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INTERVISTA A MINZOLINI: “FORZA ITALIA HA SBAGLIATO TUTTO”

Febbraio 1st, 2015 Riccardo Fucile

“SILVIO HA DATO I VOTI PER L’ITALICUM PRIMA DI SIGLARE UN ACCORDO PER IL QUIRINALE”

“Quali sbagli hanno fatto? Mah, si fa prima a dire così: ne avessero azzeccata una”.
Capisci che il mondo berlusconiano è andato a carte quarantotto, quando Augusto Minzolini, già  direttorissimo del Tg1, oggi senatore azzurro dissidente, fatica addirittura a trovare un punto di partenza nella catena degli errori fatti da “loro” – da Berlusconi e dalla classe dirigente di Forza Italia   – nella gestione del voto sul capo dello Stato.
“Di certo, ne hanno commessi una serie. A partire da un dato centrale: l’aver avuto una chiave di lettura della realtà  sbagliata”.
Robetta, insomma.
“Immaginavano di avere in tasca un patto, con Renzi, che in realtà  non c’era”.
Ah no?
“Certo che non c’era. Perchè loro sono abituati a ragionare di politica in termini di blandizie, di ammiccamenti, di sorrisi. Invece la politica va interpretata facendo anche un calcolo degli interessi in campo, che è esattamente quello che ha fatto Renzi”.
Lui che dà  le carte, e gli altri intorno?
“Una chiave tipicamente democristiana: mettersi al centro degli interessi, e muoversi di conseguenza. Utilizzare Berlusconi per piegare la minoranza interna, e gli interessi della minoranza interna per piegare Berlusconi”.
E il Cavaliere ha fornito i voti per l’Italicum.
“L’errore capitale è averlo fatto prima ancora di avere   un accordo serio, ratificato e votato sulla presidenza della repubblica”.
Dare soldi, vedere cammello.
“Berlusconi quindi si è trovato disarmato, nella partita per il Colle. E anche l’Ncd. Perchè un conto è minacciare di non fare passare una legge elettorale potendo motivare la mossa con una richiesta di garanzie. Un conto è minacciare una crisi di governo che oggi, anche al punto di vista sintattico, non ha una logica”
Non ce l’ha?
“Cioè mica puoi dire ‘io faccio la crisi di governo perchè volevo un altro presidente’”.
In effetti.
“E poi, diciamocelo. In politica devi avere la capacità  di rischiare. Ridere, di fronte a minacce come quella — che pure Renzi ha fatto — di ripiegare per il Quirinale su Cantone, dicendo che sarebbe arrivato col decreto di scioglimento in tasca”.
Ridere?
“Certo: rispondere ‘tu caro Renzi, con un decreto di scioglimento in tasca, in questo Parlamento non prenderesti neanche il tuo, di voto’”.
E invece?
“Invece non hanno questa capacità  di rischiare. Nè Alfano, nè il gruppo dirigente di Forza Italia.
Non ce l’hanno. Quello gli fa ‘Bu!’ E loro scappano. Incredibile”.
La politica del “bu”.
Perchè poi è chiaro che se hai di fronte uno che scappa se fai “bu!”, allora fai “bu, bu, bu!”. Che è quello che sta facendo Renzi.
Adesso che succede? Il centrodestra è di nuovo in frantumi.
Mah, col tipo di legge che si va a fare, l’Italicum, è evidente che dovrà  ricompattarsi. Altrimenti non entra neanche in partita: è sicuro che le elezioni vince uno solo, cioè il Pd; l’unico partito che ha una logica rispetto a quella legge elettorale.
Dunque la rottura tra Berlusconi e Alfano è temporanea?
“Per forza: saranno obbligati a rimettersi insieme. Ma il vero rischio, dopo questa grossa debacle, è che tutto rimanga come prima. Perchè il rapporto col Paese sta diventando davvero labile: e se lasci a Salvini tutto questo spazio, poi te la devi prendere solo con te stesso”.

Susanna Turco
(da “L’Espresso”)

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BALENA BIANCA E PECORA NERA

Febbraio 1st, 2015 Riccardo Fucile

NELLE AGIOGRAFIE PROLIFERATE IN POCHE ORE NON VIENE MAI CITATO L’ALTRO MATTARELLA

La lingua, per il giornalista italiano medio, è un muscolo involontario molto più di quell’altro.
Quindi è naturale che, dopo aver leccato per nove anni consecutivi Re Giorgio I e II, dopo la sua abdicazione avvertisse un grande vuoto e garrisse all’impazzata alla ricerca di un altro leccalecca.
L’horror vacui, per fortuna, è durato meno di due settimane. Poi, al primo affacciarsi di Sergio Mattarella, la Lingua Unica della stampa italiana s’è subito riposizionata umettando le grisaglie del Candidato senza neppure aspettare l’elezione.
Mal che vada, si son detti i leccatori, facciamo un po’ di allenamento in attesa del prossimo. Non sia mai che il muscolo, a causa dell’inazione, si atrofizzi e si lasci cogliere impreparato alla bisogna.
Il Megapresidente Galattico. Imperdibile reperto dell’incertezza dell’attesa, la pagina 6  del Corriere di venerdì.
La metà  inferiore per le ultime salivazioni postdatate all’ex monarca, “Entra Napolitano. Il lungo applauso in Aula”.
La metà  superiore per le prime pennellate preventive di Fabrizio Roncone al “mite Sergio, ultimo moroteo”, che “ha dentro il fil di ferro”, “parla a voce bassa, uomo mite fino a quasi apparire fragile, coltiva la virtù della pacatezza, della prudenza e del dialogo, una volta accettò di giocare a Risiko con i redattori del Popolo, è un buon intenditore di calcio e tifa Palermo (con una debolezza, sembra, per l’Inter)”, vive “nella foresteria a disposizione dei giudici della Corte costituzionale”, a “cento passi dal Quirinale”: un “appartamento spartano” tipo quello del Megadirettore Galattico fantozziano, con cui condivide l’inginocchiatoio in legno grezzo e il tozzo di pane e il bicchier d’acqua da condividere con il ragionier Ugo, ma non la poltrona in pelle umana e neppure l’acquario con gli impiegati-inferiori estratti a sorte per fare i pesci, anche perchè Lui “non sa nuotare”.
Segue succinta biografia, con padre, tre figli e “suo fratello Piersanti” assassinato dalla mafia.
Nessuna traccia dell’altro, l’ex avvocato Antonino, il maggiore, in rapporti finanziari con Enrico Nicoletti, cassiere della Magliana: chissà  poi perchè, poveretto.
Il nuovo Giustiniano.
Quando poi l’ascesa al trono è certa, le lingue sparse si ricompongono a testuggine e battono tutte come una sola dove il potere vuole. Gente che Mattarella non se l’è mai filato per mezzo secolo scopre in lui il nuovo Salvatore della Patria.
Una cascata di saliva che deve fare un po’ schifo allo Schivo, e che imbarazza persino Aldo Cazzullo: “Un ex componente della Bicamerale ricorda: ‘Mattarella propose un corpus giuridico che riassumesse e semplificasse la legislazione vigente: un’operazione così l’aveva fatta solo Giustiniano!’….”
Il Mattarellinum.
Sergio è un enfant prodige dei codici, il Mozart della pandetta: “La passione per i meccanismi elettorali ce l’aveva fin da ragazzo”, rivela Marcello Sorgi su La Stampa (par di vederlo, giovinetto, mentre i compagni giocavano a pallone e correvano la cavallina con le ragazze, curvo sul desco a studiare il Mattarellinum che 40 anni dopo, previe opportune limature, vedrà  finalmente la luce. Le zite gli suonano il campanello, ma lui niente: “Scusa, Rosalia, ma oggi ho problemi di scorporo”, “Perdonami, Teresa, ma c’ho un maggioritario grosso così, e per giunta con recupero proporzionale”).
La lingua a questo punto parte da sola, irrefrenabile, incontenibile, a raffica: “Mite, pacato, serio, ragionatore, moderato, razionale, disponibile, ma fermo su principi e valori, sui quali non transige”.
Segue l’albero genealogico: dai che almeno Sorgi si ricorda del fratello Antonino. Macchè: “I due fratelli Piersanti e Sergio erano molto diversi tra loro. Si dice che in ogni famiglia siciliana ci sia un figlio arabo e uno normanno”. Nulla da fare: damnatio memoriae per il povero Antonino.
Compagni di scuola.
Alberto Mattioli, sempre su La Stampa, riesce a scovare un “compagno di scuola dei fratelli Mattarella” che, vincendo la ritrosia contagiosa di tutta la classe dei Mattarella’s, qualcosa racconta, ma a patto che si taccia il suo cognome e lo si chiami “signor Gino”.
Vedi mai che se ne ricordi almeno lui, di quel terzo fratello un po’ scavezzacollo. “Sergio era serio anche da ragazzo, però qualche risata se la faceva pure lui”.
Ci sentiamo tutti molto meglio, ma i fratelli? Niente da fare: lui era “compagno di scuola di Piersanti e Sergio, due ragazzi diversissimi, due caratteri complementari, si volevano molto bene”.
Piersanti “vulcanico, pieno di vita, trascinatore. Sergio silenzioso, serio, composto, quello che a Roma chiamiamo un mollicone, uno di quei ragazzi che stanno sempre zitti, che sembrano quasi troppo educati. Metodico, riflessivo, attento, studioso… In comune avevano due caratteristiche: l’estrema educazione e la passione per lo sport”. Il terzo, Antonino, sfugge proprio ai radar.
Che fosse un po’ maleducato e poco sportivo? Mistero. E pazienza, è andata così.     L’Hombre Vertical. Riproviamo con Sebastiano Messina, che giovedì e poi venerdì, su Repubblica, ritrae e doppiamente biografa da par suo.
Lui, così, preciso, colmerà  la lacuna. “Ama il grigio, evita le telecamere, parla a bassa voce, coltiva la virtù della pacatezza, dell’equilibrio, e della prudenza”, ma attenzione, nessun dorma: “Sotto quel vestito grigio e dietro quei modi felpati c’è un uomo con la schiena dritta, un hombre vertical capace di discutere giorni interi per trovare un compromesso con l’avversario, ma anche di diventare irremovibile se deve difendere un principio, una regola, un imperativo morale”.
Nessun accenno al terzo fratello: sono sempre in due, Piersanti e Sergio.
Vabbè, ora Messina rimedierà  venerdì. Speriamo, ce la può fare. San Sergio “fa una vita monacale”, al confronto Ratzinger nel monastero Mater Ecclesiae e papa Francesco nella celletta di Santa Marta sono due zuzzurrelloni.
Cena con “gli amici di una vita”: un giudice della Cassazione, un ginecologo, un banchiere, però “ogni tanto accetta gli inviti di Giuliano Amato e Sabino Cassese”, e quando proprio è in vena di pazziare si unisce a “Pierluigi Castagnetti, Rosi Bindi e Rosa Russo Jervolino”, tutta vita.
Poteva mancare il barbiere? No che non poteva: “Franco Alfonso, il mitico barbiere di via Catania a Palermo: la sua chioma bianca, Mattarella se la fa tagliare solo da lui”. Ma eccoci finalmente alla famiglia, dai che ce la facciamo.
“Il padre Bernardo”, da molti indicato come un po’ colluso (da Danilo Dolci, per esempio), ma è meglio non parlarne: anzi il vecchio patriarca era amico di “don Sturzo”, di “La Pira” e basta.
Ed ecco i fratelli, forse ci siamo: “A Roma i fratelli Piersanti e Sergio giocavano con i figli di De Gasperi e con quelli di Moro”. E il terzo, Antonino, mai: sempre chiuso in casa, per non farsi vedere dai giornalisti.
Il Cristo di Mattarella.
Riusciranno i nostri eroi a ritrovare il fratello misteriosamente scomparso, nel senso di sparito? Su Repubblica c’è un’intera pagina di Francesco Merlo: anche lui è siciliano, lui sicuramente sa tutto e ce ne parlerà , del terzo Mattarella fantasma.
Pendiamo dalle sue labbra, anzi dalla sua lingua. Sergio è un “vedovo dolente e creativo, facile immaginarlo perduto nell’immensità  del Quirinale come Casimiro, il triste Vicerè di Sicilia”.
Potrebbe sentirsi meno solo frequentando il professor Antonino? No, “Sergio Mattarella cerca la compagnia del ‘caro paralume’, che Massimo Severo Giannini consigliava ai suoi allievi.
E quel paralume, ‘meglio se verde’, è per Mattarella la metafora della lettura ma anche della solitudine e della malinconia…”. E vabbè, meglio il paralume, purchè verde.
La sinfonia cromatica prosegue col nero. “Il siciliano schivo, coperto e cauto, non trova mai la festa, ha sempre quel tormento che il più dolorista di tutti, Aldo Moro, chiamava ‘senso della storia’”.
Perchè lui è “un siciliano tragico e superbo che brancatianamente vede il nero anche nel sole”. Ma è pure “come Sciascia: un siciliano muto, di quelli che coltivano l’utopia del Tommaseo che sognava di coniugare la concisione con la precisione”. Però. “Sono così i siciliani muti, nodosi, solitari, sobri, schivi e diffidenti”.
E questo l’avevamo vagamente intuito. Ma è il momento di un’altra pennellata di colore: “Gli occhi di Sergio Mattarella non sono celesti ma sono ipercontrollati, più di quelli di un piemontese”. Per non parlare di quelli di un calabrese, o di un napoletano. Sì, ma di grazia di che colore sono?
“Il suo colore è il celeste, che può essere raccontato come un blu stinto, un blu indebolito, il gozzaniano ‘azzurro di stoviglia’ oppure come il cielo: ed è vaniglia la sua personalità : dolciastra indecisione o sobrietà  e festa di nuances?”. Ah saperlo. Intanto prendete nota del “Mattarella nemico di ogni eccesso estetico, umbratile e sensibile siciliano fenicio che non perdona”.
Ecco: siciliano non sumero o assirobabilonese: fenicio. Ma anche un po’ israelitico: “il Cristo di Mattarella” non è “colorato e sanguinante come nelle processioni di Palermo, ma invece di filigrana sottile, il Cristo con il sorriso dolce e amaro di una vita che è stata investita dalla tragedia”.
Quindi, allontanando l’odor di santità  e ricapitolando: nero, celeste, blu stinto, azzurro di stoviglia, ma anche non colorato e soprattutto non celeste per carità . Santo subito. Esaurita la tavolozza, Merlo arriva finalmente alla famiglia.
Il padre Bernardo: “notabile palermitano” e ho detto tutto. Fuochino, dà i, su, passiamo ai fratelli. “Il fratello Piersanti, il siciliano allegro, chiacchierone e spavaldo, l’hidalgo di quella Sicilia ‘che è più Spagna della Spagna’”, e ho ridetto tutto. Acqua, lago, mare. Antonino, ancora una volta, non pervenuto.
Il Moro di Palermo. Ultima occasione, ieri.
Sul Corriere Roncone torna sul luogo del relitto. “Stringe il nodo della cravatta… sposta la tenda della finestra e guarda giù… La riservatezza proverbiale… Poche parole anche quando si ferma per prendere un toast (di solito, prosciutto cotto e formaggio: poi saluta, ringrazia e lascia la mancia. ‘Un vero signore d’altri tempi’)”. Secondo Repubblica, invece, il menu è un filo diverso: “Pizzetta prosciutto e formaggio, occhio di bue o pasticcini, yogurt e Pocket Coffee. Sobriamente”.
Ma son dettagli. Prosegue Roncone: “Sobrio, frugale… La voce come un soffio…”. Forse ci siamo: “Riceve la visita della nipote Maria, figlia di suo fratello Piersanti, che lo mette di ottimo umore”.
Ma una telefonata, un messaggio in bottiglia, un segnale di fumo dal fratello Antonino no? No.
Sotto parla l’amico economista siciliano Salvatore Butera: “Freddo? È solo composto. Bontà  d’animo, pacatezza e grande umanità . ricorda Aldo Moro”. Butera sa qualcosa dei fratelli? Sì: “Eravamo tutti e tre insieme dai gesuiti, io e i due fratelli Mattarella”. Parlerà  mica di Sergio e Antonino? Mavalà : “Oltre a Sergio, anche Piersanti”. Pure Antonino è laureato in legge, faceva l’avvocato, ora insegna all’Università . Desaparecido.
Il Kennedy di Trinacria.
Su Repubblica ci si mettono addirittura in due, Tommaso Ciriaco ed Emanuele Lauria, per la terza biografia del Presidente in tre giorni. “Riformista dal tratto garbato”, e vabbè. “La proverbiale discrezione”, e anche questa la sappiamo. “Il miniappartamento nella foresteria della Corte costituzionale”: già  sentita pure quella. “Rappresentante di una famiglia che ha frequentato il successo e il lutto (‘I Kennedy palermitani’, secondo antica definizione)”, ed è vero, visti i sospetti di mafia irlandese sul papà  di Jfk, di Bob e di Ted.
Ma lo vogliamo ricordare, questo benedetto Ted, al secolo Antonino?
“I parenti a Palermo, come l’ex deputato regionale Bernardo” (indagato per peculato, ma questo non lo diciamo). E “la nipote Maria”: fuocherello.
E come si chiama l’altro zio? Dai, è facile, diamo un aiutino: quattro sillabe, inizia per A e finisce per O.
Niente, forse manca lo spazio. Zero tituli. Chissà  come deve sentirsi, però, quel pover’uomo. Suo fratello diventa il primo cittadino d’Italia e lui diventa l’ultimo. Anzi, di meno: un clandestino.
Manca solo il decreto di espulsione.
La lingua è forte, ma la carne è debole.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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COSI’ MATTARELLA COL PPI SALVO’ PREVITI DAL CARCERE

Febbraio 1st, 2015 Riccardo Fucile

QUANDO ERA CAPOGRUPPO DEL PARTITO E LASCIO’ LIBERTA’ DI VOTO

Era il 20 gennaio 1998, stagione segnata da un Silvio Berlusconi in trepidante attesa di riprendersi il governo, come accadrà  da lì a tre anni.
Alla Camera si vota sulla richiesta di arresto per Cesare Previti.
Un momento di scontro e la vigilia di una stagione che forse non è terminata neanche oggi.
Quel giorno Sergio Mattarella è a Montecitorio in qualità  di capogruppo del Partito popolare italiano.
Sono gli ex dc l’ago della bilancia sulla richiesta di arresto, e nonostante alla fine usciranno con una spaccatura, saranno loro a far pesare il loro “no”.
Autore del miracolo politico è proprio l’attuale presidente della Repubblica eletto, oggi “grande garante della Costituzione”.
Quel giorno non tutti lo ricordano così. Il primo a saltare sul banco fu il giornalista Federico Orlando, all’epoca eletto con Rinnovamento Italiano e scomparso pochi mesi fa: “Il no all’arresto di Previti è un ritorno alla grande della Democrazia cristiana. Siamo tornati alla prima Repubblica”.
Quel ritorno alla Democrazia Cristiana era rivolto a Mattarella, che cercò di non scomporsi. “Abbiamo lasciato la libertà  di scelta ai nostri deputati”.
E nella libertà  anche Mattarella disse no all’arresto di Previti. Supportato, nelle argomentazioni, da un imminente inizio del processo, anche se non sarà  così.
Ma quel giorno fu il governo Prodi a subire il contraccolpo più forte.
Il Professore, in qualità  di presidente, non ha votato, ma sei ministri misero con voto palese la faccia sul sì all’arresto dell’avvocato di Berlusconi: Walter Veltroni, che di Prodi era il vice, Livia Turco, Anna Finocchiaro, Vincenzo Visco, Claudio Burlando e Luigi Berlinguer.
Uno solo si astenne: Augusto Fantozzi.
Accadde così che Berlusconi e Bossi, grazie al partito di Mattarella, ritrovano l’affiatamento perduto. Votano in blocco no. Claudio Scajola si alza vociante: “Avete visto? Oggi è finito il tintinnio delle manette”. Questo era il clima.
E Mattarella, serafico, rivendica il voto: “Siamo l’unico partito che ha lasciato la libertà  di scelta”. “Il gruppo popolare — spiega — è tutt’altro che lacerato e diviso, ma è, al contrario, assolutamente unito”.
L’atmosfera non è serena affatto. Federico Orlando non è l’unico a polemizzare con gli ex dc e con la Lega, lo fanno anche Veltroni, Massimo D’Alema e Fabio Mussi.
“Il rifiuto davanti alla richiesta del gip di Milano è un giudizio negativo del Parlamento nei confronti dei magistrati”.
Una vicenda, che poi porterà  alla condanna in via definitiva di Previti e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, iniziata l’11 marzo 1996: la magistratura milanese dispone l’arresto del capo dell’ufficio dei gip di Roma, Renato Squillante, e dell’avvocato civilista Attilio Pacifico, che vengono accusati di corruzione (avrebbero ricevuto denaro per “aggiustare” alcuni processi). Nel registro degli indagati finiscono anche Cesare Previti e Silvio Berlusconi.
Ad accusarli è Stefania Ariosto, la teste Omega, allora compagna dell’ex capogruppo alla Camera di Forza Italia, Vittorio Dotti.
“Previti si è spesso vantato con me di avere corrotto magistrati”, dirà  l’Ariosto. “Io ho anche assistito ad alcune dazioni di denaro”.
Il 23 settembre 1997 Previti viene interrogato a Milano dai magistrati del pool, che chiedono al gip l’arresto.
A dicembre il gip autorizza l’arresto ma, un mese dopo, la Camera dice no.

Emiliano Liuzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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