Marzo 17th, 2015 Riccardo Fucile
CORROTTI, CORRUTTORI, FIGLI E COGNATI: E’ IL SELFIE DEL NOSTRO PAESE
Noi non conosciamo i tecnocrati di Stato, questa casta segreta di dirigenti pubblici che le statistiche internazionali considerano la meno efficiente e la più pagata del mondo. Non li conosciamo perchè si rifiutano scaltramente di andare in televisione: l’assenza di volto è per loro garanzia di impunità e di durata.
Chi di voi, fino a ieri, sapeva dell’esistenza di Ercole Incalza, da trent’anni burattinaio delle grandi opere, colui che decide cosa si fa e soprattutto chi lo fa?
Proviene dalla Cassa del Mezzogiorno, la «cantera» dello spreco italico, e da lì è passato ai Lavori Pubblici, dove ha comandato da monarca assoluto con gli ultimi sette governi di destra, sinistra e centro.
Il processo ci dirà se l’ingegner Incalza è davvero il corruttore che lo accusano di essere.
Di sicuro consentire a un uomo — fosse anche San Francesco — di imbullonarsi per decenni a una poltrona, maturando relazioni e segreti che potrà usare come arma di scambio e di ricatto, è lo specchio di un sistema marcio e imbelle.
Perchè noi non sapevamo di Incalza, ma la politica sì.
Arrivato al ministero, l’onorevole Lupi ha trovato il mandarino dei Lavori Pubblici ormai in pensione eppure ancora al vertice di una fantomatica «struttura tecnica di missione» che gli consentiva di continuare a dirigere, a settantuno anni, il traffico degli appalti.
Invece di accompagnarlo ai giardinetti, Lupi lo ha difeso in privato e nelle aule parlamentari, lodandone le qualità insostituibili quando i Cinquestelle ne chiesero la testa.
E adesso si scopre che l’imprenditore Perotti, indagato perchè in combutta con Incalza, regalò al figlio neolaureato del ministro un Rolex e un posto di lavoro nello studio del cognato.
Corrotti, corruttori, figli e cognati: il selfie del nostro Paese.
La nausea è tanta, ma la soluzione sarebbe semplice.
Limitare drasticamente la durata degli incarichi pubblici e considerare il ministro in carica responsabile degli atti firmati dai suoi burocrati.
In tal caso, Lupi dovrebbe dimettersi in giornata.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Marzo 17th, 2015 Riccardo Fucile
“IO AVVOCATO DI CASALEGGIO? I CLIENTI SONO SEMPRE RISERVATI”
Sessantacinque anni, due repubbliche dopo, Antonio Di Pietro è di nuovo a Milano. Dopo aver dominato
quel momento di svolta della storia politica italiana che fu Mani Pulite, ha deciso di voler fare il sindaco.
A che punto è la sua candidatura, avvocato?
«Mi sto confrontando con il tessuto civico e sociale di Milano per vedere se ci sono le realtà culturali e le persone per bene per portare avanti il progetto».
Ora ce lo dica in dipietrese.
«Non mi candido tanto per candidarmi. Se ci metto la faccia e parto così presto non è solo per partecipare».
Si sussurra che avrebbe già l’accordo con Casaleggio.
«Bisogna essere in due per sposarsi. Il M5S per definizione non appoggia persone che abbiano già ricoperto un mandato politico. C’è scritto nel loro non-statuto e non li voglio tirare per la giacca».
Dipendesse da lei sarebbe cosa fatta?
«Apprezzo che si sia affermato il M5S quando è andato in declino l’Idv. Hanno la stessa ragion d’essere. Sono molto contento che il cittadino abbia potuto sfogare nelle urne la rabbia e la delusione contro un sistema corrotto».
Ma?
«Ma caro Beppe, non basta limitarsi alla protesta, bisogna passare alla proposta. Anche se credo che ultimamente l’abbia capito».
Altri consigli?
«Grillo farebbe bene a farsi eleggere in Parlamento. È bene che il comandante stia al timone».
È vero che Casaleggio è un suo assistito?
«I clienti, per definizione, sono riservati».
C’è chi giura di aver ricevuto lettere come suo legale.
«Io difendo i miei clienti».
Se dice così però conferma.
«Dice?».
Torniamo a Palazzo Marino. Lei col rinnovamento che “c’azzecca”?
«Milano è l’espressione più chiara del fatto che non è cambiato nulla dalla prima Repubblica. La city milanese tesse gli stessi intrighi di potere che c’erano durante Tangentopoli».
Vuole fare il sindaco sceriffo?
«No, non mi candido per fare lo sceriffo. Non conosco il milanese ma conosco i milanesi. È so quel che ci vuole».
Chi è Matteo Renzi?
«È il più abile venditore di elettrodomestici di questo paese».
Questa l’aveva già detta su Berlusconi.
«Renzi vende fumo dando per realizzato tutto ciò che è un’aspirazione. Coniuga i verbi solo al futuro. Vorrei ricordargli che seguendo solo quel tempo verbale non ci sarebbero più figli».
Per ora in Parlamento non ha perso una battaglia.
«Intanto ha trasformato il suo partito in qualcosa d’altro, poi toccherà al Paese. Ma le pare normale che in Parlamento la sua opposizione interna dica che non è d’accordo con lui ma finisca sempre per votare quello che vuole Palazzo Chigi?»
Non le piace la rottamazione?
«Ma quale rottamazione? Ha portato dentro il potere degli yes men».
Anche Raffaele Cantone è uno yes man?
«Cantone, poverino, con i poteri che ha fa quel che può».
E Mattarella?
«Lo aspetto al varco della prima firma su Italicum. Se lo firma dopo aver bocciato il porcellum da giudice costituzionale allora è tutto fumo e niente arrosto».
Francesco Maesano
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Marzo 17th, 2015 Riccardo Fucile
IN DUE ANNI IL NUMERO DI CRISTIANI AMMAZZATI E’ QUADRUPLICATO
C’era una volta «Aguirre furore di Dio», ossia quando il cristianesimo evocava lo spettro dei conquistadores armati di spada, croce e bandiera spagnola, la quintessenza del colonialismo. Oggi i cristiani bianchi sono una minoranza e gli altri hanno spesso a mala pena il potere di difendersi, ma tutti scontano l’antico peccato originale evocato dall’Aguirre del film di Herzog in un mondo mai stato così poco occidente-centrico e anche per questo pronto a prendersi la rivincita sui più deboli.
«Gli ebrei del XXI secolo»
L’ultimo rapporto di «Open Doors International» disegna la ramificata persecuzione di una comunità religiosa che lo scorso anno l’ambasciatore israeliano all’Onu Ron Prosor definì «gli ebrei del nuovo millennio».
Prosor additava i Paesi musulmani, che di fatto occupano 8 dei primi 10 posti della lista nera. Ma, laddove secondo il think tank Pew i cristiani costituiscono il 70% delle vittime dell’odio religioso (in due anni il numero di morti è quadruplicato passando da 1201 nel 2012 a 4344 nel 2014), non c’è solo la Mezzaluna. In pole position per il 13° anno consecutivo c’è la Corea del Nord con i suoi almeno 50 mila cristiani rinchiusi in lager degni di Primo Levi.
L’esodo dal Medioriente
Per quanto incalzato da Pyongyang, il Medioriente, terra dei primi cristiani, vede il loro numero assottigliarsi da almeno mezzo secolo.
Il Center for American Progress ne calcola tra 7 e 15 milioni (5% della regione) concentrati tra Egitto, Siria e Libano. Ma se i copti egiziani (10%) si sono rifugiati tra le braccia del presidente Sisi (ancor più dopo l’esecuzione di 21 di loro da parte degli jihadisti libici) gli altri fanno le valigie.
Il milione e mezzo di cristiani iracheni del 2000 è ormai un terzo (il 40% degli ospiti dei campi profughi iracheni è battezzato) mentre in Siria i killer del Califfato braccano come animali gli epigoni d’una comunità che si sentiva tra le più tutelate dell’area (e rimpiange Assad).
In realtà oggi se ne parla. Ma passate le breaking news i cristiani del Medioriente tendono a tornare «nell’angolo cieco della nostra visuale del mondo», come ebbe a dire l’intellettuale francese amico di Che Guevera Règis Debray, «troppo» cristiani per i terzomondisti e «troppo» esotici per l’Occidente.
La sfida islamista
Le radici della neopersecuzione dei cristiani sono sempre, sotto sotto, più economiche o etniche che religiose.
L’islam inoltre, Corano alla mano, ritaglia un posto privilegiato a cristiani e ebrei, le Genti del Libro. Eppure, anche allontanandosi dal Medioriente sono i Paesi musulmani quelli che rendono la vita più difficile ai fratelli maggiori.
Come le Maldive, paradiso di turisti in cui la croce va tenuta nascostissima. Come l’Iran, l’Arabia Saudita, la Libia. Come la Nigeria terrorizzata da Boko Haram.
Come il Pakistan, dove i cristiani sono appena il 2% e, incalzati anche giuridicamente dalle condanne per blasfemia (vedi Asia Bibi, in carcere da oltre 5 anni), si sentono braccati (a onor del vero il Pakistan ha attentati ogni giorno e non solo contro le chiese).
Il problema in molti di questi Paesi è il divieto del proselitismo, ma se i cattolici adottano un profilo invisibile anche i più agguerriti gruppi evangelici o neocatecumenali si guardano bene dallo sfidare le autorità come i profeti armati di Cortès.
Le vittime più ignote
Potrà sembrare un paradosso ma da qualche anno i cristiani martirizzati in nome di Allah godono almeno di un’attenzione mediatica negata ad altri (in alcuni casi sono target anche perchè più appetibili per chi cerca visibilità ).
Oltre che nei lager nord-coreani in cui si sconta la devozione a un Dio diverso da Kim Il-sung o nei villaggi poverissimi dell’Orissa indiana, i cristiani vengono ammazzati in Messico e in Colombia, dove magari gli assassini ostentano pesanti croci d’oro al collo ma non tollerano il richiamo alla legalità dei sacerdoti vicini ai più poveri.
La Cina comunista sta sperimentando una lievissima apertura verso il «culto del male» ma resta saldamente a metà della classifica dei Paesi peggiori in cui vivere per un cristiano.
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Marzo 17th, 2015 Riccardo Fucile
“LANDINI E’ UN SIMPATICO TRIBUNO, MA NON METTE D’ACCORDO LA SINISTRA”
Massimo Cacciari non è entusiasta delle primarie: «Potrebbero essere un grande strumento se ci fosse
un albo degli elettori. Così invece ce le facciamo in casa. Campania, Liguria, ognuno con le proprie storture: è il bricolage più assurdo».
E l’iniziativa di Landini? L’ha entusiasmata?
«Dovrebbe?»
Lei ha rivolto un appello alla sinistra Pd perchè si accordi con lui. Non sembra indifferente.
«Mica sono d’accordo con loro, che appello vuole che faccia? Dico solo che se non trovano l’accordo tra di loro che razza di opposizione fanno? Diventano patetici».
Con Landini per fare cosa?
«Innanzitutto cambiare il sindacato, garantire che al suo interno si svolga un’autentica vita democratica».
Magari proponendo una legge sulla rappresentanza sindacale?
«Forse. Purchè però non la faccia Renzi sulla loro testa. Dovrebbe essere il sindacato a fare una proposta, non aspettare che dei partiti che si sono liquefatti gli dettino le regole».
Landini è la persona giusta?
«Landini mi è molto simpatico. E poi quando parla della classe operaia mi scatta una nostalgia irresistibile. Ma non ha capito che il mondo è cambiato».
In che modo?
«Il mondo prima era più semplice, ma non bisogna averne nostalgia. Fare le previsioni in questo mondo è diventato impossibile, troppe variabili, nessun valore conosciuto. ».
Non le chiediamo tanto. Pensa che finirà per candidarsi?
«Fintanto che non si mettono d’accordo tutti gli oppositori di Renzi, Landini non si muoverà ».
Manca il collante?
«Ho consigliato ai miei amici Civati, Cuperlo e Barca di istituire un triumvirato per fare fuori i Bersani e i D’Alema».
Scusi, e Speranza?
«Ma dai, per carità ».
Cosa gli manca?
«Ma cosa vuole? È il bersaniano che media con Renzi. Non c’è più possibilità di politiche di compromesso. La gente ha bisogno di posizioni chiare e leadership definite, i pontieri non servono più».
E cosa serve?
«L’opposizione non si fa con uno stillicidio di no a Renzi. Occorre organizzarsi in modo organico, non resistendo a chi comanda ma andando oltre chi comanda, mettendo in piedi una strategia che superi colui al quale ti opponi. Altrimenti diventa vana resistenza.
Landini ce l’ha?
«Per ora porta avanti una tipica attività tribunizia. È un tribuno della plebe, in senso romano, non dispregiativo. Poi però deve mettersi d’accordo col Senato. È depositario di un certo potere, ma da solo non basta».
Non crede che ci sia una componente di «tribunicia potestas» in tutti i nuovi leader?
«Certo! A partire da Salvini, passando per Tsipras e questi di Podemos»
Anche nel presidente del Consiglio?
«No, Renzi è un uomo di potere, un senatore fatto e finito».
Però si rivolge spesso al popolo senza intermediari.
«Vero, ma conosce tutti i giochi del Senato, li ha imparati in quattro e quattr’otto. È un animale senatorio, culturalmente diverso dal tribuno: è nato Cesare».
Tra i tribuni della plebe non ha nominato Grillo.
«Appartiene a una generazione ormai passata. Non esiste, cronologicamente parlando. I suoi in Parlamento sono destinati a sciogliersi o a rifluire su posizioni renziane».
Francesco Maesano
(da “La Stampa“)
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Marzo 16th, 2015 Riccardo Fucile
TANGENTI: IMBARAZZO E NERVOSISMO NEL GOVERNO
Il metro dell’isolamento è il silenzio attorno a Lupi. Non solo del governo, ma pure dei suoi. Solo in serata, arriva una nota di Quagliariello: “Il ministro Maurizio Lupi, al quale non è stato mosso alcun addebito, ha già assicurato la massima disponibilità del governo per svolgere tutti gli accertamenti del caso”.
Sotto la difesa dovuta, l’imbarazzo e il nervosismo: “chissà quanto regge Maurizio” sussurra a microfoni spenti più di un big di Ncd. Perchè Lupi non è un duro.
È uno che non regge la pressione, politica e mediatica. E quella mediatica pare già molto forte. Squadernati, su giornali e siti, gli incarichi di lavoro e i regali alla famiglia Lupi. Fino alle nomine politiche.
Il ministro è dentro il “sistema Incalza”, che nelle carte degli inquirenti assomiglia a una seconda puntata della cricca che ha il cuore e il cervello dentro al ministero delle Infrastrutture.
Lupi non è indagato, ma politicamente “copre” Incalza, da sempre.
Anche dopo l’arresto, sono a sua difesa le prime parole del ministro: “Era ed è — dice — una delle figure tecniche più autorevoli che il nostro paese abbia sia da un punto di vista dell’esperienza tecnica nazionale che della competenza internazionale, che gli è riconosciuta in tutti i livelli”.
Parole imbarazzanti per molti, a caldo. Non una frase sui giudici e nemmeno il più classico “faremo chiarezza”.
Solo a fine giornata, al temine della giornata più nera balbetta un timido “siamo a fianco della magistratura”.
Annaspa il ministro, che vive l’inchiesta come un terremoto.
Annaspano quelli attorno che la vivono come l’inizio della liquefazione di Ncd.
Per tutto il giorno bollono i telefoni: “Che c’è nell’ordinanza, che ci ritroviamo sui giornali?”. Bastano le prime notizie a far capire che Lupi come ministro rischia di avere la durata di uno yogurt. Anche se Ncd non può permettersi di scaricarlo.
Alfano fa sapere che lo difenderà fino alla morte: “Lupi resta lì, non si tocca”.
È, insieme al ministro dell’Interno, l’uomo forte di Ncd nel governo, il referente di Cl. Il problema è il ministro, col passare dei giorni, rischia di essere indifendibile agli occhi dell’opinione pubblica.
È pesante l’intercettazione in cui il ministro afferma che se qualcuno avesse solo sfiorato la “struttura tecnica di missione” creata da Incalza, avrebbe minacciato la crisi di governo.
E pesa l’imbarazzo sul nome di Luca Lupi, il figlio del ministro che compare nelle carte, che avrebbe ricevuto incarichi di lavoro e regali, tra cui un Rolex da 10mila euro, dall’imprenditore Perotti, il sodale di Incalza, arrestato pure lui.
Il 10 febbraio 2014 il figlio del ministro avrebbe incontrato l’imprenditore Perotti, socio di affari di Incalza, e dopo meno di un’ora, quest’ultimo avrebbe telefonato al suo ufficio a Ravenna per chiedere “quale sia la procedura più conveniente ai fini contributivi per l’assunzione di un ragazzo che deve prendere 2.000 euro più Iva”.
La difesa di Lupi pare debole, confusa.
In una nota il ministro precisa di non aver “mai chiesto all’ingegner Perotti nè a chicchessia di far lavorare mio figlio”.
Ma nello stesso comunicato c’è la gaffe: il ministro ammette che il figlio ha lavorato dal febbraio 2014 al febbraio 2015 allo studio Mor di Genova gestito appunto dal cognato di Perotti.
E non si tratta di uno studio qualsiasi, ma di uno dei centri dell’inchiesta.
Anche la gaffe è un segnale di nervosismo: “Maurizio — ripetono i suoi — non regge la tensione”. E adesso nessuno scommette su quanto possa resistere Lupi, ministro mentre al ministero c’era una nuova cricca.
Alfano lo difende in privato a parole, i due si sentono: “Renzi — il ragionamento — non può forzare, perchè ha bisogno dei nostri voti in parlamento”.
Molto dipenderà da ciò che uscirà nelle prossime ore.
La grande paura è che Renzi possa cogliere la palla al balzo per una “sostituzione” che gradirebbe molto. Perchè tra il premier e il ministro delle Infrastrutture non c’è mai stato feeling, anzi proprio Lupi in questi due anni ha interpretato il ruolo di anti-Renzi in ogni consiglio dei ministri: “Renzi non lo sopporta — dice un big di Ncd — e in un eventuale rimpasto lo avrebbe già sostituito, magari con Lotti. Il problema non è il garantismo o meno. È cosa Renzi giudica più opportuno in questo momento, se tenere Lupi o meno”.
In parecchi ricordano che, quando non era premier, sulla Cancellieri cavalcò la tigre giustizialista e pure sull’allora ministro Nunzia De Girolamo.
Da premier invece ha mantenuto un profilo garantista e Lupi, al netto dell’imbarazzo politico, non è indagato.
Dentro Ncd scommettono che sta aspettando che il suo ministro venga fatto a pezzi sui giornali nei prossimi giorni per poi indossare i panni del rottamatore della cricca 2.0 e pure del suo ministro.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 16th, 2015 Riccardo Fucile
RICATTI E TANTI POLITICI INDAGATI… LE CARTE SU LUPI
Cinque anni dopo la storia si ripete. Forse è meglio dire che non si è mai interrotta. Cinque anni fa, più o
meno in questi tempi, il Ros dei carabinieri e la procura di Firenze misero le mani sulla cricca del G8, su Balducci, De Santis, Della Giovampaola, Rinaldi, Anemone e tutti gli affari del “sistema gelatinoso” che per anni, dalla cabina di regia della struttura Grandi eventi della presidenza del Consiglio dei ministri ha sottratto al Paese miliardi e miliardi in corruzione e malaffare al Paese.
Ieri mattina gli stessi magistrati fiorentini, Luca Turco, Giulio Monferini e Giuseppina Mione sulla base delle indagini svolte dagli stessi uomini del Ros dei carabinieri, hanno firmato l’atto secondo della stessa storia.
Cambiano i protagonisti. Salgono sulla ribalta nomi che in quell’indagine erano rimasti sullo sfondo, come il superdirigente del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza.
Forse sono un po’ meno sfacciati i metodi.
Il risultato è lo stesso: corruzione, appalti truccati, affidamenti pilotati, il mercato degli appalti pubblici falsato da mazzette, pressioni, ricatti.
E il solito giro di “altre utilità ”: orologi, abiti, viaggi, posti di lavoro, incarichi.
Non pervenuti, al momento almeno, i benefit in forma di massaggi e cene eleganti. Presente, invece, anche oggi il prelato, il monsignore di turno con spiccato senso degli affari.
Quanta politica tra gli indagati.
Quattro gli arrestati: il super-dirigente del Ministero dei Lavori Pubblici (ora consulente esterno) Ercole Incalza, il suo collaboratore Sandro Pacella e gli imprenditori Stefano Perotti e Francesco Cavallo.
Sono tutti accusati di corruzione, induzione indebita, turbata libertà delle gare pubbliche e altri delitti contro la pubblica amministrazione.
Il gip ha rifiutato un quinto arresto (l’imprenditore Massimo Fiorini).
Ma sono una cinquantina gli indagati, ex sottosegretari, ex parlamentari ed ex amministratori locali.
C’è Rocco Girlanda, ex sottosegretario ai trasporti ed braccio destro di Denis Verdini; Antonio Bargone, anche lui ex sottosegretario ai Trasporti ai tempi dei governi Prodi e D’Alema e poi presidente della autostrada Sat; l’ex sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia (pdl) poi nel cda di Terna; Vito Bonsignore, ex presidente del gruppo Ppe; l’ex senatore azzurro Fedele Sanciu.
Non sono indagati ma nelle intercettazioni spuntano spesso i nomi del ministro Maurizio Lupi, del figlio Luca in quanto beneficiario di un posto di lavoro, un Rolex da diecimila euro e qualche abito di sartoria.
E di Riccardo Nencini, viceministro alle Infrastrutture con delega ai lavori pubblici. Sopra tutto e tutti c’è Ettore Incalza: li controlla, li contatta e ottiene il via libera per affidamenti, perizie, direzioni lavori e appalti. In cambio la sua società , la Green Field System, ottiene consulenze e direzioni lavori.
Il ruolo di Incalza.
Sopravvissuto a sette governi (l’unico che lo allontana è Di Pietro) e una dozzina di inchieste, Ercole Incalza, nonostante la pensione, continua a guidare, come consulente esterno, la struttura tecnica di missione della cosiddette Grandi Opere, organismo del ministero delle Infrastrutture che, ripreso il potere che gli aveva sottratto Balducci con una struttura concorrente, decide la sorte di miliardi di fondi pubblici, segue la progettazione e l’approvazione delle grandi opere.
II nome di Incalza è spuntato nell’inchiesta G8, nelle intercettazioni sul Mose e sull’Expo, è indagato per la Tav di Firenze (associazione a delinquere finalizzata a corruzione e abuso).
A luglio 2014 i Cinque stelle avevano fatto un’interrogazione alla Camera.
Il ministro Lupi aveva difeso fino alla morte l’integrità e le capacità professionali di Incalza. Intanto il figlio lavorava già per una sua società .
Il cuore dell’inchiesta.
Il gip Angelo Pezzuti affronta in 268 pagine e 19 capitoli tutte le singole accuse mettendo insieme intercettazioni, testimonianze e accertamenti bancari.
E individua proprio nella legge il principale alleato dell’oggetto dell’inchiesta: nel 2001, per snellire i tempi di realizzazione delle opere pubbliche, il governo decise che il general contractor era anche il direttore dei lavori.
L’inchiesta prende il nome “Sistema” dalla Green Field System srl, società affidataria di numerosi dietro la quale ci sarebbero lo steso Incalza e il costruttore Stefano Perotti.
Il “modus operandi” è fondato, scrive il gip, sui “reciproci rapporti di interesse illecito” tra gli indagati.
Le società consortili aggiudicatarie degli appalti delle Grandi Opere sarebbero state indotte da Ercole Incalza – capo della struttura di missione competente sulle Grandi Opere – a conferire all’imprenditore Stefano Perotti, o a professionisti e società a lui riconducibili, incarichi di progettazione e direzione di lavori “garantendo di fatto il superamento degli ostacoli burocratico-amministrativi”.
In cambio Perotti avrebbe assicurato l’affidamento di incarichi di consulenza o tecnici a soggetti indicati dallo stesso Incalza, destinatario di incarichi “lautamente retribuiti” conferiti dalla Green Field System srl, società affidataria di direzioni lavori.
A Francesco Cavallo, sempre secondo l’accusa, veniva riconosciuto da parte di Perotti, tramite società a lui riferibili, una retribuzione mensile di circa 7.000 euro “come compenso per la sua illecita mediazione”.
Perotti, responsabile della società Ingegneria Spm e “figura centrale dell’indagine”, sono stati affidati da diverse società incarichi di direzione lavori per la realizzazione di numerose “Grandi Opere”, ferroviarie e autostradali.
Tra queste figurano l’Alta velocità Milano-Verona, il nodo Tav di Firenze per il sotto attraversamento della città ; l’alta velocità Firenze Bologna, la Genova-Milano, il Terzo Valico di Giovi, l’autostrada Civitavecchia-Orte-Mestre, l’autostrada Reggiolo Rolo-Ferrara, l’autostrada Eas Ejdyer-Emssad in Libia, il nuovo terminal del porto di Olbia.
Perotti avrebbe anche “influito” illecitamente sull’aggiudicazione dei lavori di realizzazione del cosiddetto Palazzo Italia Expo 2015.
La commessa del valore di oltre 25 milioni di euro sarebbe stata pilotata grazie agli stretti rapporti tra Perotti e l’allora manager di Expo 2015 spa Antonio Acerbo, finito ai domiciliari in ottobre. In generale l’inchiesta documenta le relazioni instaurate da Perotti con funzionari delle stazioni appaltanti interessate alle opere in questione, “indotti — si legge nell’ordinanza – ad inserire specifiche clausole nei bandi finalizzate a determinarne l’aggiudicazione”.
Il valore degli appalti affidati a Perotti si aggira sui 25 miliardi (anche la Metro C di Roma). I costi sono lievitati anche del 40 per cento.
“Ercole, Ercolino”.
Ognuno dei 19 capitoli dell’ordinanza ricostruisce l’affidamento di un appalto e la rete di favori e pressioni. Ed è arricchito e supportato da intercettazioni telefoniche. Illuminante per capire il ruolo e il potere di Incalza sono le parole di Giovanni Gaspari, alto dirigente delle Ferrovie dello Stato e consigliere presso il ministero delle Infrastrutture. “Ercolino…è lui che decide i nomi…fa il bello e il cattivo tempo ormai là dentro…è il dominus totale” dice il 25 novembre del 2013.
Dall’altra parte del telefono c’è Giulio Burchi, allora presidente di Italferr Spa e indagato nell’inchiesta di Firenze sulle Grandi Opere. “Come emerge dalle indagini – si legge nell’ordinanza – Incalza dirige con attenzione ogni grande opera, controllandone l’evoluzione in ogni passaggio formale: è lui che predispone le bozze della legge obiettivo, e’ lui che, di anno in anno, individua le grandi opere da finanziare e sceglie quali bloccare e quali mandare avanti, da lui gli appaltatori non possono prescindere”.
E senza il suo intervento, dice Gaspari a Burchi, “al 100% non si muove una foglia, fa sempre tutto lui”.
Il bando di gara per l’incarico di collaborazione temporanea al ministero, poi vinto da Incalza, Gaspari sostiene che quel bando “naturalmente si adatta solo ad Ercolino”. Tra i requisiti c’è che l’incaricato deve aver fatto il capo della struttura tecnica di missione per 10 anni.
“Cioè — osserva Gaspari – solo Incalza. Vabbè…non l’hanno capito che la gente si sta scocciando di tutte queste porcate e prima o poi farà casino”.
La “chiesa” di Perotti.
Alla fine di una lunga trattativa per sbloccare uno dei lavori, Perotti commenta: “Finalmente la chiesa è tornata al centro del villaggio”.
Il gip spiega che si tratta di un proverbio francese che sta a significare “rimettere le cose al loro posto”.
Preoccupati per la legge Madia.
Gli investigatori mettono in evidenza il legame tra Sandro Pacella ed Ercole Incalza dove il primo “funge da segretario, mediatore e consulente del secondo”.
Sono indispensabili l’uno all’altro. Ed entrambi si preoccupano molto a giugno 2014 quando il decreto madia sulla Pubblica amministrazione stabilisce che non è più possibile restare nella pubblica amministrazione, neppure con incarichi di consulenza, dopo la pensione.
Dice Pacella a Incalza: “ Stai lavorando, no? Che cazzo stai a fare, hai visto la norma che hanno fatto? Chi è in pensione non potrà più lavorare ottenendo incarichi dirigenziali o di consulenza per le pubbliche amministrazioni. Questi figli di mignotta stavano ad aspettare apposta perche cosi una volta approvato manco ti danno lo stipendio di quest’anno. Siamo sulla strada…”.
Incalza saprà lavorare. E saprà trovare il modo per restare come consulente.
Le altre utilità .
Sono quelle ricevute — o capitate — a Luca Lupi, il figlio del ministro che pure, come sottolinea il padre, “è laureato con 110 e lode al Politecnico di Milano e forse non avrebbe bisogno di tante raccomandazioni”.
In questo caso è meglio far parlare direttamente il gip.
“Effettivamente — scrive – Stefano Perotti ha procurato degli incarichi di lavoro a Luca Lupi”.
Il 21 ottobre 2014, uno degli indagati, Giulio Burchi, racconta al telefono al dirigente Anas, ing. Massimo Averardi, che Stefano Perotti ha assunto il figlio del ministro Maurizio Lupi.
“Ho visto Perotti l’altro giorno – dice Burchi al telefono – tu sai che lui e il ministro sono più che intimi perchè gli ha assunto anche il figlio, per star sicuro che non mancasse qualche incarico di direzione lavori, siccome ne ha soli 17, glieli hanno contati, ha assunto anche il figlio di Lupi”.
Il primo luglio, sempre Burchi a Averardi: “Ha vinto anche la gara, che ha fatto un ribasso pazzesco, ha vinto anche il nuovo palazzo dell’Eni a San Donato e c’ha quattro giovani ingegneri e sai uno come si chiama? Sai di cognome come si chiama? Un giovane ingegnere neolaureato, Lupi, ma guarda i casi della vita”.
Il gip spiega che “nell’ambito della commessa Eni, Perotti stipulerà un contratto con Giorgio Mor, affidandogli l’incarico di coordinatore del lavoro che, a sua volta, nominerà Luca Lupi” per 2 mila euro al mese.
Il ministro Lupi corregge e dice che sono “1.300”. Luca Lupi sarebbe destinatario anche di un Rolex dal valore di circa 10mila euro come regalo di laurea della famiglia Perotti.
Qualche cosina sarebbe scappata fuori anche per il babbo, ad esempio un vestito sartoriale, regalo, questa volta, di Franco Cavallo (uno dei quattro arrestati).
Abiti di sartoria anche per E.F. membro della segreteria del ministro. In qualche telefonata Perotti e Mor si preoccupano circa l’opportunità di aver assunto il figlio del ministro.
Il gip scrive che “la preoccupazione di Stefano Perotti e Giorgio Mor non è comprensibile al di fuori di uno scenario illecito.
Nulla può impedire a costoro di assumere le persone che vogliono” salvo che la collaborazione “possa essere immaginata quale corrispettivo di qualche utilità fornita da Maurizio Lupi per il tramite di Ettore Incalza”.
Incalza suggeritore di Ncd?.
II legame tra Ercole Incalza e Maurizio Lupi ed in generale con il Nuovo Centro Destra risulta evidente nel messaggio e nella telefonata che il primo ha con una tal Daniela che adopera un telefono intestato al Ministero delle Infrastrutture.
In queste telefonate Incalza afferma di “aver trascorso la notte a redigere il programma di governo che Ncd avrebbe dovuto presentare e di essere in attesa del benestare di Angelino Alfano e di Maurizio Lupi”.
Nell’ordinanza si segnala che “questa Daniela potrebbe essere la stessa persona che il 7 febbraio 2014 ha inviato un sms ad Ercole Incalza avvisandolo del ritorno di un tal Carlea “quello cattivo” che “ha detto che te la farà pagare a te e ad Aiello!!”.
Daniela suggerisce ad Ercole Incalza di allearsi con Aiello.
Illuminante dei rapporti tra Ercole Incalza e Maurizio Lupi è la telefonata del 17 febbraio 2014 in cui il ministro si lamenta di essere stato “abbandonato” e il super-dirigente lo contesta dicendo: “Ma se ti ho pure scritto il programma”.
Il 28 febbraio 2014, sempre al telefono, Lupi ricorda ad Incalza di aver nominato Nencini solo per la “tua sponsorizzazione” e lo prega di invitarlo a “non rompere i c…..”. In altre telefonate Incalza sottolinea come al ministero siano arrivati “due suoi amici socialisti: Umberto Del Basso De Caro e Riccardo Nencini”.
Nencini bolla queste parole come “millantato credito”. Anche perchè il 17 febbraio il governo Letta non era neppure caduto.
Il finanziere del viceministro Nencini. Nella segreteria del viceministro Riccardo Nencini lavora Massimo Romolini, ispettore della Guardia di finanza una volta in servizio presso la procura. Il 6 agosto 2014 lo chiama al telefono Sandro Pacella per avere informazioni circa “quella cosa in procura”.
Romolini lo rinvia al giorno dopo. Quando lo incontrerà in ufficio.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 16th, 2015 Riccardo Fucile
“L’80% DEL GRUPPO ESULTERA’ SE LASCERA’ IL POSTO DA CAPOGRUPPO”…IN POLE POSITION ELIO VITO, GELMINI E CARFAGNA
Renato Brunetta è riuscito nell’impresa di mettere tutti d’accordo: verdiniani, berlusconiani e fittiani.
Tutti, nessuno escluso, sono convinti che l’attuale capogruppo di Forza Italia non debba più stare lì.
“L’80% del gruppo esulterà al momento che lascerà ”, è il refrain a Montecitorio.
Più congeniale una figura come Elio Vito, già capogruppo dal 2001 al 2006, conoscitore dei regolamenti parlamentari come pochi nel Palazzo.
Un ritorno al passato, quello di Vito, che certamente vanterebbe un largo consenso riuscendo in questo modo a mediare fra le svariate anime di Forza Italia, in queste settimane più balcanizzate del solito.
“Sarebbe molto bravo Elio Vito — sottolinea Maurizio Bianconi — perchè è uno che conosce le dinamiche parlamentari”. Altrimenti, chi? Gli altri nomi che circolano con insistenza sono quelli di Maria Stella Gelmini, oggi vicecapogruppo vicario, o della zarina Mara Carfagna.
L’outsider, invece, si chiama Saverio Romano, che però si porta sulla spalle una croce: essere uno dei fedelissimi di Raffaele Fitto.
A ogni modo il boccino resta in mano a Silvio Berlusconi, tornato a occuparsi a tempo pieno del partito e delle regionali, dopo l’assoluzione nel processo Ruby.
Ma l’ex Cavaliere starebbe resistendo alle sirene interne che chiedono un cambio ai vertici del gruppo di Montecitorio.
Di certo, nel faccia a faccia tra l’ex premier e il plenipotenziario Denis Verdini, quest’ultimo ha insistito sulla necessità di votare un nuovo capogruppo alla Camera per verificare se Brunetta ha i numeri e il consenso.
Troppo barricadera la linea assunta dall’attuale capogruppo forzista, “il suo approccio professorale — è l’accusa delle truppe di Verdini — non porta da nessuna parte: non è affatto diplomatico”.
E ancora nel documento firmato da 17 parlamentari prima del voto sulle riforme, ribattezzato come un documento verdiniano ma che aveva al suo interno anche deputati come Laura Ravetto e Luca Squeri, uno dei punti aveva come obiettivo Brunetta: “Siamo altresì persuasi — si legge — che la conduzione del nostro gruppo parlamentare mostri quotidianamente un deficit di democrazia, partecipazione e organizzazione… Come dimostra questo documento il gruppo non nè unito nè persuaso nella linea che è stata scelta”.
A confermare questa tesi lo dice senza peli sulla lingua il toscano Maurizio Bianconi: “Il ruolo di capogruppo non esattamente il suo mestiere: è come se mettessero me a fare il sottosegretario all’Istruzione”.
La maggioranza del gruppo, che comprende svariati big del partito di Berlusconi — da Gelmini a Fitto, passando per Carfagna e Verdini — lamenta una gestione autoritaria e, allo stesso tempo, “invasiva” da parte di Brunetta perchè “ha una impostazione tecnica e non politica e le scelte non vengono concertate”.
A partire dalla gestione editoriale e contenutistica del Mattinale.
L’house organ del gruppo parlamentare a Montecitorio è semplicemente il risultato dei suoi “famigerati” briefing mattutini con il suo staff.
Nessuna riunione e nessun confronto con gli altri esponenti di piazza San Lorenzo in Lucina. E questa cosa non va proprio giù ai colleghi di partito, tanto che uno di questi chiedendo l’anonimato suggerisce a ilfattoquotidiano.it di “verificare sul sito dell’ufficio brevetti e marchi del ministero dello Sviluppo economico la registrazione del marchio il Mattinale”, che dopo attente verifiche risulta un marchio di proprietà proprio di Brunetta.
Peccato che sulla homepage dell’house organ campeggi in bella mostra la scritta “a cura del gruppo Forza Italia alla Camera”.
Un’ulteriore arma che i detrattori di Brunetta useranno quando si tratterà di verificare il consenso dell’attuale capogruppo forzista.
Giuseppe Alberto Falci
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 16th, 2015 Riccardo Fucile
IN PORTOGALLO AI PROF IL 40% IN PIU’…E SIAMO ALL’ULTIMO POSTO IN EUROPA PER LA SPESA PUBBLICA PER L’ISTRUZIONE, PEGGIO DI NOI NESSUNO
Il punto di partenza è: l’Italia è all’ultimo posto in Europa per la spesa pubblica dedicata all’istruzione.
Solo il 9,05% del totale.
Peggio di noi nessuno. La media Ue è del 10,84. Spagna, Bulgaria, Polonia, Slovenia, Portogallo sono sopra.
Noi, i meno «spendaccioni», siamo superati da Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania.
Eppure, il nostro Pil permetterebbe di investire qualche soldo in più nella scuola. Invece, per la formazione dei nostri studenti ci limitiamo a destinarne appena il 4,70%.
La media Ue è del 5,44 e, per avere un’idea, l’Irlanda per l’istruzione ne usa il 6,50, la Svezia il 7,26, la Danimarca l’8,72.
Ecco perchè i nostri prof sono tra i meno pagati d’Europa.
Secondo la relazione della Rete Eurydice commissionata dalla Commissione europea, lo stipendio di una maestra italiana della primaria a inizio carriera non arriva ai 23 mila euro lordi annui (22.903): a fine carriera diventeranno 33.740.
In base al potere di acquisto di ogni singolo Paese, l’Ocse ha calcolato che quelle retribuzioni iniziali e finali sono rispettivamente di 28.907 e 42.567 dollari.
E ancora: la media Ue, secondo i calcoli rielaborati dalla Uil Scuola, è di 26.212 euro alla partenza che diventano 43.416 alla fine: «Le retribuzioni dei docenti italiani – sottolinea la ricerca – hanno uno spread che parte dai 4 mila euro annui all’inizio della carriera per arrivare ai 10 mila alla fine».
E questo solo per la scuola primaria.
Un professore laureato che insegna in un liceo italiano dal primo anno guadagna meno di 25 mila euro lordi l’anno (24.669): dopo 35 anni va in pensione con 38.745 euro (lordi). Il suo omologo in Portogallo parte con 21.261 euro lordi e arriva ai 43.285.
Ma, sempre secondo l’Ocse, quella cifra per il prof portoghese vale oltre 60 mila dollari, cioè il 20% in più rispetto al suo collega italiano, il 40% se si fa il confronto tra gli insegnanti delle elementari dei due Paesi (in Portogallo non c’è differenza di stipendio da un ciclo all’altro).
Una percentuale che sale ancora se guardiamo la busta paga di un prof di una superiore irlandese – 68.391 dollari a fine carriera -, per non parlare di un tedesco: 77.628 dollari (di potere d’acquisto) dopo 28 anni in cattedra.
E sì che gli insegnanti italiani sono tra quelli che trascorrono più ore in classe: la media Ue per un maestro elementare è di 19,6 ore settimanali, per un italiano sono 22, come gli irlandesi.
Ci superano francesi (24), spagnoli e portoghesi (25). I maestri tedeschi restano a scuola meno: 20 ore a settimana.
Come alle superiori: 18 ore per un italiano (e un tedesco) contro una media di 16,3. In Francia, sono 14.
E meno male che ci sono gli scatti di anzianità . Li hanno tutti i maestri e prof d’Europa, svedesi esclusi.
In Italia, per ora, sono l’unico modo per avere un aumento di stipendio ogni 9, 15, 21, 28, 35 anni.
Con la riforma della Buona scuola il governo voleva toglierli o farli pesare meno sulla busta paga, appena il 30%, preferendo gli scatti di merito.
C’è stata una sollevazione e i sindacati hanno portato a Palazzo Chigi migliaia di firme contrarie.
Il disegno di legge appena approvato dal Consiglio dei ministri ci ha ripensato: gli scatti restano.
Questo perchè come dice il premier Matteo Renzi, «basta pensare agli insegnanti come l’ultimo grado della scala sociale sono la nostra più grande risorsa a cui affidiamo l’educazione dei nostri figli».
Per quello li paghiamo di meno?
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Marzo 16th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LE PROMESSE, TAGLIATI FUORI DAL GOVERNO 70.000 PRECARI: “IL NOSTRO FUTURO E’ SVANITO NEL NULLA”…QUELLI CHE RESTANO A CASA SARANNO IL TRIPLO DEGLI ASSUNTI
Quando il premier, la sera a Palazzo Chigi, ha detto: «Io sono un leader e un leader fa delle scelte», Claudia Pinna, 41 anni, ricercatrice microbiologa di Sassari, ha smesso di respirare. Alcuni secondi.
«Ho scoperto che gli idonei non erano più previsti nelle assunzioni degli insegnanti e tutto è diventato una nuvola. I programmi per il futuro, il mutuo per accedere alla casa, l’idea di un altro figlio».
Nel vortice delle anticipazioni si era già detto: Renzi vuole distinguere tra vincitori residui del concorso 2012 (1.700) e idonei (8.300). Poi è arrivata la conferma, a Palazzo Chigi: la stabilizzazione dei centomila precari non prevedeva gli idonei.
«Chi è fuori è fuori, ciao ciao». Ha detto così il premier, mentre argomentava.
Il piano straordinario della Buona scuola assume centomila aspiranti e ne lascia a terra 520 mila, distribuiti nelle tre fasce di riferimento: Gae, poi prima e seconda d’istituto. L’ultimo aggiornamento ufficiale – e il non avere ancora presentato un censimento definitivo è grave colpa del ministero dell’Istruzione – dice che gli iscritti alle Graduatorie a esaurimento (che Renzi vuole sopprimere) sono 125.700. Bene, 99 mila entreranno in ruolo, se il piano regge al passaggio parlamentare, il 1° settembre e per 27 mila insegnanti di scuola materna dovrebbe arrivare l’assunzione subito dopo attraverso la legge delega e il provvedimento “asili 0-6 anni”.
Con questo schema le graduatorie di prima fascia (Gae, appunto) andranno a sparire davvero.
Ma le incrostazioni scolastiche hanno reso il sistema complesso, doloroso, e le scelte del premier – molte maturate solo nelle ultime ore – quel dolore l’hanno allargato. L’aggiornamento della seconda fascia delle graduatorie d’istituto (gli abilitati non inseriti nelle Gae) certifica 130.000 ospiti.
Bene, i sindacati dicono che di questi 70 mila oggi sono in classe come supplenti annuali. Il Miur scende a 30 mila.
Di sicuro, le scelte di Renzi non solo non permettono di assumere definitivamente questi “supplenti lunghi”, ma di fatto li licenziano.
Se poi si scende di categoria e si va a cercare nella terza fascia (i non abilitati-laureati) si scopre che lì ci sono 337.458 iscritti.
Il ddl li lascia tutti a casa.
Solo gli iscritti alle supplenze annuali – iscritti, la maggior parte poi non le ha ottenute – sono 460 mila.
Tolti i centomila assunti al prossimo primo settembre, fuori resta un numero enorme: 360 mila aspiranti docenti.
«Più del triplo di quelli assunti», dicono i sindacati.
Servirebbero sei concorsi da 60 mila vincitori ciascuno per assorbirli: diciott’anni di concorsi.
È vero che in quel mare che sono le “graduatorie d’istituto” ci sono laureati con poche ore di insegnamento, altri che hanno trovato un lavoro diverso, una marea di insegnanti mal pagati delle private.
Ma ci sono anche 22 mila abilitati con i tirocini Tfa, 60 mila usciti dai percorsi Pas, 55 mila diplomati magistrali, quelli delle ex Siss che hanno fatto un esame con valore di concorso.
Le scelte del leader toglieranno questo lavoro – l’insegnamento – a capaci e no, a esperti e neofiti, senza le raffinate distinzioni che in partenza erano state promesse. E sulla scuola si abbatterà una valanga di ricorsi di dimensioni mai viste.
«Mi piaceva l’idea di entrare a far parte di una cosa in cui credevo, la scuola a me piace molto», si legge nei gruppi facebook.
Un follower figlio del Tfa scrive: «Abilitati di stato trattati come carta straccia, proletariato scolastico ».
Angelo Palumbo, 42 anni, di Napoli, laureato in lettere moderne, è un delegato degli 8.300 idonei del concorsone 2012.
Dice: «Siamo stati pugnalati alle spalle. Abbiamo aspettato tredici anni per il concorso, l’abbiamo vinto. Eravamo dentro il decreto legge con la dicitura idonei, voluti dal ministro. Abbiamo partecipato alla grande festa del Pd e ora non c’è più traccia di noi».
Class-action, Tar e tribunali del lavoro. Adesioni a scioperi già proclamati da altri.
C’è chi – oggi fuori dall’insegnamento – contro la “Buona scuola” annuncia lo sciopero della fame.
Corrado Zunino
(da “La Repubblica”)
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