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SONDAGGIO IPSOS: IL PROGETTO DI LANDINI PIACE AL 10% DEGLI ITALIANI

Marzo 22nd, 2015 Riccardo Fucile

UN ALTRO 24% LO SEGUE CON “QUALCHE SIMPATIA”… MA CON L’ITALICUM L’INTERESSE SI RIDURREBBE

Il progetto di Coalizione sociale, lanciato da Maurizio Landini insieme ad alcune associazioni, si propone di rappresentare le istanze del mondo del lavoro e di dare voce a quella domanda di giustizia sociale che oggi non è ascoltata.
Quasi un italiano su due (47%) pensa che sia un’iniziativa utile perchè il nuovo soggetto si occuperebbe di temi considerati importanti ma privi di un’adeguata risonanza, mentre il 30% ritiene che, nel bene o nel male, se ne facciano già  carico le attuali forze politiche e sociali e non ci sia bisogno di un nuovo soggetto.
L’utilità  del progetto viene riconosciuta da tutti gli elettorati, con valori percentuali molto simili, soprattutto tra gli elettori del M5S, di Forza Italia e del Pd.
Il consenso all’iniziativa non significa automaticamente riconoscere un ruolo politico al sindacato: infatti, solo il 32% ritiene che debba confrontarsi da pari a pari con le forze politiche mentre la maggioranza assoluta (53%) è di parere opposto.
L’opinione pubblica sembra dunque avere le idee chiare: giudica opportuno rappresentare le istanze di giustizia sociale presenti nel Paese (i temi del lavoro e della protezione sociale sono ai primi due posti nelle priorità  degli italiani), ma preferisce mantenere distinto il ruolo del sindacato da quello della politica.
E Landini sembra esserne consapevole distinguendo tra «ruolo politico», che rivendica, e «soggetto politico», che sembra escludere, anche se i dubbi sulle sue vere intenzioni rimangono: non è chiaro se si tratti del tentativo di assumere la leadership della Cgil oppure se intenda dar vita a un nuovo movimento che si collochi alla sinistra del Pd e riunisca il frastagliato mondo dell’associazionismo, dei centri sociali e degli attuali piccoli partiti di sinistra
In altre parole, un soggetto che si ispiri all’esperienza ellenica di Syriza, vincitrice delle elezioni greche nel gennaio scorso, o a quella spagnola di Podemos che i sondaggi danno in forte crescita.
Qualora Coalizione sociale dovesse diventare un partito, il 10% guarderebbe a esso con molta simpatia, il 24% con qualche simpatia mentre il 43% non avrebbe alcuna simpatia.
I simpatizzanti sono fortemente caratterizzati in termini di età  (sono soprattutto i più giovani e gli studenti), di istruzione (i laureati), di ceto professionale (in particolare i quadri e ceti medi impiegatizi) e di residenza (regioni settentrionali).
I ceti più popolari e quelli più esposti alla crisi, a differenza di quanto registrato a novembre, non mostrano particolare simpatia per un eventuale nuovo partito di sinistra e le casalinghe fanno segnare il più elevato tasso di antipatia (oltre 60%).
Ancora una volta va ricordato che non si deve confondere la simpatia con il comportamento di voto.
E gli orientamenti di voto possono cambiare in relazione alle coalizioni, ai leader che le guidano, al clima sociale ed economico e, soprattutto, alle leggi elettorali.
Se si dovesse votare con il cosiddetto Consultellum (sistema proporzionale senza premio di maggioranza) un partito di sinistra potrebbe aspirare ad entrare in una coalizione di governo guidata dal PD, da tempo in testa nei sondaggi, allargando in tal modo l’elettorato potenziale.
Viceversa, se venisse approvato l’Italicum che prevede il premio di maggioranza al partito che supera la soglia del 40% (o il ballottaggio) è probabile che un partito di sinistra, destinato all’opposizione, possa risultare poco attrattivo e demotivare gli elettori potenziali.
Per questo i sondaggi, soprattutto a distanza dalle elezioni, vanno maneggiati con cura.

Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)

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RENZI: “NON INTENDO RIMUOVERE I SOTTOSEGRETARI INDAGATI”. NON AVEVAMO DUBBI

Marzo 22nd, 2015 Riccardo Fucile

L’ESILARANTE GIUSTIFICAZIONE: E’ PIU’ GRAVE UN CASO DI OPPORTUNITA’ POLITICA CHE ESSERE INDAGATI DALLA GIUSTIZIA… DIETRO IL GARANTISMO D’ACCATTO DEL PREMIER LA SCELTA DI SCHIERARSI CON LA CASTA DEI MANUTENGOLI

Il premier avrebbe letto con sorpresa alcune ricostruzioni giornalistiche che oggi davano quasi scontata l’apertura di una nuova battaglia: le dimissioni forzate di ben sei sottosegretari indagati.
“Ma non ci penso neppure, non confondiamo il diavolo e l’acqua santa” avrebbe detto nel primo pomeriggio parlando con alcuni collaboratori.
Dove “il diavolo” sarebbe la corruzione e tutto ciò che può contribuire a indebolire la lotta.
E “l’acqua santa” è il principio inviolabile del garantismo.
Ovviamente quello a favore solo dei suoi compagni di merende.
“Nessuno è colpevole perchè è indagato. Le dimissioni di Lupi non sono legate a meccanismi giudiziari ma a criteri di opportunità  politica”.
Ma pensa davvero che qualcuno creda a queste stronzate?
Come se non avesse fatto fuoco e fiamme per convincere Lupi (non indagato) a dimettersi per appropriarsi pure del ministero delle Infrastrutture per poi assegnarlo a un amichetto suo.
La verità  è che dietro il coro unanime che osanna “l’esecutivo più forte dopo le dimissioni del ministro Lupi perchè ha saputo rendere ragione di una situazione politicamente imbarazzante anche se penalmente non rilevante”, si è aperta una groviera di trappole e insidie.
Le accuse di doppiopesismo scagliate venerdì in aula da Forza Italia, una parte di Ncd (in prima fila Fabrizio Cicchitto e Nunzia Di Girolamo) vanno stoppate per tempo.
E sostituite con un’operazione di distinguo esilarante.
“Si sta strumentalmente facendo una grande confusione – avverte un membro del governo di area renziana -. Una cosa è un’indagine, un avviso di garanzia di fronte ai quali nessuno di noi ha mai messo in discussione il principio fondante del garantismo. Altra cosa è uno scandalo, come quello in cui è stato coinvolto Lupi, da cui un politico, un ministro può uscire solo dimettendosi. Qui non ci sono avvisi di garanzia, sono percorsi diversi”.
Ah ecco, sono percorsi diversi: Lupi si doveva dimettere per aver compromesso la sua immagine proba, chi si è fottuto soldi dei rinborsi invece può restare al suo posto perchè è amico del premier.
Il membro del governo è ancora più chiaro quando dice che le carte dell’inchiesta fiorentina raccontano comunque “comportamenti compiacenti con la corruzione che pure non costituiscono reato”, regali, favori, filiere “incompatibili con incarichi di governo” per questioni di opportunità  e perchè “indeboliscono il governo che ha nella lotta alla corruzione una delle sue mission”.
Cosa diversa sono le singole posizioni dei sei sottosegretari del governo Renzi alle prese con avvisi di garanzia.
Ci sono cinque Pd per cui oggi si è levata da più parti, Forza Italia è un pezzo di Ncd, la richiesta di dimissioni.
Vito De Filippo, ex presidente della Basilicata, sottosegretario alla Salute, è indagato per 1.200 euro di francobolli acquistati con i rimborsi ai gruppi in Regione. “Li ha presi la mia segretaria. Ma se sarò condannato sarò il primo ad andarmene” dice il sottosegretario.
Colpa della segretaria, ovvio, intanto lui resta attaccato alla poltrona.
Se si fosse fregato 1.200 euro in francobolli che volete che sia a confronto dell’abito da 700 euro per Lupi, osate forse metterli sullo stesso piano?
C’è Francesca Barracciu, sottosegretario ai Beni culturali: anche lei storie di rimborsi regionali taroccati sulla benzina ma stoppa ogni ipotesi: “Ho già  pagato ritirandomi, vincente, dopo le primarie in Sardegna”. Della serie, ora basta.
Si è ritirata dalle primarie per diventare sottosegretaria, la poveretta, non vorrete che rinunci al modesto stipendio…
C’è anche il renzianissimo Davide Faraone, sottosegretario alla Pubblica Istruzione, un’altra storia di rimborsi (3.300 euro) e l’altro sottosegretario alle Infrastrutture Umberto Del Basso De Caro.
L’avvocato campano nelle carte dell’inchiesta non fa una gran bella figura mentre scrive emendamenti sotto dettatura dell’ingegnere Ercole Incalza: ma non è un problema, è amico di Renzi.
Così come un altro sottosegretario, Nencini, sembra partecipare al sistema delle richieste (nessuno dei due è indagato, come Lupi peraltro).
Il problema grosso si chiama Giuseppe Castiglione, sottosegretario all’Agricoltura, in quota Ncd.
Castiglione infatti risulta indagato (lui assicura di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia) per la brutta storia dei centro immigrati di Mineo, una costola di Mafia capitale.
Le ipotesi di reato sarebbero abuso d’ufficio e turbativa d’asta.
Un’altra insidia figlia del caso Lupi è certamente Ncd.
Riuniti a Rivisondoli, in Abruzzo, i centristi sono consapevoli di essere davanti a un bivio: diventare una costola centrista del governo Renzi oppure uscire e andare all’opposizione.
Il momento della chiarezza non è più rinviabile.
Nunzia De Girolamo chiede al coordinatore Quagliariello di convocare l’assemblea straordinaria per capire “chi siamo, dove andiamo, a cominciare dal simbolo per finire con le alleanze nelle regionali”.
Quagliariello prende tempo. Che però è sempre meno: dentro o fuori, una terza via non c’è.
“Il caso Lupi non è l’innesco della crisi di Ncd” dice un altro dirigente del Pd.
Quasi a voler fuggire le ipotesi di chi sostiene che in realtà  Renzi aspettava da tempo l’occasione per diminuire il peso specifico di Ncd nel governo.
Ecco che allora può diventare utile lavorare su quello che non sarà  un rimpasto ma “un forte correttivo dei pesi interni” alla maggioranza di governo.
Lunedì il premier vedrà  il presidente Mattarella.
Le ipotesi sono quelle note: Delrio alle Infrastrutture che però saranno private della Struttura tecnica di Missione per le grandi opere. Che sarà  portata a palazzo Chigi. Nelle mani di Luca Lotti.
Ncd dovrebbe riavere un quarto ministero. “Con portafoglio” mettono le mani avanti gli interessati.
Che puntano a un neonato ministero per il Mezzogiorno, allo Sviluppo economico o all’Istruzione. Con buona pace di chi, come Anna Finocchiaro, dovrebbe andare agli Affari regionali.
Comunque vada il premier è sempre convinto di tenere il banco e dare le carte.
Dalla sua la certezza che nessuno degli eletti voglia andare a votare.
Col rischio di non tornare più in Parlamento.
E’ un governo che conta, insomma.
Certamente sulla vigliaccheria degli altri.

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D’ALEMA RIANIMA IL PD: “RENZI ARROGANTE, LA MINORANZA FACCIA MENO ANNUNCI E COLPISCA DURO”

Marzo 21st, 2015 Riccardo Fucile

BERSANI CON D’ALEMA MA CON DISTINGUO, CUPERLO IN RETROMARCIA, ORFINI AFFONDATO, GUERINI FA LA MORALE

Contro il Partito Democratico, che definisce un partito “carico di arroganza“.
Sulla minoranza, accusata di incoerenza attraverso una sofisticata perifrasi.
Ne ha avuto per tutti Massimo D’Alema al forum “A sinistra del Pd“, che si è svolto a Roma.
Parole che hanno irritato i vertici del partito (“Toni degni di una rissa da bar”, chiosa Matteo Orfini, mentre Lorenzo Guerini contrattacca: “Renzi ha stravinto il congresso, fatevene una ragione”) e spaccato la fronda dem: “Dovresti chiederti perchè la sinistra ha ceduto quando eri al potere”, ribatte Gianni Cuperlo.
Ma bisogna riconoscere che D’Alema è un leader vero, non come quelli dell’attuale minoranza Pd e non le manda a dire
Pomeriggio di forti turbolenze in casa democratica.
Le parole di D’Alema scatenano un vortice di polemiche che risucchia le varie anime che compongono il Pd.
“Una componente minoritaria in un partito a forte posizione personale e con un carico di arroganza può avere peso solo se si muove con coerenza e, una volta definiti i punti invalicabili, si muove con assoluta intransigenza“, attacca l’ex presidente del Consiglio durante l’assemblea delle minoranze dem.
“Non credo che il segretario del Pd abbia unito il partito sull’elezione del presidente della Repubblica sulla base di un afflato unitario e di un appello. Ha scelto un’altra strada quando ha capito che su quella strada avrebbe perso. Credo che non intenda altra strada che questa. Non si annunciano ultimatum, si danno dei colpi quando necessario”, è la stilettata che l’ex premier infligge alla minoranza.
Il presidente della Fondazione Italiani Europei è un fiume in piena: “Il fatto che il Pd sia l’unica forza politica rilevante non è positivo — continua — preferirei che fosse uno dei due poli di una democrazia. Essere un’unica grande forza politica comporta un inevitabile risucchio al centro, fa del Pd la più grande macchina redistributrice del potere e conferisce al Pd la forza di attrazione del trasformismo italiano“.
Neanche i numeri confortano sui risultati del progetto: “Se stiamo al numero degli iscritti al Pd, il Pd non è un grande partito, i Ds avevano 600mila iscritti. Stiamo assistendo ad un processo di riduzione della partecipazione politica che non solo non è contrastato ma è perseguito“.
Poi, la proposta: “Condivido l’idea di dare battaglia in questo partito, ma in questo partito si vince giocando all’interno e all’esterno, Renzi è sostenuto anche da forze che non sono iscritte al Pd, il sistema delle Leopolde si va diffondendo in tutto il paese”.
Per questo per parlare non solo agli iscritti del Pd D’Alema propone un’associazione della minoranza partendo dalla premessa che “non approvo il fatto che ci sia più di una minoranza”.
“Questa parte del Pd   – sostiene D’Alema — può avere peso se raggiunge un certo grande di unità  nell’azione altrimenti non avrà  alcun peso. Bisogna darsi degli strumenti in cui ci si riunisce si cerca punto di mediazione e si definisce una posizione comune”.
“D’Alema ha detto una cosa sacrosanta: c’è tanta gente nel Pd che è in sofferenza e a disagio. Dobbiamo trovare il sistema anche dal punto organizzativo per dialogare con questi mondi”, concorda Pierluigi Bersani, il quale dissente con D’Alema su un punto: “Noi li abbiamo già  dati dei colpi. Sono colpi positivi, dobbiamo dare dei colpi per fare andare meglio il Paese, come quello che ha portato all’elezione di Mattarella. Quello è stato un bel colpo“.
Insomma, basta accontentarsi.
Le parole di D’Alema hanno l’effetto di aprire un nuovo fronte all’interno della stessa minoranza: “Dovresti chiederti perchè la sinistra ha ceduto negli anni in cui avete avuto il potere — attacca Gianni Cuperlo — ci hai invitato a dare battaglia. Se tu e altri lo aveste fatto di più prima ora forse la montagna da scalare sarebbe meno alta”. Mentre Stefano Fassina invita i compagni della minoranza a fare autocritica: “Renzi è frutto dei nostri errori: se non partiamo da qua non si va avanti”.
La reazione dei vertici del partito non si fa attendere. “Dispiace che dirigenti importanti per la storia della sinistra usino toni degni di una rissa da bar. Così si offende la nostra comunità ”, si lamenta il presidente del Pd, Matteo Orfini.
“Renzi ha stravinto il congresso e portato il Pd al 41% per cambiare l’Italia dove altri non sono riusciti, qualcuno se ne faccia una ragione”, la risposta lapidaria affidata a Twitter da Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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UN TERZO DEI PARLAMENTARI NCD NEI GUAI CON LA GIUSTIZIA

Marzo 21st, 2015 Riccardo Fucile

19 SU 54, BEN IL 35%: TANTI SONO I DEPUTATI E SENATORI DEL PARTITO DI ALFANO CON PROBLEMI GIUDIZIARI: DALL’ABUSO D’UFFICIO ALLA TURBATIVA D’ASTA, FINO AL CONCORSO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA… CONDANNATI, ASSOLTI E ARCHIVIATI: ECCO CHI SONO

Dall’abuso d’ufficio alla turbativa d’asta fino al concorso esterno in associazione mafiosa.
Reati da brivido quando toccano l’onorabilità  e la fedina penale di un uomo politico. E non sono le uniche macchie.
Riguardano i Nuovo centrodestra finiti a vario titolo nelle maglie della giustizia. Qualcuno è stato assolto, qualcun altro archiviato.
Ma c’è anche chi è stato condannato.
Il caso di Maurizio Lupi — peraltro non indagato — è solo l’ultima vicenda che investe un partito che in un anno e mezzo di vita ha già  collezionato tanti incidenti di percorso.
Che hanno portato nelle aule dei tribunali e agli onori delle cronache 19 parlamentari su 54. Il 35%.
Percentuale che non cambia molto se si prende in considerazione l’intero gruppo parlamentare che, sia alla Camera che al Senato, unisce gli eletti del partito del ministro degli Interni Angelino Alfano a quelli dell’Udc di Pier Ferdinando Casini: in questo caso su 69 iscritti, i parlamentari attenzionati dalla magistratura salgono a 23, cioè il 33% del totale.
Tanti, troppi, se consideriamo che nella squadra del governo di Matteo Renzi il Nuovo centro destra sta giocando un ruolo importantissimo sul fronte giustizia.
Può infatti contare su un viceministro, Enrico Costa, titolare della carica proprio nel ministero di via Arenula guidato da Andrea Orlando (Pd).
E poi sul relatore del disegno di legge anticorruzione, impantanato da due anni al Senato: Nico D’Ascola, ex forzista — già  avvocato di Claudio Scajola e Gianpaolo Tarantini — passato nel novembre 2013 proprio nelle file del Ncd.
Ma chi sono tutti questi politici?
PIERO AIELLO: senatore.
È stato consigliere regionale in Calabria dal 1995 al 2013, passando dal Ccd a Forza Italia per poi finire in Ncd. Nel 2013 è entrato per la prima volta al Senato, eletto nelle liste del Popolo della libertà . Nel luglio dello stesso anno viene coinvolto in un’inchiesta in cui è accusato di aver favorito la cosca mafiosa dei Giampà  in cambio di voti. Per due volte il gip ha respinto la richiesta di arresto. Nel febbraio 2015 la Direzione distrettuale antimafia ha chiesto il rinvio a giudizio. “Ho affrontato, negli anni, numerosissime campagne elettorali senza mai promettere e/o accettare nulla e di questo possono esserne testimoni tutti”, si è sempre difeso.
ANTONIO AZZOLLINI: senatore, presidente della commissione Bilancio di Palazzo Madama.
Avvocato, classe 1953, passa dai Verdi al Pci-Pds fino al Partito popolare. Nella sua carriera politica ci sono poi, nell’ordine, Forza Italia, Pdl e Nuovo centrodestra. I suoi guai giudiziari, invece, iniziano nell’ottobre 2013 quando la Procura di Trani lo iscrive nel registro degli indagati nell’inchiesta sui lavori di ampliamento del porto di Molfetta, città  di cui è stato sindaco dal 2006 al 2012. I reati ipotizzati sono associazione per delinquere, abuso d’ufficio, reati ambientali, truffa e falso. Per gli inquirenti l’ex primo cittadino avrebbe avallato l’opera pur sapendo che i costi iniziali sarebbero lievitati per la bonifica dei fondali marini, con un giro d’affari di circa 150 milioni. A dicembre 2014 Azzollini ha però trovato un solido supporto nei colleghi senatori: l’Aula ha negato alla Procura la possibilità  di usare le intercettazioni telefoniche che lo riguardano.
MAURIZIO BERNARDO: senatore.
Un passato nel Pdl, già  noto alle cronache per l’omonimo “lodo” che, inserito nel disegno di legge anticrisi nel 2009, limitava l’azione della Corte dei Conti per danno erariale nei confronti di funzionari pubblici infedeli. Nel 2005, quando era assessore regionale lombardo alle Risorse idriche e ai servizi di pubblica utilità , Bernardo è stato indagato per traffico illecito di rifiuti. Accusa da cui è stato prosciolto nel 2007.
GIOVANNI BILARDI: senatore.
È entrato nel consiglio comunale di Reggio Calabria nel 1993, restandoci per 14 anni e facendo la trafila: Partito socialdemocratico, Ccd, Ppi e Margherita. Nel 2007 fa il salto di qualità : è nominato assessore a Reggio Calabria. Approda al Senato nel 2013 ma nel frattempo ha cambiato casacca: viene eletto col Pdl. Sul suo conto c’è un avviso di garanzia per l’ipotesi di reato di peculato nell’ambito dell’inchiesta sulle “spese pazze” al Comune.
GIUSEPPE CASTIGLIONE: deputato e sottosegretario all’Agricoltura.
È indagato con l’accusa di turbativa d’asta e abuso d’ufficio nell’inchiesta sull’appalto da 97 milioni di euro per la gestione del centro rifugiati di Mineo (Catania), assegnato nel 2014 con un ribasso dell’1%. Finendo così sotto la lente d’ingrandimento dell’Anticorruzione guidata da Raffaele Cantone. Il nome di Castiglione, che pure lo scorso anno non ricopriva incarichi pubblici in Sicilia, è stato tirato in ballo da Luca Odevaine, uomo chiave di “Mafia Capitale”. Nel 2012, da presidente della provincia di Catania, Castiglione ha gestito l’emergenza migranti affidando l’appalto ad un consorzio con sede in un ufficio affittato da un altro esponente di Ncd, Giovanni La Via. La sua iscrizione nel registro degli indagati è quindi un atto dovuto. Nel 1999, inoltre, Castiglione è stato arrestato insieme al suocero nell’inchiesta sull’ospedale Garibaldi di Catania. L’accusa: aver favorito imprese vicine a Cosa Nostra. Condannato a dieci mesi in primo grado per turbativa d’asta, è stato assolto in appello.
FABRIZIO CICCHITTO: deputato.
Tessera 2232 della loggia P2, dopo diciotto anni passati in Parlamento col Partito socialista, nel 1999 si trasferisce in Forza Italia prima di sposare gli ideali di Ncd dopo la fine del Pdl. Nel 2009   Cicchitto è indagato per ricettazione dalla procura di Pescara in seguito alla pubblicazione del memoriale della ex moglie del parlamentare azzurro Sabatino Aracu. La donna raccontò ai magistrati che Aracu avrebbe consegnato all’allora capogruppo berlusconiano “somme certamente non inferiori a 500mila euro anche per sostenere la propria candidatura”. Un’accusa dalla quale Cicchitto è stato in seguito prosciolto.
FRANCESCO COLUCCI: senatore.
È il parlamentare più longevo. Le cronache raccontano che ha varcato la soglia di Montecitorio nel 1972 grazie al Partito socialista italiano, per il quale ricoprì anche l’incarico di sottosegretario. Negli anni Novanta è stato accusato di tangenti per “corruzione elettorale”. Nel 1999 è però arrivata l’assoluzione: la prima sezione della corte d’Appello di Milano lo ha giudicato innocente. In quel caso a difenderlo ci ha pensato l’avvocato Umberto Del Basso De Caro, ex socialista ora nel Pd, attuale sottosegretario alle Infrastrutture, pluricitato nella recente inchiesta che ha portato all’arresto Ercole Incalza.
NUNZIA DE GIROLAMO: deputato, capogruppo alla Camera.
Entra in Parlamento nel 2008 col Pdl. Cinque anni dopo diventa ministro dell’Agricoltura del governo Letta e in seguito, nonostante un passato da berlusconiana di ferro, aderisce a Ncd. La sua ascesa subisce una battuta d’arresto nel gennaio 2014. I fatti che la vedono coinvolta risalgono al 2012: nel corso di alcune conversazioni con Michele Rossi e Felice Pisapia, rispettivamente manager e direttore amministrativo della Asl di Benevento, la parlamentare campana avrebbe cercato di imporre le proprie nomine nell’azienda sanitaria. Messa sotto accusa, decide di rassegnare le dimissioni affermando però di essere vittima di un “linciaggio mediatico”. Iscritta nel registro degli indagati con l’ipotesi di abuso di ufficio.
ULISSE DI GIACOMO: senatore.
Dopo due anni come assessore alla Salute nella Regione Molise, viene eletto al Senato nel 2008 col Pdl. Il suo nome è salito agli onori della cronaca quando è subentrato a Silvio Berlusconi in seguito al voto sulla decadenza del leader forzista. Dopo la scissione del Pdl ha scelto il Nuovo centrodestra contribuendo a rafforzare i numeri della maggioranza di governo. In passato è stato messo sotto indagine nell’ambito dell’inchiesta sulla Turbogas di Termoli, ma la sua posizione è stata archiviata.
ROBERTO FORMIGONI: senatore.
A gennaio l’ex presidente della Lombardia è stato condannato in primo grado per diffamazione (pena sospesa) per aver definito i Radicali “criminali e maestri di manipolazione”. I suoi problemi con la giustizia non si fermano certo qui: Formigoni è infatti imputato nel processo che lo vede accusato di associazione a delinquere e corruzione in un filone dell’inchiesta sulla sanità  lombarda. Secondo i pubblici ministeri avrebbe garantito protezione alla fondazione Maugeri, attiva nel settore della riabilitazione sanitaria nella Regione guidata in passato dal “Celeste”. Già  in precedenza, comunque, Formigoni è finito a processo. Nel 2002 è stato rinviato a giudizio per un’inchiesta sulla bonifica di Cerro (Milano), da cui è stato assolto sia in primo grado che in appello. Nel 2009 ha ricevuto un avviso di garanzia per lo sforamento dei limiti di concentrazione delle polveri sottili in Lombardia. La sua posizione è stata archiviata.
VINCENZO GAROFALO: deputato.
Classe 1958, è stato uno dei fondatori della costola messinese di Forza Italia, per la quale ha ricoperto il ruolo di coordinatore provinciale dal 2001 al 2005. Poi, nel 2013, il passaggio a Ncd. Nel 2008, un anno dopo aver concluso l’esperienza di presidente dell’Autorità  portuale di Messina (2003-2007), Garofalo è stato indagato per omicidio colposo plurimo. La causa: il suicidio di una donna che nel 2003, a bordo della sua auto, si lanciò insieme ai figli nelle acque del porto della città  siciliana. Secondo il magistrato, se l’area fosse stata messa in sicurezza il terribile gesto non sarebbe stato compiuto. Nel 2012 Garofalo è poi stato assolto.
CARLO GIOVANARDI: senatore.
L’ex ministro per i Rapporti con il Parlamento del secondo e terzo governo Berlusconi è noto per le sue dichiarazioni spericolate. Una di queste gli è costata una denuncia per diffamazione. Nel corso di una puntata della Zanzara (Radio24), parlando della morte del giovane Federico Aldrovandi, disse che nella foto che ritrae il giovane privo di vita la “macchia rossa che è dietro (la testa, ndr) è un cuscino, non è sangue”. Gli atti del procedimento sono stati inviati al Senato, che dovrà  pronunciarsi per far proseguire o bloccare l’iter. Lui si è sempre difeso: “Non ho mai detto che la foto è modificata”.
MAURIZIO LUPI: deputato, ex ministro delle Infrastrutture.
Dimessosi dal governo Renzi per il caso Incalza, uomo di punta di Comunione e Liberazione, aveva già  ricevuto in passato due avvisi di garanzia. Il primo nell’ambito dell’inchiesta “Cascina”, quando contro di lui era stato ipotizzato il reato di abuso d’ufficio per aver dato la Cascina San Bernardo in concessione alla Compagnia delle Opere. Fatti che riguardano il periodo in cui Lupi era assessore allo Sviluppo del territorio al Milano (1997-2001). Il procedimento si è chiuso con il proscioglimento nell’udienza preliminare perchè “il fatto non sussiste”. Nel 2014, poi, viene indagato dalla Procura di Tempio per una nomina ai vertici dell’Autorità  portuale del Nord Sardegna e di Cagliari. “Ho seguito le procedure”, le parole di Lupi. A Cagliari il processo è stato archiviato.
ANTONINO MINARDO: deputato.
Nipote di Riccardo Minardo, noto alle cronache per essere stato arrestato nel 2011 con l’accusa di associazione a delinquere e truffa ai danni dello Stato, Antonino è stato condannato in Cassazione a 8 mesi di reclusione per abuso d’ufficio. I fatti risalgono a quando l’ex assessore provinciale allo Sport di Ragusa era presidente del Consorzio autostrade siciliane e riguardano la nomina illegittima dell’allora direttore generale dell’ente, effettuata senza selezione nè utilizzo del personale già  presente al suo interno.
BRUNO MANCUSO: senatore.
Sindaco di Sant’Agata di Militello (Messina) dal 2004 al 2013, è approdato al Senato per la prima volta in questa legislatura. I suoi precedenti con la giustizia risalgono a un presunto reato di voto di scambio in occasione delle Amministrative del 2009. Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 8 mesi di reclusione e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. Ma il 29 ottobre 2013 Mancuso è stato assolto perchè “il fatto non sussiste”. Dal 2014 il senatore è stato invece indagato per associazione a delinquere finalizzata al falso in una inchiesta della procura di Patti su un giro di appalti sospetti (“Operazione Camelot”) per un centinaio di milioni di euro e rinviato a giudizio. Prima udienza il 19 maggio.
ALESSANDRO PAGANO: deputato.
Siciliano doc, è stato assessore al Bilancio e ai Beni culturali della prima giunta regionale di Totò Cuffaro. Nato politicamente in Forza Italia (della quale in passato ha guidato la macchina organizzativa sull’isola), nel 2008 è eletto per la prima volta alla Camera con il Pdl. A novembre 2013, dopo essere stato riconfermato a Montecitorio, passa a Ncd. L’anno prima però è stato condannato in appello a 5 mesi e dieci giorni per concorso in abuso d’ufficio. Secondo l’accusa, fra il 2007 e il 2008 Pagano avrebbe fatto pressioni sui dirigenti dell’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta per la nomina di un primario. Nel 2014 il deputato è stato assolto in Cassazione.
VINCENZO PISO: deputato.
Uomo forte del centrodestra a Roma, è stato coinvolto nel Laziogate, l’inchiesta sul presunto boicottaggio della lista di Alessandra Mussolini alle elezioni regionali del 2005 poi vinte dal centrosinistra. All’epoca dei fatti era vicepresidente del consiglio comunale di Roma e venne indicato come possibile complice del leader della Destra Francesco Storace. Per Piso, però, è arrivata l’assoluzione sia in primo grado che in appello.
RENATO SCHIFANI: senatore, capogruppo a Palazzo Madama.
Ex democristiano, nel 1995 entra in Forza Italia e dopo aver fatto il consigliere comunale a Palermo diventa senatore. Nel 2008 viene eletto presidente del Senato, ma all’ascesa politica corrisponde anche l’avvio di una inchiesta a suo carico. Schifani viene infatti indagato per concorso esterno in associazione mafiosa per una vicenda che risale agli anni che precedono il suo ingresso in Parlamento, quando era avvocato esperto di diritto amministrativo. A ottobre 2014 la sua posizione viene definitivamente archiviata. Anche se con molta fatica. Nelle motivazioni il gip Vittorio Anania scrive infatti che “sono emerse talune relazioni con personaggi inseriti nell’ambiente mafioso o vicini a detto ambiente nel periodo in cui lo Schifani era attivamente impegnato nella sua attività  di legale civilista ed esperto in diritto amministrativo”. Tali relazioni che però “non assumono un livello probatorio minimo per sostenere un’accusa in giudizio tanto più che, a prescindere dalla consapevolezza dell’indagato dell’effettiva caratura mafiosa dei suoi interlocutori, tali condotte si collocano per lo più in un periodo ormai lontano nel tempo (primi degli anni Novanta). Fatti per i quali opererebbe, in ogni caso, la prescrizione”.
PAOLO TANCREDI: deputato.
Dal consiglio comunale di Teramo a Montecitorio passando per Palazzo Madama. Sempre grazie a Forza Italia. La sua passione per Berlusconi si è interrotta con la fine del Popolo della Libertà . E così Tancredi ha abbracciato il progetto di Angelino Alfano. Nel 2010, quando era senatore, è stato indagato per corruzione nell’inchiesta sulla costruzione dell’inceneritore di Teramo. Il “no” all’utilizzo delle intercettazioni arrivato dall’Aula della Camera ha comunque impedito l’accelerazione del procedimento a suo carico.
PIETRO LANGELLA: senatore.
Infine il caso di un parlamentare a carico del quale non risultano problemi diretti con la giustizia e per questo non conteggiato nelle nostre statistiche. Il nome della sua famiglia è però legato alla storia della camorra. Suo padre Giovanni era infatti un boss della zona vesuviana e fu ucciso nel 1991 in un agguato davanti ad un bar. Si trattò di un regolamento di conti. Langella jr, eletto nelle liste del Popolo della Libertà , ha sempre chiesto “di essere giudicato per i fatti, non per la mia parentela, perchè non è giusto che le colpe dei padri debbano ricadere in eterno su figli e nipoti”. Rivendicando così la fedina penale pulita.

Stefano Iannaccone e Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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“DIETRO IL VIADOTTO CROLLATO MAZZETTE DA PAURA”

Marzo 21st, 2015 Riccardo Fucile

L’INTERCETTAZIONE: “I SOLDI DELL’IMPRESA TORNANO ALL’ANAS DA QUALCHE PARTE, SONO LE SOLITE PORCATE”

Maurizio Lupi non è più ministro delle Infrastrutture. Ma forse non lo è mai davvero stato.
Lunedì a casa di Stefano Perrotti, l’asso pigliatutto da 15 anni delle direzioni dei lavori pubblici più ricchi, è stata trovata una bozza di lettera indirizzata a Luca Lotti della presidenza del Consiglio, su carta intestata del ministro, nella quale si sollecitava lo sblocco dei fondi per le Grandi Opere strategiche.
Quelle che stavano a cuore, innanzitutto, non al Paese ma a Ercole Incalza e, appunto, al suo socio di fatto, Perrotti.
Maurizio Lupi, insomma, ci metteva la faccia e l’abito.
La sostanza – fosse il programma dell’Ncd, la risposta a una interpellanza parlamentare o, appunto, lo sblocco di fondi – era faccenda di cui si occupavano i veri padroni delle Grandi Opere.
Che in trent’anni sono sempre stati gli stessi.
È storia di qualche settimana fa. Delle informative del febbraio scorso del Ros dei carabinieri. Di un passato che non passa, di cognomi antichi e zombie della Prima Repubblica.
Signorile, Trane, Li Calzi, Pacini Battaglia. E storia, anche, di Anas, del «giro di mazzette» per il viadotto Scorciavacche crollato sulla Palermo-Agrigento.
IL RITORNO DI SIGNORILE
Scrivono gli investigatori: «L’ex parlamentare socialista Claudio Signorile, come ministro dei Trasporti dal 1983 al 1987, ha avviato il progetto dell’Alta Velocità . Nel 1999 la Procura di Roma mandava a giudizio (conclusosi in primo grado per intervenuta prescrizione) per concorso in corruzione Rocco Trane, Claudio Signorile, Pierfrancesco Pacini Battaglia, Lorenzo Necci, Ercole Incalza ».
Ebbene, cosa ne è, 15 anni dopo, di questi padri dell’Alta Velocità ?
Ancora il Ros: «L’ex ministro Claudio Signorile e il figlio Jacopo, per vicende riguardati appalti pubblici, sono tuttora in rapporti, sia con Incalza che con Stefano Perotti ».
Jacopo Signorile dirige la “Profert”, società  di engineering ferroviario e stradale di cui è amministratore unico il padre, Claudio.
E tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, quando per altro Incalza è formalmente ormai fuori dal dificio. castero delle Infrastrutture, traffica per entrare insieme a Perotti nella direzione dei lavori per la realizzazione dell’autostrada Roma- Latina (2,8 miliardi di euro).
L’opera ha l’odore dell’affare in famiglia e non più tardi del novembre scorso l’Authority Anticorruzione guidata da Cantone raccoglie i rilievi sollevati dai costruttori di Roma e segnala anomalie per un’evidente limitazione della concorrenza tra imprese.
Ma i due non mollano. Il 22 gennaio scorso Claudio Signorile chiama Incalza con il tono non solo di chi ha una vecchia consuetudine, ma faccende in piedi di cui occuparsi. «Ercole… è Claudio …(ride)… Sei un fetente perchè ti sei completamente inabissato (ride) ».
L’ex ministro fissa una cena per il 27 gennaio, in via Alessandria, a Roma, alle spalle del Ministero delle Infrastrutture, nel ristorante che, per cabala o ironia, evoca evangeliche “divisioni” e porta il nome di “ Pani e Pesci”.
E non è un pasto conviviale. Si discute di appalti.
L’ANAS E LE TANGENT
C’è di più. Lavorando sui Signorile e aprendo la scatola “Profert”, il Ros incrocia la società  “Intercons”, che la partecipa e di cui è stato amministratore Claudio Bucci. L’uomo è poi diventato responsabile per le costruzioni dell’Anas in Sicilia e nelle intercettazioni viene definito «il capro espiatorio » per il crollo, a Capodanno, del viadotto sulla Palermo-Agrigento inaugurato sette giorni prima.
Ebbene, nel pozzo degli ascolti che apre il capitolo Anas, viene catturata una frase “piena di senso”.
La scandisce Salvatore Adorisio, ad della Green Field System, la società  di Incalza e Perotti.
Dice Adorisio: «Hanno anticipato la consegna del viadotto di tre mesi così l’impresa e i dirigenti prendevano il premio. E quindi hanno fatto ‘sta porcata e senza collaudo…. Non si capisce l’emergenza quale era. Anche perchè lì gli hanno detto di fare così… Era più che ovvio perchè c’era un giro di bustarelle che fa paura… E’ ovvio che i soldi che prende l’impresa ritornano in Anas da qualche parte. Sono le solite porcate».
PACINI E TRANE
Del resto, solo i gonzi sembrano ignorare che, uscito il 31 dicembre del 2014 dalla porta del ministero, Ercole Incalza ne è rientrato dalla finestra, sistemandosi con il suo braccio destro Sandro Pacella in un ufficio da consulente che, coincidenza, è in piazza della Croce Rossa, sede delle Ferrovie dello Stato.
E portandosi dietro – come mormora al telefono un altro suo spicciafaccende – «la borsetta… quella rossa con tutti i codici segreti».
Già , il Grande Mandarino, ancora un mese fa, non solo non ha mollato (il ministro Lupi lo chiama di continuo), ma non ha intenzione di farlo, utilizzando come schermo la Green Field System.
Non stupisce così che, proprio con Perotti, si materializzi un altro fantasma della Prima Repubblica, Francesco Pacini Battaglia, interessato a un incontro.
A Roma o in quel di Bientina, dove “Chicchi” risiede.
Nè è una coincidenza che il consulente legale con cui Perotti cerca di vincere l’arbitrato da 50 milioni di euro con Fiat per la tratta Alta Velocità  Firenze-Bologna (quella per la quale ne hanno già  incassati 70 «per non fare un cazzo», come dicono ridendo al telefono) sia Pasquale Trane.
Figlio di Rocco, scomparso il 2012 a Rimini.
Coincidenza, durante un meeting di Cl. Che, fino a ieri, aveva un ministro. Maurizio Lupi.

Carlo Bonini e Fabio Tonacci
(da “La Repubblica“)

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VIGILI DEL FUOCO CONTRO RENZI: “33 ANNI DI PRECARIATO E ORA MI CACCIA PERCHE’ SONO VECCHIO?”

Marzo 21st, 2015 Riccardo Fucile

IL LAVORO SECONDO MATTEO: SFRUTTARE CHI LAVORA E POI DARGLI UN CALCIO NEL CULO

Il sottosegretario all’Interno Gianpiero Bocci è stato accolto da dure contestazioni a Reggio Calabria dove ieri pomeriggio ha inaugurato la nuova caserma dei vigili del fuoco.
Mentre il rappresentante del governo Renzi era intento a tagliare il nastro della struttura, fuori centinaia di precari dei vigili del fuoco hanno protestato con i fumogeni chiedendo di essere stabilizzati.
Si tratta di pompieri alcuni dei quali da oltre 30 anni non sono mai stati assunti a tempo indeterminato dal ministero dell’Interno che ha deciso di stabilizzare solo tremila vigili su oltre 40mila precari in tutta Italia.
Gli altri saranno trasformati in volontari che non potranno partecipare, per limiti di età , ai concorsi che il governo vuole bandire per far fronte alla carenza cronica di organico.
”Non si può entrare nei vigili del fuoco a 45 o 46 anni — ha affermato il sottosegretario Bocci — abbiamo bisogno di gente giovane“.
In sostanza, questi precari sono troppo vecchi per chiedere di essere assunti, eppure fino a dicembre saranno regolarmente utilizzati per gli interventi esterni.
“Come fanno a dirci che non andiamo più bene”, chiede uno di loro.
Un suo collega è da 33 anni che fa il vigile del fuoco: “Renzi dice chiacchiere. È un ragazzone che fa promesse ma alla fine andremo tutti a casa”.
E intanto fuori dalla nuova caserma si sono registrati momenti di tensione.
“Il sottosegretario fa un’altra passerella a Reggio. Si inaugura una caserma ma senza personale”.

Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano“)

argomento: denuncia | Commenta »

EQUITALIA PIGNORA VITALIZIO DI SGARBI: “TASSE NON PAGATE”

Marzo 21st, 2015 Riccardo Fucile

IL SUO LEGALE: “LA CAMERA DOVRA’ OPPORSI: E’ UNA CIFRA GIA’ IMPEGNATA PER GLI ASSEGNI DI MANTENIMENTO DEI FIGLI MINORENNI”

Il vitalizio di Vittorio Sgarbi è intoccabile sotto il profilo costituzionale. Ma non per Equitalia.
Il 18 febbraio è stato notificato alla Camera dei deputati un atto di pignoramento di una parte del vitalizio del critico d’arte ed ex parlamentare da parte dell’agenzia di Equitalia di Ferrara per una questione di tasse e Irap “non versate”.
“Non ne so nulla — ha detto Sgarbi interpellato dall’Ansa — Il vitalizio è ingiusto, ma lo ricevo e lo devo prendere e da quando me lo danno va ai miei figli. Ne prendo atto, io il vitalizio non lo ho mai visto, non so come è fatto. Parlatene con il mio avvocato”.
Il legale di Sgarbi, l’avvocato Giampaolo Cicconi, ha confermato la circostanza, sostenendo che a suo parere si tratta di somme non dovute al fisco, in particolare l’Irap:
“Non ha dipendenti — ha detto Cicconi — a parte una colf che non rientra dunque nell’ambito dell’attività  di Sgarbi. Ma la cosa singolare e da me sollevata al presidente del Senato Pietro Grasso è che la pretesa di Equitalia conferma dunque che Sgarbi non rientra tra coloro ai quali debba essere revocato il vitalizio, a dispetto di una campagna stampa diffamatoria, in quanto non è stato condannato per mafia, nè per corruzione, nè per altri reati con pena in concreto maggiore ai due anni”.
Per il legale comunque è impossibile un nuovo pignoramento, dato che quel vitalizio è già  stato pignorato cinque anni fa: ”Adesso — ha detto — toccherà  alla Camera opporsi, perchè il vitalizio è già  impegnato per gli assegni di mantenimento dei suoi figli ancora minorenni”. I quali evidentemente hanno a suo tempo dovuto ricorrere al pignoramento per vedersi accreditare l’assegno di mantenimento.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PAPA FRANCESCO: DOPO 25 ANNI NAPOLI HA RITROVATO IL SUO MARADONA

Marzo 21st, 2015 Riccardo Fucile

DALL’INFERNO DELLA TERRA DEI FUOCHI, DI SCAMPIA E DI POGGIOREALE AL BAGNO DI FOLLA DI PIAZZA DEL PLEBISCITO E TRA I CENTOMILA GIOVANI SUL LUNGOMARE: NAPOLI TORNA A SOGNARE

Dopo venticinque anni, Napoli ha ritrovato il suo Maradona. Nella più argentina delle città  italiane Francesco si è ambientato subito, integrandosi nel paesaggio e passando da un appuntamento all’altro come nel goal del secolo che valse il mondiale alla seleccià³n del suo paese: testa alta e baricentro basso, palla a terra sui problemi concreti, guardandoli in faccia e affrontandoli ad uno ad uno.
Senza eluderli: “Undici ore di lavoro a 600 euro…questo non è umano e non è cristiano. E se quello che fa questo si dice cristiano dice una falsità ”.
“Neapel ist ein Paradies”.
Diversamente da Goethe, che incantato da cielo e mare provò la sensazione di trovarsi in Paradiso, la tappa partenopea del “viaggio in Italia” del Pontefice è cominciata dall’inferno.
La Terra dei Fuochi e il cemento delle “Vele” di Gomorra, impressi nell’immaginario televisivo, in luogo del Vesuvio e dei velieri del Golfo, incisi nelle stampe settecentesche.
I miasmi postmoderni al posto dei profumi preromantici, che il Papa dal “naso fino”, come lo ha definito il cardinale Sepe, ha subito fiutato all’arrivo, inconfondibili e irrespirabili: “La corruzione puzza, la società  corrotta puzza e un cristiano che fa entrare dentro di sè la corruzione non è cristiano, puzza”.
Bergoglio combatte il male a colpi di calendario.
Giorni e stagioni non sono mai neutrali, bensì alleati da arruolare. In questa cornice il 21 marzo costituiva un richiamo troppo forte per non coglierlo e farlo coincidere con la visita: “Oggi comincia la primavera… è tempo di speranza. Ed è tempo di riscatto per Napoli…”.
Così Francesco ha lanciato una nuova campagna di primavera, dopo quella di un anno fa, quando alla stessa data radunò a ridosso del Vaticano, insieme a Don Ciotti, l’esercito dei reduci delle guerre di mafia, nella parrocchia romana di San Gregorio VII, celebrando la memoria delle vittime.
Una mobilitazione culminata tre mesi dopo nel solstizio d’estate e nel “giorno più lungo”, il 21 giugno, con lo sbarco in Calabria e la condanna della ‘ndrangheta, rinnovata e recapitata oggi all’indirizzo della camorra.
Come una raccomandata a domicilio, bussando casa per casa e tenendo però socchiuso l’uscio del Giubileo, lasciando uno spiraglio anche agli ospiti più improbabili: “Ai criminali e a tutti i loro complici io umilmente oggi, come un fratello, ripeto, convertitevi all’amore e alla giustizia!”.
La prima “Porta Santa”, dunque, è stata quella del quartiere simbolo di Scampia, inchinandosi e incarnando nel luogo e nel modo più realistico il mandato della Evangelii Gaudium, che al capitolo secondo disegna una inedita e avveniristica teologia della città : “Abbiamo bisogno di riconoscere la città  a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze…Nella vita di ogni giorno i cittadini molte volte lottano per sopravvivere e, in questa lotta, si cela un senso profondo dell’esistenza che di solito implica anche un profondo senso religioso”.
Poche città  al mondo interpretano tanto alla perfezione il magistero metropolitano di Francesco, “facendo leva su una speranza forgiata da mille prove”, ha detto, che le consente di risorgere con miracolosa, divina fantasia dai propri mali.
E’ questo “l’oro di Napoli”, che il futuro Papa scoprì nelle pellicole in bianco e nero del dopoguerra, che trasudavano i colori e il luccichio della vita.
Nell’era dei reality che illudono e allontanano dalla realtà , il Successore di Pietro ha offerto alle telecamere un affresco neorealista, suo genere cinematografico preferito.
Come nell’omonimo capolavoro di Vittorio De Sica, il lungometraggio della visita del Pontefice si è sviluppato in sei episodi: acclamato come un liberatore dalle gente di Scampia e proclamato napoletano ad honorem sulla piazza del Plebiscito; a pranzo con i transessuali di Poggioreale, prigionieri del carcere e del proprio corpo, e al capezzale dei malati, nella chiesa del “medico santo”, Giuseppe Moscati; assaltato dalle suore di clausura ed esaltato, osannato dai giovani sul lungomare, “colpo di grazia”, fisico e metafisico di un programma estenuante, trasfigurato dalla luce del meriggio, che innamorò acquarellisti e cineasti.
Sceneggiatura asciutta, senza sceneggiate. A metà  tra Troisi e Francesco Rosi: la carezza di una mano dolcissima e la denuncia, durissima, delle mani sulla città .
Il Papa ecologo e geopolitico vive in simbiosi con la natura e con la storia, retaggio della sua cultura popolare, erudita ma immediata, nutrita di simboli e mai scontata.
In questo senso anche per lui, al pari di Goethe, l’Italia costituisce un luogo dell’immaginario collettivo, da cui parlare al mondo e proiettare visioni universali. “So zu trà¤umen ist denn doch der Mà¼he wert”: “così vale la pena di sognare”.
A dispetto del suo destino, Napoli non smette di suscitare sogni.
Suggestione che Bergoglio deve avere sperimentato mentre agitava l’ampolla del sangue di San Gennaro.
Miracolo inedito per un Pontefice. O in fondo, e al contrario, consuetudinario per un Papa che ne ha operato uno assai più arduo: rendendo fluido il messaggio della Chiesa e sciogliendo i grumi, e i coaguli, delle sue secolari incrostazioni.

(da “Huffingtonpost“)

argomento: Chiesa | Commenta »

DI GIROLAMO: “BASTA CON RENZI, APPOGGIO ESTERNO AL GOVERNO”

Marzo 21st, 2015 Riccardo Fucile

IL CASO LUPI SCUOTE NCD E IL PARTITO SI SPACCA

Le dimissioni del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi continuano ad agitare le acque all’interno del Nuovo centro destra con tensioni che rischiano di tracimare sulla solidità  del governo.
All’interno dell’Ncd sembrano confrontarsi in queste ore un’ala più intransigente, che scalpita per rompere con Matteo Renzi, ed una piuù accomodante, pronta ad archiviare l’incidente senza eccessivi scossoni.
“Il passo indietro di Lupi è un gesto di grande responsabilità . Da non indagato ha preferito rinunciare al suo incarico per rilanciare l’azione del governo e del nostro partito. Non ci sarà  nessun ridimensionamento nella nostra presenza nel governo: è interesse del presidente del consiglio e dell’intera maggioranza”, ha spiegato il capogruppo di Area Popolare al Senato Renato Schifani.
“Siamo certi – ha aggiunto – che il presidente del Consiglio garantirà  l’equilibrio e il mantenimento della nostra forza di governo, per fare in modo che la nostra area abbia il riconoscimento che merita e che il nostro partito possa attuare il suo programma”.
Decisamente più bellicosa la reazione di Nunzia De Girolamo, che è tornata a ribadire le accuse già  espresse in un’intervista a Repubblica. “Non possiamo continuare ad essere subalterni nei confronti di un premier che ha una arroganza insopportabile anche nei confronti di un amico (Lupi, ndr) che non è stato difeso”, ha lamentato l’ex ministro dell’Agricoltura.
“La battaglia – ha sottolineato – possiamo farla all’esterno, appoggiando le riforme”.
Sul fuoco di questo malcontento cerca di soffiare Forza Italia, con Maurizio Gasparri che stuzzica gli ex alleati.
“A Ncd dico di riflettere sulla grande ipocrisia di Renzi che ha fatto dimettere Lupi ma poi si tiene sottosegretari indagati e candida De Luca in Campania”, ha ricordato. “Senza arroganza .- ha proseguito Gasparri – diciamo di riflettere su cosa fare, se vogliono continuare a prendere schiaffi da Renzi che agisce in questo modo forse perchè non sufficientemente incalzato o contrastato”.
Intanto in questo clima di divisioni e incertezza si moltiplicano le voci di defezione e cambi di casacca, con il ministro della Salute Beatrice Lorenzin che ha bollato come “destituite di fondamento e messe in giro ad arte per creare destabilizzazione in Ncd” le notizie di un suo passaggio al Pd.

(da “La Repubblica”)

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