Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
LETTERA APERTA DELL’EX BATTISTA AI DISSIDENTI: “CREIAMO UN GRUPPO CON SEL”
Le loro strade si sono separate, ora potrebbero nuovamente convergere.
L’appello di Lorenzo Battista, senatore ex Movimento 5 Stelle, arriva sotto forma di una lettera aperta pubblicata su Facebook.
I destinatari sono i colleghi senatori che come lui, entrati in Parlamento grazie al movimento di Beppe Grillo, ne sono usciti per dissidi con il leader.
Battista, oggi membro del gruppo Gal per le autonomie, invita gli ex M5S a fare un ragionamento pregno di realpolitik, in quel ramo del Parlamento dove la maggioranza del premier Renzi è più risicata ed esposta alle intemperie politiche.
L’idea è di proporsi come stampella del governo, attraverso la creazione di un gruppo parlamentare grazie alla fusione con Sel “con un’eventuale richiesta di un dicastero la cui direzione potrebbe anche essere ricoperta da un tecnico”.
Più che 2.0, la manovra di Battista ha tutti i tratti della politica vecchio stampo.
Una mossa da parlamentare navigato che ha consumato le suole delle scarpe tra i corridoi di Palazzo Madama.
Ma mentre il deputato ex M5S Walter Rizzetto scende in piazza a Venezia con la destra di Giorgia Meloni, il senatore Battista guarda da tutt’altra parte: “Alcuni di voi manifestano spesso e volentieri una simpatia per le politiche di sinistra, apprezzamenti per quanto sta facendo Alexis Tsipras, o consensi per le dichiarazioni di esponenti sindacali. Votate praticamente sempre in linea con la componente SEL che conta 7 membri”.
“Le espulsioni e gli abbandoni dal M5S hanno causato l’ingresso nel gruppo Misto che ora – ricorda Battista – conta ben 29 senatori. Credo siate ben consapevoli della sua gestione e delle difficoltà che avete nel supporto delle vostre attività . Si dovrebbero mettere da parte alcuni dissidi che si sono venuti a creare, e costituire un gruppo al Senato. Ritengo che si potrebbero superare le difficoltà che si sono presentate. Se ognuno facesse un piccolo passo indietro e riuscisse a rinunciare alle proprie ostinazioni ideologiche, l’obiettivo sarebbe alla portata di tutti”.
“Un’eventuale costituzione di un gruppo parlamentare – è sempre Battista – troverebbe modo di dimostrare cosa si è capaci di fare e quindi dovrebbe essere un gruppo che si potrebbe anche proporre come forza di maggioranza e come tale forza di governo”. “Sarebbe possibile arrivare al traguardo di una migliore collocazione e per questo mi permetto di segnalarvi 3 percorsi:
1) Costituzione di un gruppo che ambisce a entrare in maggioranza con un’eventuale richiesta di avere un dicastero la cui direzione potrebbe anche essere ricoperta da un tecnico. Si è responsabili delle linee politiche di quel ministero.
2) Al fine di superare le difficoltà per una stesura di un programma politico, ogni componente potrebbe presentare un punto di programma per ogni commissione e iniziare una trattativa per chiedere che questi punti vengano inseriti nell’agenda del governo o in quella parlamentare”.
3) Il terzo punto guarda oltre e potrebbe andare ‘a beneficio’ di un’altra forza politica: “Alcuni di voi manifestano spesso e volentieri una simpatia per le politiche di sinistra, apprezzamenti per quanto sta facendo Alexis Tsipras, o consensi per le dichiarazioni di esponenti sindacali. Votate praticamente sempre in linea con la componente SEL che conta 7 membri. Penso che dobbiate avere il tempismo politico di agire adesso, non rimandare all’infinito una vostra scelta di campo in attesa che qualcuno si schieri. Non si può fare politica nell’attesa che qualcuno scenda in campo ma si deve cercare di usare al meglio chi è impegnato in questo momento cioè Voi stessi. Basta – esemplifica – che 3 di voi chiedano di aderire a SEL, anche in un’ottica di un eventuale rinnovamento partitico e costituire quindi un gruppo SEL al Senato. In questo modo potreste raggiungere un duplice risultato: confluire in un gruppo omogeneo e dare la possibilità al gruppo misto di strutturarsi con una composizione maggiormente rappresentativa della eterogeneità del misto”.
Primo sì.
“Condivido la genesi della riflessione di Lorenzo Battista: è arrivato il momento di riflettere sul punto a cui siamo arrivati e di mettere da parte le divisioni che hanno contraddistinto le diverse posizioni personali che ognuno di noi ha per vedere dove vogliamo andare”.
Lo dice il senatore, ex M5s, Luis Alberto Orellana, commentando la lettera aperta di Lorenzo Battista sulla necessità di ‘sbloccare’ l’attività politica degli espulsi e fuoriusciti del M5s che ora siedono nel gruppo Misto del Senato.
“Spero che questa lettera sia uno stimolo che riporti il dibattito tra di noi. Spero che ne parleremo almeno con lui anche per capire la genesi di questa iniziativa. Stiamo rientrando tutti e tra stasera e domani sarebbe auspicabile un confronto”, conclude.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
IL NAZIONALE PONE TRE CONDIZIONI CHE SONO UN CEDIMENTO AL SINDACO DI VERONA: LA SUA LISTA FA PAURA AL “SISTEMAMOGLI” E AL DANDY DI CONEGLIANO
Matteo il bullo (quello padagno) doveva oggi ratificare l’espulsione del sindaco di Verona, Flavio Tosi,
ma la riunione iniziata alle 15,30 in via Bellerio è stata all’insegna della imminente crisi di nervi.
E’ stato il sondaggista di fiducia Amadori a far cambiare parere al plotone di esecuzione presieduto da Bossi e a rovinare la digestione a molti: un sondaggio sulle regionali con Tosi in campo vedrebbe, oggi come oggi, Zaia al 40% (aveva il 45% fino a pochi giorni fa), la Moretti in paurosa crescita al 35% (aveva il 30%) e Tosi tra i 5% e il 10% in crescita.
A due mesi dalla elezioni, il 5% è nulla, considerando che la Moretti ha finora coperto solo il 50% degli oltre 500 paesi della regione, che Forza Italia potrebbe giocare qualche scherzo, che in 60 giorni Tosi potrebbe fare altri danni e che una presenza pesante di Renzi negli ultimi giorni potrebbe far crescere ancora il consenso per il centrosinistra.
Come aveva ipotizzato Maroni, “non vi rendete conto che qua si rischia di perdere il Veneto”, con un crollo tragico di immagine.
Di fronte a uno Zaia più pallido del solito e a un Salvini che non ne ha azzeccata una, si elabora una strategia: rinviare ogni decisione di 24 ore e proporre a Tosi tre condizioni che in realtà sembrano più concessioni che altro.
Non ci dovrà essere alcuna lista a suo nome alle regionali venete, il sindaco di Verona dovrà garantire altresì che non presenterà la sua Fondazione ‘Ricostruiamo il Paese’ in nessun luogo alle prossime amministrative, chiari sintomi di crisi nervosa.
E poi la retromarcia: la lista della Liga veneta sarà decisa dal direttivo nazionale veneto (guidato dallo stesso Tosi) ma i nomi dovranno passare il vaglio del commissario ad hoc Gianpaolo Dozzo per la ratifica.
Soluzione prevista dallo statuto ma che fino a ieri era negata.
Non solo: al governatore Luca Zaia sarà concesso di presentare una lista a suo nome, ma dovrà trattarsi di una civica vera, senza candidati iscritti alla Lega (in origine Zaia puntava molto a piazzarci amici suoi).
Ora si attende che Tosi si esprima su questa proposta: tutto dipende da quanto uomini di fiducia gli verrebbero garantiti nella lista ufficiale della Lega.
Se è una trappola non ci starà , ormai è evidente, lo ha ribadito ancora poche ore fa: non baratto la mia dignità per un compromesso al ribasso, le liste le decide la Liga veneta.
Quel che è certo è che oggi qualcuno ha abbassato la cresta.
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
ARIA DI REGIME: SARA’ IL GOVERNO A NOMINARE UN SUPERMANAGER, CHI VINCE LE ELEZIONI PRENDE IL CONTROLLO DELLA RAI… MA UN ANNO FA DICEVA: “MAI PIU’ NOMINE POLITICHE”
I partiti che oggi lottizzano e si spartiscono fino all’ultima poltrona i posti disponibili in Rai? Tutti fuori.
O meglio, tutti fuori tranne uno: quello del premier.
Il piano messo a punto dal governo per riformare la tv pubblica sembra portare in questa direzione.
Matteo Renzi, scrive La Repubblica, immagina una Rai guidata da “un vero amministratore delegato, con poteri ampi, come in qualunque azienda privata”.
Una soluzione che, nella lettura che ne dà il quotidiano romano, porterebbe a “rottamare l’attuale gestione mista Cda-direttore generale, nel tentativo di allontanare i partiti dall’amministrazione diretta dell’azienda”.
Tutto molto bello, ma la soluzione pensata da Palazzo Chigi solleva il dubbio che la medicina possa essere più pericolosa del male: il supermanager verrebbe nominato dal governo, che in questo modo prenderebbe il controllo della tv pubblica.
Eppure non è passato troppo tempo dal 19 maggio dello scorso anno, quando in un’intervista a Piazzapulita Renzi sentenziava: “I partiti hanno già messo troppo bocca sulla Rai. Io invece non metterò mai il mio partito nelle condizioni di prendere decisioni sulla Rai”.
Dopo il riordino dei tg contenuto nel piano Gubitosi, Palazzo Chigi è al lavoro per riformare la governance in direzione di una maggiore razionalità aziendale.
In base al piano in discussione, il supermanager ipotizzato dall’esecutivo risponderà in prima persona dei risultati conseguiti: “L’importante — è il virgolettato attribuito dal quotidiano romano a Renzi — è affidare a un amministratore la responsabilità di guidare l’azienda senza continuamente mediare con il Cda sulle scelte operative. Se non porta risultati viene cacciato via, ma deve poter decidere come fanno tutti i manager”.
Una rivoluzione, per l’azienda televisiva di Stato: il premier immagina per il colosso televisivo pubblico, primo produttore culturale del Paese, una gestione aziendale, quindi razionale e quindi produttiva, lontana dalle logiche spartitorie che hanno dettato la sua gestione nei decenni passati. Fin qui tutto bene, anzi benissimo.
Il problema nasce nel momento in cui si va a vedere chi dovrebbe nominare il supermanager: secondo il quotidiano di via Cristoforo Colombo, a sceglierlo dovrà essere il governo.
Stop alla lottizzazione, quindi: in pratica, se andrà in porto la riforma immaginata da Renzi, il partito che vincerà le elezioni si prenderà la Rai, nominando un amministratore delegato che avrà il ruolo di plenipotenziario, braccio armato dell’esecutivo nella gestione della tv pubblica.
Chi controllerà il supermanager?
A Palazzo Chigi se ne discute ancora e le idee non sono ancora molto chiare.
Se il Movimento 5 Stelle chiede di rinunciare alla Commissione di Vigilanza, il premier è di parere opposto: sarebbe inutile, suggerisce La Repubblica, cancellare la Vigilanza se poi le linee di indirizzo del servizio pubblico vengono affidate a un organismo parlamentare, quindi lottizzabile.
Anzi, in base al disegno del governo, alla commissione sarà anche tolto il potere, conferitole dalla legge Gasparri, di indicare i nomi dei 9 componenti del Consiglio di amministrazione.
Chi li nominerà , quindi?
Anche su questo punto Renzi non ha ancora deciso.
Ma qui le cose si complicano. Le possibilità in campo sono due: potrebbe nascere un “Consiglio di sorveglianza” i cui membri sarebbero nominati da governo e Agcom, che a sua volta sceglierebbe i componenti del Cda (ridotto da 9 a 5 membri, come chiede il M5S); oppure la scelta dei membri del consiglio di amministrazione potrebbe essere affidata al Parlamento, con la rosa dei nomi che verrebbe indicata da “soggetti esterni come l’Agcom, la Conferenza Stato-Regioni, il Consiglio dei rettori, la Corte Costituzionale“.
Ma la possibilità non convince Renzi perchè cadrebbe la distinzione tra gestione (affidata al cda) e controllo (che dovrebbe essere esercitato dalle Camere).
Renzi, evidentemente, ha cambiato idea.
“Fuori i partiti dalla Rai, mai più nomine politiche”, tuonava il premier il 19 maggio 2014 a Piazzapulita – non ho mai incontrato il presidente della Rai nè il direttore generale, perchè in passato i partiti hanno già messo troppo bocca sulla Rai. Io invece non metterò mai il mio partito nelle condizioni di prendere decisioni sulla Rai”.
Solo due giorni prima, parlando ai militanti del Partito Democratico durante il pranzo popolare a Sassuolo in sostegno del candidato sindaco del centrosinistra Claudio Pistoni, il premier scandiva: “La Rai è nostra, è di tutti i cittadini, non è dei partiti e noi del Pd ne siamo fuori“.
Un campanello d’allarme lo aveva fatto suonare Milena Gabanelli.
Il 26 febbraio la conduttrice di Report aveva illustrato sul Corriere della Sera la sua idea di riforma della Rai, ipotizzando per il servizio pubblico radiotelevisivo un governo dei “migliori” sul modello della Bbc (di cui aveva parlato lo stesso Renzi a giugno, ipotizzando la sostituzione della Commissione di Vigilanza con una Fondazione rappresentativa dei cittadini che pagano il canone), dove “tutti coloro che hanno cariche operative hanno avuto una importante esperienza televisiva di successo, e quindi sanno di cosa parlano quando devono valutare la nomina del Direttore Generale”.
Intervistata dal Fatto Quotidiano il giorno successivo, la giornalista metteva in guardia: “Se è Renzi a scegliere ‘i migliori’, siamo fuori strada. Vuol dire che non ha letto come funziona il modello a cui tutti dicono di volersi ispirare”.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
BERLUSCONI DICE DI VOTARE NO, I VERDINIANI POTREBBERO ASTENERSI E ALTRI VOTARE SI’
Il voto finale alla Camera della riforma costituzionale previsto per domani spacca Forza Italia. 
I verdiniani potrebbero astenersi, Gianfranco Rotondi (deputato di Fi) annuncia il suo ‘Sì’: “Non ci devono essere discipline di partito, nonostante lo sgarbo di Renzi, va votata per il bene del Paese, questa è una scelta coraggiosa”.
Decisione in totale contrasto alla linea sancita da Silvio Berlusconi di bocciare il “pasticcio del governo”.
“A dispetto di quello che si dice Berlusconi è un vero democratico, non ci sarà nessun contrasto, i parlamentari sono liberi di decidere secondo coscienza, accidentalmente potremmo essere la maggioranza a votare a favore“.
Il “no” di Silvio Berlusconi riavvicina invece l’ala fittiana del partito.
“Voteremo contro, è una scelta conseguente all’arroganza di questo governo, oggi prevale il nostro dna, abbiamo contribuito fino ad un certo punto, anche se alcune cose non erano gradite, per uno spirito costruttivo che ormai è sfumato — afferma il deputato Francesco Paolo Sisto — chi è causa del suo mal pianga se stesso, oggi Renzi piange le conseguenze delle sue scelte”.
E sulle eventuali defezioni di domani, replica: “Il voto avrà ripercussioni sulla riforma non sul partito, non ci sarà una spaccatura endemica, discutiamo ma il mantra è l’unione, non bisogna indebolire il centro-destra, non si metterà in discussione la leadership di Berlusconi”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
DOMANI IL VOTO SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE, MARGINE DI 60 VOTI… COME AL SOLITO LA MINORANZA PD NON AVRA’ IL CORAGGIO DI ROMPERE E VERDINI FARA’ DA RUOTA DI SCORTA
“Fuori torna a splendere il sole. Ma uscire di casa e mettersi in cammino dipende solo da noi”. Prende in prestito il meteo, Matteo Renzi per lanciare un avvertimento a tutti, a Berlusconi, ma soprattutto al Pd.
Formula prescelta, la E-news. La settimana si preannuncia complicata: domani l’Aula della Camera deve dare il voto finale alla riforma costituzionale.
Una votazione posticipata, date le tensioni che ne hanno accompagnato il passaggio a Montecitorio, con le opposizioni fuori dall’Aula, e la maggioranza che si votava da sola il cambio della Costituzione.
Ieri Berlusconi ha chiarito la sua posizione.
Stavolta Forza Italia non uscirà , ma dirà no.
A sancire che il Patto del Nazareno è morto e non è possibile resuscitarlo, nonostante i tentativi dei renziani. “Ci avevamo creduto fino in fondo, ma è stato Renzi a tradire”, chiarisce B.
E allora, per l’ex Cavaliere, sedotto e abbandonato, le Regionali sono il momento per far ripartire una coalizione di centrodestra con la Lega.
Perentorio Salvini: “Se FI vota contro, come normale, poi ragioniamo fra opposizioni”.
Succede quello che il premier, stringendo alleanza con l’amico Silvio, voleva evitare: la minoranza Pd diventa determinante.
Non a caso il vicesegretario Guerini si preoccupa di dire a B. che sta facendo “un errore politico”.
Il premier aveva già in programma la E-news di ieri, ma l’ha tarata dopo le parole dell’ex Cavaliere.
Il metodo è il consueto. Renzi parte sottolineando la ripresa del quadro economico per sfidare chiunque a prendersi la responsabilità di non far passare le riforme.
E poi, referendum, l’ultima parola d’ordine tirata fuori una volta chiarito che cambiare la Carta a grande maggioranza (come lo stesso premier aveva sbandierato per mesi) è un miraggio ormai sfumato: “Puntiamo al referendum finale (perchè per noi decidono i cittadini, con buona pace di chi ci accusa di atteggiamento autoritario)”.
Nessuna concessione sull’Italicum. Manca l’ultima lettura alla Camera. E non si cambia. Nonostante le barricate annunciate dalla minoranza dem.
Annunciate, appunto. Bersani, D’Attorre, Gotor & co. stanno dicendo ormai da mesi che la legge elettorale così com’è non la voteranno.
Manterranno la promessa? C’è tempo fino a maggio, quando arriverà nell’Aula di Montecitorio, per capirlo.
Anche il cammino della riforma costituzionale potrebbe essere molto accidentato in Senato, dove senza FI il Pd tutto è determinante.
Se ne parla sempre a maggio. I prossimi passaggi di riforma costituzionale e Italicum a questo punto saranno dopo le Regionali.
Evidentemente una scelta: Renzi spera che i risultati diano un’altra botta a tutti gli oppositori interni e esterni.
Ma in realtà , anche il voto di domani a Montecitorio non è così liscio: la maggioranza può contare su 375 voti (poi ci sono una trentina di deputati iscritti ai vari gruppi misti).
Questo vuol dire che con una sessantina di voti contrari dal Pd la riforma inizierebbe a vacillare. Basterebbero 60 assenti o 60 astenuti visto che servono 316 voti, la maggioranza assoluta dell’Assemblea (non dei presenti).
Nessuno tra i renziani crede davvero che questo accadrà . E poi si spera nel soccorso di qualche parlamentare azzurro, garantito da Verdini.
Le minoranze fanno il punto stasera per capire come comportarsi domani in Aula.
L’idea è quella di trovare una strategia per esprimere dissenso. Senza prendersi la responsabilità di affossare l’iter delle riforme. Perfetto stile di questi mesi.
Intanto, stamattina da segretario ha convocato i gruppi al Nazareno: appuntamento alle 10. Alla riunione precedente, il 27 febbraio non c’era praticamente nessuno. Sarà un altro flop?
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
SECONDO UN REPORTAGE DEL WASHINGTON POST DIVISIONI E CORRENTI INTERNE TRA LOCALI E FOREIGN FIGHTERS STANNO MINANDO IL PROGETTO
A fiaccare la forza distruttiva dell’Isis potrebbero essere i mal di pancia e le divisioni interne, i dissidi tra
diverse fazioni e minoranze.
Lo suggerisce un reportage del Washington Post, che per la prima volta fotografa le divisioni e le correnti intestine che minano la solidità del progetto del sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi.
Lo Stato islamico, in sostanza, starebbe cominciando a logorarsi anche dall’interno, come mostrano le testimonianze di defezione e dissenso che starebbero logorando l’aura di invincibilità del Califfato.
“La tensione è provocata dal dissenso tra i miliziani locali e i foreign fighter, i volontari stranieri, ma anche dagli infruttuosi tentativi di reclutare cittadini pronti ad andare sulla linea del fronte”, scrive il quotidiano.
Il risultato è che al momento “la maggiore minaccia alla capacità dello Stato Islamico di perdurare sembra arrivare dall’interno, poichè le sue grandiose promesse non collidono con la realtà sul terreno”, ha raccontato al quotidiano l’analista, Lina Khatib, alla guida del Carnegie Middle East Center a Beirut.
Le sconfitte sul campo di battaglia starebbero anche erodendo la capacità dell’Isis di arruolare la popolazione locale che solo pochi mesi fa aveva sostenuto la causa dei jihadisti a fronte della possibilità di avere uno stipendio.
Per questa ragione l’organizzazione terroristica starebbe reclutando un numero crescente di bambini, più vulnerabili alla propaganda del gruppo.
“La principale sfida che oggi l’Isis deve affrontare è più interna che esterna”, ha detto al Wp Lina Khatib.
“Stiamo assistendo a un crollo del principale cardine dell’ideologia dell’Isis, ossia unire persone di origine diversa sotto il califfato. Questo non avviene sul terreno. E li sta rendendo meno efficaci nell’azione di governo così come nelle operazioni militari”.
Il segno più forte di attrito è la tensione tra i foreign fighter e i miliziani locali, sempre più risentiti dal trattamento preferenziale riservato agli stranieri, pagati di più e con migliori condizioni di vita: ai foreign fighter viene permesso di vivere nelle città (dove i raid della coalizione sono abbastanza rari per il timore che vengano colpiti i civili), mentre ai siriani tocca stare negli avamposti rurali, più vulnerabili, ha raccontato al quotidiano un attivista che vice nella città di Abu Kamal, al confine tra Siria e Iraq.
La tensione è tale che ci sono state anche sparatorie in strada, come la scorsa settimana quando alcuni foreign fighter e un gruppo di siriani hanno incrociato le armi perchè questi ultimi avevano disobbedito all’ordine di un comandante kuwaitiano, rifiutandosi di andare sulla linea del fronte con l’Iraq.
E non è stato l’unico episodio di questo tipo: a gennaio a Ramadi, in Iraq, un gruppo di locali si è scontrato con un altro, composto soprattutto di ceceni, dopo che questi ultimi avevano deciso di tornare in Siria.
Ci sono infatti segnali che i jihadisti stranieri, sempre più disillusi, cercano di tornarsene a casa: alcuni attivisti nelle provincie siriane di Deir al-Zour e Raqqa hanno raccontato di tentativi di varcare il confine con la Siria.
A febbraio nella città di Tabqa, nella provincia di Raqqa, vennero ritrovati i corpi di 30/40 uomini, la gran parte dai tratti asiatici: secondo attivisti locali, erano proprio jihadisti che stavano cercando di scappare e invece sono stati catturati.
Non a caso nelle ultime settimane, nel Califfato, l’Isis ha imposto il divieto ai camion di trasportare uomini senza permesso.
E non solo. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, nelle ultime settimane ci sono state 120 pubbliche esecuzioni di jihadisti: alcuni erano accusati di spionaggio, uno di aver fumato, ma la gran parte sarebbero stati invece solo miliziani che cercavano di fuggire.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
PERSI META’ ELETTORI DI FORZA ITALIA CHE NON LO VEDONO PIU’ COME LEADER DEL CENTRODESTRA… SFONDAMENTO AL SUD? PIU’ FACILE CHE PERDA VOTI AL NORD… IL 43% DEGLI ELETTORI DELLA LEGA TEMONO CHE TOSI POSSA SOTTRARRE MOLTI VOTI A ZAIA
La manifestazione organizzata a Roma dalla Lega contro il governo Renzi ha avuto ampia risonanza mediatica ma, come spesso accade quando si tratta di politica, è stata seguita distrattamente dall’opinione pubblica.
Solo il 16% dichiara di aver seguito con attenzione l’evento, il 35% l’ha fatto superficialmente e il 41% ne ha solo sentito parlare.
La reazione prevalente degli italiani è stata quella del disincanto: quasi un intervistato su due (46%) lo giudica un evento senza importanza, il 19% un fallimento e solo il 14% un successo.
Quest’ultima opinione prevale solo tra gli elettori leghisti, in misura netta (72%).
In realtà la manifestazione, da molti definita «marcia su Roma», ha fatto scalpore perchè sembra aver segnato un netto spostamento a destra della Lega, testimoniato dalla presenza di esponenti e sostenitori di CasaPound .
A questo proposito le opinioni oscillano tra il ridimensionamento e la stigmatizzazione: il 40% pur ritenendo che sarebbe stato meglio evitare questo tipo di manifestazione pensa che non si debbano sopravvalutarne le conseguenze: per il 37% si è trattato di un fatto molto grave da censurare. Solo l’8% lo giudica positivamente (29% tra i leghisti).
Lo scetticismo prevale anche rispetto al possibile «sfondamento» della Lega al Sud dopo la manifestazione di Roma: il 51% pensa che non cambierà molto, il 19% prevede una riduzione dei consensi e il 17% un aumento.
A questo proposito, due terzi dei leghisti si mostrano ottimisti e ritengono che la manifestazione di Roma possa accreditare il partito come la sola alternativa al governo Renzi, favorendo la crescita del consenso al Sud
L’accentuazione del posizionamento politico di destra da parte di Salvini non è privo di conseguenze rispetto alla leadership di una possibile alleanza di centrodestra, in particolare presso l’elettorato più moderato di quest’area. Dopo la manifestazione, solo il 29% degli italiani ritiene che Salvini possa assumere questo ruolo mentre a metà febbraio era di questo parere il 45% degli elettori.
Il calo più vistoso (55%) è tra gli elettori di Forza Italia.
Se prima della manifestazione quasi 9 su 10 si dichiaravano favorevoli alla leadership di Salvini, oggi l’elettorato di FI si mostra profondamente diviso: un terzo si dichiara favorevole, un terzo contrario e un terzo sospende il giudizio.
Il consenso per una sua eventuale leadership diminuisce maggiormente tra le persone meno giovani e meno istruite, i disoccupati, i cattolici praticanti e tra coloro che risiedono nelle regioni del Nord-Est e del Sud e Isole, dove nelle scorse settimane si era registrato un elevato favore per Salvini
Mentre in Veneto, in vista delle Regionali, si acuiscono le tensioni interne: il sindaco di Verona Tosi, in rotta con Salvini, non esclude di candidarsi contro l’attuale governatore leghista Zaia.
Eventualità che per circa un italiano su due (47%) potrebbe danneggiare la Lega, mentre il 17% non ritiene che Zaia ne risentirebbe. Gli elettori leghisti sono divisi: il 44% è ottimista, il 43% paventa un calo di consensi per Zaia.
La strategia di Salvini presenta il duplice rischio della classica «coperta corta»: se accentua la connotazione nazionale e l’interesse per le regioni lontane dalle sue roccaforti tradizionali può aumentare il proprio consenso ma rischia di «scoprirsi» al Nord; se si sposta a destra accentuando i toni forti può allargare il proprio bacino recuperando una parte degli astensionisti e degli elettori delusi, ma rischia di perdere l’elettorato moderato.
E’ probabile che la manifestazione di Roma non lasci traccia in un’opinione pubblica sempre più distratta, annoiata dalla politica e disincantata.
Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
OGGI ALLE 15.30 IL VERDETTO DELLLO STRANO TRIBUNALE INTERNO DI VIA BELLERIO PRESIEDUTO DALL’IMPUTATO BOSSI… CHI ADERISCE ALLA FONDAZIONE DI TOSI DOVREBBE ESSERE ESPULSO, MA SALVINI NON HA L’ELENCO DEGLI ISCRITTI
Flavio Tosi fuori dalla Lega, e il sigillo dell’espulsione potrebbe metterlo Bossi, proprio nel giorno del
compleanno del suo successore Salvini.
Sì, perchè sarà il vecchio leader a presiedere il «tribunale» che si riunisce oggi alle 15,30 nella sede di via Bellerio per dare corso all’ultimatum pronunciato una settimana fa dal consiglio federale del Carroccio.
L’organismo chiamato a mettere fine alla guerra civile si chiama “Comitato di disciplina e controllo”, e come dice lo statuto a sovrintendere al tutto dev’essere il presidente federale. Cioè Bossi.
Il Comitato si occupa di provvedimenti disciplinari e di verificare la compatibilità degli iscritti con la linea del movimento.
Tosi, recita l’accusa, deve scegliere se continuare con l’attività della sua fondazione, considerata un concorrente politico della Lega, o restare nei ranghi del partito.
E siccome a ieri sera il sindaco ribelle non aveva fatto alcun passo indietro (perdipiù continua a contestare il commissario spedito in Veneto da via Bellerio con il compito di mettere e mano alle liste), l’esito della riunione sembra scontato: espulsione, anche se tecnicamente la sentenza di condanna avrà come effetto la cancellazione di Tosi dagli elenchi degli iscritti.
«Io non mi schiodo – ha confidato ieri sera ai suoi il sindaco – e aspetto la scadenza dell’ultimatum».
È una conferma della linea da lui scelta fin dall’inizio, sono quelli che lo vogliono «fare fuori» che devono fare la prima mossa. Anche se la sempre più esigua pattuglia di pontieri – gli stessi che avevano propiziato l’incontro a pranzo di giovedì scorso tra Salvini e Tosi, incontro finito con un nulla di fatto – cercano ancora di scongiurare la rottura.
Consapevoli che di fronte a un provvedimento di espulsione, il passo successivo di Tosi, magari non immediato, sarà l’annuncio della sua candidatura a governatore del Veneto. Contro l’uscente e ricandidato Luca Zaia.
Dai colonnelli fedeli a Salvini non arrivano messaggi incoraggianti: «A meno che Tosi non faccia recapitare in via Bellerio una lettera raccomandata con la quale accetta le decisioni del «federale», il Comitato di disciplina non potrà che procedere con la cancellazione, come prevede lo Statuto».
Sul fronte dei tosiani si fa sentire il veneto Matteo Toscani, uno dei due leghisti che al consiglio regionale hanno formato un nuovo gruppo, Impegno veneto, che è l’anticamera di una nuova lista civica da presentare in appoggio a Tosi (e senza dover raccogliere le firme). «Non credo a espulsioni immediate dei leghisti che aderiscono alla fondazione. Ricostruiamo il Paese, perchè in via Bellerio non hanno neppure l’elenco degli iscritti ».
Insomma potrebbero buttare fuori solo Tosi, come conferma anche un colonnello di Salvini. «Una cosa alla volta».
Ma se così fosse si tratterebbe di un provvedimento ad personam.
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica”)
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
GLI AVVERSARI DI PAPA FRANCESCO
Jorge Mario Bergoglio ha sempre manifestato distacco verso la Curia, il governo vaticano, ma non ha commesso l’errore di sottovalutare le insidie che si celano dietro le mura leonine. E che per Joseph Ratzinger furono fatali.
Con il cambio a palazzo apostolico, seppur l’argentino dimori a Santa Marta, i prefetti di Curia sono cambiati.
E quelli che hanno resistito, papa Francesco li ha commissariati.
Bergoglio ha creato il dicastero per la gestione economica, affidato all’australiano George Pell, proprio per ridurre il potere di Domenico Calcagno all’Apsa, l’ufficio che amministra l’immenso patrimonio immobiliare.
Il cardinale ligure, famoso per la sua passione per le armi da fuoco, è legato a Tarcisio Bertone, l’ex segretario di Stato che s’è ritirato in un attico in Vaticano.
Anche Giuseppe Versaldi, prefetto per gli affari economici, è un bertoniano.
E rimanda a quel gruppo, ridimensionato con l’avvento di Bergoglio, capitanato dai cardinali Mauro Piacenza e Raymond Burke.
La prima crepa, però, è emersa a ridosso del Sinodo di ottobre convocato per discutere di famiglia.
Il cardinale Gerhard Ludwig Muller s’è opposto a qualsiasi ipotesi di apertura nei confronti dei divorziati risposati.
Il cardinale tedesco è il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il luogo in piazza Sant’Uffizio dove s’è stagliato per 24 anni il teologo Ratzinger. Muller ha arruolato accanto a sè una minoranza di porporati che soffrono la versione riformista di Francesco.
E allora il dissenso è sfociato in una diatriba, neanche troppo a distanza, con l’altro tedesco Walter Kasper.
Il papa emerito Ratzinger ha provato a mediare per redimere il conflitto fra i due connazionali. Ma l’intervento non ha consentito a Bergoglio di scardinare l’opposizione dei conservatori.
Il fronte vescovi italiani, poi, è una questione irrisolta.
Bergoglio non ha un buon rapporto con Angelo Bagnasco, il presidente Cei destinato a lasciare l’incarico tra un paio di anni.
Fu Bergoglio, e non il capo dei vescovi italiani, a inaugurare l’assemblea annuale Cei. Il discorso di Francesco fu ruvido e non ci fu entusiasmo in platea.
I vescovi sono già pronti a blocchi, già formano cordate per la successione a Bagnasco.
Non sarà facile preservare quel territorio di potere. Francesco ha dimostrato di sapere ammaliare le folle e di colpire con ardimento il vecchio sistema.
Non sempre vince senza cedere qualcosa. A Bertone, salesiano, consigliò di trascorrere la pensione al Don Bosco di Torino-Valdocco.
Ma l’ex primo ministro ha preferito una terrazza su Roma.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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