individuare i responsabili» dei costi impazziti, ossia «chi ha prodotto la proposta di contratto Rfi e chi doveva controllarlo nel ministero delle Infrastrutture» al fine di «censurare il loro comportamento per il grave danno economico e d’immagine arrecato».
E non basta perchè Esposito sostiene anche la necessità di verificare «se questo errore di sovrastima non sia stato sistematico» e, quindi, se anche «altri valori contenuti nel contratto Rfi (dal Brennero al Terzo Valico, passando per la Napoli-Bari) non siano stati» anch’essi «gonfiati nel passaggio da costo costante a costo corrente».
Questi i fatti denunciati nel dossier preparato da Esposito per il presidente Renzi.
Per capire quali effetti il documento produrrà anche politicamente ci sarà da aspettare il rientro del premier dall’Australia.
Renzi fisserà in agenda, tra martedì e mercoledì, un incontro con il vice presidente della commissione Trasporti del Senato per riprendere il discorso.
Con Esposito, appunto, mica con Lupi.
Primo Di Nicola e Antonio Pitoni
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
IL TEORICO DEL MOVIMENTO: “BEPPE SBAGLIA TUTTO, ALLE REGIONALI RISCHIO FLOP”
“Qualcuno sta già mettendo le mani avanti e francamente non capisco perchè. Non ci si rende conto che se alle
regionali in Calabria ed Emilia Romagna il Movimento prenderà percentuali da prefisso telefonico, questo per noi vorrà dire il crollo”.
Lo afferma al quotidiano “il Messaggero” Paolo Becchi, professore universitario e più volte indicato come ideologo grillino, anche se “scomunicato” dal leader m5s via tweet.
“Ho la netta impressione – afferma il professore – che si stia per commettere un grave errore. Se la prospettiva è il crollo allora è bene sapere che per il Movimento questa non sarà una decrescita felice”.
Colpa di Grillo?
“Certe volte si muove come un dilettante – risponde Becchi – Dopo l’alluvione è tornato a Genova ma invece di presentarsi con gli stivaloni e con la pala come avrebbe dovuto fare è sceso da Sant’Ilario in scooter. Ma dico?! Anche mio figlio, che è un suo simpatizzante e ha 17 anni, quando lo ha visto arrivare in quel modo si è indignato”.
Sullo scontro verbale al Parlamento europeo tra il leader M5s e i giornalisti, il professore dice: “Grillo è andato al Parlamento europeo e ha litigato con un giornalista che voleva fargli una domanda. Ma se non voleva rispondere perchè ha indetto la conferenza? Nessuno l’obbligava. Chissà chi lo consiglia. E vogliamo parlare della denuncia presentata in procura contro il patto del Nazareno? Sul web stanno ancora ridendo”.
A proposito della decisione di Grillo di non partecipare ai comizi di chiusura in Emilia Romagna e in Calabria per le regionali, Becchi spiega: “Allora si è stancato e vuole passare la mano a qualcun altro. Perchè uno che fa il capo politico di un Movimento, non può rendersi conto che la sua presenza a Reggio Calabria o in Emilia Romagna può valere anche 2 o 3 punti. Sono percentuali che in termini di voti fanno la differenza”.
(da “Huffingtonpost“)
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