Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
SFORBICIATE GRILLINE A MOLTE CONVENZIONI, REINTRODOTTA DOPO LE PROTESTE LA SOCIAL CARD CHE DUE MESI FA ERA STATA ELIMINATA, MA SOLO PER IL 50% DEI RICHIEDENTI
La “rivoluzione” della giunta di Livorno guidata da Filippo Nogarin fa discutere. 
Se da una parte infatti vengono reintrodotte le social card in favore dei poveri che due mesi fa erano state completamente tagliate, dall’altra si internalizzano servizi precedentemente affidati a associazioni del Terzo Settore e si sforbiciano diverse convenzioni.
L’accusa nei confronti della giunta da parte di alcune associazioni — tra cui Caritas e Arci — è infatti di aver recuperato risorse ai danni di quelle realtà storicamente in prima fila nel sostegno alle marginalità sociali: “E’ la prima giunta che taglia sui poveri” attacca la Caritas.
A dicembre il Comune aveva annunciato la necessità di tagliare completamente le social-card dei poveri (326mila euro) e le borse-lavoro (91mila) nell’ambito di un complessivo taglio del 4% (843mila) al sociale: ora l’assessore Ina Dhimgjini ha ufficializzato che tali contributi saranno in gran parte mantenuti.
I cardini della manovra sono reinternalizzazione e riorganizzazione di molti servizi, sforbiciate alle convenzioni, stop all’affidamento diretto dei servizi.
Le risorse non verranno più distribuite mediante social-card (300 in passato i beneficiari per un importo tra gli 80 e i 150 euro a carta) bensì tramite voucher (il servizio dovrebbe partire a aprile).
Le borse-lavoro in favore di 16-18enni a rischio di marginalità sociale saranno invece reintrodotte in parte grazie a un recente stanziamento di 50mila euro (a cui hanno contribuito con circa 4mila euro a testa Caritas e Amministrazione penitenziaria).
Ma nel frattempo il contributo in favore di Caritas (mensa, borse lavoro, formazione ai mestieri, accoglienza madri sole) passerà da 117mila euro a 58mila euro mentre quello al Cesdi (centro per senzatetto) da 19mila a 10mila euro.
Azzerati i 20mila euro all’Arci per lo sportello immigrati. Eliminato inoltre il servizio dei “nonni-vigili” (88 anziani coinvolti — secondo quanto riporta il Tirreno — per un costo di circa 100mila euro) impiegati nei parchi o davanti alle scuole in prossimità degli attraversamenti più a rischio.
La manovra non è piaciuta alla Caritas. Nei giorni scorsi la presidente suor Raffaella Spiezio aveva dichiarato: “C’è da chiedersi se si taglino i fondi al sociale perchè si è realmente convinti che questo faccia il bene della città oppure per un giudizio politico e morale sulla gestione dei servizi: rifiutiamo con fermezza l’accusa di corporativismo“. Dura annche l’Arci: “Per ridare ai poveri quello che l’amministrazione stessa aveva tagliato si è tolto a quelli che erano ancora più poveri”.
Sul sito internet di Arci poi si precisa: “Per il 2014 l’esborso per le social card ammontava a circa 428mila euro, sappiamo di quel che parliamo, visto che ne gestivamo l’erogazione: con i soldi ‘risparmiati’ è stata realizzata una copertura che arriva appena al 50%”.
Poi la conclusione: “Non c’e stata alcuna reinternalizzazione, solo taglio netto o riduzione della qualità dei servizi presenti”
David Evangelisti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
L’INTERCETTAZIONE DI ODEVAINE: “L’EX SINDACO COI CONTANTI IN VALIGIA”
Mafia Capitale: i magistrati chiedono collaborazione al governo argentino.
La rogatoria, sul punto di essere formalizzata, riguarda una presunta esportazione di valuta alla quale si sarebbe prestato l’ex sindaco di centrodestra.
Gianni Alemanno: sempre stando all’ipotesi, avrebbe passato la frontiera argentina con denaro proveniente dai consorzi di Salvatore Buzzi (accusato di corruzione oltre che di associazione mafiosa).
Apparentemente strampalata, l’ipotesi del sindaco «spallone» trova conferma nelle relazioni dei carabinieri del Ros, che hanno effettuato le intercettazioni per conto della Procura.
L’episodio viene raccontato da uno degli arrestati, Luca Odevaine, che, da dirigente della Provincia, avrebbe organizzato l’accoglienza degli immigrati a vantaggio delle coop di Buzzi.
«Per soldi se so’ scannati …»
«Per soldi se so’ scannati – dice Odevaine a Mario Schina (altro arrestato per il sodalizio)- ma sai che Alemanno s’è portato via … ha fatto quattro viaggi lui e il figlio con le valige piene de contanti.. ma te sembra normale che un sindaco…».
Odevaine avrebbe saputo dalla Polaria anche altri dettagli.
Che Alemanno, ad esempio, poteva contare su qualche sponda per varcare indisturbato il varco della frontiera.
Così aveva replicato l’ex sindaco: «Sono stato per pochi giorni, a Capodanno, con la mia famiglia, per andare a vedere i ghiacciai della Patagonia».
Sta di fatto che, oggi, i funzionari di Buenos Aires possono fornire un riscontro e aiutare i pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli a ricostruire questi passaggi oltrefrontiera.
A proposito di somme che transitavano dai conti delle coop di Buzzi a quelli di funzionari e politici capitolini, i giudici del Tribunale del Riesame hanno respinto l’istanza di dissequestro dei conti di Claudio Turella (Ufficio giardini) e della moglie Assunta Fortin (non indagata).
Il funzionario capitolino avrebbe involontariamente fornito la prova regina dell’attività corruttiva del duo Buzzi-Carminati.
Nell’intercapedine di una parete della casa di Turella il Ros aveva rintracciato circa 550mila euro riposti in sacchetti con il logo del Comune di Roma.
In seguito al suo arresto, una disposizione data dal carcere ai familiari ha portato la procura a chiedere un nuovo sequestro di conti correnti bancari per un totale di altri 355.877 euro.
«L’eredità in famiglia»
Turella si era difeso parlando di un’eredità in famiglia, ma scrivono i giudici, motivando il no al dissequestro: «Il riferimento alla successione ereditaria negli anni 2009 e 2010 è del tutto privo di riscontro. Non solo non è stato prodotto alcun documento che attesti che Turella ha beneficiato di proventi ereditari ma deve evidenziarsi che la documentazione allegata riguarda un giroconto tra banche della somma di 164.413 euro mentre il documento (prodotto dalla difesa, ndr) concerne la liquidazione di un sinistro per poche migliaia di euro».
E concludono: «E’ d’obbligo osservare che Turella percepisce uno stipendio mensile inferiore ai 3mila euro netti che appare ridicolmente sproporzionato all’entità delle somme portate dal conto, che alla data del 31 dicembre 2012 sono state quantificate in 188.847 euro».
Ilaria Sacchettoni
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
PER ESSERE COMPETITIVA DEVE AVERE UNA LINEA CHE SAPPIA ANCHE INTERPRETARE ALCUNE ESIGENZE DI FONDO DELL’ELETTORATO DI SINISTRA… COME RENZI HA SAPUTO FARE CON QUELLO DI DESTRA
Se la Destra vuole tornare ad essere elettoralmente competitiva deve prefiggersi una linea che sia
riconoscibilmente alternativa a quella della Sinistra, naturalmente, ma che al tempo stesso sappia interpretare anche alcune esigenze di fondo dell’ elettorato di quest’ultima.
Tutto lascia credere che l’elezione del presidente della Repubblica, avendo mandato all’aria il cosiddetto patto del Nazareno, abbia posto fine a quella strategia dei «due forni» sulla quale il governo Renzi ha fin qui potuto contare: cioè l’uso di maggioranze parlamentari di volta in volta diverse, includenti oppure no Forza Italia, a seconda dei provvedimenti da votare.
Il che, tuttavia, non ha certo cancellato quello che è forse l’elemento chiave che nel nostro sistema politico nato nel 1994 assicura fisiologicamente, come un fatto abituale, un grosso vantaggio competitivo alla Sinistra rispetto alla Destra.
Beninteso, ve ne sono parecchi, di questi elementi fisiologici di preminenza: il fatto, tanto per cominciare, che la Sinistra ha dietro di sè settori della società civile più compatti e in certo senso più strategici (ad esempio i media e la cultura); che può contare in linea di massima su una maggiore motivazione, e quindi fedeltà , del proprio elettorato; che essa ha maggiore familiarità e conoscenze con personalità e circuiti politici internazionali.
Ce n’è uno però, come dicevo, più importante degli altri.
Questo: la Sinistra, quando è al governo, sa e può fare, pur se entro certi limiti e per intenderci alla buona, politiche sia di sinistra che di destra, dal momento che sa che anche in questo ultimo caso conserverà comunque i propri voti, e in più attirerà quasi certamente voti dal campo avversario.
La Destra invece no: essa sa e può fare (quando pure ci riesce) solo politiche di destra; e dunque al massimo può conservare il bacino elettorale suo proprio non potendo tuttavia sperare di ampliarlo di molto.
Nella Seconda Repubblica ha funzionato così.
Specialmente, come dicevo sopra, per effetto del diverso grado di fedeltà e di senso di appartenenza – o se si preferisce di «laicità » – che esiste in Italia tra il «popolo» di sinistra e quello di destra.
Anche se è vero che in compenso la Destra gode del vantaggio di partenza di rappresentare socialmente la maggioranza del Paese.
Sta di fatto che nel gioco politico iniziatosi nel ’94 mentre la prima riesce a disporre di due strade la seconda è sembrata sempre capace di percorrerne una sola.
Di tutto ciò, come ha mostrato su queste colonne Michele Salvati, l’azione finora svolta da Matteo Renzi è il massimo esempio – ma non il solo: negli enti locali i casi sono moltissimi – di quanto sto dicendo.
Pur con vari mal di pancia perchè di certo in contrasto con molte sue premesse, la Sinistra renziana, infatti, può fare liberalizzazioni, riformare la Costituzione, cancellare privilegi nel mercato del lavoro, prendere di petto i sindacati, invocare inchieste e castighi sui vigili fannulloni di Roma, dare un’immagine di sè insomma (non importa che poi la realtà sia talvolta un’altra) diversa da quella sua tradizionale, e così facendo ricevere un gran numero di consensi pure dal centro e dalla destra.
Che cosa è stata capace di fare invece di analogo in senso opposto nei suoi anni d’oro la Destra?
Certo, ha pesato molto la leadership berlusconiana, i cui limiti sono divenuti presto evidenti.
Specialmente la sua scarsa determinazione e la sua inettitudine a tenere insieme la maggioranza e a guidarne l’azione di governo.
Che infatti è apparsa fin da subito priva di un riconoscibile orientamento generale, di un qualunque disegno, sfilacciata in mille provvedimenti dettati dall’emergenza o da puri interessi particolari.
La conclusione è stata che nei loro lunghi anni di governo, Berlusconi e i tanti che erano con lui non sono riusciti a trasmettere al Paese l’idea di che cosa potesse voler realmente dire un programma politico di destra, quali principi – se mai c’erano – essa mirasse a realizzare.
Tanto meno – figuriamoci – Berlusconi e i suoi (anche quelli che poi lo hanno abbandonato) sembrano aver mai pensato di spingersi su una strada programmatica che potesse apparire «di sinistra».
Questo è forse il principale problema che il tramonto dell’ex premier lascia in eredità alla sua parte.
Se la Destra vuole tornare ad essere elettoralmente competitiva deve prefiggersi una linea che sia riconoscibilmente alternativa a quella della Sinistra, naturalmente, ma che al tempo stesso sappia interpretare anche alcune esigenze di fondo dell’ elettorato di quest’ultima.
Ciò sarà possibile, io credo, ma solo a una condizione.
Una condizione che si spiega con la storia particolare del nostro Paese e delle sue culture politiche.
Tra le quali quella liberal-democratica nei fatti si è sempre mostrata fragile, poco radicata e soprattutto incapace di sorreggere vaste ambizioni.
Altrove sarà diverso, è certamente diverso, ma in Italia – come del resto in molti altri Paesi dell’Europa continentale – una sostanziale contaminazione della Destra moderata con punti programmatici diversi dai propri, i quali guardino verso sinistra, è possibile solo se la Destra riesce a integrare dentro di sè, stabilmente – non già in modo estrinseco sotto forma di fragili accordi di vertice che lasciano il tempo che trovano – la cultura del cattolicesimo politico.
Berlusconi ha pensato che fosse sufficiente un’alleanza con le gerarchie ecclesiastiche all’insegna di una strumentale condivisione di «valori irrinunciabili» (a lui e al suo ambiente peraltro del tutto estranei).
Ma evidentemente non di questo si tratta.
Bensì di fare i conti con quel lascito di idee e di propositi che vengono da una lunga storia e che hanno alimentato un’esperienza che è stata decisiva per la vicenda della democrazia italiana.
Altrimenti, per una Destra che oggi miri a contrastare l’egemonia renziana l’alternativa è una sola: quella di puntare spregiudicatamente su un massiccio smottamento ideologico-emotivo delle masse (popolari e non) verso particolarismi anarcoidi, verso forme di xenofobia e di antieuropeismo radicali.
È la via attuale della Lega: una via tenebrosa e senza ritorno.
Ernesto Galli della Loggia
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
UN SERVIZIO SULLA SCUOLA: IL MINISTERO NON GRADISCE LE CRITICHE
C’è stato un tempo in cui arrivava la telefonata in diretta.
Erano i Silvio Berlusconi, i Mauro Masi che, incapaci di contenere l’ira sul divano di casa, si intromettevano, puntualizzavano, sbraitavano.
Ma nell’era di Matteo Renzi anche l’incursione nel talk show ha cambiato mezzo. E domenica sera si è messo in piedi il primo tweet-bombing ministeriale contro la videoinchiesta sulla scuola trasmessa da Presa Diretta di Riccardo Iacona.
Stilettate da 140 caratteri contro chi ha osato mettere in discussione i programmi del governo su istruzione e edilizia scolastica.
La prima mossa, sia chiaro, l’aveva fatta lui, Matteo: due lunedì fa, guardando Piazzapulita, ha inaugurato la stagione del rosicamento via Twitter: “Trame, segreti, finti scoop, balle spaziali e retropensieri – scriveva – basta una sera alla Tv e finalmente capisci la crisi dei talk show in Italia”.
Sull’argomento, qualche giorno dopo, si erano esercitati perfino gli inglesi del Guardian, immaginando che quel tweet potesse essere l’inizio della fine del pollaio politico in tv.
Il conduttore, Corrado Formigli, aveva invece interpretato il messaggio con canoni decisamente più italiani: l’evoluzione (in peggio) della telefonata insofferente.
“Trovo inopportuno che il presidente del Consiglio intervenga su come debba essere fatta l’informazione in Italia – disse Formigli al fattoquotidiano . it   – Mi pare uno sconfinamento. Dovrebbe stare a governare. Non è un utente qualsiasi che passa da Twitter e lascia il suo commento, è l’uomo più potente d’Italia”.
Contro Presa Diretta, Renzi non ha twittato.
Ma che gli prudessero le mani lo si intuisce dalla raffica di retweet (citazione di frasi scritte da altri utenti) compulsata mentre andavano in onda i servizi di Iacona.
Ne ha scelti 8, tutti provenienti da staff, sottosegretari e consulenti del ministero dell’Istruzione. Che nel frattempo, sui loro profili, si esercitavano nella demolizione della puntata in corso.
C’è il capo di gabinetto del ministro Stefania Giannini, Alessandro Fusacchia: “La cosa più importante che dovrà fare #labuonascuola è insegnare ai ragazzi l’onestà intellettuale. E il rifiuto degli slogan semplici”.
C’è il suo collega Francesco Luccisano, capo della segreteria tecnica: “Peccato che #Presadiretta non abbia monitorato i 2000 eventi autorganizzati in giro per il Paese”. E ancora, il sottosegretario Davide Faraone, renziano doc: “Ma uno che ne parla bene di questa riforma sulla scuola lo avrete intervistato? ”.
E pure la deputata Simona Malpezzi: “Spieghiamo a @Presa_Diretta come si legge la stabilità ? I miliardi di investimento sono tre. Il miliardo vale solo x i mesi da settembre a dicembre”.
Infine la responsabile scuola del Pd, Francesca Puglisi: “Governo @matteorenzi assume 148.000 docenti precari. La più grande assunzione della storia. Iacona, chiamali tagli”.
Il suo collega senatore Andrea Marcucci va giù dritto: “Neanche uno, neanche per sbaglio, parla bene o con cognizione della riforma scuola”.
Ma il tweet bombing, almeno su Riccardo Iacona, non ha ottenuto l’effetto sperato. “Interessante nuova frontiera della comunicazione”, lo liquida.
Piuttosto, rivendica il giornalista, sono i numeri che contano. E le opinioni di chi, tra i banchi, ci vive e ci lavora.
“Abbiamo dimostrato che le scuole, senza il contributo dei genitori, non potrebbero nemmeno aprire il portone. Non bisogna spaventarsi dei problemi — dice Iacona al governo – così come non si possono rimpiazzare le risorse con le parole”.
Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
I GOVERNI PENSINO A RENDERE LE SCUOLE SICURE, NON BELLE…. LE ECCELLENZE SONO GLI INSEGNANTI MALPAGATI
Se nella nostra scuola troviamo delle eccellenze, è per la buona volontà dei docenti, dei presidi che sono
stati capaci di inventarsi un nuovo modello educativo.
Dove, cioè, al centro ci sono i ragazzi, che diventano protagonisti nell’apprendimento, nel costruirsi il materiale su cui studiare, nell’inventarsi nuove forme di scolastica (le aulee, i banchi..).
Non c’entrano niente i progetti dei governi che si sono succeduti: dalle tre I di Berlusconi alla #buonascuola di Renzi.
Presa diretta domenica sera ha mostrato queste realtà .
A Labriola, il progetto Dada ha trasformato la scuola superiore come un college, dove gli studenti seguono dei percorsi formativi, spostandosi di aula in aula.
Collegamenti wifi, una app realizzata dagli studenti per l’ottimizzazione nella gestione delle aule.
Questo progetto è nato grazie ai contributi delle famiglie e a trasformato la scuola come una struttura di tutti.
Il preside Fattorini ha spiegato come sia proprio il movimento che attiva il cervello.
A Brindisi all’istituto Majorana sono arrivati alla maturità i primi studenti del percorso “Book in progress”: qui i libri sono scritti dai professori assieme agli studenti, come fossero dispense universitarie.
Un libro costa 5 euro alle famiglie e viene stampato internamente: l’idea ha preso piede e altri istituti hanno abbracciato il progetto e messo in rete il materiale.
Gli studenti apprendono così in modo attivo, producendo loro stessi il materiale.
Non ci sono banchi ma le lezioni qui si fanno su tablet. La passione che gli insegnanti ci hanno messo è stata contagiosa: le iscrizioni al Majorana sono aumentate da 650 a 1350 alunni in pochi anni.
La pioniera della scuola digitale è però un’insegnante (non più giovane) di Latino: Dianora Bardi, dell’Istituto Lussana di Bergamo.
Il focus qui è il protagonismo dei ragazzi, sono loro a decidere come e con chi lavorare, in una sorta di autodeterminazione.
Renzi ha voluto la professoressa Bardi nel progetto “La buona scuola”: ma l’insegnante spiega come non siano sempre necessari i soldi pubblici per fare buona didattica, basta ottimizzare le risorse a disposizione.
Qui i ragazzi usano i loro stessi tablet o computer.
E se le risorse non ci sono? E se le scuole non sono sicure? A norma? Se i soffitti cadono a pezzi?
Il sottosegretario all’istruzione Reggi ha stimato in 12 miliardi i soldi necessari per mettere in sicurezza le nostre scuole. Il governo ne ha messi sul piatto 1 solo, diviso in tre aree di interventi.
Le scuole belle, le scuole sicure e le scuole nuove.
La maggior parte dei soldi sono finiti nella prima parte, per piccoli interventi di abbellimento.
Il problema è che i soldi sono stati distribuiti non valutando caso per caso, ma in base alle dimensioni dell’istituto.
Alcuni contributi sono finiti a scuole che non ne avevano bisogno, mentre altri sono stati penalizzati.
A Roma, alla scuola Carducci, all’istituto Duca D’Aosta (dove i bambini si rifiutano di andare in bagno). Qui i lavori dentro le aule li fanno i genitori.
Perchè i soldi non bastano e servirebbe un’anagrafe delle scuole: le persone del sito cittadinanzaattiva.it chiedono che almeno i soldi per il filone “scuole belle”siano dirottati su quello di scuole sicure.
Servirebbero più soldi, non si fanno le nozze coi fichi secchi …
Prima che succeda la tragedia (sulle teste dei ragazzi in aula) che, fino ad oggi, è solo stata sfiorata.
A Milano, a Sesto s Giovanni o a Napoli all’Umberto I.
Ma forse per un certa politica è meglio aspettare la tragedia, per fare i soliti lavori in emergenza, per dare appalti agli amici.
Insomma, ad oggi, la scuola cambia verso anche senza aspettare le slide di Renzi: ma fino a quando le famiglie potranno supplire alle carenze dello Stato?
Settimana prossima Presa diretta si occuperà di Expo: la grande opera che segnerà il cambiamento dei nostri destini, questo ci dicono.
Lo slogan doveva essere: “nutrire il pianeta”. Ad oggi, hanno solo nutrito le tasche dei manager, delle aziende che si sono spartiti in deroga ai regolamenti gli appalti pubblici.
La Corte dei Conti ha stabilito una perdita per Expo spa di 7,5 ml di euro e ancora dobbiamo iniziare. 46 società sono state esclude dalle gare, dal prefetto, per irregolarità . 1600 ettari di terreno sono stati coperti dal cemento, per delle opere inutili come la TEM o la Brebemi.
Inutili. Dove sono i poveri in Expo? Che spazio hanno in Expo i contadini italiani? E la difesa del made in Italy?
(da “unoenessuno.blogspot.it”)
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Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
UN ANNO FA RENZI RICEVEVA L’INCARICO DI FORMARE IL GOVERNO: QUALCHE LUCE, MOLTE OMBRE, MOLTISSIME CHIACCHIERE
“Non mi interessa prendere il posto di nessuno, voglio fare le cose che interessano agli italiani. #enricostaisereno”.
Era il 17 gennaio 2014 quando Matteo Renzi, ospite di Daria Bignardi, rassicurava l’allora premier Enrico Letta inventandosi un apposito hashtag.
Neanche un mese dopo, il 13 febbraio, Renzi proponeva alla Direzione Pd — che approvava — di sfiduciare #enricostaisereno.
Il giorno dopo Letta si dimetteva e il 17 febbraio il sindaco di Firenze e segretario democratico riceveva l’incarico di formare il nuovo governo: il 22 giurava al Quirinale e 24 ore dopo riceveva la fiducia delle due Camere.
Sono, insomma, dodici mesi di Renzi (e degli innumerevoli fiorentini che ha nominato su ogni poltrona disponibile) alla guida del Paese: quello che presentiamo è il bilancio di un anno di Granducato toscano a partire dai temi economici, quelli più sensibili per una nazione in recessione da tre anni filati.
Il filo conduttore sarà il discorso programmatico con cui Matteo Renzi si presentò al paese.
A rileggerlo oggi, peraltro, mostra già tutto il suo stile di governo: frasi che vorrebbero mimare vertigini kennediane non elevandosi mai dal livello Baci perugina (“è il tempo del coraggio”; “la fiducia non la sta chiedendo un governo, ma l’Italia”); grandi petizioni di principio sul cambiamento i cui contenuti vengono sempre rinviati a un secondo momento (“immaginiamo un percorso in cui la differenza tra sogno e obiettivo è una data”); qualche annuncio spot di grande impatto sul pubblico (più asili nido; i dirigenti pubblici siano a termine; vi spediremo la dichiarazione dei redditi precompilata).
A guardare l’elenco delle realizzazioni concrete, invece, si nota altro.
Il “cambio radicale delle politiche economiche” non c’è stato, ma — al di là delle chiacchiere — si è invece accentuata l’adesione al modello di sviluppo proposto dalla “austera” commissione Ue: tagli di spesa pubblica, politiche che riducano la capacità contrattuale dei lavoratori (Jobs Act) e sgravi fiscali per le grandi imprese (quelle che vivono di esportazioni).
È il modello della “svalutazione competitiva” che è la linea ufficiale dell’Italia da Mario Monti in poi.
Non sorprende, dunque, che i risultati alla fine siano gli stessi: il Pil è continuato a calare, i disoccupati sono rimasti tali.
SEMESTRE EUROPEO
Mezza vittoria con la Mogherini, ma niente flessibilità sui cont
Diceva: ”Non possiamo immaginare che il semestre europeo sia semplicemente l’occasione per fare le nomine per le nuove istituzioni. Abbiamo bisogno di raccontare che cosa significhi l’Europa nel mondo che cambia”.
Era il 24 febbraio 2014, discorso di Matteo Renzi per chiedere la fiducia al Senato.
Da allora il semestre europeo si è aperto e si è chiuso. La nomina, quella che conta, c’è stata: Federica Mogherini è l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, la terza carica più alta in Europa di nomina governativa dopo presidenza della Commissione e del Consiglio (su quest’ultima poltrona ci sarebbe potuto finire Enrico Letta, ma Renzi non voleva).
E per il resto? Renzi ha impostato il semestre sulla richiesta di “flessibilità ”, cioè di un’applicazione più blanda dei parametri del rigore contabile ai Paesi che si impegnano a fare riforme costose.
Alla chiusura dei sei mesi di presidenza di turno dell’Italia (una funzione ormai puramente formale), il premier non ha potuto vantare grandi risultati.
Si è intestato il piano di Jean Claude Juncker, 21 miliardi veri che diventano 315 con la leva finanziaria, che però veniva annunciato dal presidente della Commissione già pochi giorni dopo l’inizio della presidenza Italia che, dunque, non può attribuirsene il merito (ammesso che produca qualche risultato concreto).
Nel concreto: la Commissione europea ha approvato nuove “linee guida” per interpretare le regole contabili, ma Renzi non ha potuto esultare molto.
Non recepiscono le richieste principali dell’Italia, cioè scorporare dal calcolo del deficit le spese produttive (investimenti) ma si limitano a chiedere un aggiustamento minore del deficit strutturale, quello depurato dagli effetti della recessione: invece che 0,5 per cento del Pil, solo 0,25.
Ma l’Italia è comunque inadempiente, visto che al momento la sua correzione si ferma a 0,1.
COME VA L’ITALIA
Pil, disoccupati, debito pubblico: i numeri del fallimento più grande
Era iniziata così: “Dal 2008 al 2013, mentre qualcuno si divertiva, il Pil di questo Paese ha perso 9 punti percentuali. La disoccupazione giovanile è passata dal 21,3 al 41,6%. La disoccupazione è passata dal 6,7 al 12,6%. Non sono i numeri di una crisi, sono i numeri di un tracollo…”.
Così Matteo Renzi in Senato il 23 febbraio 2014. In aprile, a segnare il cambiamento di verso arrivato a risollevare il Belpaese, il Documento di economia e finanza (Def) firmato dal premier e dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan metteva nero su bianco che il Pil sarebbe cresciuto dello 0,8% nel 2014.
A fine anno, però, ci si è accorti che in realtà la ricchezza prodotta in Italia è diminuita ancora: in attesa del dato definitivo si stima che il Prodotto sia sceso di altri 0,4 punti. Anche il 2015, che secondo l’esecutivo del Granducato era l’anno in cui tutto ripartiva, se va bene sarà solo quello in cui si arresta la caduta: +0,6% secondo il Tesoro e Bruxelles, +0,5% secondo Banca d’Italia (e questo al lordo dei soldi che la Bce comincerà a immettere nell’economia a partire da marzo).
Pure la disoccupazione non sembra aver tratto giovamento dalla cura Renzi: a fine dicembre, ha detto l’Istat dieci giorni fa, era al 12,9% e quella giovanile al 42 (e così dovrebbe rimanere a fine anno secondo le stime).
Dati che sono già un miglioramento rispetto a quelli di novembre, va detto, ma comunque peggiori di quelli che il premier definiva “i numeri di un tracollo”.
Chissà come li chiama oggi. E chissà come li chiamerà domani.
Domani , infatti, è il momento più complicato per Matteo Renzi. Il pareggio di bilancio e il taglio del debito pubblico previsti dagli accordi europei sono solo rinviati e nel bilancio dello Stato ci sono, nascoste ma già attive, le famigerate “clausole di salvaguardia”: 12,8 miliardi di nuove tasse nel 2016, 19,2 miliardi l’anno dopo che diventano 21,2 miliardi dal 2018.
JOBS ACT E DINTORNI
Era partito dall’enews, alla fine ha abolito lo Statuto dei lavoratori
In principio nelle dichiarazioni programmatiche era questo: “Partiremo con il Piano per il lavoro, che, modificando uno strumento universale a sostegno di chi perde il posto di lavoro, interverrà attraverso nuove regole normative, anche profondamente innovative. Se non a creare nuove , problema delle garanzie dei nuovi assunti neanche si pone”.
Molto generico.
Poi si aggiungeva: “Intervenire in modo strutturale nella capacità di attrarre investimenti in questo Paese”. Ancora più generico.
Alla fine, è diventata l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, l’allungamento dei termini per i contratti a termine, una riverniciata al sussidio di disoccupazione.
Eppure, l’8 gennaio 2014, prima di entrare a Palazzo Chigi, quando ancora le sue ambizioni sembravano limitate alla segreteria del Pd, Renzi inviava una delle sue Enews (la 381) in cui scriveva, tra le altre cose, le “regole” del Jobs Act: “Presentazione entro otto mesi di un codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero”.
E otto mesi sono già passati.
“Riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40, che hanno prodotto uno spezzatino insostenibile”. Ma il decreto ancora non c’è.
“Processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti”. Fatto, ma abolendo le tutele.
“Assegno universale per chi perde il posto di lavoro con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro”. Fatto, ma in termini ancora insufficienti e soprattutto senza risorse aggiuntive.
“Obbligo di rendicontazione online ex post per ogni voce dei denari utilizzati per la formazione professionale finanziata da denaro pubblico”. Nulla all’orizzonte.
“Legge sulla rappresentatività sindacale”, come sopra. Mai fidarsi delle Enews.
DISSESTO IDROGEOLOGICO
Già operativo 1 miliardo, saranno 7 in sette anni
Magari non di corsa, come sosteneva Renzi, ma sul dissesto idrogeologico le cose si sono mosse: secondo Erasmo D’Angelis, l’uomo che guida l’apposita struttura di missione a palazzo Chigi, è già “operativo” circa 1 miliardo di euro di fondi che servono a finanziare le prime 700 opere cantierabili, pari al 10% dei 7mila interventi necessari per mettere in sicurezza il territorio (19 miliardi il costo complessivo).
Si tratta di fondi già stanziati dai governi precedenti, che però non erano mai stati spesi: finalmente si è cominciato a lavorare e la buona notizia può in parte scusare certi eccessi propagandistici del premier (tipo l’invito di palazzo Chigi ai responsabili dei cantieri di farsi un selfie con gli operai e inviarlo al governo).
Il piano dell’esecutivo comunque, inserito in uno dei collegati alla legge di Stabilità , prevede investimenti sul tema per 7 miliardi nei prossimi 7 anni a partire dalla fase preliminare: “Abbiamo ancora quasi 6.000-6.500 opere da progettare.
Per questo c’è un ‘Fondo progetti’ ad hoc: 200 milioni per sbloccare una situazione bloccata da anni”, ha spiegato D’Angelis.
Una piccola inversione di tendenza, che comunque non sana alcune spiacevoli “continuità ” del governo Renzi rispetto ai governi precedenti: tra il 2013 e il 2014 i governi hanno dovuto emanare 27 volte lo “stato d’emergenza” per eccezionali eventi atmosferici in quasi tutte le regioni italiane.
A dispetto della legge, però, dopo l’emergenza non sono mai arrivati i fondi per rimettere in sicurezza i territori e ripagare i danni.
ADDIO PROVINCE?
Enti aboliti in parte, le elezioni del tutto
Dal 1 gennaio scorso le province non esistono più, cioè quasi. Esistono ancora, ma i consiglieri e il presidente non sono più eletti dai cittadini, ma dai consiglieri comunali della zona.
Sono enti di secondo livello, così si dice. È l’innovazione più rilevante della cosiddetta “riforma Delrio”, dal nome dell’ex ministro di Letta, oggi sottosegretario a palazzo Chigi. Sulle competenze che queste nuove province non elettive dovranno avere — e relativo personale — si procede al buio e lo stesso discorso vale per le dieci città metropolitane. Ancora peggio va con la questione risorse: azzerato già da Monti il fondo di riequilibrio, ora Renzi impone alle province nuovi “tagli” per un miliardo quest’anno e tre a regime dal 2017.
In realtà l’espressione è impropria, visto che le province hanno tributi propri per dieci miliardi e da quest’anno ridaranno allo Stato centrale un miliardo (che diventeranno appunto tre a regime).
Ovviamente quello di cui si occupavano le province — dalle strade alle scuole ai trasporti — andrà ancora pagato, ma non si sa con quali soldi.
Poi c’è il nodo dei ventimila dipendenti (dando per scontato che i duemila precari delle province italiane siano già disoccupati): il governo ha congelato la situazione per due anni e promette che, laddove l’ente provincia non avesse più molto da fare, il personale sarà comunque ricollocato. In realtà con l’introduzione della “mobilità ” anche per il pubblico impiego, il rischio di licenziamento non è così piccolo.
Infine c’è il tema dei debiti: accollarli alle città metropolitane, per dire, significa che gli enti voluti da Delrio in qualche caso nascono tecnicamente già falliti.
SPENDING REVIEW
I tagli sono sgradevoli, Cottarelli licenziato
Nel chiedere la fiducia al Parlamento, poco meno di un anno fa, Matteo Renzi prometteva un taglio del cuneo fiscale coperto “attraverso misure serie e irreversibili, legate alla revisione della spesa, che porterà nel corso dei primi mesi del primo semestre del 2014 a vedere dei risultati immediati e concreti”.
Il risultato più concreto è stato il licenziamento di Carlo Cottarelli, il commissario alla revisione della spesa arrivato durante il governo Letta.
Mai preso in considerazione, privo anche di un ufficio a Palazzo Chigi, Cottarelli lascia a settembre, ma era ai margini da sempre.
Si dimette senza polemiche perchè Renzi lo designa rappresentante italiano nel consiglio del Fondo monetario internazionale, l’istituzione dove Cottarelli ha lavorato per anni. Nonostante gli appelli di alcuni collaboratori del commissario, come l’economista Riccardo Puglisi, il governo si è sempre rifiutato di divulgare i dossier preparati da Cottarelli sugli sprechi nella Pubblica amministrazione.
Dei 32 miliardi di possibili risparmi previsti dal commissario non si saprà più nulla e neppure del suo progetto per rendere più efficace la Consip, la centrale acquisti della Pubblica amministrazione.
In compenso quando il premier deve trovare le coperture per la sua legge di Stabilità ricorre al metodo opposto alla revisione della spesa, cioè i tagli lineari. Invece di un esame minuzioso delle pieghe del bilancio, stabilisce che gli enti locali devono trovare 6,2 miliardi di euro.
O riducono le spese, o aumentano le tasse, problemi loro, non di Palazzo Chigi.
LE IMPRESE RIDONO
Debiti P.A. (quasi) pagati e tanti sgravi per i grand
Sui debiti della P.A. la promessa di Renzi è stata all’ingrosso mantenuta: rispetto agli stanziamenti del governo Letta (56 miliardi complessivi), quelli effettivamente messi a disposizione al 30 ottobre sono 40,1 e quelli già pagati 32,5 miliardi.
Le richieste totali dagli enti debitori, però, ad oggi sono arrivate a circa 41 miliardi di debiti certificati, segno — dice il Tesoro — che lo stock accumulatosi fino al 2012 si sta esaurendo.
A questi fondi vanno aggiunti i 10 miliardi messi a disposizione da Cassa depositi e prestiti per l’operazione di cessione dei crediti vantati dalle imprese.
Il settore più in ritardo, secondo stime informali, è quello sanitario, che è pure quello in cui ci sono più “fatture” contestate (è difficile, insomma, farsi certificare il credito).
Le imprese, comunque, specialmente quelle di grandi dimensioni, non possono lamentarsi del governo Renzi: al netto del Jobs Act, che pure è uguale alle proposte di Confindustria, gli imprenditori incassano il taglio dell’Irap e la detassazione delle assunzioni. Il taglio dell’Imposta regionale agisce sulla componente lavoro: all’ingrosso si tratta di uno sgravio di circa 5 miliardi che, per come è strutturato, premia soprattutto le imprese più grandi, quelle con molti dipendenti a tempo indeterminato.
Per la detassazione triennale delle nuove assunzioni nel 2015, infine, la legge di Stabilità ha stanziato 5 miliardi in tutto, ma quasi 2 arrivano dall’abolizione di altre detrazioni: lo sgravio massimo è 8.060 euro a lavoratore e dunque la platea è di circa 620mila nuove assunzioni (non un milione come dice Renzi). I fondi, in questo modo, dovrebbero finire nei primi tre mesi dell’anno.
EVASORI VENITE
Diceva “repressione durissima”, poi s’è inventato la sanatoria per chi froda il Fisc
Il fisco non deve “essere il nemico”, deve assumere “i connotati di una sorta di consulenza al cittadino”.
Mica sempre però: “Salvo poi quando accade che qualcuno davvero commette reati o comunque è passibile di sanzioni amministrative, perchè allora la repressione dev’essere durissima”.
Renzi il 23 febbraio 2014 voleva la repressione durissima per chi commetteva reati fiscali e anche solo per chi non aveva semplicemente dichiarato il giusto all’Agenzia delle Entrate.
Il 24 dicembre, invece, ha firmato un decreto attuativo della delega fiscale con un articolo — il 19 bis — infilato d’imperio nonostante la contrarietà del Tesoro che realizzava una sorta di sanatoria per i reati di evasione e persino di frode fiscale realizzati al di sotto della soglia del 3% del fatturato o del reddito imponibile.
È stato chiamato “Salva-Silvio” — nel senso che avrebbe cancellato a posteriori la condanna per frode di Berlusconi, ma piace assai alle banche e soprattutto — come ha scritto Il Fatto Quotidiano — ai vertici del colosso farmaceutico Menarini, la famiglia Aleotti, fiorentini con ottimi rapporti con Matteo Renzi, sotto processo per un colossale danno al Servizio sanitario nazionale e relativa frode fiscale.
Pure nella legge sul rientro dei capitali all’estero, benedetto dal governo, c’è una sorta di mezzo condono per chi ha accumulato fondi neri (anche in Italia, alla faccia del “rientro”).
E d’altra parte — al netto di come finirà col falso in bilancio, che era stato riproposto nell’inutile formula berlusconiana per compiacere Confindustria — pure il nuovo, pubblicizzatissimo reato di auto-riciclaggio è pensato per rimanere sostanzialmente inapplicato. Insomma, la lotta all’evasione non sembra davvero una priorità del governo.
NOMINE E NUOVI POTERI
Rottamati i boiardi, avanza il giglio magico di finanzieri e imprenditori amic
Lo aveva annunciato anche in una intervista al Fatto, prima di prendere il potere ed è stato di parola: rottamati tutti i boiardi delle partecipate pubbliche, via Paolo Scaroni dall’Eni, Fulvio Conti dall’Enel, l’eterno Massimo Sarmi dalle Poste.
Il rinnovamento è tutto nella continuità : i numeri due di Eni ed Enel, Claudio Descalzi e Francesco Starace vengono promossi, Mauro Moretti lascia le Ferrovie al suo braccio destro Michele Elia e passa a Finmeccanica, il potentissimo ex capo dei servizi segreti Gianni De Gennaro resta alla presidenza di Finmeccanica. Renzi considera le aziende controllate dallo Stato — che comanda ma nelle quotate ha circa il 30 per cento — come parte della politica industriale dell’esecutivo e arriva ad attaccare in Parlamento giornali e giornalisti che sollevano il caso dell’indagine per corruzione internazionale a carico di Descalzi.
Anche nei ministeri Renzi emargina i burocrati più potenti, come l’ex segretario generale di Palazzo Chigi Roberto Garofoli che passa al Tesoro.
Nei cda delle partecipate entrano amici e finanziatori del premier (Fabrizio Landi, Alberto Bianchi, ecc.) e a Palazzo Chigi nasce una specie di governo ombra.
Molto più fidato di quello ufficiale, con l’ex manager Andrea Guerra, economisti come Roberto Perotti e Marco Simoni o Carlotta de Franceschi, bocconiana che viene dal mondo delle banche d’affari.
Resta poco chiaro il ruolo di Marco Carrai, amico del premier senza cariche ufficiali ma che, secondo racconti sempre più frequenti in questi mesi, ha un notevole potere di influenza sulle aziende nell’orbita governativa.
BENEDETTI 80 EURO
Soldi ai dipendenti, ma non ai veri pover
“Darò 80 euro al mese ai redditi medio bassi”. Su questa promessa il premier s’è giocato tutto (e ci ha pure vinto le Europee) e alla fine l’ha mantenuta: il bonus Renzi è e sarà nella busta paga di chi ha un reddito da lavoro tra otto e 24 mila euro l’anno (l’effetto, in realtà , si sente fino a 26 mila).
Era stato inizialmente finanziato per il solo 2014, ma con la legge di Stabilità il governo ha trovato i 9 miliardi l’anno circa che servivano a renderlo strutturale.
Al momento, però, l’effetto sui consumi è stato assai contenuto per non dire nullo: la domanda delle famiglie, infatti, anche nel 2014 è risultata in calo, anche se meno rispetto agli anni precedenti (anche precipitando, d’altronde, prima o poi la caduta si interrompe, in genere contro il selciato).
La promessa è stata comunque mantenuta, anche se è rimasta lettera morta quella di estendere il bonus fiscale a pensionati e partite Iva con reddito fino a 24 mila euro e pure agli incapienti (chi guadagna meno di ottomila euro l’anno).
Alla fine ha vinto il Tesoro, che diceva che i soldi non c’erano: Renzi, però, s’è preso la sua soddisfazione dando 80 euro al mese a chi farà un figlio nel 2015 (costa molto meno). I dipendenti dello Stato, invece, hanno avuto una pessima notizia: il governo dell’ex sindaco di Firenze — nonostante avesse promesso di non farlo — ha confermato per il quinto anno consecutivo il blocco degli stipendi del pubblico impiego.
Lo scippo per il solo 2015 vale due miliardi e mezzo in tutto: nel quinquennio, su uno stipendio mediano da circa 24 mila euro l’anno, significa una perdita secca di retribuzione da oltre 3 mila euro l’anno (nei 5 anni, invece, si superano gli 11 mila euro totali, cui vanno aggiunti gli effetti sulla pensione calcolata col retributivo).
Insomma per gli statali gli 80 euro sono stati un gioco a somma zero.
Anche il resto della platea, comunque, dovrebbe farsi due conti: i nuovi pesanti tagli di spesa comporteranno la riduzione di alcuni servizi (che andranno quindi acquistati sul mercato) e probabili aumenti della tassazione locale.
Canavò Feltri e Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
“SIAMO TORNATI A PRIMA DI MARE NOSTRUM, I 366 MORTI DEL 3 OTTOBRE 2003 E LE PAROLE DI PAPA FRANCESCO NON SONO SERVITI A NULLA”… LE RESPONSABILITA’ DEL GOVERNO ITALIANO
Ci avevano presentato come un successo il coinvolgimento degli altri paesi europei nella nuova
operazione Triton, minimizzando il vincolo imposto alle navi militari: limitare il pattugliamento all’interno delle acque territoriali.
Sottovoce lasciavano intendere che non sarebbe cambiato nulla, anzi, che tale arretramento del raggio d’azione avrebbe disincentivato i trafficanti e i profughi loro ostaggi.
Con un bel risparmio di 9 milioni al mese, ovvero 108 milioni l’anno, considerati un onere eccessivo sul bilancio dello Stato.
Menzogne, sotterfugi.
La verità si è imposta in queste notti invernali di mare a forza 7, quando la rinuncia a una presenza costante della Marina Militare in acque internazionali ha ritardato l’intervento delle motovedette della Guardia Costiera, peraltro encomiabili per l’impegno profuso tra le onde di otto metri che hanno prima infradiciato e poi congelato decine di poveracci, fino a ucciderli per ipotermia
Inequivocabili risuonano le parole di Pietro Bartolo, direttore sanitario di Lampedusa: «Non è questo il sistema giusto per salvare vite umane. Probabilmente con Mare Nostrum non avremmo avuto questi morti». Le motovedette non sono attrezzate a prestare soccorsi immediati, a differenza delle navi della Marina non hanno medici a bordo, faticano a coinvolgere i mercantili di passaggio.
Anche le nude cifre sono inequivocabili.
Smentita la pretesa di scoraggiare i viaggi dall’Africa mostrandoci meno accoglienti.
Gli sbarchi dacchè Frontex ha preso il posto di Mare Nostrum sono aumentati: furono 2171 nel gennaio 2014; sono stati 3528 nel gennaio di quest’anno.
I morti registrati fino al 9 febbraio dell’anno scorso furono 12; i morti già contati alla stessa data del 2015 sono più di 50.
Considerateli il prezzo di una ritirata dalle acque internazionali e chiedetevi se possiamo accettare che l’annegamento, il soffocamento, il congelamento di persone ci riguardi meno quando avviene a 100 miglia anzichè a 12 miglia da Lampedusa.
Sarà bene precisare, a questo punto, che la decisione Ue di accontentarsi del presidio dei confini europei – ammesso che sia sensata e moralmente accettabile – di per sè non costituiva un impedimento alla libera iniziativa sovrana dello Stato italiano.
In altre parole, l’Europa gretta e egoista non vietava affatto al nostro governo di proseguire l’azione intrapresa con Mare Nostrum.
Tanto è vero che la nostra Marina Militare ha fatto pressioni sulle autorità politiche per proseguirla, ricevendo in cambio accuse di insubordinazione corredate di insinuazioni sui vantaggi economici che gliene derivavano.
Insomma, l’Europa ci ha fornito un alibi per rinunciare a un’opera di soccorso umanitario della quale pure avevamo menato gran vanto.
E che il governo ha pensato di poter interrompere alla chetichella, fingendo che nulla fosse cambiato.
Da questo punto di vista, i morti di freddo nel Canale di Sicilia non rappresentano solo una ferita alla coscienza nazionale di un paese civile. Segnalano anche un deficit di politica estera che offusca il nostro ruolo di potenza mediterranea.
Stiamo cedendo spazio al monopolio di mafie transazionali che insieme alla tratta dei migranti gestiscono anche il commercio illegale di armi e materie prime, avvantaggiando il radicamento jihadista sulla sponda sud del nostro mare.
L’esito più immediato di questo ripiegamento potrebbe essere la chiusura della nostra ambasciata a Tripoli, ultimo avamposto occidentale in Libia, dove aumentano i rischi anche per il nostro rifornimento energetico.
Ricordiamo Enrico Letta e Josè Barroso inginocchiati davanti a centinaia di bare nell’hangar di Lampedusa, meno di due anni fa.
La sensazione è che ora ci troviamo di nuovo in ginocchio, ma voltati dall’altra parte come se questa tragedia non ci riguardasse più.
Magari perchè così ha voluto il ministro Alfano. Eppure ci vorrebbe poco per ripristinare Mare Nostrum, salvando vite umane e insieme l’onore della nazione.
Gad Lerner
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
LE MOTIVAZIONI DELLA CONDANNA NEL RUBY BIS: “PROVE UNIVOCHE SUL GIRO DI PROSTITUZIONE”
Lo «scandalo-Ruby» torna ad incombere su Silvio Berlusconi.
Ieri la Corte d’appello di Milano ha depositato in 127 pagine le motivazioni delle condanne, con uno sconto di pena, per Emilio Fede (4 anni e 10 mesi), Lele Mora (poco più di 6 anni) e l’ex consigliere regionale di Forza Italia Nicole Minetti (3 anni). Per la quarta volta una sentenza – compresa quella che a sorpresa aveva assolto in appello lo stesso Berlusconi, con le successive clamorose dimissioni del giudice Enrico Tranfa – dice chiaro e tondo che molte invitate alle pornonotti di Arcore hanno giurato e raccontato il falso in tribunale.
Una terza inchiesta, il Ruby-ter, è in corso. Per i giudici è «inequivoco e incontestato» anche il pagamento di Ruby: e cioè che la ragazza «ricevesse soldi da Berlusconi, prima in corrispettivo delle prestazioni ottenute, poi per comperare il suo silenzio».
PRESTAZIONI RETRIBUITE
È ormai passato molto tempo dallo scandalo, diventato pubblico nell’ottobre del 2010, sui rapporti tra Berlusconi e Karima El Mahoroug, detta Ruby, allora diciassettenne, definita anche da questa corte «una che a Milano si prostituiva».
Bisogna ricordare che il fronte degli imputati nel processo d’appello s’è rotto.
Lele Mora, ex agente dei vip, ha infatti ammesso «in più occasioni» di aver violato la «normativa in tema di prostituzione (…) precisando che la sua disponibilità a contattare e a condurre ad Arcore giovani prostitute derivava dall’esigenza di dover restare persona gradita al premier».
Gli altri continuano a proclamarsi innocenti? «L’intento di Fede – scrive la corte presieduta da Arturo Soprano – era quello di condurre presso il Presidente ragazze sempre nuove e belle, nella volontà di creare le condizioni favorevoli perchè le stesse si concedessero, chi più chi meno».
Una volta che le ragazze entravano in un «ambiente ammiccante », si sentivano proporre «aiuti o lavori». E «non sussisterebbe nessun problema di rilevanza penale, se Berlusconi fosse stato solo un generoso e disinteressato magnate pronto ad aiutare le giovani in difficoltà ».
Invece l’aiuto del miliardario e politico «era finalizzato ad ottenere in cambio prestazioni sessuali».
TARIFFARIO
Esiste un tariffario del bunga bunga: Berlusconi «mi ha abbassato di mille euro, cavolo»; «dai, che tirchieria»; «deve solo sganciare », si sente dire tra le ragazze, in numerose telefonate intercettate.
I giudici scrivono che «elementi di prova assolutamente compatti e univoci» confermano il «carattere remunerativo delle prestazioni offerte dalle ospiti a Berlusconi».
E che è provato e stra-provato l’affannarsi di Fede, Mora e Minetti per favorire quello che il pm Antonio Sangermano definì «il sistema prostitutivo di Arcore».
Molte invitate alle notti di sesso – attenzione a questo passaggio – «lavoravano a Mediaset, direttamente con Fede»: «Con questo non si vuol dire – precisa la Corte – che chi lavorasse a Mediaset automaticamente si prostituiva per Berlusconi; ma che chi, lavorando a Mediaset, partecipava anche alle serate, era favorito nei contatti» grazie al direttore del Tg4.
SOLDI A UNA GIORNALISTA
A scandalo scoppiato, avvennero alcuni episodi che – lo si saprà alla fine di questo mese – possono trascinare Berlusconi sul banco degli imputati.
I giudici li segnalano. Uno riguarda la riunione che si tenne ad Arcore il 15 gennaio 2011, alla presenza del tandem legale Ghedini-Longo.
Erano presenti numerose invitate ai «party selvaggi» (definizione dell’ambasciata americana) dell’allora premier.
E quell’ «incontro non può essere qualificato come atto d’investigazione privata », afferma la corte. Poco dopo, una quarantina di ragazze cominciarono a ricevere dall’entourage di Berlusconi uno stipendio mensile, di almeno 2mila e 500 euro. «Sono state danneggiate, non lavorano più», è stata la spiegazione.
Eppure c’è «una ragazza, Silvia Trevaini, che ha ricevuto – sottolinea la corte – la somma mensile, pur non essendo mai stata indicata come partecipe alle serate, nè avendo mai perso il lavoro a Mediaset», dove è assunta come giornalista.
Qual è la logica per pagare le testimoni?
INTERROGATORIO SEGRETO
Su un solo avvocato i giudici puntano con severità il dito, addebitandogli «la configurabilità del reato di rivelazione di segreti inerenti un procedimento penale ».
Si chiama Luca Giuliante, è lui che tra il 6 e il 7 ottobre 2010 interroga Ruby. L’interrogatorio – scrivono in sentenza –serve «ad assumere informazioni su quanto la ragazza aveva detto in sede d’interrogatorio ai pm, e cioè in aperta violazione ai divieti imposti».
Lo fa, stando ai giudici, per «consentire al reale interessato all’attività investigativa, Silvio Berlusconi, di valutare come impostare la propria attività difensiva».
In quei giorni, gli habituè di Arcore sanno di essere (parola loro) «sputtanati» e Ruby, a suo dire, viene rassicurata da Berlusconi, che può «proteggerla », e pagarla.
Una ricostruzione chiara, quella offerta dai giudici, che «risulta del tutto opinabile» all’avvocato Federico Cecconi, attuale difensore di Berlusconi: «In particolar modo laddove ricostruisce in termini di illiceità gli aiuti economici offerti dal dottor Berlusconi, non c’è nulla di illecito».
Lo ribadisce in previsione del Ruby Ter, e non solo: l’assoluzione di Berlusconi in appello è stata raggiunta dal durissimo ricorso della procura generale, che riteneva provata tanto la prostituzione minorile sia la concussione (la telefonata in questura per allontanare velocemente Ruby dagli investigatori).
La Cassazione, in estate, dovrebbe dire se sarà celebrato un nuovo processo Ruby-Silvio.
Piero Colaprico
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
CORRUZIONE, MAFIA ED EVASIONE FISCALE CI COSTANO 400 MILIARDI L’ANNO, UN QUINTO DEL DEBITO PUBBLICO NAZIONALE, CINQUE VOLTE GLI INTERESSI CHE PAGHIAMO SUL DEBITO
Quando il ministro greco Varoufakis dice che “l’Italia rischia la bancarotta”, i nostri politici ne fanno
subito una questione di patriottismo e di finanza pubblica.
Ma come, “il nostro debito è soldo e sostenibile” (Padoan).
E poi mica siamo la Grecia, noi.
In realtà , a parte il nostro debito che continua a crescere imperterrito, l’Italia rischia la bancarotta anche per altri motivi. Che non sono squisitamente finanziari, ma hanno conseguenze devastanti sui conti pubblici: la corruzione, le mafie e l’infedeltà fiscale, che rapinano ogni anno agli italiani circa 400 miliardi (un quinto del debito pubblico, il quintuplo degli interessi).
Mettendo in fila le notizie di un solo giorno, quello di ieri, viene da rabbrividire.
La lista Falciani riguarda 100 mila clienti — fra cui ben 7500 italiani — dell’Hsbc Private Bank di Ginevra con un tesoro di miliardi di dollari sottratti al fisco dei rispettivi paesi.
Un piccolo campione dell’evasione fiscale, scoperto grazie a un funzionario che ha violato e svelato gli archivi segreti.
Ma il dato va moltiplicato per mille o più: l’Agenzia delle Entrate calcola in 10-12 milioni i contribuenti italiani totalmente o parzialmente infedeli.
Ci sono, certo, i piccoli imprenditori che evadono per necessità . Ma non contiamo frottole: la stragrande maggioranza sono riccastri travestiti da poveracci e dichiarano meno dei loro dipendenti.
E in Italia non rischiano praticamente nulla, se non la parcella dell’avvocato, a causa di quel tacito patto che da decenni tiene legati governi e politici d’ogni colore al partitone dell’evasione, all’insegna del più ignobile voto di scambio.
La seconda notizia è l’indagine per mafia su Antonello Montante, uno dei simboli dell’antimafia confindustriale in Sicilia: le accuse dei pentiti vanno verificate dai pm sul piano penale; ma frequentazioni poco commendevoli già ne sono saltate fuori, almeno sul piano etico.
Intanto il consigliere comunale Giuseppe Faraone, passato dai socialisti alla lista dell’antimafioso Rosario Crocetta alla Lega Nord (filiale palermitana), è finito dentro per estorsione mafiosa.
In Calabria il neogovernatore Pd Mario Oliverio non trova di meglio che presentare una giunta con quattro assessori indagati (uno per ‘ndrangheta) più l’ex ministra Lanzetta, che s’è subito dimessa perchè si sentiva fuori posto: era l’unica non inquisita.
A Milano, a parte le continue retate su tangenti e infiltrazioni mafiose, 8 appalti Expo su 10 sopra i 40 mila euro risultano sospetti per l’Anticorruzione di Cantone.
In Veneto, scandalo Mose a parte, il governatore leghista Luca Zaia nomina all’Anticorruzione regionale un dirigente arrestato per turbativa d’asta e un altro per peculato e malversazione.
Altro che “Capitale corrotta, nazione infetta”, come l’Espresso titolò nel 1955 la leggendaria inchiesta sul sacco di Roma.
Oggi l’infezione è dappertutto, la nazione è marcia e avrebbe bisogno di una classe dirigente nuova non per età anagrafica o politica, ma per cervello e cultura, capace di impugnare la ramazza e varare subito un decreto draconiano per riportare un minimo di legalità e decenza.
Come quello appena proposto dalla commissione Gratteri-Davigo.
Invece Renzi ancora si balocca col condono fiscale fino al 3% (che poi corrisponde all’11% di nero legalizzato) e con l’eterno annuncio di un “Daspo per i corrotti” che non arriva mai.
E a destra l’altro Matteo, il felpato Salvini, non osa neppure chiedere i danni all’ex tesoriere-predone Belsito, se no magari quello parla.
Ieri una delegazione di parlamentari 5Stelle ha incontrato a Palermo il pm Nino Di Matteo: avrebbero dovuto esserci i rappresentanti di tutti i partiti e del governo, con loro.
Finchè chi governa e chi vuole governare non avranno le carte in regola per sbaraccare la trattativa Stato-mafia/evasione/corruzione, la bancarotta continueremo a rischiarla ogni giorno.
E magari, se ci impegniamo un altro po’, centreremo anche quell’obiettivo.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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