Marzo 30th, 2015 Riccardo Fucile
IL CASO MEREDITH, L’AIRBUS E I GIUDIZI SUGLI ALTRI POPOLI
Un popolo di trogloditi. 
Leggi il reportage di Nina Burleigh che il settimanale americano Newsweek dedica al caso Meredith e questo ti sembrano gli italiani: poliziotti usciti da un film di Ciccio e Franco, una giustizia tribale, una stampa tipo il Papersera di Topolino.
Quasi un’enclave di uomini di Neanderthal sopravvissuta in mezzo al mondo civile.
“Ho passato dieci mesi a Perugia”, ricorda l’autrice e ti stupisci come in tanto tempo sia riuscita a preservare una tale quantità di pregiudizi e luoghi comuni.
Leggi stizzito e ripensi al mito del giornalismo americano modello di obiettività .
Ti domandi se sia meglio la giustizia americana che ha rinchiuso nelle carceri la più alta percentuale di individui della storia (più dell’impero romano).
Che non può rimediare ai propri errori perchè nel frattempo l’innocente è stato fritto sulla sedia elettrica.
Ma non è questa la reazione giusta. Così cadi nello stesso errore.
Il punto è un altro: l’articolo di Newsweek rivela soprattutto la tendenza forse insopprimibile a generalizzare.
A giudicare in base a popoli e culture (no, non alle razze, è qualcosa di diverso, ma sempre insidioso).
Ci cadiamo tutti: era successo con la Concordia, quando noi italiani siamo stati ridotti a un popolo di schettini, di capitani con i capelli impomatati che metterebbero a rischio una nave per una bravata.
Poveri italiani, verrebbe da dire, vittime dei pregiudizi.
Ma proprio lo stesso giorno sui nostri giornali ecco titoli a caratteri cubitali che sfottono i tedeschi per il pilota impazzito dell’Airbus: “Schettinen”.
Uno pari, una partita di calcio.
Come dire: noi le minchiate almeno le facciamo per fare colpo sulle bionde, i tedeschi sono tristi anche nelle pazzie.
Per non dire di quei baffetti da Hitler che siamo sempre pronti a tirare fuori per mettere a tacere senza appello i cugini tedeschi. Che poi anche a loro ogni tanto gli scappa la copertina del giornale con la lupara e gli spaghetti
Arabi, ebrei, africani, cinesi, non sfugge nessuno.
E la stampa è solo lo specchio di un modo di ragionare: di un senso di appartenenza che sa esprimersi solo in negativo.
Dell’incapacità di capire in profondità , di afferrare le complessità . Ma soprattutto, forse, è un bisogno di dividere tutto in categorie, perfino l’uomo: distinguere se stessi dagli altri per ribadire un’identità .
Un istinto che può avere radici opposte: l’arroganza o l’insicurezza. Comunque l’ignoranza.
Distinguiamo gli americani dagli europei, gli italiani dai tedeschi.
E così via: la Lombardia dalla Sicilia, Pisa da Livorno, i Parioli da Tor Bella Monaca.
Un gorgo senza fine, che dilaga tra fedi e partiti. Una febbre che in ultimo divide le famiglie.
Finchè restiamo di fronte a noi stessi. Diversi, è vero, da tutti gli altri.
Non, però, per rivendicare una preziosa unicità , ma una smarrita e astiosa solitudine.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 30th, 2015 Riccardo Fucile
CAUSA TAGLI FONDI ALLE PROVINCE I GENITORI COSTRETTI ALLA COLLETTA PER NON RESTARE AL BUIO: ACCADE A VERONA, SAVONA, BIELLA, VENEZIA, TARANTO
Troppi vincoli di bilancio, pochi soldi in cassa: le Province agonizzanti dopo i tagli del governo Monti e la riforma Delrio non sono più in grado di assolvere i loro compiti.
Anche quelli fondamentali, come il funzionamento degli istituti superiori: in primis, il pagamento delle bollette.
È già successo nel 2014, al Nord come al Sud: “Prendiamo atto delle vostre comprensibili problematiche contabili — ha risposto nel 2014 la provincia di Verona alle richieste dei presidi — ma non abbiamo possibilità di comunicare l’ammontare delle risorse per le spese di funzionamento.
E non è dato sapere se e quando sarà eventualmente possibile provvedere”.
Così alle scuole, allora, devono pensare i genitori, con i presidi che hanno utilizzato i contributi delle famiglie per pagare le bollette. E nel 2015, con l’entrata in vigore dei nuovi risparmi stabiliti dalla manovra, quello dei fondi potrebbe diventare una vera e propria emergenza su scala nazionale.
Gli istituti superiori a carico delle Province
Da circa vent’anni (dalla famosa legge 23/1996), gli istituti secondari (licei, professionali, tecnici e via dicendo) sono di competenza delle Province.
Parliamo di oltre 5mila edifici, in cui studiano 2,5 milioni di ragazzi.
Nel bilancio di ogni ente locale c’è un capitolo destinato all’istruzione, con le spese di manutenzione (l’edilizia scolastica, al netto degli investimenti per lavori straordinari), e le spese per il funzionamento ordinario.
Bollette, internet, cancelleria e segreteria, costi amministrativi: ciò che serve per mandare avanti materialmente una scuola.
Non esiste una stima precisa su scala nazionale (l’importo varia di territorio in territorio, per numero di strutture, densità di popolazione ed altre variabili). In totale una cifra che — secondo alcuni esperti — si può quantificare fra i 100 e i 150 milioni di euro.
Peccato, però, che le Province non abbiano più in cassa questi soldi.
Gli effetti delle presunta “abolizione”
L’abolizione delle Province è uno dei cavalli di battaglia sia dell’esecutivo Monti che di Matteo Renzi.
È stato il “governo dei tecnici” a cominciare a smantellare il sistema, azzerando il fondo sperimentale di riequilibrio (circa 1,5 miliardi di euro).
Poi sono venuti i 444 milioni di taglio del decreto 66/2014, che diventano 576 milioni nel 2015.
E la stangata finale dell’ultima legge di stabilità : un altro miliardo nel 2015, poi due nel 2016 e addirittura tre nel 2017.
Le Province, però, non sono state abolite. “Siamo di fronte ad una riforma dislessica: ci hanno svuotato di risorse, non di competenze”, afferma Luigi Oliveri, dirigente dell’amministrazione provinciale di Verona.
La legge Delrio, infatti, riafferma tra le funzioni fondamentali dell’ente il mantenimento degli istituti superiori.
Senza indicare, però, con quali fondi ottemperarle, visto che negli ultimi 5 anni la spesa corrente è calata del 15% e quella degli investimenti addirittura del 44%.
Ad alleviare il carico dovrebbe provvedere la redistribuzione delle competenze fra gli altri enti locali: tutte le Regioni dovevano varare i provvedimenti di riconversione entro la fine del 2014, termine prorogato al 30 aprile. Ma ad oggi solo la Toscana è riuscita ad approvare un testo.
In tutte le altre Regioni siamo ancora alla discussione in Consiglio, in Emilia-Romagna e Calabria l’iter non è neppure cominciato.
E a rimetterci da questa situazione sono i servizi basilari nella vita dei cittadini. Come le scuole.
Tagli e vincoli: a Verona niente soldi per gli istituti
Emblematico a tal proposito il caso di Verona. Nel 2014 gli istituti non hanno avuto un centesimo per pagare le spese di funzionamento.
E le proteste dei presidi hanno ricevuto in risposta solo poche, inequivocabili righe. “Prendiamo atto delle vostre comprensibili problematiche contabili, ma non abbiamo possibilità di comunicare l’ammontare delle risorse per le spese di funzionamento. E non è dato sapere se e quando sarà eventualmente possibile provvedere”. “Ma non è colpa nostra, infatti con le scuole non c’è stata conflittualità ”, spiega Oliveri.
Nella città veneta hanno contribuito al problema una serie di fattori: prima la “gestione provvisoria” determinata ex lege dalla riforma Delrio, che bloccava tutte le spese tranne quelle per pagare contratti già in essere; poi, quando è venuto meno questo status, un taglio improvviso di circa 5-6 milioni di euro.
“Con il bilancio già approntato rischiavamo di far saltare il patto di stabilità e andare in squilibrio”, aggiunge il dirigente.
“Perciò abbiamo liquidato solo le spese di mantenimento in sicurezza, che potevamo giustificare di fronte ai vincoli”. Appena 160mila euro dei 600mila stanziati per l’edilizia; neanche un centesimo, dei 400mila euro per il funzionamento.
Nè si è trattato di una situazione isolata: in Veneto è successo anche a Venezia.
In Piemonte, a Biella, a causa del dissesto di bilancio l’ente ha potuto erogare solo la metà dei fondi previsti, già tagliati del 30%. Oppure a Savona in Liguria, o a Taranto in Puglia. Una casistica a macchia di leopardo, ma che testimonia di un disagio diffuso dal Nord al Sud della penisola.
Emergenza nazionale in arrivo
Un po’ ovunque le scuole per andare avanti si sono aggrappate alle famiglie degli studenti, come denuncia Arianna Vecchini, del Coordinamento genitori scuole superiori di Verona.
“Gli istituti hanno dovuto coprire con un anticipo di cassa queste spese inderogabili, ricorrendo al contributo volontario delle famiglie. Sono anni che andiamo avanti così: soldi che dovrebbero servire per l’ampliamento dell’offerta formativa e per attività supplementari vengono utilizzati per sopperire alle carenze dello Stato. Ma la situazione non è mai stata così drammatica”.
E potrebbe anche peggiorare, sottolinea l’Upi (Unione delle Province d’Italia): “Con la nuova sforbiciata sancita dalla legge di stabilità , nel 2015 quasi nessuno sarà in grado di garantire queste fondi”.
“È improprio parlare di tagli — conclude Roberto Carucci, dirigente della ragioneria della Provincia di Taranto —, dopo il governo Monti non c’è più nulla da tagliare: adesso siamo alla restituzione. Continuiamo a riscuotere le entrate ma le consegniamo allo Stato: quest’anno invece di pagare i servizi per i cittadini dovremo versare un bonifico di quasi 15 milioni al Ministero dell’Interno. E se non lo facciamo ce lo confisca l’Agenzia delle Entrate. È normale che poi non siamo in grado di far fronte a certe spese: nell’ipotesi di bilancio 2015 gli stanziamenti per l’istruzione sono ridotti almeno del 60%. E noi non siamo neanche quelli messi peggio”.
Così al funzionamento delle scuole devono pensare i genitori.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 30th, 2015 Riccardo Fucile
LA SPINTA DEI SUOI… GELMINI: “CON LUI SI VINCEREBBE”
La pazza idea circola e guadagna terreno: Silvio Berlusconi candidato sindaco a Milano. 
L’altro giorno, il filosofo-conduttore televisivo Paolo Del Debbio l’aveva detto come una battuta: per il fondatore di Forza Italia, «le primarie potrebbero essere con una cabina elettorale sola, in cui entra Berlusconi e vota: quelle sarebbero le primarie del centrodestra; ah, attenzione, lui potrebbe uscire dalla cabina elettorale e dire: ho vinto io».
Resta il fatto che nel centrodestra l’idea affascina.
Soprattutto, hanno fatto drizzare le orecchie alcune delle cose dette sabato dall’ex premier ad un evento di Forza Italia: «A Milano tutto è iniziato e da Milano tutto potrebbe ripartire».
E ancora: «Nel 2016 dovremo riconquistare il Comune con un candidato sindaco che sarà la sintesi della nostra storia».
Per finire: «Da Milano poi faremo ripartire anche l’Italia, dove siamo la maggioranza vera e naturale».
I sostenitori dell’ipotesi spiegano che le elezioni per il successore di Giuliano Pisapia cadranno subito dopo la fine della sospensione per due anni dai pubblici uffici del leader azzurro.
Certo, Berlusconi avrebbe ottant’anni. Ma alla scadenza della legislatura, nel 2018, sarebbero 82.
La candidatura a sindaco potrebbe essere una scintillante e anche generosa conclusione di una carriera iniziata proprio a Milano.
Per capire, occorre chiedere a qualcuno che a Berlusconi sia vicino da sempre come la coordinatrice lombarda di Forza Italia, Mariastella Gelmini.
«Berlusconi candidato sindaco? Magari…». La candidatura del Fondatore «sarebbe senza dubbio la più forte in assoluto, quella capace, una volta di più, di unificare tutti, e non soltanto per il ruolo politico nazionale: lui sarebbe il miglior interprete di Milano e della sua capacità di costruire e di guardare avanti».
Ma? «Ma non so se ci sia la sua disponibilità . Dico la verità , qualche tempo fa io ci avevo pensato e gliel’ho detto. Ma lui ha un po’ lasciato cadere la cosa».
L’idea, peraltro, non è nuova.
Ricorda Sergio Scalpelli, già assessore «intelligente» della giunta Albertini e amministratore del Foglio nonchè osservatore acuto delle cose (non solo) milanesi, che «fu un’idea di Giuliano Ferrara nel 1997, la vedeva come la ripartenza dopo la sconfitta subita da Romano Prodi e il modo migliore per attraversare la “traversata nel deserto” dell’opposizione; ma lui allora fece scelte diverse, e oggi forse siamo fuori tempo massimo».
Non per le chance di vittoria: «Berlusconi certamente compatterebbe il centrodestra. E avrebbe un gran senso se Renzi mettesse lì un Emanuele Fiano o una Lia Quartapelle».
Però, «io non glielo augurerei. Ed è inutile pensare a un super staff che gli darebbe una mano. Tra l’altro, scegliersi i collaboratori non è la cosa in cui Berlusconi è più bravo».
Sempre nel 1997, Gabriele Albertini divenne sindaco di Milano: «Ma quando Berlusconi mi chiese la disponibilità , gli dissi: perchè non lo fa lei? Lui mi spiegò che aveva dei problemi con l’immunità parlamentare, le procure stavano serrando le file rispetto all’offensiva nei suoi confronti».
Ma oggi? Berlusconi candidato è una strada praticabile? «Fare il sindaco è un impegno che assorbe molto più che non un ministero di serie A. Però, certamente un suo impegno su Milano sarebbe risolutivo. Anche se i partiti di oggi sono assai meno omogenei che non quelli di allora. E Forza Italia sembra molto più vicina alla Lega che non a noi di Area popolare» .
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 30th, 2015 Riccardo Fucile
FERRANDINO AVREBBE INTASCATO UNA MAZZETTA DA 330.000 EURO E ALTRI BENEFIT
Tangenti per 330 mila euro, l’assunzione come consulente del fratello e almeno un viaggio in Tunisia: sarebbe stato questo, secondo l’accusa, il ‘prezzo’ pagato dal colosso delle coop Cpl Concordia, per la corruzione del sindaco di Ischia, Giosi Ferrandino del Pd, preso nell’ambito dell’inchiesta della procura di Napoli su tangenti pagate per portare metano nei comuni dell’isola campana.
Secondo l’accusa Ferrandino “era diventato una sorta di factotum al soldo del gruppo”. Il primo cittadino è stato arrestato con altre nove persone, tra cui dirigenti della Cpl Concordia dai carabinieri del Comando tutela ambiente.
Per gli investigatori i dirigenti della Cpl Concordia avrebbero fatto “sistematico ricorso ad un modello organizzativo ispirato alla corruzione che li ha portati ad accordarsi non solo con i sindaci, gli amministratori locali e i pubblici funzionari, ma anche con esponenti della criminalità organizzata casertana e con gli amministratori legali a tali ambienti criminali”. I reati contestati, a vario titolo, vanno dall’associazione per delinquere alla corruzione (anche internazionale), dalla turbata libertà degli incanti al riciclaggio, all’emissione di fatture per operazioni inesistenti.
L’inchiesta coordinata dai pm Woodcock, Carrano e Loreto e condotta dai reparti speciali del Comando per la Tutela dell’Ambiente del colonnello Sergio De Caprio, il ‘Capitano Ultimo’ ha preso le mosse nell’aprile 2013 ed ha portato alla luce, secondo l’accusa, un sistema di corruzione basato sulla costituzione di fondi neri in Tunisia da parte della Cpl Concordia con cui retribuire pubblici ufficiali per ottenerne i ‘favori’ nell’aggiudicazione di appalti.
In carcere, su disposizione del gip Amelia Primavera, sono finiti, oltre al sindaco di Ischia, il fratello di questi, Massimo Ferrandino, il responsabile delle relazioni istituzionali del Gruppo Cpl Concordia Francesco Simone, l’ex presidente Roberto Casari (andato in pensione il 30 gennaio scorso, ma secondo l’accusa ancora ‘regista’ degli affari della cooperativa), il responsabile commerciale dell’area Tirreno Nicola Verrini, il responsabile del nord Africa Bruno Santorelli, il presidente del consiglio di amministrazione della CPL distribuzione Maurizio Rinaldi e l’imprenditore casertano Massimiliano D’Errico.
Arresti domiciliari, invece, per il dirigente dell’Ufficio tecnico del Comune di Ischia Silvano Arcamone, mentre per Massimo Continati e Giorgio Montali, rispettivamente direttore amministrativo e consulente esterno della Cpl è stata disposta la misura cautelare dell’obbligo di dimora nel comune di residenza.
In particolare, secondo l’accusa, il ‘prezzo’ pagato dalla Cpl per la corruzione di Ferrandino consisterebbe nella stipula fittizia di due “fittizie convenzioni” con l’Hotel Le Querce di Ischia, di proprietà della famiglia del sindaco, ciascuna da 165 mila euro, a fronte della “messa a disposizione” di alcune stanze durante le stagioni estive 2013 e 2014 per i dipendenti della società modenese.
Altre ‘utilità ‘ ottenute dal sindaco sarebbero state l’assunzione del fratello, Massimo Ferrandino, quale consulente della Cpl Concordia e almeno un viaggio tutto spesato in Tunisia. Secondo l’accusa sarebbe stato proprio grazie all’interessamento del sindaco ed alla complicità dell’architetto Silvano Arcamone, dirigente dell’ufficio tecnico di Ischia, che l’appalto di metanizzazione dello stesso Comune (capofila del progetto) e di quelli di Lacco Ameno e Casamicciola Terme è stato affidato alla Cpl.
La cooperativa, dal canto suo, avrebbe provveduto al pagamento attingendo a dei fondi neri costituiti mediante l’emissione di fatture per operazioni inesistenti con una società tunisina (la Tunita sarl) riconducibile a Francesco Simone, responsabile delle relazioni istituzionali del gruppo, definito dagli inquirenti “personaggio chiave” della vicenda, con un ruolo di primo piano nella presunta associazione a delinquere attiva non solo nell’appalto di Ischia, ma in numerosi altri, soprattutto in Campania.
È di un mese fa la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex presidente del gruppo, Roberto Casari, per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta sui lavori di metanizzazione compiuti tra il 1999 e il 2003 a Casal di Principe e in altri sei comuni del Casertano.
Opere realizzate non a norma, con rischi per la sicurezza dei cittadini, sostiene la Dda di Napoli, dopo le dichiarazioni rilasciate nel giugno 2014 dal pentito Antonio Iovine.
Secondo l’ipotesi accusatoria, la Cpl si sarebbe aggiudicata l’appalto con l’appoggio della fazione dei Casalesi guidata da Michele Zagaria; i subappalti sarebbero stati poi distribuiti alle ditte locali indicate dai boss.
Zagaria ne ha fatto un elenco dettagliato, indicando anche le anomalie sullo svolgimento dei lavori.
Anomalie che i magistrati hanno voluto verificare, inviando di recente le ruspe a Casal di Principe: dagli scavi, coordinati dai carabinieri del Noe di Caserta ed effettuati in corso Umberto, in pieno centro, è emerso che le tubature erano state interrate a 30 centimetri di profondità invece che ai 60 previsti dalla normativa, mettendo quindi a rischio la sicurezza della popolazione.
Nell’ordinanza di custodia cautelare relativa alle tangenti che sarebbero state pagate per la metanizzazione di Ischia non si entra nel merito dei presunti collegamenti tra la Cpl e la criminalità organizzata, oggetto di altra indagine. Anche i brani delle intercettazioni, quando gli arrestati toccano questo argomento, sono coperti da omissis.
La Cpl Concordia, con sede a Concordia sulla Secchia, nel Modenese è una cooperativa storica, nata nel 1899.
Negli atti dell’inchiesta viene definita una “tra le più antiche cosiddette ‘cooperative rosse'”. Opera a livello internazionale, con 1.800 addetti e 70 società controllate e collegate in tutto il mondo e un fatturato consolidato di 461 milioni nel 2014.
Si tratta di un gruppo cooperativo cosiddetto ‘multiutility’ che si occupa di energia in tutti i suoi aspetti: dall’approvvigionamento e distribuzione alla vendita e contabilizzazione di gas ed elettricità , alla produzione mediante sistemi tradizionali o impianti rinnovabili.
L’attuale presidente è Mario Guarnieri. Il precedente, Roberto Casari, arrestato stamani, era andato in pensione il 30 gennaio scorso.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile
RISICO SENZA REGOLE: IL DETONATORE IN VENETO, MA L’ALTRA MICCIA E’ IN PUGLIA… LO STRABISMO DI NCD ALLEATO ORA CON IL PD ORA CON FORZA ITALIA… FINO ALLE MARCHE, DOVE IL CENTRODESTRA PRESENTA L’EX GOVERNATORE PD… E LA LOMBARDIA TREMA
Potrebbe essere il record di corna (politiche) in uno stesso giorno: l’election day come giornata
nazionale dello Staisereno.
Mai come oggi il centrodestra (o il controdestra, come lo chiama Storace) potrebbe assumere il nome di Casa delle Libertà , nel senso dei finti spot di Guzzanti: sotto Berlusconi il federatore a due mesi dalle Regionali fanno un po’ “come cazzo gli pare”.
Ricostruire con quali alleanze si presenteranno al voto in 7 Regioni Forza Italia, Lega Nord e Nuovo Centrodestra è come disegnare a mano la mappa di Calcutta: i patti di Bari sono carta straccia a Genova, l’intesa di Perugia non vale a Venezia, a Firenze carezze e a Napoli sguardi in cagnesco.
I candidati alle presidenze vanno e vengono che nemmeno in un bagno di una discoteca, quelli che già fanno campagna elettorale si sentono dire ogni giorno che da un momento all’altro potrebbero essere accantonati a dare volantini sotto i portici. Anche perchè a ciascun partito corrisponde una quota dissidenti: Berlusconi ha Fitto, Salvini aveva Tosi, Alfano avrà la De Girolamo.
E’ ormai una maxi-partita a chi se la tira di più (i giornali li chiamano di solito “veti incrociati”) e il finale è tutto da capire, da vedere se sarà splatter o da Stanlio e Ollio (cfr. “Le comiche finali”, Gianfranco Fini, 2007).
L’illusione è che il traino del Carroccio sia in grado di portarsi dietro tutto il baraccone. Ma in Veneto non c’è l’accordo Lega-Fi, in Liguria c’è un candidato leghista, in Toscana un candidato ciascuno, in Puglia e Campania il pericolo è Fitto.
Le scosse fino a Milano (in Comune e in Regione)
C’erano una volta le tre punte, ora ce ne sono trecento: ognuno si sente principe ereditario della dote di Berlusconi.
“Salvini — dice Altero Matteoli, uno che ha attraversato indenne interi autunni e intere primavere della destra italiana — non è un incapace, mi faceva più paura Bossi. Eppure non è la soluzione per il centrodestra, basta vedere quanto è accaduto in Emilia Romagna, dove la Lega è andata bene ma il centrodestra no”.
Roberto Maroni sta bruciando centinaia di calorie per mettere d’accordo il suo leader e il suo ex presidente del Consiglio perchè ha il terrore che una separazione certificata alle Regionali finisca per segare le gambe del suo tavolo, a Palazzo Lombardia.
Caduto Cota, in bilico Zaia, vedi mai che finisca con un en plein: ciao ciao, macroregione.
Non solo: mentre Pisapia annuncia di non volersi ricandidare, la Gelmini vuole Lupi candidato al comune di Milano.
Ma Salvini ne ha appena chiesto le dimissioni dal governo e nel frattempo non dà limiti al suo futuro: “Io sindaco di Milano o premier? Sono piccolino e vivo la mia esperienza come strumento e servizio. Se servo a qualcosa, sono a disposizione. Sono milanese nel sangue”.
Il risiko della destra (che sembra Guernìca)
Proviamo una sintesi.
In Veneto c’è Zaia ma senza l’appoggio di Berlusconi che prima — raccontano i giornali — pretende che i candidati leghisti in Liguria e Toscana si ritirino (nonostante non abbia nomi alternativi).
Nel frattempo Fitto ha indossato l’elmetto e vuole candidarsi in Puglia contro l’uomo scelto dal suo capo.
Fosse vero, i fittiani a quel punto potrebbero correre da soli in Campania e in Veneto, solo per il gusto di rompere le scatole.
In una tale frittata il simbolo dell’intera storia sono le Marche: qui Ncd e Udc sono pronti a correre con Forza Italia puntando su un cavallo vincente, il due volte presidente Spacca, che fino a ieri è stato col Pd.
A dare un po’ d’aria frizzantina è l’Umbria, dove le cose vanno alla grande: il centrodestra è unito, i leghisti hanno perfino detto sì all’Ncd senza chiamare la disinfestazione.
Sfortuna maledetta vuole che l’Umbria non sia, a sfogliare gli annali, esattamente una roccaforte berlusconiana.
Il detonatore: il mancato accordo per il Veneto
La corsa in ordine sparso è partita da Verona. Le bottigliate da saloon tra Salvini e Tosi hanno riempito le pagine dei giornali e pochissimo i pensieri degli elettori, ma restano aperti due fronti. Il primo è decisivo: il presidente uscente Luca Zaia continua a ripetere in loop l’immagine del “pancia a terra e lavorare” (6 volte in 20 giorni, archivio Ansa), ma gli manca l’accordo con Forza Italia che in Veneto alle Europee pesò quasi il 15%.
E basta davvero l’Armiamoci e sparate di Salvini, la campagna per togliere l’eccesso colposo della legittima difesa, nel Veneto del benzinaio western Stacchio?
“Se Salvini punta a perdere, gli lasciamo questa bandierina” gli risponde Brunetta. L’altro fronte è quello di Tosi: si è lanciato come un kamikaze contro Zaia e Alessandra Moretti per la conquista di Palazzo Balbi a Venezia, ma il sindaco defenestrato attualmente conta solo su se stesso, perchè le danze di corteggiamento con Alfano sono rimaste tali.
Eppure nella mareggiata in sostegno del sindaco di Verona può finire anche una lista fittiana.
Puglia, l’epicentro della guerra dentro Fi
L’altra miccia è a Bari, campo centrale del torneo “fittiani vs resto del mondo” (berlusconiano).
Forza Italia, per contrastare Michele Emiliano, aveva detto sì all’oncologo Francesco Schittulli.
Fitto aveva assicurato: “Avrà il mio sostegno”. Infatti da lì è iniziata una faida che ha portato nell’ordine al commissariamento del partito (ora guidato dal fedele Luigi Vitali, ex candidato al Csm), alla minaccia di Fitto — recordman di preferenze — di candidarsi e all’espulsione del “suo” Chiarelli da una commissione per mano di Brunetta.
Quanto basta per un’altra scena madre dell’ex ministro: “Da partito liberale siamo diventati il partito delle censure, dei commissariamenti, delle sostituzioni, delle epurazioni”.
Dove c’è rissa, c’è Lega, perfino a Bari: Raffaele Volpi, vicepresidente (pavese) di Noi con Salvini, ha annunciato che sono pronte per essere presentate liste di disturbo finto-leghiste.
Caldoro senza Ncd (a cui piace un po’ De Luca)
Nel polverone sollevato da Tosi e Fitto a prenderle potrebbe essere Stefano Caldoro che in Campania ha tutti i favori del pronostico, il primo dei quali è rappresentato da uno sfidante — che peraltro ha già battuto nel 2010 — condannato e ineleggibile, Vincenzo De Luca.
Ma l’ex socialista inviso a Cosentino ha un po’ di pensieri.
Una lista Fitto, se la situazione al di là dell’Appennino dovesse precipitare. Ma anche l’assenza di un patto con il Nuovo Centrodestra, parte del quale è tentato da un governo Renzi in versione presepe di San Gregorio.
E anche il governatore uscente potrebbe ritrovarsi il partito-interferenza di Salvini che forse ha ripulito la memoria dalla filastrocca che il segretario della Lega canticchiava 6 anni fa: “Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani”.
Dicono che Caldoro, in questa situazione, è pronto anche a mandare tutti a spigare. A bordo campo si scalda Mara Carfagna (che smentisce).
Calcio fiorentino tra Verdini e l’economista no euro
Poi le due regioni che Berlusconi pretende da Salvini, come fosse il trattato di Versailles: Toscana e Liguria.
A Firenze i leghisti hanno scelto l’economista anti-euro Claudio Borghi, responsabile economico del partito, occhialini tondi e tanta tv, che ha ospitato di recente il segretario per un tour elettorale.
A Prato, provincia di Shanghai, il contrappasso è stato che due cinesi hanno riconosciuto Matteo-l’altro e hanno voluto un selfie.
A Forza Italia non piace Borghi perchè fa il leghista. Quando un sedicente simpatizzante dell’Isis ha hackerato il sito del Pd in Toscana ha twittato che “era meglio la lettera con le pallottole”.
“Quelle di Borghi sono bischerate che capitano a uno che arriva da Milano in Toscana — l’ha ripreso Massimo Parisi, deputato del battaglione Verdini — Questa regione è terra di civiltà ”.
Forza Italia, che in Toscana è tradotto con la parola Denis, ha invece indicato Gianni Lamioni, presidente della Camera di commercio di Grosseto.
Ma il povero Lamioni ha la lettera scarlatta di provenire da Ncd, quindi non va a genio alla Lega ma neanche a gente come l’ex tesoriere del Pdl Maurizio Bianconi (fittiano dal linguaggio da ambasciatore): “Io i Forza Renzi non li voto, neanche se mi bucano”.
Così la soluzione sarebbe resettare tutto (e Borghi?) e puntare su un terzo, magari uno tra i viareggini Deborah Bergamini e Giovanni Toti, i quali dovrebbero accettare di andare contro il presidente di Regione più popolare d’Italia, Enrico Rossi, avendo a disposizione solo due mesi.
Il vice-Salvini, il forzista se ne va. La Paita imbarca Nc
Sportellate anche in Liguria.
Prima si è presentato Federico Garaventa, imprenditore, presidente regionale dell’Ance, l’associazione dei costruttori edili.
Il tempo di vantarsi con gli amici che la Lega gli ha candidato contro Edoardo Rixi, vice di Salvini, che nel curriculum ha anche un’ipotesi di peculato formulata nell’inchiesta sulle spese pazze in consiglio regionale.
Garaventa così si ritira, Forza Italia dice che appoggerà Rixi ma nel frattempo chiede a via Bellerio di ritirarlo per fare posto (di nuovo) a Toti.
E quelli di Alfano? Dalle quelle parti lo strabismo è la regola.
Dopo essersi diviso per mesi, l’Ncd compie l’impresa di decidere, con tanto di riunioni a Roma, di sostenere la candidata renziana Raffaella Paita, designata erede del governatore Claudio Burlando.
La Paita ha risposto più o meno che tutto fa brodo. Gli scajoliani alle primarie non erano l’ultimo capitolo.
Ancona, sul carro del ri-governatore (finora del Pd)
Nelle Marche i partiti di centrodestra sono uniti: vogliono invece incollarsi tutti al sedere di Gian Mario Spacca da Fabriano, che intende rimanere sulla poltrona di presidente di Regione per altri 5 anni, dopo i due mandati che ha fatto con il centrosinistra.
Quando il Pd ha fatto le primarie per scegliere il suo successore (Luca Ceriscioli), Spacca — che ridendo e scherzando è nelle giunte marchigiane dall’inizio degli anni Novanta — si è riscoperto del Ppi e della Margherita, ha detto che era un presidente di coalizione, espressione di una lista civica, che è stato iscritto del Pd solo per 3 anni e è mancato poco che dicesse che nel centrosinistra c’è finito perchè quel giorno sbagliò strada.
Abiura sufficiente per Area Popolare (e tra breve anche a Fi) per incoronare l’usato sicuro e soprattutto non fare la fatica cagna di trovarne un altro.
San Claudio d’Assisi ha riunito tutti: dalla Lega a Nc
Il capolavoro, l’unico in Italia, riesce solo a Claudio Ricci, sindaco di Assisi.
Saranno la forza spirituale del posto o gli effetti della marcia della pace, ma solo lui — che infatti è ingegnere — è riuscito a mettere insieme tutti, dall’Ncd alla Meloni. Sindaco dal 2006 della seconda città umbra a non essere rossa, l’ingegner sindaco si vanta di essere in giunta comunale da 24 anni e il primo cittadino più longevo, “secondo solo al podestà ”.
Doveva essere il candidato del centrodestra alla Regione già nel 2010.
Retroscena maligni dissero che lo scartò Berlusconi.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile
L’ACCHIAPPANUVOLE SOGNATORE DI UN MONDO CHE NON C’E’ PIU’
Ci sono due parole, così distanti, che nel vocabolario di Pietro Ingrao hanno un posto particolare. Sono “luna” e “barricata”.
La prima è bellissima, l’altra ruvida. Perchè c’è un polo buono, umanissimo, perfino sognante ma ce n’è anche uno duro, aspro, meno noto nell’uomo che arriva alla fantastica età dei cento anni — altro che “secolo breve” — e che nella dolcezza di un lungo crepuscolo vede acquietarsi i tumulti di una vita non comune. Anzi, fantastica.
C’era un periodo in cui Ingrao diceva sempre (questa cosa di ripetere le stesse frasi è un po’ un suo tic) di essere considerato un “acchiappanuvole”, naturalmente negandolo ma sapendo in cuor suo che almeno in parte era così.
Ingrao il sognatore, l’utopista.
Il rivoluzionario di professione che, giovanissimo, si imbarca nella durezza della cospirazione antifascista all’ombra del Partito e della sua ideologia alla ricerca di qualcosa di eroico.
Un tratto alla Stendhal più che alla Lenin. Gli rimane anche dopo, ormai dirigente di primo piano, questa ansia di andare un po’ oltre il vissuto delle interminabili riunioni e delle inestricabili controversie, e molto oltre l’orizzonte della politica, perfino della bella politica delle amate piazze, oltre anche i misteriosi riti delle Botteghe Oscure e delle stanze sudate dell’Unità di quei tempi là .
Oltre la realtà quotidiana: ed ecco il cinema, i libri, l’arte.
Pubblicò anche un libro di poesie molto montaliane (E muto / ogni volta / tendo la mano / Come se tu / sventura / fossi la vita).
Ed è facile pensare che fosse proprio questa carica utopistica a reggere il peso di una vicenda personale e politica complicata assai.
Lo sa lui per primo, lo ha scritto mille volte: una storia politica di errori e sconfitte, di dissensi e minorità .
La “luna” di Ingrao è qualcosa che lui stesso nella accorata autobiografia (sì, riuscì a scrivere un libro accorato su di sè, “Volevo la luna”, appunto) non chiarisce bene cosa sia: non era più un comunismo che — era evidente — non si poteva realizzare, ma non era neppure l’indicazione precisa di cosa diamine potesse essere una democrazia tanto avanzata al punto di “superare” uno stato socialdemocratico di tipo europeo.
E dunque la vera sconfitta di Ingrao sta proprio nella insufficiente concretezza del modello da costruire.
L’ingraismo, frutto succoso della vicenda della sinistra italiana, era votato alla sconfitta innanzi tutto per la sconnessione con l’evoluzione reale di una società italiana che a metà degli anni Sessanta, quando Ingrao scende in campo per spostare a sinistra l’asse ideologico e politico del Pci contro la destra di Amendola, si è ormai assestata nel letto di un capitalismo difettoso assai ma in grado di assicurare occupazione e salari.
Pensò di diventare il segretario del Pci, Ingrao, nel dopo-Togliatti?
Amendola certamente lo sospettava, ed è anche per questo che contro di lui, nel ’64, fu durissimo.
Quanto meno, Ingrao pensava di vincere la battaglia per chi fosse riuscito a condizionare un mite Longo, il segretario scelto dopo la morte del Migliore.
Fu battuto ma riuscì a restare al vertice del partito, mentre i suoi venivano dispersi (e molti si lamentavano che il capo non muovesse un dito per difenderli).
Perchè non si deve pensare che lui non fosse — legittimamente — ambizioso. Come tutti gli uomini politici.
E poi è vero che aveva, allora e dopo, un enorme consenso alla base.
Ci fossero state le primarie, per dire, avrebbe vinto.
Quando parlò in quel congresso dello scontro con Amendola “tutta quella massa di compagni — ha ricordato lui stesso — scattò in piedi nell’applauso, e furono per me minuti indimenticabili”.
Come un grande attore, effettivamente Ingrao incantava l’uditorio.
E lui era attentissimo a creare l’atmosfera giusta, fin nei particolari, come fossero disposte le sedie, dove la tribuna, chi parla prima…
Di calore, aveva bisogno. Gli piaceva essere amato, dalla base dei quartieri popolari e delle campagne umbre e dagli intellettuali marxisti di mezza Europa.
E forse anche essere un perdente di successo.
Nell’immaginario prevale l’immagine bonaria del presidente della camera che passeggia fra le dune di Sabaudia, il vecchio patriarca a capotavola nella sua Lenola con familiari e famigli, decine di persone appese alle sue parole. Tutto vero.
Ma era anche un duro, Ingrao. Un antistalinista, certo, ma pur sempre cresciuto a quella scuola, una scuola che certi segni li lascia, indelebili.
Un eretico, sì, e tuttavia la Chiesa era quella, c’è poco da fare.
È stato anche detestato, e certo con un Pajetta (si disse che ci fu anche qualche rivalità in campo sentimentale, parliamo dei primi anni Cinquanta) il rapporto non fu sereno, tanto meno con i “destri”, e con Berlinguer o Napolitano al massimo c’era cortesia, certo non simpatia, specie col secondo.
Con i non-ingraiani non era scioltissimo.
Un duro che scelse di stare da una precisa parte della “barricata” — il titolo del suo famoso articolo sull’Unità dell’ottobre del ’56 — quella dei carri armati sovietici che calpestavano la libertà e la dignità di Budapest, la prima grande verifica di come fosse impossibile riformare il comunismo.
Allora bisognava capire, allora bisognava agire: quanto rimpianse, in seguito, di non aver fatto nè l’una nè l’altra cosa, “fu il mio errore più grande”.
Ecco, la “barricata” è la metafora di un errore che a sua volta era il simbolo del limite vero della vicenda del Pci: i dirigenti capivano che questa storia dell’Urss era inaccettabile eppure ne decretarono “l’esaurimento della spinta propulsiva” nientemeno che nel 1981, 25 anni dopo Budapest, 13 dopo Praga.
“Avevamo paura di perdere il partito…”, ha scritto qualche tempo fa Alfredo Reichlin.
E poi, cosa forse ancor meno spiegabile (se non con l’antico riflesso condizionato dell’obbedienza alla chiesa) Ingrao scelse un altro lato sbagliato della barricata nel 1969, quando il comitato centrale del Pci decise di radiare il gruppo del Manifesto, cioè — diciamo così — il distillato più avanzato dell’ingraismo, Rossanda, Pintor, Magri, Castellina, Natoli, gente che era veramente sua amica e che lui non difese, non solo, ma alzò la mano per il voto a favore che contribuì a cacciare dal partito.
Alcuni ingraiani votarono contro o si astennero (fra cui il cognato di Ingrao, Lucio Lombardo Radice). Ma lui, il capo, no.
Quelli non lo dimenticarono mai.
E quando un giorno, tanti anni dopo, in una riunione il vecchio Pietro provò a spiegare a quelli del Manifesto “la linea” da seguire, Pintor con la durezza che si poteva permettere lo mise al suo posto: non siamo più i tuoi figliocci.
Piano piano gli ingraiani si dissolsero. Si emanciparono.
Achille Occhetto, ex giovane pupillo, sciolse il Pci e lui — una vita in dissenso, l’eretico per eccellenza, l’uomo che voleva andare oltre — paradossalmente divenne il capo del “fronte del No” accanto a persone non certo affini, come Cossutta, mentre gente come i “suoi” Reichlin o Bassolino non lo seguirono.
Nelle riunioni del “fronte del No”, specie nei primi mesi dopo la Bolognina, era molto molto severo con i suoi compagni anti-svolta, aveva rimesso i panni del dirigente comunista, bisogna fare così bisogna fare colà …
Era di nuovo il leader-ombra, pareva rinato.
Nell’inverno del ’90 pensava di vincerla, la battaglia per “salvare” il Pci, un nuovo Pci beninteso ma pur sempre Pci con il simbolo che da decenni nelle piazze chiedeva di barrare, “falce martello e stella”.
Ma l’illusione durò poco, la “Cosa” era più forte. L’ultima sconfitta.
Ci restò per un po’ nel Pds, ma non era più il suo mondo, la sua casa, la sua croce e la sua delizia, tutto cambiava.
Uscì da quel partito — non capiva Occhetto, diffidava di D’Alema, su questo era d’accordo col vecchio Natta — seguì per poco tempo Rifondazione comunista che, pur vista con simpatia, non poteva essere il lato giusto della barricata nè tanto meno, assomigliare alla luna.
Che dopo cento anni Pietro Ingrao può ammirare ancora, lì, fra le nuvole.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile
TRENITALIA AVEVA ELIMINATO LA FIGURA DEL SECONDO MACCHINISTA: SE AVESSE AVUTO UN MALORE NESSUNO POTEVA GUIDARE IL CONVOGLIO… LA LOGICA RENZIANA PRODURRA’ EFFETTI TRAGICI SUI DIRITTI DEI LAVORATORI
Il ferroviere Silvio Lorenzoni non voleva guidare senza il secondo macchinista. 
Come migliaia di colleghi temeva che, in caso di emergenza o se si fosse sentito male trovandosi in un tunnel o su un viadotto, un’ambulanza non lo avrebbe mai raggiunto: ci sarebbe stato bisogno di un collega che portasse il treno incontro ai soccorsi.
Per questo Trenitalia lo ha sospeso e licenziato. Ma il Tribunale di Genova gli ha dato ragione.
Il problema del doppio macchinista
Trenitalia, come altre aziende del trasporto ferroviario, dal 2009 ha introdotto l’agente solo per il trasporto viaggiatori e dal 2010 ha progressivamente tagliato i doppi macchinisti a bordo dei treni merci, affiancando a un unico conducente il cosiddetto tecnico polivalente.
Questo, in caso di malore del macchinista, ferma il treno e chiama i soccorsi, ma non è in grado di guidare.
Una misura presa per rendere più efficiente il lavoro, dopo la liberalizzazione del trasporto ferroviario.
“Allora furono 7mila, sui 10mila macchinisti totali che ci sono in Italia, a firmare contro questa misura. Ma in un clima segnato da sospensioni e licenziamenti, in pochi sono stati coerenti e hanno continuato a rifiutarsi di guidare. Uno di questi è Lorenzoni” fa sapere a ilfattoquotidiano.it il ferroviere genovese Antonino Catalano, responsabile del sindacato Cat (Coordinamento autorganizzato trasporti).
Addetto alla Divisione Cargo dell’Area Nord Ovest, Lorenzoni era abituato a guidare su tratte piene di tunnel, come quelle liguri.
Da solo non voleva lavorare: sarebbe stato troppo pericoloso in caso di malore.
Lo aveva messo anche nero su bianco, con una lettera indirizzata alla direzione di Trenitalia il 22 febbraio 2011.
Avvertiva che avrebbe potuto “astenersi dal compiere l’attività di condotta richiesta in tali condizioni di degrado, a tutela della propria incolumità ”.
E ha mantenuto la promessa.
Nel 2012 era stato sospeso per due volte, perchè, non lavorando, aveva causato ritardi e quindi danni patrimoniali all’azienda.
Nel 2014 lo aveva fatto di nuovo, quattro volte.
Dopo le sanzioni disciplinari (oltre 30 giorni senza lavoro e senza paga), Trenitalia è passata al licenziamento, il 5 settembre 2014.
Una decisione storica che potrebbe cambiare il trasporto ferroviario
A distanza di sei mesi, il tribunale di Genova non si limita ad annullare il licenziamento con un’ordinanza immediatamente esecutiva, ma entra nel merito della questione.
Secondo il giudice Marcello Basilico, l’azienda non può aumentare i rischi per i lavoratori per motivi di “economicità ” ed “efficienza”.
Se lo fa, è da considerarsi responsabile. “Sono più di 200 i macchinisti sanzionati con giorni di sospensione perchè si sono rifiutati di guidare senza un collega pronto a sostituirli in caso di malore; in tribunale hanno perso in primo grado, aspettano l’appello. Ma questa ordinanza potrebbe cambiare tutto” spiega ancora il ferroviere e sindacalista Catalano.
L’ultimo caso due giorni fa, in Sardegna: infarto del conducente
A meno che il treno non si trovi nella Pianura Padana, lontano da gallerie, il conducente rischia grosso se si sente male sul lavoro.
Come è accaduto il 26 marzo sulla linea Iglesias-Cagliari, quando l’uomo alla guida di un regionale ha accusato sintomi di infarto.
Fortuna che tra i passeggeri c’era un collega fuori servizio, che ha portato il treno alla stazione più vicina.
Soccorso dall’ambulanza, il macchinista è giunto in ospedale e operato di urgenza. Se c’è stato un lieto fine, lo si deve solo al caso.
Ilaria Lonigro
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile
UNA PIAZZA GIOVANE E BELLA DAL PROFUMO DI GELSOMINO
Una Piazza gremita. Una bella Piazza. Popolata di giovani, di donne, senza vessilli di partito ma con tante bandiere nazionali.
Per dire che di fronte all’attacco terroristico il ragazzo in jeans e la ragazza con il capo velato si tengono per mano e lanciano la loro comune sfida di libertà e pluralismo ai fautori della dittatura della sharia.
Un’unità di popolo, prim’ancora che di classe dirigente.
Una unità dal basso, per questo più importante. È la Tunisia che oggi è scesa in piazza per dire “no” al terrorismo e rendere omaggio alle vittime della strage al Museo del Bardo.
Al centro della scena mediatica ci saranno senz’altro i leader del mondo convenuti a Tunisi: Hollande, Renzi, Abu Mazen. Per la Tunisia c’è il presidente Beji Caid Essebsi e il premier Habib Essid; tra i capi di governo sono presenti l’algerino Abdelmalek Sellal, il belga Charles Michel, il libico Abdullah al Thani (espressione della Camera dei rappresentanti di Tobruk) e il vicepresidente del Consiglio del Bahrein, Khalid bin Abdullah al Khalifa.
Ma quello che conta di più è la Piazza. I suoi volti, i suoi slogan.
La sua volontà di rafforzare la transizione democratica e difendere quei principi di libertà , giustizia, indipendenza, che sono stati alla base della “rivoluzione dei gelsomini”.
La “nuova Tunisia” esiste. E resiste.
La manifestazione era stata annunciata domenica scorsa dal presidente tunisino Essebsi nel corso dell’intervista rilasciata all’interno del Bardo.
Essebsi l’aveva presentata come una marcia del popolo tunisino e poco dopo, intervistata dall’agenzia TAP, la ministra del Turismo Salma Loumi aveva fatto sapere che erano stati invitati i principali leader mondiali.
Insomma un evento per dire no al terrorismo sullo stile della marcia internazionale che si tenne a Parigi l’11 gennaio dopo gli attacchi cominciati con l’assalto a Charlie Hebdo.
La polizia tunisina parla di 70 mila persone. Tante.
Ma la “Piazza” si misura non solo in quantità ma in qualità . E quella di Tunisi è una qualità straordinaria.
“No pasaran”. È la determinazione che accomuna i tanti partecipanti al corteo di popolo che ha affiancato quello delle autorità .
“Le monde est Bardo” è lo slogan scelto dagli organizzatori. A fianco della risposta di piazza, c’è quella militare. Continua la stretta delle forze di sicurezza tunisine contro le milizie islamiste dopo la strage del museo del Bardo. Nove terroristi sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con gli agenti a Gafsa, nel sud del Paese. “Le nostre forze hanno ucciso nove terroristi in una vasta operazione a Sidi Aich. Hanno anche sequestrato armi ed esplosivi”, ha affermato il portavoce del ministero, Mohamed Ali Aroui.
Tra i terroristi uccisi anche il super ricercato algerino Khaled Chaib, conosciuto come Lokman Abou Sakher, il terzo attentatore. Si tratta del leader della cellula Okba Ibn Nafaa, gruppo terrorista con base nelle montagne Chaambi al confine con l’Algeria, responsabile secondo il governo dell’attacco del 18 marzo.
Siamo cittadini del mondo, e le ragioni che ci uniscono sono forti, salde, e i tagliagole dell’Isis non riusciranno a reciderle.
C’è questo messaggio dietro a quei cartelli tenuti dai manifestanti con i nomi delle vittime, tra cui anche quelli degli italiani: “Je suis Orazio”, “Je suis Giuseppina” in ricordo di Orazio Conte e Giuseppina Biella, due degli italiani feriti mortalmente nella strage di undici giorni fa.
“Siamo qui per dire che la nostra vita non deve essere presa in ostaggio da questi criminali che nulla hanno a che vedere con l’Islam”, dice Ahmed , studente universitario ventenne. “Io voglio guardare al futuro e non essere trascinata nel Medioevo”, incalza Hanan, collega di studi di Ahmed.
“Ci siamo liberati dalla paura”: era questo lo slogan coniato, 5 anni fa, dai ragazzi della “rivoluzione jasmine”.
Una liberazione di chi sa che il futuro è dalla propria parte ma, per appropriarsene, occorre rompere un presente stagnante, ibernato.
È quanto hanno fatto quei giovani. Ed è quello che continueranno a fare.
“Non ci piegheranno, perchè in gioco è la nostra libertà , è poterci muovere liberamente, e per noi donne sapere di avere gli stessi diritti e le stesse opportunità degli uomini. La nuova Costituzione sancisce questo principio ma ancora c’è tanto da fare per realizzarlo nella vita pubblica”, sottolinea Kalida, 23 anni, attivista di una delle associazioni di donne che arricchisce la società civile tunisina.
Così come i sindacati, soggetto fondamentale nella transizione democratica in atto.
Una bella Piazza. Una Piazza giovane. In continuità con quella che dette l’avvio alla rivolta che spazzo via il regime di Ben Ali.
Una generazione, ricorda Oliver Roy, tra i più affermati studiosi europei del mondo arabo e islamico, “che non è interessata all’ideologia: scandisce slogan pragmatici e concreti (erhal, “subito”) ed evita richiami all’Islam, come succedeva invece in Algeria alla fine degli anni Ottanta. Rifiuta la dittatura, quella dei militari come quella degli islamisti, e continua a chiedere a gran voce democrazia”.
Questi giovani vanno ascoltati, e sostenuti.
“Io mi sono diplomato tre anni fa ma ancora oggi non riesco a trovare un lavoro. E lavoro significa non solo mantenere i miei tre bambini, lavoro è anche dignità ”, dice Faisal, che viene da uno dei sobborghi più poveri di Tunisi.
“I jihadisti — racconta — arruolano promettendo una paga e una famiglia. Conosco alcuni ragazzi che sono stati attratti da queste promesse e ora stanno combattendo in Siria”.
Faisal parte dalla sua esperienza personale e quella di alcuni suoi amici per affermare una verità fondamentale: la sconfitta del terrorismo jihadista non può venire solo da una incisiva azione di polizia e di intelligence.
Perchè è dentro una drammatica crisi sociale ed economica che le filiere tunisine dello Stato islamico e di al-Qaeda fanno proseliti.
La disoccupazione giovanile nel Paese ha raggiunto livelli drammatici, e secondo un recente rapporto OCSE almeno 2 giovani tunisini su 5 sono senza lavoro, situazione che disegna i contorni di “un vero e proprio dramma sociale che ha urgente bisogno di essere affrontato”.
E se così non sarà , il rischio è che si propaghi e rinvigorisca una tensione che già è di per sè alta nel Paese, il quale potrebbe cadere definitivamente vittima della violenza jihadista in uno scenario ancora peggiore.
Per Mourad, disoccupato di 28 anni con un master in tecnologia, l’Is è l’unica speranza di ”giustizia sociale”, ”l’unico modo per ridare al popolo diritti veri” e sostenerlo ”è un dovere per ogni musulmano”.
Molti raccontano di amici che, entrati nell’Is, ”vivono meglio di noi” con stipendio, casa e moglie, racconta Walid, 24 anni.
Nei bar della zona di Ettadhamen, nell’agglomerato urbano di Tunisi, decine di giovani disoccupati e appartenenti alla classe operaia hanno espresso la loro simpatia per le posizioni dell’IS: alcuni accusano gli stati europei di avere diviso gli Stati arabi alla fine della Prima guerra mondiale, impedendo la nascita di un califfato; altri parlano di “giustizia sociale”, dicendo che una volta che il califfato avrà assorbito le monarchie del Golfo Persico, ricche di petrolio, ci sarà una ridistribuzione generale della ricchezza.
Questi giovani non sfilavano oggi. Ma esistono, ed anche loro fanno parte della “nuova Tunisia”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile
MAI LA DESTRA REPUBBLICANA AVEVA RAGGIUNTO ALLE DIPARTIMENTALI UN RISULTATO DEL GENERE…BOCCIATA LA POLITICA ANTI-EURO
Per l’ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, è un trionfo. 
Il suo partito l’Ump e i suoi alleati ha superato gli avversari nel ballottaggio per le elezioni amministrative. Ha conquistato 66-70 dipartimenti su 101.
Marine Le Pen, leader del partito di estrema destra Front National, avrebbe conquistato da zero a due dipartimenti.
I socialisti del presidente Franà§ois Hollande registrano una forte perdita e avrebbero perso la metà dei 61 dipartimenti che si erano invece aggiudicati nelle precedenti elezioni.
“Stasera, la destra ha nettamente vinto le elezioni dipartimentali. Mai, nella Quinta repubblica, la destra aveva raggiunto un risultato del genere”, ha dichiarato pochi minuti dopo la diffusione del risultato Sarkozy, presidente dell’Ump, confermano la vittoria del centrodestra.
“L’alternanza è ormai avviata e niente la fermerà “, ha aggiunto.
Un risultato commentato anche da Manuel Valls, premier socialista. “Questa sera la destra repubblicana ha conquistato una vittoria incontestabile”, sono state queste le prime parole di Valls, che ha ammesso la sconfitta – .
La sinistra, troppo dispersa, troppo divisa al primo turno, conosce un netto arretramento, nonostante un buon bilancio dei governi dei dipartimenti.
Più di 40 milioni di francesi sono stati chiamati alle urne oggi per il secondo turno delle elezioni in 101 dipartimenti, equivalenti alle province italiane.
Il partito di destra Ump, tornato da poco sotto la guida dell’ex presidente Nicolas Sarkozy, si è imposto al primo turno di domenica scorsa con il 29%, bloccando l’avanzata del Front National di Marie Le Pen, fermo al 25%.
Solo terzi i socialisti del presidente Francois Hollande con il 21,8%.
Domenica scorsa è andata alle urne la metà degli aventi diritto .
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