Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
PRESSING DI RENZI PER FAR RINUNCIARE DE LUCA
L’apparenza inganna. Come nella migliore tradizione napoletana. 
Due candidati sono in campo per le prossime regionali, ma è in atto una manovra per farli saltare entrambi.
È stata annullata la grande kermesse del Pd prevista per sabato a Napoli, dove — a sostegno di De Luca — sarebbero dovuti arrivare il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini e il ministro Orlando.
Ed è stata annullata, questo è il secondo indizio, dopo che proprio De Luca ha incontrato ieri Luca Lotti a palazzo Chigi, come ha scritto il Fatto.
Due indizi non fanno una prova. Il terzo indizio arriva dalle colonne del Mattino dove viene data la notizia che, in queste ore, è stato commissionato un sondaggio sulla Campania dai vertici del Pd.
Un sondaggio tra De Luca e Caldoro? Niente affatto.
Il sondaggio riguarda quale candidato del Pd avrebbe più consenso. Oltre a De Luca, gli altri nomi sono quelli del ministro Orlando, di Luigi Nicolais e di Enzo Amendola: “A primarie fatte e con un candidato in campo perchè sondare altri candidati dello stesso partito?” è la domanda che rimbalza in Transatlantico tra i parlamentari campani.
Perchè, è la risposta, attorno a De Luca è in atto un pressing per farlo “mollare”.
De Luca è un lottatore, uno che non molla. E che non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro: “Da parte del Pd – dice incrociando i cronisti – sento un sostegno pieno, totale al di là della fantapolitica che ha appassionato qualche vostro collega”.
Ma il cuore della manovra non sta a Napoli, bensì a palazzo Chigi.
Renzi più volte ha parlato della Campania con Alfano e più volte lo ha invitato a rompere l’alleanza con Berlusconi su Caldoro e a schierarsi con la sinistra, modello “Mattarella”: all’ultimo momento utile, si cambia schema.
E non è un caso che, notano i maliziosi, la data delle elezioni non è ancora stata fissata in modo da avere tempo per creare le condizioni.
Il problema, in quest’ottica, si chiama De Luca, candidato che Angelino non regge. Con un altro candidato il ministro dell’Interno non ha preclusioni a un’alleanza con la sinistra in Campania.
Tranne Nunzia De Girolamo, i suoi sul territorio hanno già dato segnali in tal senso, anche pubblici come il sottosegretario Giacchino Alfano, all’insegna del “a Napoli come a Roma”.
E non è un caso che Alfano (Angelino) non abbia ancora chiuso con Caldoro, con cui il suo partito ha governato cinque anni. Tanto che proprio l’attuale governatore, a sua volta, sta prendendo tempo.
A Berlusconi ha già fatto sapere che “senza il sostegno di Ncd non è disposto a correre”.
Il candidato su cui Renzi e Alfano chiuderebbero l’accordo si chiama Andrea Orlando: “È perfetto — spiega una fonte renziana – perchè come fa a quel punto il ministro dell’Interno a non sostenere come candidato quello che è stato suo ministro della Giustizia?”.
L’ipotesi è stata già valutata anche ad Arcore. Silvio Berlusconi è convinto che alla fine Angelino cederà al premier: “Il vero segretario di Ncd — è la battuta che circola ad Arcore — è Renzi”.
Pronto, ad Arcore, il piano B: “Contro Orlando candidiamo Mara, è la più brava”.
La Carfagna è una radicata sul territorio, è stata miss preferenze la volta scorsa quanto si candidò per appoggiare Caldoro e secondo i report della Ghisleri funziona in tv.
È chiaro che sarebbe chiamata a una battaglia difficile: Forza Italia contro tutti, con Forza Italia che non è quella di dieci anni fa ma è dilaniata dalle faide.
Scontato quindi che, dopo le regionali, Mara avrà un ruolo molto pesante dentro Forza Italia.
Dunque: a Roma e ad Arcore già si ragiona su candidati diversi da quelli che sono in campo ora.
Anche se De Luca fa sapere che non ha intenzione di mollare. Però fonti renziane degne di questo nome sono certe che interverrà una variabile extra-politica.
Sul Corriere del Mezzogiorno di una settimana fa era scritto: “Fallimento Ifil, il figlio di De Luca ora rischia l’accusa di bancarotta. Inchiesta sul crac della società di Mario De Mese. Per il primogenito dell’ex sindaco viaggi in Lussemburgo insieme alla moglie pagati con i fondi di questa azienda”.
L’entourage di De Luca sostiene che la vicenda è vecchia e di poco conto, e che il figlio è il primo a stare assolutamente sereno perchè, anche se è indagato, l’inchiesta non sta in piedi.
Al momento, non solo è saltata l’iniziativa di sabato ma Renzi non ha in agenda nessun appuntamento elettorale in Campania.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA PROPONE TOTI CHE NON HA NULLA DA PERDERE… SALVINI HA BISOGNO DISPERATO DI AIUTO IN VENETO E CEDERA’ SU LIGURIA E TOSCANA DOVE AVEVA FATTO FINTA DI IMPORRE I SUOI UOMINI
Giovanni Toti, europarlamentare e consigliere politico di Silvio Berlusconi, potrebbe essere il candidato del centro destra in Liguria alle elezioni regionali.
Nelle ultime 24 ore si sono susseguiti incontri a livello nazionale tra Forza Italia e Lega Nord per mettere a punto lo scacchiere nelle varie regioni.
Il mediatore sarebbe ancora Gianni Letta.
L’obiettivo condiviso è quello di non correre separati in Veneto, Campania, Toscana e Liguria. Ma sul tappeto ci sono accordi politici ancora da definire, tensioni e divisioni tra le varie anime dei partiti della possibile coalizione.
Insomma la situazione è complessa, ma i rumors che arrivano dalla capitale parlano di un possibile passo indietro di Salvini sui candidati in corsa in Toscana e Liguria, in cambio del sostegno compatto alla candidatura di Zaia in Veneto.
Gli esponenti locali di Forza Italia e Lega dicono che al momento non c’è nulla di ufficiale.
Per chi conosce i personaggi non c’e’ da stupirsi, la candidatura di Rixi era solo un bluff per un semplice motivo: un candidato di centrodestra è destinato a finire dietro a Raffaella Paita e allla giovane candidata Cinquestelle.
E il regolamento elettorale della Liguria prevede che il candidato governatore che finisce terzo non venga eletto, anche nel caso che la sua lista ottenga dei consiglieri.
In pratica un kamikaze, un idealista, un martire della causa, non certo uno che vive grazie alla politica da 15 anni, che da consigliere regionale uscente mette assieme quasi 10.000 eurini e che non rinunciato neppure alla poltrona di consigliere comunale di Genova (con altri 1000 eurini).
Se a ciò si aggiunge che Rixi (come i suoi due colleghi leghisti in Regione) è pure indagato per i rimborsi in Regione (ostriche a Nizza, viaggi, ristoranti e regalie natalizie) si comprende bene il bluff della sua candidatura: doveva servire a Salvini per trattare con Berlusconi e ottenere il suo appoggio in Veneto, dove Zaia rischia grosso.
Quindi il nome di Toti è perfetto per la finalità perseguita: perdere come sempre con un nome foresto e dare una mano alla Paita con un debole candidato di bandiera che il giorno dopo ritornerà a fare il parlamentare europeo.
Altro che “togliere la Liguria alla sinistra”, come narrano gli slogan della Lego costruzioni.
In ogni caso se vorranno smentirci ne saremmo lieti: Rixi si presenti candidato governatore lo stesso, così è la volta che da trombato sarà costretto a trovarsi un lavoro senza l’aiuto di Rosy Mauro o di Salvini.
Con lo sgravio degli oneri fiscali per le aziende magari è il momento buono per trovare occupazione.
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
I 79.000 CONTRATTI HANNO USUFRUITO DEGLI SGRAVI CONTRIBUTIVI E LE AZIENDE HANNO RITENUTO DI APPROFITTARNE…IL JOBS ACT E’ ENTRATO IN VIGORE A MARZO
“Nei primi due mesi del 2015 sono stati attivati 79 mila contratti a tempo indeterminato, il 38,4% in
più rispetto ai primi due mesi del 2014″. Lo ha detto il ministro del lavoro Giuliano Poletti.
L’annuncio era stato anticipato dal premier Matteo Renzi che aveva parlato di un aumento “a doppia cifra” rispetto all’anno precedente: “E’ il segnale che l’Italia riparte”.
A spingere il dato in realtà è stata la decontribuzione Inps introdotta dalla Legge di Stabilità 2015.
Solo a partire dal 7 marzo le aziende potranno assumere anche con le regole del Jobs Act.
Poletti che ha sottolineato anche che nel solo mese di gennaio il balzo dei contratti a tempo indeterminato è stato del 32,5% su base annua e per i giovani tra i 15 e i 29 anni la variazione tendenziale è stata pari a 43,1%.
A febbraio scorso, l’aumento percentuale è stato del 38,4% e per i giovani è arrivato al 41,4%.
Già il presidente dell’Inps, Tito Boeri, aveva spiegato il nuovo impulso del mercato del lavoro. “I primi dati che abbiamo” sulle assunzioni a tempo indeterminato con la decontribuzione, previste dalla legge di Stabilità , “sono incoraggianti: nei primi 20 giorni, ossia dall’1 al 20 febbraio, 76mila imprese hanno fatto richiesta”.
Non tutti, però , sono pronti a stappare lo champagne.
Secondo uno studio di Manpower, l’agenzia di selezione del personale, le prospettive di assunzioni delle aziende non cambiano molto.
Nei prossimi tre mesi ci saranno solo timidi segnali di ripresa del mercato del lavoro.
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
DAL PIEMONTE A ROMA, LE DIVISIONI DEL PD
Piemonte, Sicilia, Campania, Marche, Liguria, Roma, Lazio.
A metterle insieme, le aree di crisi del Pd renziano fanno impressione, da sud a nord il partito è squassato da guerre intestine, che non danno certo la misura di una creatura in splendida salute con percentuali da vecchia Dc e oggi dotata di un leader dominus assoluto del panorama politico.
Primarie contestate, candidature contestate, base in rivolta, potentati locali inestirpati.
Il tutto alla vigilia delle comunali dei sindaci e soprattutto delle regionali di fine maggio: quelle che sei mesi fa si presentavano come una passeggiata, qualcuno ipotizzata un “cappotto” sette a zero. E invece oggi il quadro non è più roseo, anzi.
L’ elenco delle grane che i colonnelli renziani stanno gestendo dunque fa assomigliare il Pd ad un campo di battaglia, piuttosto che al partito più votato d’Europa.
I guai della Campania
Non c’è solo il caso De Luca, che non potrà fare il presidente della Regione se la Consulta dopo i ricorsi sancirà la validità della legge Severino, ma una serie di polemiche locali sulle liste, anche per i “figli di”, in una realtà dove capita che i capi corrente locali siano figli di ex consiglieri regionali.
La rottura con i vendoliani è ufficiale, Sel non ci sta a votare De Luca, sta valutando un’altra candidatura e Caldoro marcia in testa ai sondaggi.
Così come Zaia in Veneto, altra regione ad alto rischio, dove perfino la discesa in campo di Tosi rischia di erodere consensi moderati per il Pd della Moretti.
Roma, dai Parioli in giù
Non bastava Fabrizio Barca a liquidare i mali del partito romano dipinto a tratti come “pericoloso e dannoso”.
Un partito commissariato da Matteo Orfini nei vari municipi, da Parioli alla periferia, con dirigenti del calibro di Antonio Funiciello, Gennaro Migliore e il torinese Stefano Esposito nominati commissari di quartiere, costretti a tenere Assemblee permanenti, verifiche delle tessere e repulisti come mai si era visto prima.
Ora è scoppiato pure il caso della regione, con il capo di gabinetto di Nicola Zingaretti, Maurizio Venafro, che si è dimesso per essere indagato nell’ambito dell’inchiesta “Mondo di mezzo”.
Certo, come dice il governatore, «Venafro è oggetto di una fase di accertamento delle indagini rispetto ad una gara della nostra regione, ma essere indagato non vuol dire essere colpevole». Quindi massima fiducia al suo principale collaboratore. Ma la scossa si è fatta sentire, eccome.
Sicilia, un mondo a parte
Il più eclatante nell’isola dei tormenti è il caso di Mirello Crisafulli, storico dirigente ex Pci-Ds forte di un solido bacino di consensi locali, coinvolto in due procedimenti giudiziari, uno archiviato e l’altro prescritto, che vuole candidarsi alle primarie per il sindaco di Enna.
Creando un problema a Renzi, che giorni fa diramò un altolà ricordando l’intervento di Pif alla Leopolda del 2014 con un passaggio contro l’esponente siciliano «che fece venir giù la platea», rammentano gli uomini del leader.
E non è da meno il caso delle primarie agrigentine, paradossale ma sintomatico. Fausto Raciti il segretario regionale Pd, ha convocato un summit in settimana, per discutere se annullare le primarie vinte da Silvio Alessi, indipendente a capo di una lista civica, che non nasconde simpatie berlusconiane.
Firme contestate
Altra grana di prima grandezza in Piemonte, dove sono state contestate alcune delle firme depositate per la candidatura di Chiamparino, il quale ha annunciato di volersi dimettere nel caso venisse accertato il problema.
Se ciò avvenisse, si dovrebbe rivotare come avvenne per il caso Cota, il governatore leghista.
La guerra nelle Marche
È un caso di specie, a nulla sono valsi i tentativi diplomatici: dopo vent’anni di governo rosso nelle Marche sta nascendo una sorta di “tutti contro il Pd”; grazie al presidente uscente, Gian Mario Spacca, ex Margherita, per dieci anni al potere e dal 2010 con una coalizione Pd-Udc. Che vuole fare il terzo mandato e che – tradendo il Pd – potrebbe riuscire nell’impresa di compattare Forza Italia, Lega e Ncd.
Costringendo il Pd di Renzi a schiacciarsi a sinistra con un candidato appoggiato da Sel. Insomma un caos, che coinvolge anche la Liguria, dove il civatiano Pastorino con la sua coalizione di sinistra insidia la renziana Paita, che ha vinto le primarie contestate da Cofferati per brogli ai seggi.
In tutto ciò Renzi non ha ancora deciso come regolarsi in campagna elettorale e valuterà se scendere in campo in realtà mirate a macchia di leopardo.
Carlo Bertini
(da “la Stampa”)
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA VECCHIA SOCIETA’ NON HA PAGATO LE CONDANNE PER DIFFAMAZIONE
Dopo il via libera concesso dal Tribunale fallimentare di Roma, l’Unità è pronta a tornare in edicola. 
Potrebbe accadere in tempi stretti: forse già dalla data simbolica del 25 aprile.
La notizia era attesa dal 1° agosto dello scorso anno, giorno in cui erano cessate le pubblicazioni del quotidiano fondato da Antonio Gramsci.
Un’ottima notizia per il pluralismo dell’informazione italiana e per una testata storica, la fine di un incubo per una parte dei lavoratori del giornale.
L’accordo tra il nuovo editore, Guido Veneziani, e il Comitato di redazione del quotidiano prevede infatti la riassunzione solo per alcuni dei giornalisti finiti in cassa integrazione straordinaria. Saranno 25 sui 56 totali della vecchia redazione, insieme a quattro poligrafici
L’intesa è stata criticata dalla Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei giornalisti e da diverse associazioni regionali di stampa, che hanno espresso “preoccupazione per le modalità che hanno portato all’accordo fra la Nie in liquidazione (la vecchia società di Matteo Fago, ndr) e l’Unità di Guido Veneziani”. La Fnsi, si legge nel comunicato, “non può non rilevare che oltre al progetto editoriale, che rimane ancora non chiaro, non convincono le scelte imposte sulla riduzione dell’organico, sulle mansioni, sul taglio delle retribuzioni e sui criteri di selezione dei 25 giornalisti della nuova l’Unità “.
L’accordo sottoscritto dal Cdr (e approvato con 44 sì, 6 no e 7 astenuti) non comporta solo il sacrificio di buona parte della vecchia redazione: c’è un’altra partita che è stata completamente ignorata nell’intesa con Veneziani.
Quella dei direttori e dei giornalisti che hanno subito condanne civili per diffamazione insieme alla vecchia società Nie.
Le regole, a volte non scritte ma sempre applicate a l’Unità come altrove, prevedono che se ne faccia carico l’azienda, ma la Nie era in liquidazione, solo ora è stata ammessa al concordato preventivo, e non ha pagato.
Abbandonando dipendenti ed ex al proprio destino. Drammatico per loro ma anche per la libertà di informazione, specie se si considera che le testate in pericolo sono tante e che il nostro mestiere diventa quasi impossibile quando singoli professionisti si trovano a sopportare rischi propri dell’impresa editoriale.
Alcune condanne sono già esecutive e i direttori e i cronisti coinvolti si ritrovano gli ufficiali giudiziari in casa. Letteralmente.
Atti di precetto e pignoramenti di compensi e conti correnti, ma anche delle abitazioni in cui i giornalisti vivono: la prossima tappa, non così lontana, sarà la vendita all’asta degli immobili.
Ai giornalisti i creditori non chiedono solo la loro parte ma anche quella, più consistente, dell’editore che non c’è più. Decine, a volte centinaia di migliaia di euro. E il contenzioso pendente è ragguardevole, poco meno di un milione.
IL CDR de l’Unità , impegnato in una trattativa complessa e in posizione di debolezza, non si è occupato granchè di questa vicenda.
Meno che mai ha intenzione di farlo l’acquirente Veneziani. Il nuovo proprietario, già editore di riviste di gossip comeStope Vero, ha il 60 per cento e sarà affiancato dal Gruppo Pessina (35%) e dalla Fondazione Eyu del Partito democratico (per il restante 5 per cento).
Ed è proprio al Pd, tornato a detenere una quota significativa del giornale, che si è appellata in questi giorni la Federazione della stampa (Fnsi).
Dopo il silenzio dei mesi scorsi la nuova dirigenza della Fnsi eletta a fine gennaio sta cercando di tutelare i giornalisti coinvolti: se ne occupa il presidente Santo Della Volpe.
Il tesoriere dem Francesco Bonifazi è stato il primo a esultare per la sentenza che ha aperto il nuovo corso de l’Unità .
A lui e al suo partito, come agli editori vecchi e nuovi del giornale di Gramsci.
Al partito il sindacato chiede un intervento per tutelare chi è rimasto completamente escluso dall’accordo.
La stessa Fnsi ha messo a disposizione i propri fondi di solidarietà per i colleghi lasciati soli, ma coprono solo una minima parte delle cifre in questione.
Tommaso Rodano
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
ALFANO TOLGA LA SCORTA A SALVINI: CHE SI FACCIA PROTEGGERE DALLA GUARDIA PADANA… OGGI SOLITO DITO MEDIO AI CONTESTATORI
Quanto costa proteggere la classe dirigente leghista alle istituzioni dello Stato italiano?
Sarebbe ora che qualcuno chiedesse ad Alfano di rendicontare i costi delle centinaia di agenti che a rotazione vengono impegnati per “coprire” le provocazioni del “sistemamogli” tra campi rom e case occupate, alla perenne ricerca dell’incidente che possa farlo finire sui media in qualità di vittima .
D’accordo che il ministero degli Interni protegge anche i rappresentati di Stati esteri, ma quelli realmente esistenti, non quelli di Topolinea.
Ormai siamo di fronte a una strategia dell’annuncio, in modo che il giorno successivo Salvini trovi un “comitato d’accoglienza” adeguato: lui si presenta blindato dalle forze dell’ordine e si congeda col gesto del dito medio dall’auto una volta finita la provocazione.
L’unica volta che ha sbagliato i calcoli, ha pensato bene di scappare a gambe levate invece di affrontare i contestatori, da buon ex comunista padagno.
Qualcuno gli ricordi che il problema degli abusivi nelle case popolari in quel di Milano si perde nei decenni e passa anche attraverso le giunte di centrodestra dove Salvini era ben presente e con buoni appoggi.
Se avesse dedicato il suo tempo a censire le case popolari e a ristabilire i criteri legali di assegnazione invece che a impegnare il suo tempo a far assumere per chiamata diretta e senza concorso sua moglie, oggi forse avrebbe un buon motivo per dedicarsi ad altro e a non rompere i coglioni alle forze dell’ordine italiane, costrette a garantirgli l’incolumità .
Oppure si faccia scortare dalle presunte Guardie padane, amesso che non siano state licenziate come i dipendenti di via Bellerio causa sputtanamento dei fondi pubblici come da processi in corso.
Se poi improvvisamente fosse diventato sensibile al tema degli assegnatari di case popolari, gli suggeriamo un vero atto rivoluzionario: metta a disposizione dei senza tetto i tre piani di via Bellerio (con relativa suite umbertiana)
Con un generoso atto del genere potrebbe vedersi accolta la richiesta di asilo politico nell’Italia civile.
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
NESSUNO AL MONDO BATTE I SUOI 60 MILIONI DI STIPENDIO…UNO STUDIO USA RIVELA CHE I DIPENDENTI COSTANO 10 DOLLS L’ORA IN MENO DI QUELLI FORD E GM
Sergio Marchionne svetta al primo posto della classifica, seppure non ancora definitiva, dei top
manager di Piazza Affari più pagati nel 2014.
L’amministratore delegato di Fca si è portato a casa 6,6 milioni di euro.
Più 24,7 milioni di premio per il successo della fusione con Chrysler, più 12 milioni di una tantum da esercitare alla fine della carica e uno stock grant (il diritto di ricevere gratuitamente titoli del gruppo) da 1,62 milioni di azioni, che ai corsi attuali valgono circa 23 milioni. In tutto, dunque, al compenso ordinario si aggiungono quasi 60 milioni tra premi e pagamenti differiti.
Meglio non farlo sapere agli operai americani della Fiat Chrysler che sono meno pagati rispetto ai colleghi assunti dai concorrenti.
Secondo un rapporto pubblicato dal Center for Automotive Research, infatti, il costo del lavoro nelle fabbriche statunitensi di Marchionne sono ora alla pari con Toyota e Honda e circa 10 in meno all’ora rispetto a General Motors e Ford.
Il costo del lavoro orario è a 57 dollari per Ford Motor, 58 dollari per GM, 48 dollari per Fca.
Dal 2009 negli Stati Uniti, la retribuzione del management è cresciuto di circa il 50 per cento più veloce di reddito sindacali dei lavoratori.
Nell’industria automobilistica americana, i salari reali sono diminuiti del 24 per cento dal 2003.
I dati sono stati pubblicati alla vigilia della convention di Detroit organizzata dal sindacato Usa dell’industria dell’automobile (Uaw, acronimo di United Auto Workers) che ha riunito i delegati di tutti gli Stati Uniti per decidere le prossime strategie di contrattazione.
Il contratto Uaw che dura quattro anni con tutte e tre le case automobilistiche scade il prossimo 14 settembre.
E il modello Marchionne rischia di essere contagioso.
Secondo alcune indiscrezioni raccolte da Bloomberg, infatti, i vertici di General Motors e quelli di Ford avrebbero intenzione di trattare con i sindacati un nuovo livello di lavoratori a basso reddito.
In sostanza, si tratterebbe di introdurre un nuovo tasso di retribuzione per alcuni lavori meno qualificati per competere meglio con i rivali asiatici ed europei che in genere pagano meno.
In Italia, intanto, la ripresa della trattativa con Fca e Cnh Industrial per il rinnovo del contratto collettivo specifico di lavoro (Ccsl) è prevista a Torino per il 17 aprile.
La conferma è arrivata da Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, ieri a Modena per il Consiglio provinciale dei metalmeccanici. Non solo.
Sono stati prorogati di un anno i contratti di solidarietà per circa 1800 lavoratori dello stabilimento Fiat Chrysler di Pomigliano d’Arco, che effettueranno anche più giornate di lavoro.
Le trasferte di parte dei lavoratori nello stabilimento di Melfi, consentiranno a chi è rimasto a Pomigliano, di lavorare qualche giorno in più al mese.
Contestualmente è emersa la possibilità di estendere gli ammortizzatori sociali anche nel reparto logistico Fca di Nola, dove sono ancora in Cig, da quasi 7 anni, circa 200 operai.
“Entro luglio — hanno spiegato i rappresentanti della Uilm Campania per il settore auto — l’azienda proverà a portare più lavoro nel reparto logistico di Nola, in modo da poter attuare anche lì i contratti di solidarietà , al posto della cassa integrazione che ancora interessa parte delle maestranze”
Ma altre novità ieri sono arrivate dal fronte finanziario.
Indiscrezioni di stampa ipotizzano un’accelerazione dei colloqui con General Motors per un’eventuale fusione.
In realtà gli analisti di Mediobanca Securities credono che una fusione tra Fca e un player importante come General Motors, Volkswagen e Ford, sia la “fine del gioco” della strategia di Marchionne.
“Ci potremmo aspettare un tale accordo non prima del 2016, dopo lo spin-off della Ferrari, il rilancio dell’Alfa Romeo e l’utile depresso di quest’anno dell’azienda” che è stimato a 1,334 miliardi di euro, dai 214 milioni del 2014, per poi accelerare a 2,161 miliardi nel 2016.
“Ma i colloqui con il potenziale partner possono modificare questo schema”, avvertono i broker di Piazzetta Cuccia.
Camilla Conti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
CAMERIERI, BAGNINI, CUOCHI E ANIMATORI DI VILLAGGI TURISTICI SENZA REDDITO PER TRE MESI L’ANNO
Lavoratori stagionali contro il Jobs Act. O meglio, contro la formulazione della Naspi, la nuova indennità di disoccupazione, accusata di lasciarli per tre mesi all’anno senza reddito.
Un esercito di 300mila persone, fatto di camerieri, bagnini, cuochi e animatori di villaggi turistici vedrà dimezzarsi una tutela su cui, finora, aveva potuto fare affidamento.
La svolta scatterà l’1 maggio, quando la nuova assicurazione sociale per l’impiego sostituirà le indennità oggi in vigore, cioè Aspi e mini Aspi.
Per avere accesso a questo sussidio, il disoccupato deve avere lavorato per almeno 13 settimane nei quattro anni e 30 giorni nei 12 mesi che hanno preceduto la perdita del posto.
Il problema sta nella durata dell’assegno, che sarà erogato per la metà delle settimane lavorate negli ultimi anni.
E soprattutto in un passaggio del relativo decreto attuativo del Jobs Act: “Ai fini del calcolo della durata non sono computati i periodi contributivi che hanno già dato luogo ad erogazione delle prestazioni di disoccupazione”.
In parole povere, ogni volta che si perde il lavoro il calcolo ricomincia da zero.
E annulla le esperienze lavorative negli anni precedenti.
Questa postilla causerà non pochi problemi ai lavoratori stagionali. Che per definizione “fanno la stagione“, cioè lavorano per sei mesi all’anno e possono poi contare sull’attuale Aspi che garantisce loro un’indennità per i restanti sei mesi.
Dall’1 maggio, con l’avvento della Naspi, questo meccanismo salterà : potranno ricevere l’assegno solo per la metà delle settimane lavorate, quindi tre mesi, restando per altri tre mesi senza sussidio.
Così i lavoratori hanno lanciato l’allarme, passando all’attacco attraverso i social network.
Su Facebook è stato creato il gruppo “Lavoratori stagionali”, che conta quasi 5mila iscritti, mentre su Twitter è partito l’hashtag #naspistagionali.
Infine, sul sito di petizioni change.org è stato lanciato un appello al presidente dell’Inps Tito Boeri affinchè intervenga per correggere il tiro.
I promotori spiegano che “si attendono chiarimenti dalle prossime circolari dell’Inps, che dovranno specificare in che modo il comma 2 dell’articolo 5 (del decreto attuativo del Jobs Act, ndr) debba essere interpretato”.
L’istituto di previdenza ha risposto ai lavoratori stagionali dal proprio profilo Twitter. “Al momento non abbiamo informazioni specifiche, ma non appena ne avremo le condivideremo con voi. In ogni caso per tutte le disposizioni dovete attendere la pubblicazione delle circolari operative dell’istituto”.
Nel giro di tre settimane, intanto, la petizione ha raggiunto 4mila sostenitori.
Al di sotto del testo dell’appello, poi, sono gli stessi lavoratori coinvolti a esprimere la propria preoccupazione.
“Chi fa un lavoro ‘solo’ stagionale non lo fa per pigrizia, passando il resto dell’anno dandosi alla pazza gioia, ma perchè non ha alternative — sostiene un utente — Siamo la flessibilità in persona, pronti a lavorare weekend e festività a chiamata, part time… e pure con i famigerati voucher. Perchè veniamo puniti?”.
“Si legifera, in materia di lavoro, senza conoscere il lavoro — è l’accusa di Cristian Sesena, segretario nazionale del sindacato Filcams Cgil — Si tagliano tutele a lavoratori già a forte rischio di precarietà retributiva per il fatto di essere strutturalmente costretti a lavorare pochi mesi l’anno”.
Il sindacalista contesta anche il passaggio del decreto relativo al calcolo dell’importo del sussidio, che definisce iniquo nei confronti di chi ha rapporti di lavoro frammentati, una situazione ricorrente tra i lavoratori stagionali.
“A parità di retribuzione e di numero di giornate lavorate — sottolinea Sesena — l’importo dell’indennità diminuisce all’aumentare del numero di settimane su cui si dispiega la prestazione lavorativa. Chi lavora con molte interruzioni, e raggiunge il requisito per somma di giornate effettuate in periodi lunghi di tempo, riceve meno di chi può contare su rapporti di lavoro più stabili e lineari”.
La rivolta dei lavoratori stagionali, inoltre, scatta in un momento di fermento dell’intero comparto del turismo. I sindacati di settore, Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, hanno infatti proclamato uno sciopero per il 15 aprile, a due settimane esatte dall’inaugurazione di Expo 2015.
Oggetto della protesta è il mancato rinnovo del contratto del turismo, fermo ormai da due anni. I sindacati puntano il dito contro le associazioni datoriali, accusate di avere “sempre inteso far pagare il costo della crisi ai soli lavoratori chiedendo che il contratto venisse finanziato attraverso la rinuncia da parte degli stessi a diritti e tutele esistenti”.
Come scatti di anzianità , permessi e indennità di malattia.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
I “FUORIUSCITI” ANNUNCIANO L’INTENZIONE DI CREARE UN NUOVO SOGGETTO POLITICO CON IL SINDACO DI VERONA
Sei parlamentari veneti vicini al sindaco di Verona Flavio Tosi escono dalla Lega Nord per entrare
nel gruppo misto.
Al Senato: Emanuela Munerato (Rovigo), Patrizia Bisinella (Treviso) e Raffaela Bellot (Belluno).
Alla Camera: Roberto Caon (Padova), Emanuele Prataviera (Venezia) e Matteo Bragantini (Verona).
I sei parlamentari annunciano in una nota la loro intenzione di procedere, insieme al sindaco di Verona, alla creazione di un nuovo soggetto politico.
“Dopo una lunga e sofferta riflessione e un confronto con i nostri territori, abbiamo deciso – spiegano nel comunicato – di uscire dal gruppo parlamentare della Lega Nord. Riteniamo che l’espulsione del nostro segretario nazionale della Liga Veneta e il commissariamento di fatto del direttivo nazionale della Liga stessa, oltre che il disconoscimento delle legittime decisioni che erano state assunte in consiglio nazionale, siano state prese da via Bellerio in modo scorretto e illegittimo dal punto di vista statutario e politicamente non comprensibile”.
“Siamo nati come autonomisti e federalisti – continuano i sei parlamentari – sia nelle battaglie politiche rivolte all’esterno, sia nella gestione interna al nostro movimento. Questi fatti ci fanno ritenere che la Lega Nord abbia abbandonato la sua vera natura e il suo spirito riformista e federalista, non ammettendo più nemmeno un dibattito e una democrazia interni. Siamo stati tra i protagonisti della cosiddetta ‘rivoluzione delle scope’ che tanto faticosamente aveva combattuto e sconfitto il ‘cerchio magico’ che oggi constatiamo essere ritornato anche con altre figure e più virulento di prima”.
“Continuiamo con coerenza -sottolineano – a riconoscerci nei cittadini che ci hanno dato nel 2013 la loro fiducia e un preciso mandato a proseguire nelle nostre battaglie storiche rivolte a quei principi per noi imprescindibili di tutela delle identità e dell’autonomia e libertà dei nostri territori: noi rimaniamo fedeli al principio del ‘paroni a casa nostra’. Siamo aperti a tutti quelli che condividono con noi la necessità di riformare lo stato, ovviamente in forma federale, ed usciamo con l’obiettivo politico di creare un nuovo soggetto che abbia a cuore la volontà di ridare dignità e potere a tutte le autonomie locali, in antitesi al governo Renzi che sta rendendo lo stato sempre più centralista, costoso ed inefficiente, con conseguente insostenibile aumento della già altissima pressione fiscale. Un nuovo soggetto politico che abbia come elemento comune la concretezza, perchè per rilanciare il nostro paese servono azioni vere, non slogan e populismo”.
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