Marzo 4th, 2015 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI VERONA NON SI PIEGA A SALVINI E SI CANDIDERA’ GOVERNATORE… FORZA ITALIA REGGE LO STRASCICO A ZAIA
Flavio Tosi al Viminale, per incontrare l’odiatissimo (da Salvini) Alfano. 
Ufficialmente per parlare di sicurezza, in realtà per gettare le basi della sua sempre più probabile candidatura come governatore alle regionali.
Sostenuto dalla lista Tosi, dai centristi di Ncd e Udc e forse dal movimento di Corrado Passera. Mentre Forza Italia, con Altero Matteoli, lascia capire che nel Veneto l’accordo con la Lega è ormai cosa fatta: «Sosterremo Zaia anche con Tosi in campo».
Dunque il divorzio in casa leghista è ormai cosa fatta.
Lunedì scade l’ultimatum di Salvini, che ritiene «incompatibile » con la Lega la fondazione lanciata da Tosi.
Il sindaco di Verona tiene duro, e domani sera riunirà il parlamentino veneto del Carroccio, di cui è ancora segretario.
Alla riunione debutterà come commissario Giampaolo Dozzo, incaricato di mediare tra Zaia e Tosi e di mettere mano alle liste delle regionali.
Gli amici del sindaco dicono che dopo quella riunione Tosi romperà gli indugi e dirà in modo chiaro che cosa intende fare.
Il commissario Dozzo sparge ottimismo («troveremo una soluzione»), tuttavia dal quartier generale di Tosi fanno sapere che non siintravede alcuna schiarita, «ma proprio per nulla»
Insomma si corre a grandi passi verso la rottura, e anche Roberto Maroni, che con Tosi ha sempre intrattenuto ottimi rapporti, gli lancia un pesante avvertimento: «Spero che non se vada, sarebbe un danno per la Lega, ma anche la sua fine politica».
E comunque «chi non rispetta le decisioni prese si mette fuori dal partito».
Ci si mette anche Umberto Bossi: ricucire lo strappo «è dura, anche se è giusto provarci, ma Tosi deve fare qualche rinuncia».
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica”)
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Marzo 4th, 2015 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO MILANESE: “IN UN ANNO QUESTA LINEA PERDENTE CI PORTERA’ ALL’ESTINZIONE”… “MANCA UNA LINEA POLITICA, SI VA ALLA PESCA DELLE OCCASIONI”… “LINEA NO EURO SUPERFICIALE”
Con una lunga lettera, Massimo Corsaro, deputato milanese di Fratelli d’Italia, per l’elezione del quale Ignazio La Russa rinunciò al seggio conquistato in prima battuta in Lombardia, si è dimesso dal gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale.
La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso della sua personale pazienza, l’aver visto, sabato scorso, Giorgia Meloni ridotta a un ruolo di comprimario di CasaPound nella manifestazione dominata dal leader leghista Matteo Salvini.
Ed è proprio Salvini un’altra delle ragioni che indurrebbero Corsaro a lasciare il partito: secondo lui, nel contesto attuale, l’alleanza col Carroccio porterebbe la Destra italiana all’estinzione nel giro di un anno.
Tra gli altri motivi, la mancanza di una chiara linea politica e di una lucida strategia che, secondo il deputato dimissionario, Fratelli d’Italia maschererebbe con una pesca delle occasioni che, però, non è in grado di far decollare i consensi intorno al movimento. Mancanza di strategia che, sempre secondo Corsaro, sarebbe la causa dell’allontanamento volontario dalla leadership e dal partito anche di Guido Crosetto.
Infine, Corsaro — che si ripropone di continuare a lavorare su questa strada — denuncia il sostanziale fallimento dell’azione tesa al ricompattamento delle diverse anime in cui è divisa oggi la Destra italiana, fallimento che sarebbe dovuto a <livori e veti incrociati tra ex-colonnelli>
Il j’accuse del deputato, a lungo segretario regionale ed assessore lombardo di AN, alla Camera dal 2008, vicepresidente vicario del gruppo PDL nella scorsa legislatura, va anche alla “scelta di sostenere la linea ‘No Euro’, che svilisce una più seria contestazione all’Europa dei banchieri e dei massoni”
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Marzo 4th, 2015 Riccardo Fucile
VOLI DI STATO: RENZI COME BERLUSCONI
Tranne una breve parentesi, la passione per il volo, ministri e presidenti del Consiglio, negli ultimi
vent’anni l’hanno sempre avuta.
Verranno ricordati, nell’Olimpo dei virtuosi, solo Romano Prodi, il primo a dare un regolamento a quello che col tempo è diventato l’ufficio sprechi, e il giovane Enrico Letta, che nel 2013 fece precipitare le ore di volo della flotta degli aerei di Stato a sole 1877 ore di volo, quando il 2014 si è chiuso sulla media di berlusconiana memoria: 6000 ore di volo.
Un’enormità , e non c’è da stupirsi visto l’uso che ne fa Matteo Renzi.
Seimila ore di volo vuol dire che 16 ore e mezzo al giorno c’è un aereo che scorrazza per i cieli del mondo o con lui, o con qualche ministro.
Non c’era bisogno che il presidente del Consiglio si facesse sorprendere da un temporale sull’elicottero: nel corso della campagna elettorale, prima delle Europee, fece coincidere a ogni visita un comizio elettorale. Per non parlare di Courmayeur e delle vacanze di Natale Vanzina style
La cifra arriva da una fonte più che autorevole: il generale Leonardo Tricarico che, tra gli innumerevoli ruoli, ha ricoperto anche quello di capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, consigliere per la Difesa a palazzo Chigi ai tempi del governo Prodi e oggi guida un think tank (Icsa) che si occupa di difesa, intelligence e strategie militari.
“Le seimila ore di volo sono troppe. Nel 2010, giusto per fare un confronto , furono 7000, ma parliamo di un periodo diverso da quello che viviamo oggi. Purtroppo, a parte brevi parentesi, non c’è mai stata una trasparenza: il riserbo sull’uso degli aerei è storicamente impenetrabile. E i nostri studi, come Icsa, sono sempre stati complessi. Purtroppo nascondersi dietro alle ragioni di sicurezza non basta. Non ci sono le ragioni di sicurezza che tutti vanno in giro a sbandierare, e non sono io a dirlo, ma i rapporti che i nostri servizi segreti consegnano al governo e alle autorità competenti ogni sei mesi”.
Seimila ore di volo vuol dire un costo che si aggira attorno ai 50 milioni di euro ogni anno, e solo un quarto viene pagato dalla presidenza del Consiglio all’Aeronautica nei tempi stabiliti.
“Nel 2012”, spiega ancora Tricarico, “l’Aeronautica vantava un credito di 250 milioni di euro e con il tempo lo Stato ha iniziato a pagare, ma sono soldi sottratti alle ragioni per le quali l’Aeronautica è nata: un obiettivo di difesa e non gestire i voli di Stato”. Il servizio è gestito da anni attraverso la Presidenza del Consiglio dei ministri. L’hangar di Ciampino del 31esimo stormo, il reparto dell’Aeronautica che mantiene e fa volare gli aerei blu, si è allargato per far fronte “all’andamento crescente delle richieste”.
Il risultato è una bella flotta vip a disposizione di Palazzo Chigi: otto velivoli ad ala fissa e due elicotteri, cui si aggiungono due jet in pool appartenenti all’amministrazione Difesa.
Tre Airbus (1 da 48 posti e 2 da 36), sette Falcon (da 9, 12 e 16 posti), due elicotteri Agusta AW 139.
Tutti moderni, con allestimenti di lusso, televisori al plasma, poltrone in pelle, tavoli in radica da lavoro, letti per il riposino, e toilette che non sono uguali a quelle degli aerei di linea.
Per le solite ragioni di sicurezza (ma su questo punto Tricarico è drastico: “Oggi al massimo i politici rischiano lancio di uova o pomodori”) non è possibile conoscere gli spostamenti del presidente del Consiglio, quello della Repubblica, del presidente della Corte costituzionale e quello di Camera e Senato, il ministro degli Interni, ma i voli restano, in teoria, grazie a un provvedimento firmato da Berlusconi dopo che sugli aerei erano stati fotografati olgettine e canzonettisti di corte, trasparenti.
E questo vuol dire che ogni tanto il sito della Presidenza del Consiglio pubblica, dopo un paio di mesi, il volo e le motivazioni.
Ma anche a leggere quello non ci sarebbero sempre particolari urgenze.
Sappiamo, per esempio, che il 12 gennaio il ministro Pier Carlo Padoan è volato a Strasburgo, ma poteva farlo con un volo di linea, e non sulla base di una concessione, ma perchè l’aereo di Stato è previsto per i luoghi che non vengono raggiunti dai collegamenti di linea.
Come il Roma-Londra sul quale è salito il ministro Paolo Gentiloni poche settimane fa, il 22 gennaio: il collegamento tra Fiumicino e la Capitale inglese è abbondantemente coperto.
Il 22 dicembre, sempre a Londra, è volato il sottosegretario Sandro Gozi.
Ampiamente coperta è anche la linea Roma-Washington dove a settembre si è recata il ministro della Sanità Beatrice Lorenzin.
Emiliano Liuzzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 4th, 2015 Riccardo Fucile
IL PIANO DI VOLO HA INCASTRATO IL MEGALOMANE, INVECE CHE CHIEDERE SCUSA MANDA ISPEZIONE PER SCOVARE I “TRADITORI”
La caccia alle streghe è cominciata di prima mattina a Brindisi. Il giorno dopo l’atterraggio a Civitella Val di Chiana dell’elicottero con a bordo il premier, ormai da tutti soprannominato il ‘Renzicottero’, non è scattata l’autocritica.
Nessuna riflessione sull’uso e l’abuso dei voli di Stato bensì un’inchiesta per scovare e torchiare ben bene chi avrebbe avuto l’ardire di passare la notizia al Tg de La7. Lunedì mattina dopo l’atterraggio a causa del maltempo nel campo di calcio “Victoria Beauty Fitness Spa”, la notizia si era diffusa grazie a un tweet incauto del segretario provinciale del Pd Massimo Dindalini.
Poi c’era stata l’intervista a ‘Un giorno da pecora’ del titolare del bar vicino al campo e le polemiche del M5S.
Il servizio più informato era però quello di Flavia Filippi trasmesso lunedì sera dal Tg de La7, che ha pubblicato i piani di volo dell’elicottero del 31esimo stormo usato da Renzi.
Il servizio del Tg di Mentana ha fatto infuriare l’Aeronautica che ha spedito ieri un aereo in missione nell’aeroporto pugliese dal quale, secondo ‘l’accusa’ sarebbe uscito il piano di volo, che in realtà è presente in tutti i terminali non solo a Brindisi ma in tutte le postazioni dell’Enav e dell’Aeronautica.
Basta leggerlo per capire la ragione di tanta irritazione.
Cosa ci dice il piano di volo del Renzicottero?
Matteo Renzi doveva essere in ufficio lunedì mattina alle nove come tanti italiani. Avrebbe potuto prendere il Freccia Rossa delle 6 e 50 oppure delle 7 e 38.
In treno sarebbe arrivato a Palazzo Chigi al massimo alle 8 e 50, con sveglia presto, o alle 9 e 25, prendendosela più comoda.
Invece il presidente del Consiglio ha preferito l’elicottero.
Il volo vip è sempre piaciuto a Renzi. Quando era sindaco volava in business e faceva infuriare l’opposizione.
Quando doveva andare ospite alle Invasioni Barbariche, una volta il suo collaboratore e amico Andrea Bacci fu intercettato mentre chiedeva (senza ottenerlo anche allora per la pioggia) l’elicottero al costruttore Riccardo Fusi.
Da premier fa fermare l’aereo presidenziale di ritorno dall’Albania per caricare la famiglia a Firenze e andare a sciare a Courmayeur.
Non ci si può sorprendere se, a differenza di Mattarella, preferisce al Freccia Rossa un bell’elicottero vip che vola solo per lui sulla rotta Bagno a Ripoli-Caserma Macao, più vicina al centro di Roma del vile Ciampino.
Renzi non gradisce mischiarsi alla calca del Firenze-Roma.
Il piano di volo ‘incriminato’ dell’Agusta A 139 del 31esimo stormo ci dice che un equipaggio è stato costretto a decollare da Ciampino alle 15 e 33 di domenica primo marzo per atterrare a Firenze Peretola alle 16 e 35.
L’elicottero impiega solo mezz’ora meno del treno ma ferma dove fa comodo a Renzi. Infatti quella sera non si è fermato a Peretola che dista 38 chilometri da Pontassieve ma è andato a Bagno a Ripoli, che dista soli 12 km dal paesello di Renzi.
Così, per esigenze di sicurezza ma anche perchè volare è bello e dormire una ventina di minuti di più non fa male, l’Aeronautica ha ordinato ai piloti il decollo la domenica sera alle 16 e 59 per un volo di 4 minuti da Peretola a Bagno a Ripoli.
Di più non potevano fare: il giardino del villino di Renzi non è abbastanza grande per l’atterraggio.
Alle 7 e 37 del lunedì mattina, proprio mentre il Freccia Rossa lasciava Santa Maria Novella, Renzi con il fido sottosegretario Luca Lotti decollava.
La piccola rivincita dei comuni mortali arrivava mezzora dopo: mentre loro leggevano comodamente il giornale sul treno che fendeva lapioggia, Renzi ballava nelle nuvole. A volte il meteo riesce dove le circolari di Monti e Letta falliscono.
Così l’elicottero è stato costretto all’atterraggio dopo 38 minuti di volo e Renzi con i suoi è dovuto tornare sulla vile terra.
Una più volgare auto blu li ha portati finalmente a Roma in tarda mattinata mentre i possibili compagni di viaggio del Freccia Rossa, snobbati dal premier, erano già al lavoro da un po’.
L’elicottero a quel punto è ridecollato da Badia al Pino, sempre a spese dei contribuenti, alle 10 e 18 con a bordo due tecnici oltre ai due piloti alla volta di Ciampino.
Basta leggere il piano di volo per capire perchè Renzi non dovrebbe avere gradito molto la sua pubblicazione: è la foto impietosa di una mattinata al confine tra La Casta e Fantozzi.
Così ieri mattina la macchia da lavare non era il volo ma il piano.
Un Piaggio 190 dell’aeronautica Militare è decollato di prima mattina alla volta di Brindisi con una missione: scovare chi aveva passato il piano di volo al Tg 7.
Un colonnello e i suoi collaboratori hanno messo sotto torchio gli operatori sospettati perchè una schermata mostrata dal Tg portava una sigla brindisina.
Ovviamente a pagare anche questa seconda missione saranno i contribuenti che non avrebbero tirato fuori un euro (nè per l’elicottero di domenica nè per l’aereo decollato ieri per Brindisi) se Renzi avesse accettato di dormire venti minuti di meno e di viaggiare un’ora e mezza come un cittadino qualunque o come un tal Sergio Mattarella.
Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 4th, 2015 Riccardo Fucile
SCONTRO IN CONSIGLIO DEI MINISTRI TRA IL PREMIER E LA TITOLARE DELLA SCUOLA: “IL DECRETO PER LE STABILIZZAZIONI NON LO VOGLIO, È ROBA DA VETERO-SINISTRA”
Lui è nero, lei non s’è ancora rassegnata alla figuraccia a cui è stata costretta. 
Sono Matteo Renzi e Stefania Giannini al termine dello psicodramma decreto sì, decreto no, disegno di legge sì o no: alla fine niente, nè l’uno nè l’altro, le solite “linee guida” e del resto se ne riparla martedì prossimo per dare il tempo ai ministri di “studiare il testo che gli abbiamo consegnato”.
Sono quasi le 21 quando il premier scende in sala stampa a palazzo Chigi e fa il suo breve show sulla riforma della scuola: scuro il vestito, scuro il volto, tesi i nervi quando lascia irritualmente la sala e neanche guarda la ministro dell’Istruzione che tenta di stringergli un braccio con uno dei sorrisi più larghi e finti mai visti in un palazzo istituzionale.
Giannini, però, non è remissiva come sembra e lo scontro in atto tra i due è visibile a chi voglia scorgerlo.
Dice Renzi che anche se bisognerà aspettare martedì 10 marzo per l’approvazione, non ci sono problemi: “Non c’è alcun rischio che slittino le assunzioni dei precari. Quale sarà lo strumento legislativo dipende dalla situazione politica e dai caratteri di necessità e urgenza”.
E ancora: “Sento discussioni surreali: se facciamo da soli siamo ‘dittatorelli’, se facciamo i decreti siamo antidemocratici, se facciamo i ddl non siamo abbastanza spediti, siamo in ritardo. Troviamo pace”.
Poi un passaggio un po’ da bar: “Su questa cosa ci abbiamo messo un miliardino”. Infine grande rispetto per le Camere, le stesse istituzioni che ha schiaffeggiato a più riprese in questo anno di governo: “Noi facciamo una proposta al Parlamento: in un tempo non biblico può legiferare senza bisogno di un decreto. La palla passa al Parlamento, i tempi sono sufficienti”.
E qui c’è un bel pezzo del problema: con un normale ddl sarà difficile arrivare all’approvazione in tempo utile per far entrare in ruolo i docenti precari a settembre, cosa a cui il ministro Giannini sembra tenere parecchio.
Quando è il suo turno, Renzi è già tornato nel suo ufficio, cosa che fa abbastanza raramente finchè le telecamere sono accese: “Lo strumento legislativo lo sceglieremo martedì – scandisce lei con la solita voce calma — Decideremo con chiarezza contenuti e veicolo legislativo. Per noi le assunzioni sono una priorità e un’urgenza, quindi sarà uno strumento che consenta di ottenere questo risultato”.
Qui la titolare della Scuola allude al decreto — sponsorizzato anche da moltissimi deputati Pd — almeno per stabilizzare qualche migliaio di precari, ma non c’è verso: a Ballarò, su Raitre, giusto pochi minuti dopo, ammette che lo strumento sarà probabilmente un ddl delega e che sarà il Parlamento a doversi mettere una mano sulla coscienza approvandolo in tempi record se non vuole prendersi la responsabilità di ritardare le stabilizzazioni.
Sul decreto, insomma, si vedrà : Renzi non lo vuole e d’altronde assumere 150mila persone a settembre con tempi già stretti non è così urgente come imporre alle Banche Popolari una riforma che dovrà avvenire fra un anno e mezzo.
Questione di priorità : un ddl delega va alle Camere che lo approvano nel tempo che credono, poi il governo scrive i decreti delegati e li rimanda in Parlamento che ha almeno 30 giorni per esaminarli.
Con tanti saluti alle assunzioni di settembre.
Lo strumento legislativo però, sorprendentemente, non è l’unico terreno di scontro tra premier e ministro: anche sui numeri delle stabilizzazioni si litiga ed è sempre la conferenza stampa a dare conferma alle indiscrezioni.
I soldi stanziati non corrispondono nemmeno da lontano alle promesse renziane di 150mila assunzioni.
Il premier s’è ben guardato dall’entrare nei dettagli, ma la ministro ha dovuto rispondere a una domanda precisa.
Svicolando: “Non voglio ripetere cifre che per noi sono chiare: ha senso che alla fine compaiano sul dettato di legge”. Modi un po’ evasivi per essere solo un rinvio tecnico.
Nel pomeriggio, infatti, fonti di governo avevano sostenuto che Renzi aveva bloccato tutto — anche l’ipotesi di un decreto solo per le assunzioni — con una motivazione abbastanza sorprendente: “Non mi piace l’assumificio. Fare un decreto solo per le assunzioni sarebbe come recitare liturgie da vetero-sinistra, vetero-sindacalismo”.
L’assumificio l’aveva proposto lui, ma tant’è.
Parlamentari di maggioranza, comunque, sostengono che un bel pezzo del problema siano pure le coperture: tra assunzioni, formazione, soldi ai presidi e per gli indennizzi dei docenti non assunti nonostante avessero lavorato per oltre 36 mesi la coperta del “miliardino” potrebbe essere troppo corta.
Saranno nel testo finale, invece, le detrazioni fiscali per chi iscrive i figli alle scuole private care ad Angelino Alfano e allo stesso ministro Giannini: saranno alcune decine di milioni per dare il segnale che c’è stato “un cambio culturale importante”.
Cioè che il “senza oneri per lo Stato” scritto nella Costituzione non vale davvero più.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 4th, 2015 Riccardo Fucile
LO SFOGO SUL WEB DEI DOCENTI ILLUSI DA RENZI
“La storia del merito se la devono mangiare. Merito, merito, merito. Lo sentiamo ripetere tutti i giorni, da persone che hanno meno titoli di noi”.
La voce di Danilo Corradi, insegnante precario di 37 anni, vibra di frustrazione. “Matteo Renzi ha una formazione inferiore alla mia. Quando parla di scuola, parla di qualcosa che non conosce. Mi piacerebbe discuterne con lui: lo sfido a duello. Siamo ancora in attesa che il meritevole presidente del Consiglio azzecchi il decreto a cui sta lavorando da mesi”.
Danilo è uno dell’esercito dei 150 mila. Per la precisione, 148 mila e 100: sono i docenti della “buona scuola”, quelli che a settembre avrebbero dovuto festeggiare l’assunzione dopo anni in bilico, a contare le ore di supplenze e i punti in graduatoria. Uno dei primissimi annunci di Matteo Renzi.
Non sarà così, probabilmente. Le carriere e le vite dei 150 mila resteranno ferme, lasciate a mollo un altro anno ancora.
Quando arriva la notizia della marcia indietro di Renzi, gli insegnanti si sfogano sul forum del sito OrizzonteScuola: “La riforma più veloce del secolo… morta il giorno prima di partire” (scrive l’utente dlepora), “Dilettanti allo sbaraglio. Spettacolo penoso” (80ila), “Pagliacciata senza fine. Un disegno di legge non potrà mai garantire le assunzioni a settembre, e con queste possiamo seppellire la buona scuola, quello che ne era rimasto” (uforobot), “Prendiamo atto che la tanto rinomata riforma epocale che eliminerà il precariato NON ESISTE” (jeppo17).
I messaggi di questo tenore sono decine.
Per Danilo Corradi il problema è a monte.
La riforma è fallimentare: “Se Renzi fosse andato avanti con il decreto, avrebbe rischiato un disastro anche peggiore. Secondo le bozze, il governo avrebbe fatto assumere circa 100 mila precari. Gli altri sarebbero rimasti fuori. Con l’abolizione delle graduatorie ad esaurimento e l’obbligo di rifare il concorso nazionale, praticamente, avrebbero dovuto ricominciare tutto da capo. Il decreto sarebbe affogato in tribunale, tra i ricorsi”.
Così, in compenso, rimane ancora tutto fermo.
Le storie personali di chi ha investito la propria vita sull’insegnamento sono segnate dalle recriminazioni.
“A 37 anni – raccomta Danilo – -ho sulle spalle 6 anni di Filosofia, laureato con lode. Ci ho messo un po’ di più, ma mi sono pagato l’università coi lavoretti. Poi due anni di scuola di specializzazione. Poi — mentre iniziavo le prime supplenze nelle scuole private (perchè per le pubbliche serviva più anzianità ) — ho vinto una borsa per un dottorato in Storia Contemporanea. Uno dei quattro anni di ricerca l’ho fatto alla New York University, visto che ci accusano di non sapere l’inglese”.
Sei, più due, più quattro, più altri quattro di insegnamento precario. In tutto sono sedici anni di formazione qualificata. E il lavoro stabile in una scuola resta un miraggio.
“Sono riuscito a comprare una piccola casa grazie ai risparmi della mia compagna e al prestito di un amico, le banche non mi concedevano un mutuo. E sono fortunato. Mio padre era un operaio dell’Olivetti, da bambino mi diceva che se avessi studiato duramente, sarebbe andato tutto bene. Abbiamo 37 e 35 anni. Per mettere su famiglia aspettiamo ancora la stabilità . Se facessimo un figlio — sorride amaro — avremmo un bonus per iscriverlo a una scuola privata”.
Renzi sta tradendo. “Tra gli insegnanti c’è un sentimento che bolle. Nonostante lo scetticismo, ci abbiamo creduto. Ti dicono che forse ti assumono, dopo tanti anni. Ci speri. Se adesso il governo torna indietro, vedranno la rabbia. La rabbia accumulata. L’hanno solleticata con le promesse”.
Tommaso Rodano
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 4th, 2015 Riccardo Fucile
LA COPERTURA DI UN MILIARDO VIENE RIDOTTA A 680 MILIONI… LO STRUMENTO DELLA DELEGA RIMANDA ANCHE LA POSSIBILITà€ CHE SI FACCIA PER IL 2015
Più che la ministra Giannini, a essere traditi da Matteo Renzi sono i precari della scuola che avevano
creduto ai suoi annunci.
Le slide su “la buona scuola” sono ancora lì, sul sito dedicato.
Nel 2015 si sarebbe dovuto procedere a 148.100 assunzioni quasi tutte tratte dalle Graduatorie a esaurimento, le liste infernali dei precari storici. Renzi aveva indicato chiaramente anche i fondi stanziati: un miliardo.
E poi, era chiaro a tutti che, visti i tempi per procedere alle assunzioni, sarebbe stato necessario un decreto.
Tra definizione dei fabbisogni, calcoli delle figure docenti, coordinamento tra scuole, provveditorati e ministero, possono passare dei mesi.
L’anno scorso, l’atto di indirizzo del Miur per il fabbisogno della scuola fu redatto a gennaio.
Come sia possibile che un disegno di legge che, bene che vada, sarà approvato a maggio, possa essere efficace per il mese di agosto, quando serviranno i decreti di assunzione, è un mistero.
La bozza entrata ieri in Consiglio dei ministri, e illustrata in conferenza stampa da Stefania Giannini, non mantiene le promesse, dunque, soprattutto sul piano finanziario.
Nel testo su “la buona scuola”, infatti, si stanziava un miliardo per le nuove assunzioni mentre nella bozza si parla solo di 680 milioni e invece dei tre miliardi per gli anni successivi si stanziano circa 2,4 miliardi.
Ci sono molti posti in meno rispetto ai 148 mila annunciati.
La frase chiave del testo è quella relativa all’organico (riferito all’autonomia degli istituti comprensivi) “in misura corrispondente al fabbisogno stabilito dagli ordinamenti vigenti tenuto conto della valorizzazione e del potenziamento dell’offerta formativa”.
Tale offerta si riferisce a linee guida che riguardano l’insegnamento della musica, dell’inglese dell’educazione fisica, ma anche dell’intreccio tra arte, ambiente, enogastronomia e i territori.
Una scuola, nelle intenzioni, più legata al “made in Italy” e alla sua valorizzazione, più intrecciata con le aziende (si prevedono sportelli per l’occupabilità direttamente negli istituti).
La crescita della docenza servirà a potenziare questa offerta che però, per come è immaginata, non sarà molto rilevante anche perchè avverrà nel rispetto dell’ordinamento vigente e quindi dei tagli già fatti finora.
Lo stanziamento dei 680 milioni per il 2015, riduce di molto le previsioni di assunzione.
La ministra Giannini non ha voluto dare numeri rinviando al testo che sarà licenziato il 10 marzo. Ma facendo un semplice conto matematico non si tratterà di più di 100 mila assunzioni.
Mlto delusi quindi, gli iscritti alle Gae, i circa 150 mila precari sbandierati finora, un terzo dei quali potrebbero rimanere senza speranza e con la prospettiva, scritta nel testo di legge, della soppressione delle stesse Gae.
Vengono tutelati, invece, i vincitori del concorso del 2012 rimasti finora senza cattedra e che saranno immessi in ruolo.
Dall’approvazione di questa legge, poi, il concorso sarà la norma per essere assunti, si svolgerà ogni tre anni e sarà su base regionale. Allo scadere dei tre anni, le graduatorie saranno cancellate e si ricomincia da capo.
Uno spazio è concesso anche alle Graduatorie di Istituto che copriranno posti eventualmente rimasti liberi.
Tutti i nuovi assunti dovranno fare apposita domanda tramite il sistema informativo gestito dal ministero dell’Istruzione. Il testo che è stato oggetto del dibattito di ieri prevede anche lo Statuto dello studente ma soprattutto integra il piano di riforma degli scatti stipendiali ai docenti.
Che saranno, per il 70%, legati al “merito”, come ha detto Giannini, cioè conseguenti ai Nuclei di valutazione istituiti nelle scuole anche se la definizione di questa partita è demandata al nuovo contratto nazionale.
Confermate le detrazioni per le scuole paritarie (4.000 euro a studente) viene inserita la possibilità di destinare il 5xmille agli istituti e lo school bonus, un credito di imposta del 65% per elargizioni liberali.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 4th, 2015 Riccardo Fucile
SPUNTI PER IL COPIONE DI UNA SCENEGGIATA NAPOLETANA
Nel 2012 un partito, il Pd, incalzato da un movimento, i 5Stelle, si batte come un sol uomo per approvare una legge, la Severino, che estende finalmente ai parlamentari le norme sulla sospensione, la decadenza e l’ineleggibilità già in vigore per gli amministratori locali arrestati e/o condannati per reati gravi.
Il partito degli arrestati e dei condannati, Pdl, tenta di opporsi ma non è aria e alla fine subisce.
La legge passa, ma con un codicillo: per sospendere gli amministratori locali basta la condanna in primo grado, per i parlamentari invece no.
C’è solo la decadenza e l’ineleggibilità dopo la condanna definitiva, per giunta sopra i 2 anni.
Sotto i 2 anni fa niente, anzi: averne, di pregiudicati.
Dopo vari amministratori locali semisconosciuti, il primo utilizzatore finale famoso della legge è il senatore B., 4 anni per frode: decaduto e ineleggibile. Tutto bene.
Il secondo è il sindaco De Magistris: 1 anno e 3 mesi per un abuso d’ufficio demenziale (tabulati telefonici di parlamentari usati senz’autorizzazione, peraltro prima che potesse sapere che erano di parlamentari e che richiedevano l’autorizzazione), per giunta commesso non da sindaco, ma da pm: il Pd gli intima giustamente di dimettersi, lui resiste, il prefetto lo sospende, il Tar e il Consiglio di Stato lo reintegrano.
Il terzo è il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca: ha più processi che capelli in testa, con una collezione di imputazioni da Guinness; uno finisce male con la condanna a 1 anno per un abuso d’ufficio commesso da sindaco.
Il Tribunale sposa la tesi del pm, secondo cui De Luca nominò il suo capo staff Di Lorenzo a project manager del “termovalorizzatore” di Salerno al posto di un altro: scelta “illegale,dannosa, inutile e illecita”, tantopiù che “Di Lorenzo non aveva neppure i titoli” e la spesa per stipendiarlo fu uno sperpero di denaro pubblico.
Solita trafila: il prefetto sospende De Luca, il Tar lo reintegra in via cautelare, in attesa della pronuncia della Consulta sulla Severino.
Stavolta, essendo De Luca del Pd e renziano, il Pd renziano non gli ordina di andarsene, come dovrebbe avendo voluto e votato la Severino.
Anzi tace e acconsente alla sua candidatura alle primarie per il governatore della Campania: carica da cui, se eletto, decadrebbe un secondo dopo essersi seduto in poltrona.
Ma un deputato suo fedelissimo, tal Fulvio Bonavitacola, ha già presentato una legge ad De Lucam per togliere dalle cause di decadenza un reato a caso.
Indovinate quale? L’abuso d’ufficio, of course.
Che passa per una quisquilia, un incidente professionale per pubblici amministratori, un’afflizioncella quasi obbligatoria.
Invece, dopo la riforma del 1996, è un delitto grave: quello di chi abusa della carica pubblica per danneggiare un nemico o favorire patrimonialmente un amico: e di solito nasconde un tornaconto, cioè una mazzetta.
Se la Severino, fatta apposta per tutelare la Pubblica amministrazione da chi ne approfitta per i suoi porci comodi, non includesse l’abuso d’ufficio, tanto varrebbe raderla al suolo.
Come se la Chiesa tollerasse i preti che bestemmiano e, nei ritagli di tempo, fanno le messe nere con l’ostia consacrata.
Ma, si sa: i reati degli amici sono sempre meno reati di quelli altrui.
De Luca punta il dito contro la disparità di trattamento fra parlamentari e amministratori locali: e avrebbe ragione, se non fosse che vuole abbassare l’asticella dei secondi al livello dei primi, non certo alzare quella dei primi al livello dei secondi. L’idea che un condannato non debba amministrare denaro pubblico non sfiora nessuno.
Renzi, per non saper nè leggere nè scrivere, fa sapere che il governo la Severino non la tocca. Però la Boschi aggiunge che, se vuole toccarla il Parlamento, chi è il governo per impedirglielo?
Ma che carina, ma che graziosa sensibilità istituzionale. Diciamolo pure: ma che sceneggiata.
Bersani invece, da bravo oppositore interno, la Severino la vuole cambiare senza se e senza ma: del resto chi era il segretario del Pd che fortissimamente la volle? Bersani. Un tempo si diceva: fatta la legge, trovato l’imbroglio.
Ora è l’inverso: fatto l’imbroglio, cambiata la legge.
Pare quasi che la colpa dell’inguacchio sia della legge e del Parlamento che non la cambia due anni dopo averla approvata all’unanimità , anzichè del Pd che non ha neppure la forza di escludere dalle proprie primarie — dove le regole le stabilisce il partito — un condannato in primo grado.
È lo stesso partito che, già sotto Renzi, aveva escluso dalle primarie in Sardegna Francesca Barracciu, “soltanto” indagata per peculato, salvo poi risarcirla con un sottosegretariato.
Ora, anzichè scegliere una volta per tutte fra il primato della legge (regola cardine dello Stato liberale di diritto) e il primato della politica (che non esiste), i presunti rottamatori pensavano di risolvere la cosa candidando contro il renziano De Luca il neorenziano Gennaro Migliore (che non voterebbero neppure i parenti stretti, infatti si ritira) e il bassoliniano Andrea Cozzolino.
Che, a furia di elettori cinesi, aveva già mandato in vacca le primarie per il Comune: meritava un’altra chance anche per la regione.
Ma è andata male: non basterebbe tutta l’Asia a scalfire il sistema De Luca. Comunque non tutte le primarie vengono per nuocere: quelle in Campania hanno definitivamente chiarito il significato di “rottamazione”.
Cittadini, siccome siamo democratici, la scelta spetta a voi: volete Barabba o Barabba?
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 4th, 2015 Riccardo Fucile
GIUSTO COMBATTERE UNA BATTAGLIA, MA ALLORA SI DEVE RINUNCIARE ALLO STERCO DEL DIAVOLO… FORZA SALVINI E BORGHEZIO, IN DUE SONO 22 ANNI CHE VI FATE MANTENERE DALL’ODIATA BCE, E’ ORA DI ESSERE COERENTI: RINUNCIATE ALLO STIPENDIO, COSI’ FANNO I VERI RIVOLUZIONARI
E’ sufficiente dare un’occhiata al cursus honorum di due insigni rivoluzionari per comprendere il significato
ideale di una battaglia.
Pensate, Mario Borghezio è dal 2001 che siede al parlamento europeo, Matteo Salvini dal 2004 al 2006 e dal 2009 ad oggi: insieme fanno 22 anni di presenza a Strasburgo e a Bruxelles, una vita.
Da 22 anni giustamente usufruiscono delle strutture messe a disposizione della Ue: rimborsi spese viaggi, rinborsi spese alloggio, rimborso spese vitto, segretarie a Bruxelles e altre nei propri collegi elettorali, rimborsi spese rappresentanza, rimborso spese convegni, rimborso spese telefoniche.
Strutture che sono strettamente connesse alla attività di parlamentare, comunque la si pensi sulla validità e sulle finalità dell’euro e della troika, della Bce e dell’Europa dei mercanti.
Ma altra cosa è la vile moneta, lo sterco del diavolo che si percepisce come stipendio, ovvero la modica somma di 13.000 euro al mese, alias 156.000 euro l’anno, ovvero 1.248.000 eurini in otto anni per Salvini e 2.184.000 eurini per Borghezio, liquidazione finale a parte.
Poichè ci risulta difficile immaginare un leader ecologista a libro paga di inquinatori, un Fidel Castro stipendiato dagli americani, un Lenin pagato dallo Zar, un Mussolini finanziato da Stalin o viceversa, un guerrigliero della Jihad con i versamenti pensionistici versati dal Vaticano, sorge spontanea una domanda: chi ogni giorno ci ricorda le malefatte della Ue, chi non perde occasione per addossare ogni crimine alla Banca centrale europea, chi vuole uscire dall’euro, perchè poi se li mette in tasca, i suddetti eurini, e pure in maniera consistente?
Coerenza e stile da uomini “di destra”, duri e puri, come da recente certificazione allegata dei cognati italiani, non vorrebbe che si rinunciasse allo stipendio del nemico dichiarato?
O la rivoluzione contro la globalizzazione si ferma dinanzi all’italico “tengo famiglia”?
E non si trovi la scusa che uno di famiglia non ne ha, visto che l’altro ne ha almeno due.
I rivoluzionari non devono avere notoriamente altri interessi terreni, da uomini di profonde letture celtiche dovreste saperlo.
Quindi urge coerenza, condottieri padani: “Francia o Spagna purchè se magna” può valere per i degenerati italioti, non per chi è figlio del Po.
Rifiutate lo sterco del diavolo Ue, anzi restituite pure gli arretrati, in modo da poter marciare a testa alta al comando delle guardie padane.
Siete uomini di destra o caporali?
O forse il “basta euro” si deve intendere che ne mettete in tasca fin troppi?
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