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E’ GIA PRONTA LA LEGGE AD PERSONAM PER SALVARE DE LUCA

Marzo 3rd, 2015 Riccardo Fucile

PRESENTATA ALLA CAMERA DA BONAVITACOLA, BRACCIO DESTRO DELLO “ZAR DI CAMPANIA”…. TOGLIE PROPRIO L’ABUSO D’UFFICIO DALLE CAUSE D’INELEGGIBILITà€

Nei cassetti della Camera è arrivata in tempi non sospetti, subito dopo la condanna di Luigi De Magistris.
E lì è rimasta, in attesa che la commissione Affari Costituzionali la prendesse in mano. Ma adesso è arrivato il momento di tirarla fuori, e pure di fretta. In quella proposta di legge c’è la modifica alla legge Severino che può tirare fuori dai guai Vincenzo De Luca, appena proclamato dalle primarie candidato del Pd alla presidenza della Regione Campania.
L’asso nella manica di De Luca porta la firma di un suo fedelissimo, l’avvocato salernitano e deputato del Pd Fulvio Bonavitacola.
Se Berlusconi si appella all’Europa contro la retroattività  della Severino, se la Consulta deve pronunciarsi sul parere chiesto da de Magistris e da un consigliere regionale pugliese, Bonavitacola ha intuito che c’era un’altra via da percorrere: togliere l’abuso d’ufficio dai reati che determinano la sospensione e la decadenza dalle cariche elettive.
Ovvero, eliminare il problema alla radice. È l’abuso d’ufficio quello che ha portato alla condanna di De Magistris (per la verità , per questioni che riguardavano la sua attività  di magistrato, non quella di sindaco) ed è l’abuso d’ufficio che pesa su Vincenzo De Luca.
“La legge Severino — spiega Bonavitacola — ha una scarsissima tutela per gli amministratori, che possono incorrere facilmente nel reato di abuso di ufficio”.
Spiega il deputato Pd che quella fattispecie non era indicata nell’elenco dei reati che già  una legge del 2000 prevedeva per l’incandidabilità  alle cariche pubbliche locali.
E aggiunge che la legge delega con cui il Parlamento affidò al governo Monti il compito di redigere la Severino prevedeva sì l’aggiunta di nuovi reati, ma solo quelli relativi a casi di “grave allarme sociale”.
Categoria entro la quale, ragiona, non può rientrare l’abuso d’ufficio.
Sostiene Bonavitacola che da parte di Monti e dei suoi compagni di governo ci fu un eccesso di zelo, dovuto alla “smania” di presentarsi alle elezioni con la patente di “moralizzatori” del Paese.
Non è il solo, per la verità , a ricordare come, in quella fine di dicembre del 2012, la stesura della legge avvenne in modi francamente singolari: restò all’esame delle commissioni della Camera solo per 48 ore, al Senato addirittura 24, tre giorni prima che il Parlamento venisse sciolto.
“Fermo restando che in quella legge c’è un rigore che ha ridato credibilità  al Paese — spiega oggi il deputato Pd Francesco Sanna — andrebbero rivisti molti aspetti, a cominciare dal rapporto con gli uffici anticorruzione”.
L’attenzione, in quel frangente, era già  rivolta altrove.
E nei corridoi del palazzo, perfino i funzionari degli uffici legislativi dei ministeri confessano che, col senno di poi, quella legge non l’avrebbero scritta in quel modo.     Così è cominciata la trafila per smontarla.
Per De Luca si tratta di una “battaglia di civiltà  giuridica”. E si fa forte delle parole del vicesegretario Pd Debora Serracchiani che, tre giorni fa, aveva chiesto “chiarezza” su una legge che, nella sua attuazione, ha creato situazioni di “incertezza” come quelle di Napoli e Salerno.
Già  perchè, come noto, in entrambi i casi, alla sentenza di condanna e alla conseguente sospensione dall’incarico, è immediatamente seguito un ricorso e un altrettanto rapido reintegro nelle funzioni di primo cittadino.
Difficile immaginare che l’eventuale elezione a governatore campano segua un percorso diverso.
“Chiariamoci — spiega ancora Bonavitacola — De Luca è candidabile ed è eleggibile. Verrà  proclamato, nominerà  la giunta, arriverà  la sospensione, si farà  immediato ricorso e il Tar sospenderà  la sentenza. Sarebbe compito del Parlamento avere nel frattempo sanato questa situazione, senza aspettare il parere della Consulta”. Bonavitacola ha già  allertato il presidente della commissione Affari Costituzionali Francesco Paolo Sisto (che fa sapere: “Va a finire che quella legge alla fine si applica solo a Berlusconi”).
La modifica va fatta in fretta anche se, assicura il braccio destro di De Luca, “non c’è il patema di maggio”.
Ci penserà  il Tar, prima. Ma il Parlamento — chiosa la deputata campana Luisa Bossa — “non può vanificare il lavoro fatto in questi mesi: bisogna trovare un modo per sanare il vulnus. I cittadini hanno dato fiducia a De Luca, domenica è stata una bella giornata di democrazia, non facciamoci del male”.

Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MANUELA REPETTI: “PERCHE’ ABBANDONO FORZA ITALIA”

Marzo 3rd, 2015 Riccardo Fucile

LA SENATRICE, MOGLIE DI SANDRO BONDI, MOTIVA AL “CORRIERE DELLA SERA” LE RAGIONI DEL SUO ADDIO

Desidero spiegare in maniera pubblica e sincera le ragioni del mio dissenso politico nei confronti del partito a cui appartengo.
Da tempo, purtroppo, Forza Italia sta vivendo una profonda crisi per diversi motivi. Elenco i principali: l’azzoppamento del nostro leader, il presidente Silvio Berlusconi, con la conseguenza di un centrodestra senza più un punto di riferimento; l’arrivo di Renzi a capo del Pd, ma con una personalità  politica ricca di sfumature e difficilmente incasellabile a sinistra riuscendo dunque ad attirare consenso anche al centrodestra; una vera e propria guerra interna a Forza Italia per la successione.
È soprattutto quest’ultimo punto che mi ha spinto a una seria riflessione.
Ciò che sta avvenendo, infatti, è una vera e propria distruzione, con faide interne il cui unico fine è quello di spartire l’eredità  politica di Berlusconi, a cominciare da coloro che gli stanno accanto e che dicono a parole di voler tutelare la sua leadership.
Pur non essendo schierata con nessuno, ritengo che la serie di commissariamenti sia solo il risultato di rese di conti che daranno ancora altri frutti amari.
Cose che, a mio avviso, nulla hanno a che vedere con il movimento liberale che Silvio Berlusconi ha fondato e che lui stesso non avrebbe mai consentito accadessero.
A questo si aggiunge che Forza Italia, fondata dal presidente Berlusconi per realizzare quella rivoluzione liberale tanto necessaria per modernizzare il nostro Paese, nel tempo è cambiata.
Infatti quella rivoluzione liberale è stata intrapresa solo in parte e per questo abbiamo perso consenso.
Alla base di questo fallimento vi sono diverse cause, non ultima – per dovere di obiettività  – l’azione di una parte della magistratura che spesso ha agito secondo finalità  politiche con un accanimento nei confronti del presidente Berlusconi, compromettendo un solido equilibrio dei poteri, necessario in ogni sana democrazia.
E purtroppo nemmeno i nostri governi sono mai riusciti a realizzare una riforma della giustizia equa, non contro la magistratura, ma a favore della giustizia, dei magistrati onesti e indipendenti e di tutti i cittadini.
Un’altra ragione del fallimento sono stati i condizionamenti degli alleati che, tuttavia, continuiamo a inseguire nonostante ci siano evidenti, abissali diversità .
Forza Italia è cambiata anche sul piano programmatico; assistiamo infatti a posizioni contraddittorie, spesso caratterizzate da un’accentuata difesa di interessi corporativi che nulla hanno a che fare con un programma liberale.
Per non parlare dei diritti civili, dove si registrano atteggiamenti di chiusura e perfino oscurantisti.
Per finire, è ormai difficile per me riconoscermi in una classe dirigente che di fatto oggi controlla Forza Italia.
Per tutte queste ragioni, pur ringraziando il presidente Silvio Berlusconi, a cui va tutta la mia riconoscenza e il mio affetto, per la possibilità  che mi ha offerto di diventare membro del Parlamento e di partecipare a un’avventura politica che è stata per me importante, ho deciso di lasciare il gruppo parlamentare di Forza Italia e di iscrivermi al Gruppo misto del Senato.

(da “il Corriere della Sera”)

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SCUOLA, SALTA IL DECRETO, A RISCHIO L’ASSUNZIONE DI 150.000 PRECARI

Marzo 3rd, 2015 Riccardo Fucile

IL MINISTRO GIANNINI “BASITA”, NON NE SAPEVA NULLA….RENZI DIVENTA “DEMOCRATICO” SOLO PER DANNEGGIARE I PIU’ DEBOLI

La “buona scuola” di Renzi dovrà  fare a meno del decreto.
Alla vigilia del Consiglio dei ministri, il Governo ha fatto sapere che l’atteso decreto non ci sarà , mentre sarà  varato il disegno di legge.
La mossa ha colto tutti alla sprovvista, in particolari i 150mila precari a cui è stata promessa l’assunzione e che ora, con i tempi molto più lunghi del disegno di legge, vedono a rischio la loro regolarizzazione entro settembre.
Ma da Palazzo Chigi, quello che per i diretti interessati, i docenti, potrebbe essere visto come un pasticcio, il mancato decreto è invece considerato un messaggio per il Parlamento: un invito a coinvolgere le opposizioni, liberandosi così dalle critiche che gli sono state mosse rispetto all’abuso della decretazione d’urgenza.
Una scelta che però rischia di ricadere sulle spalle dei più deboli, i precari della scuola.
Andiamo con ordine. In prima battuta, il Cdm di oggi avrebbe dovuto varare un decreto: un testo su cui al ministero dell’Istruzione stanno lavorando da settimane, con la bozza ormai ultimata. Tutto pronto.
Poi in serata il dietro-front: Renzi, spiegano ambienti vicini alpresidente del Consiglio, è stufo per l’accusa di “dittatorelli” mossa al governo dai leghisti e dal capogruppo azzurro Renato Brunetta.
Il governo, è la convinzione del premier, sta lavorando ad un cambiamento radicale ma vuole coinvolgere le opposizioni.
Per questo il Consiglio dei ministri rinuncia al decreto proponendo un ddl, chiedendo tuttavia tempi certi al lavoro parlamentare.
Se tutti saranno rispettosi, dice Renzi ai suoi, e attenti, se non ci sarà  ostruzionismo, allora le ragioni dell’urgenza saranno rispettate dal normale dibattito parlamentare. Una sfida in positivo, si spiega nell’entourage del premier, sui contenuti e sul metodo e si vedrà  come reagiranno le opposizioni.
La mossa del premier, arrivata a poche ore dal Cdm, ha lasciato basita il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, scrive Repubblica.
Per questo ministro e premier si vedranno in mattinata per definire i dettagli degli interventi dedicati alla scuola.

(da “Huffingtonpost“)

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RENZI VOLA BASSO

Marzo 3rd, 2015 Riccardo Fucile

LA PROSSIMA VOLTA POTREBBE USARE UN BALDACCHINO: I PORTATORI SERVILI IN ITALIA NON MANCANO MAI

Un atterraggio d’emergenza imposto dal maltempo ha rivelato improvvisamente agli italiani che per andare da Firenze a Roma il granduca Matteo usa l’elicottero di Stato. Lui, il campione dell’Anti Casta che da sindaco impazzava per la città  gigliata al volante di una macchinina elettrica e da segretario del Pd si faceva immortalare sul Frecciarossa come un Draghi qualunque.
L’opinione pubblica si è subito spaccata.
La maggioranza, composta da pendolari e sardine d’auto o di metrò, invoca per Messer Renzi un mezzo di trasporto più sobrio ed economico (non sottovaluterei il baldacchino, è ecologico e in Italia i portatori non mancano mai).
Ma esiste anche una minoranza, fiera della propria impopolarità , convinta che fare viaggiare il capo del governo tra i cittadini significherebbe esporlo alla mercè del primo squilibrato e che la sua scorta sarebbe fonte di disagio per gli altri passeggeri.
L’elicottero rimane una scelta infelice perchè è lo scooter dei miliardari e la metafora di una distanza abissale dalla gente comune.
E comunque in democrazia il problema è sempre la trasparenza.
Obama sale e scende dagli elicotteri senza dare scandalo, dato che in America tutti sanno che quei velivoli fanno parte del corredo presidenziale.
Che Renzi ne usasse uno, invece, noi lo abbiamo scoperto ieri per caso.
Come ogni caduta di stile, anche questa fa girare le eliche.
Ma sostenere un condannato in primo grado alla presidenza della Regione Campania le fa girare ancora di più.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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IL FALSO STORICO DI PIAZZA DEL POPOLO “GREMITA”

Marzo 3rd, 2015 Riccardo Fucile

NOI AVEVAMO PARLATO DI 15.000 PRESENZE… ORA ANCHE ALTRI MEDIA DICONO LA VERITA’: TRA 12.000 E 20.000

Da due giorni la romana Piazza del Popolo di Matteo Salvini viene descritta come “piena” e “gremita” dalla gran parte dei quotidiani (a eccezione di Messaggero e Avvenire) che però non danno i numeri.
Bene.
I numeri sono questi: si va da un minimo di 12 mila a un massimo, forse, di 20 mila. Significa che la piazza era vuota a metà .
Scrivere o affermare il contrario è un falso giornalistico destinato a diventare un falso storico.
Alle 14 e 40, quando mancavano venti minuti alla manifestazione, la folla, a partire dal palco sotto al Pincio, non arrivava all’obelisco.
Poi sono calati un paio di migliaia di fascisti di Casa Pound. A dimostrare il flop del sabato fascista è il confronto con altre piazze del Popolo.
Quella di Grillo, era il maggio del 2013, fu la più piena tra quelle convocate per la chiusura della campagna elettorale del Campidoglio (e si parlò di 10mila).
In centomila arrivarono per le donne di “Se non ora quando” nel febbraio 2011.
E lo stesso Berlusconi, il grande ignorato di sabato scorso, riuscì a radunare la stessa cifra nel marzo del 2013.
Per Salvini non c’è solo l’overdose tv, ma anche quella di piazza.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CHI E’ DI DESTRA NON STARA’ MAI CON SALVINI E LA MELONI: NON FACCIAMO FAVORI A RENZI

Marzo 3rd, 2015 Riccardo Fucile

UN CENTRODESTRA DA RISERVA INDIANA SERVE SOLO AI POLTRONISTI… LA VERA DESTRA INCENDIARIA SAREBBE ANDATA IN PIAZZA DEL POPOLO PER DEMOLIRE IL PALCO

Iniziamo questa analisi da un semplice confronto:   alle ultime elezioni (quelle europee) il centrodestra ha avuto complessivamente il 26,7%, composto dal 16,8% di Forza Italia, dal 6,2% della Lega e dal 3,7% di Fratelli d’Italia.
A distanza di un anno la media di dieci sondaggisti, pubblicata oggi da Termometro politico, certifica che il centrodestra avrebbe il 30,6%, composto dal 14,1% della Lega, dal   13,4% di Forza Italia e dal 3,1% di Fratelli d’Italia.
Pur in circostanze favorevoli, quindi, un aumento contenuto del 3,9%.
Il centrosinistra che alla europee aveva visto il boom del Pd con un 40,8% e con la Lista Tsipras al 4%, ora è dato al 42% (con il Pd al 38,7% e Sel al 3,3%), in leggero calo di 2,8 punti.
Giusto per completezza segnaliamo che il M5S è passato dal 21,1% al 18,2% di media.
Questo prima visione d’insieme dimostra due cose: in primis che il divario tra questo centrosinistra e “questo” centrodestra è di oltre 11 punti, in secondo luogo che questo centrodestra a trazione leghista al massimo vincerà  la coppa del nonno a Topolinia.
Ovvero servirà  allo scopo di assicurare qualche bella poltrona di deputato a qualche congiunto di Salvini e cognato d’Italia, non certo a scalzare Renzi e il Pd da palazzo Chigi per i prossimi dieci anni.
Non solo infatti non si recupera il popolo dei moderati, ma neanche si scalfisce l’elettorato deluso di destra, visto che la percentuale di astensionisti rimane la stessa.
Risulta evidente a qualsiasi cervello funzionante che andare dietro ai deliri xenofobi di Salvini è solo una perdita di tempo e un favore a Renzi che, in una campagna elettorale futuribile nel 2018, asfalterà  il “sistemamogli” in un amen, sempre che il padano sia ancora a piede libero.
Chi si stupisce di tale ipotesi farebbe bene a ricordare che medesimo stupore hanno provato anni fa i nostri lettori quando dicevamo cose analoghe sulle abitudini di Bossi e compagni di merende e sui maneggi di Belsito.
Ma veniamo a quell’operazione in corso, a cura di Fratelli d’Italia per interposta signora Alemanno, che si chiama “Prima l’Italia”.
Le ultime news in proposito sono contenute in un’analisi che la signora Alemanno ha diffuso in un comunicato stampa, peraltro intelligente e insinuante, dopo la manifestazione flop di Piazza del Popolo.
Da un lato infatti si prendono le distanze dalle corbellerie di Salvini, dall’altro si invita ad allearsi lo stesso con la Lega.
Per la prima parte si legge: “Quella di ieri era una bella piazza, ma non nostra. Ci ha colpito l’assenza di bandiere nazionali, salvo quelle portate da Casapound; la visione di un palco in cui c’erano più tricolori russi che italiani; l’insistenza di Salvini nel parlare di “Italie” al plurale e non di “Italia” unita e indivisibile, Ma, soprattutto, ci ha colpito la riedizione della polemica del “cittadino” contro lo “Stato”, confondendo ancora una volta lo Stato nazionale con lo statalismo e l’oppressione fiscale. Come si fa a difendere la sovranità  nazionale di fronte a Bruxelles e di fronte alla globalizzazione senza uno Stato-Nazione che la incarni e la eserciti?“.
Considerazioni scontate per cui non sarebbe stato necessario attendere il verbo di Salvini in piazza del Popolo e sufficienti per recarvisi solo allo scopo di demolire il palco e inseguire coi forconi fino ad Ostia Lido i pataccari padani.
Ma questa prima parte ha lo scopo di “ammorbidire” chi non vuole morire in camicia verde, dopo aver evitato il decesso da democristiani.
Ecco la seconda parte che riporta all’ordine: “la piazza di ieri ci ha dimostrato che Matteo Salvini può e deve essere un alleato, ma la Lega e i suoi affiliati non possono essere la nostra Casa comune. Possiamo e dobbiamo essere complementari con l’amalgama che si sta creando attorno a Matteo Salvini”.
Fino a sbulaccare completamente nell’umorismo: “di Matteo Salvini ci piace la forza con cui mette in discussione il “politicamente corretto”, il coraggio con cui sfida l’eurocrazia di Bruxelles e i poteri forti della globalizzazione”.
Come quando è scappato a gambe levate a Bologna?
Insomma un gran rivoluzionario della pagnotta.
E poi la marchetta: “ci sono persone e comunità  di destra che si sono rifugiate nel limbo del non voto e del rifiuto della politica. Dobbiamo richiamarle a noi senza trascurare di difendere fino in fondo le insegne di Fdi-An alle ormai prossime elezioni regionali“.
In   pratica, al di là  delle sparate demagogiche, si rendono conto che il progetto di vendere la destra a Salvini non convince milioni di elettori di area, come non li convince una destra razzista e anti-europea, la classica becero destra contro la quale Pino Rauti (e non solo) spese una vita.
E cercano di aggregare quache ingenuo per poi presentarsi a Salvini con un portafoglio clienti ingrossato.
Alla faccia della tanto declamata “sovranità “,
Qua siamo ai saldi di stagione, all’accattonaggio molesto e ai travisamenti ideologici.
Lunga vita a Renzi? No grazie, la destra sociale del futuro è altra cosa.

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ELICOTTERO DI STATO PER RENZI, AGLI ITALIANI GIRANO LE PALE

Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile

DOPO ORE DI POLEMICHE, IN SERATA PALAZZO CHIGI SI APPELLA A NON PRECISATI “MOTIVI DI SICUREZZA” PER GIUSTIFICARE LO SPERPERO DI DENARO PUBBLICO

Tutti contro Matteo Renzi. Dopo l’aereo blu per andare a sciare con la famiglia a Courmayeur in occasione del Capodanno, il premier usa un elicottero di Stato per spostarsi da Firenze a Roma: il velivolo è costretto alle 8.45 a un atterraggio di emergenza a Badia al Pino, nel comune di Civitella della Chiana (Arezzo), e sulla passione del presidente del Consiglio per gli spostamenti in velocità  scoppia una nuova polemica politica.
Un fronte trasversale che va da Forza Italia a Sel fino al M5S chiede a Renzi conto dell’accaduto, proponendo un parallelo con il il neo capo dello Stato Sergio Mattarella, che per spostarsi utilizza voli civili e normalissimi tram.
In serata arriva la versione di palazzo Chigi: il premier, si legge in una nota, “usa e continuerà  ad usare i mezzi a sua disposizione, secondo quanto prevede la normativa”.
Il Movimento 5 Stelle — che ha lanciato l’hashtag #renzicottero diventato trending topic — attacca il premier con un post dal titolo “Renzicottero” pubblicato sul blog di Beppe Grillo. “Il presidente della Repubblica prende il treno, il non eletto che occupa Palazzo Chigi e impesta le televisioni per fare meno di 300 chilometri usa il Renzicottero”.
Grillo, poi, prosegue chiedendo al presidente del Consiglio: “Prendi il Renzicottero tutti i giorni? Chi c’era nel Renzicottero? Quanto costa ai contribuenti il tuo lusso? Ma prenderti un treno?”.
Forse, continua, “Renzie sta facendo le prove per quando dovrà  fuggire dagli italiani inferociti per essersi resi conto delle balle che racconta, ma forse a quel punto il Renzicottero non basterà ”.
“La mia scorta è la gente”, scrive il blog ricordando le parole del premier. Poi continua: “Renzie oggi ha fatto un atterraggio di emergenza a causa del maltempo con il ‘suo’ elicottero, che chiameremo per comodità  Renzicottero, mentre si recava da Firenze a Roma.
Il consigliere di Berlusconi Giovanni Toti si sfoga su Twitter: “Renzi: spiace per brutta avventura — scrive — Ma aerei per Aosta, (dove il premier con la famiglia era andato a sciare, ndr) elicotteri per Roma. Meglio volare basso e con mezzi pubblici. Mattarella docet”.
Il riferimento è all’inaugurazione della scuola dei giovani magistrati di Scandicci, raggiunta in tram da presidente della Repubblica.
Parla invece di “rottamazione di lusso” Gianni Melilla, deputato di Sinistra Ecologia Libertà  che sempre sul sito di microblogging commenta:”Da Firenze a Roma il presidente del Consiglio Renzi preferisce l’elicottero all’auto blu”.
Dopo l’incidente, il premier — illeso come l’equipaggio, il personale a bordo — è stato raggiunto dalla scorta e ha proseguito il viaggio per la Capitale in auto. In un primo momento fonti del governo avevano riferito che poteva trattarsi di un guasto tecnico.
Ma oltre alle reazioni politiche, anche su Twitter monta la polemica: molti utenti si chiedono infatti perchè, per un tragitto così breve, il segretario Pd abbia deciso di usare l’elicottero e non il treno.
“Renzi — scrive Serpico — ha rottamato le auto blu (degli altri) per prendersi un elicottero bianco. #lavoltabuona che si vergogna?”.
E altri aggiungono: “un bel frecciarossa no?”, “ma non era quello che voleva ridurre i costi?”, “elicottero…scorta…no, non può essere”, e Luca Bottura posta un finto virgolettato del premier sull’aereo, riprendendo la strategia applicata alle auto di Stato: “Stavo andando a venderlo su eBay”. Infine c’è anche chi scherza: “Renzi costretto all’atterraggio. Forti ‘ste correnti del Pd”
Palazzo Chigi: “Motivi di sicurezza”
Ma in serata fonti di Palazzo Chigi riportate dalle agenzie spiegano che il premier ha utilizzato stamane l’elicottero per imprecisati motivi di sicurezza che, in questo momento, si applica al più alto livello per il premier.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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DANNI ERARIALI: PAGA SOLO L’1,4%, MA RENZI NON FA NULLA E SALVINI PENSA AI ROM

Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile

ULTIMI SEI ANNI: LA CORTE DEI CONTI HA CONDANNATO EVASORI E CORROTTI A PAGARE 5 MILIARDI, INCASSATI SOLO 68 MILIONI

È una presa in giro. Questo ti viene da pensare dopo aver scoperto che negli ultimi sei anni lo Stato, le amministrazioni locali e le società  pubbliche hanno recuperato appena l’1,4 per cento della somma derivante dalle condanne della Corte dei conti per danno erariale.
E fa ancora più rabbia se si pensa alle dimensioni di quella cifra, non lontane da quelle di una manovra economica.
Fra il 2009 e il 2014 la magistratura ora presieduta da Raffaele Squitieri ha appioppato condanne per 4 miliardi 898 milioni 4.014 euro e 59 centesimi: ma del frutto dei procedimenti conclusi in quei sei anni, nelle casse pubbliche non sono entrati che 68 milioni 726.010 euro e 44.
Questo significa che per ogni 100 euro di risarcimenti ben 98,60 non sono stati fisicamente pagati.
Non hanno pagato i ladruncoli della cosa pubblica.
Non hanno pagato gli amministratori incapaci, o peggio infedeli.
Ma nemmeno gli evasori pizzicati a frodare il Fisco.
Nè i corrotti. Nè i politici abituati a trattare il denaro di tutti come il denaro di nessuno.
E se è inaccettabile che in un Paese con il record europeo dell’inefficienza amministrativa e della corruzione i disonesti la facciano franca perfino quando devono restituire ai contribuenti il maltolto, è inevitabile chiedersi di chi sia la colpa.
Da anni la Corte dei conti lancia l’allarme su una situazione che non soltanto priva l’Erario di incassi giganteschi, ma fatto ancor più grava alimenta il senso di impunità  e dunque il diffondersi di comportamenti illegali nella pubblica amministrazione.
Allarme, va detto con estrema chiarezza, rimasto sempre inascoltato.
Il fatto è che dopo aver emesso la sentenza di condanna la magistratura contabile non ha più alcun potere sulla sua esecuzione materiale.
Quella tocca al soggetto pubblico danneggiato, che però non è sempre così solerte nell’aggredire il condannato.
Per giunta anche la competenza a valle sull’esito materiale delle sentenze non è del giudice contabile, ma di quello ordinario.
Capita spesso, e non per semplice sciatteria, che la pratica vada in prescrizione dopo che sono trascorsi i previsti dieci anni di tempo senza che sia stata messa in atto alcuna azione di recupero.
Ci si mette poi la farraginosità  delle procedure esecutive sulle proprietà  immobiliari. Per non parlare dei furbi che quando arriva l’ufficiale giudiziario risultano nullatenenti perchè hanno ceduto tutto al consorte o a un prestanome.
Che ci voglia del tempo per prendere i soldi è comprensibile. Lo dimostrano gli stessi dati elaborati dalla Corte dei conti, secondo cui negli ultimi sei anni sono stati recuperati in tutto 148,8 milioni, di cui 68,7 relativi alle condanne emanate nel periodo e ben 80,1 per le cause precedenti al 2009.
Il problema è se esista sempre la determinazione necessaria, anche da parte di chi deve scrivere le regole.
E qui qualche dubbio non può che venire.
Per esempio, poteva nell’Italia dei condoni non esserne previsto uno per il danno erariale? L’hanno fatto nel 2005, e se quel condono ha consentito di recuperare forse somme maggiori rispetto a quelle soggette con le procedure ordinarie, non c’è dubbio che per chi ha rubato 300 mila euro cavarsela pagandone sull’unghia 60 mila è stato un bel vantaggio.
Ancora. Per quanto sia difficile da credere, i crediti che le amministrazioni e le società  pubbliche vantano nei confronti di un soggetto privato condannato per danno erariale non sono privilegiati: vengono pagati alla fine, anche dopo i debiti con le banche.
Il risultato è che quando il privato in questione fallisce è matematico che lo Stato non vedrà  mai i soldi.
Da anni, dicevamo, la Corte dei conti si lamenta inascoltata di questa situazione.
Eppure metterci rimedio non sarebbe così complicato. Basterebbe prendere seriamente in esame alcune proposte che vengono dalla medesima magistratura.
Per prima cosa affermare il principio che il credito dello Stato per danno erariale è assolutamente privilegiato: chi mai potrebbe contestare una cosa del genere?
Quindi abolire il termine di prescrizione decennale per le esecuzioni a carico dei condannati a risarcire i contribuenti.
Ma anche affermare la competenza ad agire per il recupero al pubblico ministero contabile, il quale dovrebbe girare le somme incassate coattivamente al ministero dell’Economia, che a sua volta le riverserebbe alle amministrazioni.
Inoltre, alla Corte dei conti si giudica opportuno introdurre alcuni accorgimenti per facilitare la riscossione delle somme.
Si pensa a una procedura simile al patteggiamento nel giudizio penale, da cui sarebbero esclusi comunque i processi per appropriazione di denaro pubblico.
Una ipotesi che secondo i magistrati contabili potrebbe anche contribuire a ridurre il numero dei procedimenti.
Gli daranno mai retta a Squitieri e ai suoi?

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)

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SCUOLE: OTTO SU DIECI A RISCHIO CHIUSURA

Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile

DA SUD A NORD NON CAMBIA… A NAPOLI SU 2000 COMPLESSI SCOLASTICI ALMENO 1300 NECESSITEREBBERO DI INTERVENTI DI RISTRUTTURAZIONE, IN 400 CI SONO TRACCE DI AMIANTO

Perchè sulla carta la parola funziona sempre: “Una visita alla settimana”, disse Matteo Renzi appena proclamato presidente del consiglio.
Poi lo hanno visto poco, un paio di volte, ovviamente. Stessa sorte i suoi ministri.
Il governo aveva già  data per cosa fatta anche l’assunzione degli insegnanti precari, ma la discussione viene rinviata e loro, quelli che a parole erano già  assunti, restano lì ad aspettare. Benvenuti nel mondo della scuola, più grande disastro che non fiore all’occhiello.
Non che manchino le eccellenze (poche), ma in alcune classi ci sono ancora i banchi di quarant’anni fa, quelli verdi e col buco.
A volte sono messi anche peggio.
Mancano gli insegnanti, le barriere architettoniche resistono, gli insegnanti non ci sono e i primi a mancare sono quelli per il sostegno dei bambini con minori abilità .
Per non parlare delle strutture, quasi mai a norma, soprattutto antisismica.
L’80 per cento delle scuole, se la legge venisse applicata alla lettera, verrebbero chiuse dalla sera alla mattina.
Se facciamo un totale degli istituti si scopre che il 60 per cento è stato costruito prima del 1974, quando vennero varate le leggi sui criteri antisismici.
E parliamo di una popolazione, quella studentesca, che conta 7.830.650 divisi in 370mila classi sparse in circa 42mila scuole, e 778.736 docenti.
Numeri certi sono solo questi perchè il Ministero dell’Istruzione si guarda bene dall’effettuare un censimento su quelli che sono i bisogni elementari e che non esistono: strutture, ovvio, ma anche biblioteche, palestre, sedie e banchi, lavagne, personal computer (una rarità ) aule attrezzate.     Prendiamo l’Emilia Romagna. Aule nei container, istituti non a norma dal punto di vista sismico, pochi soldi e ancor meno insegnanti.
La campanella nei container    
Nel maggio del 2012 le scosse sismiche devastarono 2.800 chilometri quadrati di scuole, case e fabbriche.
A quasi tre anni di distanza dalla prima scossa, quella del 20 maggio ci sono ancora quelli che la mattina vanno a scuola in un container, o modulo provvisorio, dove le aule sono scatole accostate l’una all’altra, e l’unica consolazione è che il terremoto non potrà  buttarle giù.
Gli studenti dell’Ita Ignazio Calvi di Finale Emilia, sono al loro terzo anno scolastico nelle baracche, e così i ragazzi delle superiori Galilei di Mirandola, e i bambini iscritti alle primarie Sorelle Luppi di Solara, a Bomporto.
Che prima di rivedere una scuola vera dovranno probabilmente, e se tutto va bene, aspettare il prossimo anno.
Non va meglio, comunque, agli studenti dell’Emilia non terremotata, che pur con la possibilità  di usufruire di scuole non provvisorie, sono spesso iscritti in istituti che non sono adeguati dal punto di vista della normativa antisismica.
“Molte scuole in Regione sono state costruite negli anni Cinquanta, alcune anche molto prima, arriviamo fino al Cinquecento, come il liceo Galvani di Bologna, e sarebbe complicato valutare come intervenire”, spiega l’assessore alla Scuola dell’Emilia Romagna, Patrizio Bianchi.
Dati precisi non ne ha, Bianchi, gli ultimi li fornì dopo il terremoto il Movimento 5 Stelle, secondo cui l’80 per cento delle scuole della regione all’epoca non era antisismico. Tecnicamente, quindi, non agibile.
“Fino al 2005 l’Emilia Romagna non era nemmeno interessata dalla classificazione sismica, quindi i requisiti per costruire erano diversi”.
E oggi, pur con le nuove prescrizioni normative, intervenire costa.
La Regione spera di vedersi stanziare dallo Stato 70 milioni di euro, che verrebbero spesi per l’adeguamento antisismico, ma anche per costruire nuove scuole e ampliare quelle già  esistenti, che le aule, in molti istituti, con gli studenti che aumentano annualmente, in media, di 9.000 — 10.000 unità , non bastano.
“Vedremo cosa deciderà  Roma”, conclude Bianchi. Resta poi il problema insegnanti. “Non ci sono abbastanza docenti in Emilia Romagna, nè insegnanti di sostegno”, spiega Raffaella Morsia, segretario della Flc Cgil regionale, “così abbiamo aule sovraffollate, e ragazzi disabili assistiti a scuola solo per un numero limitato di ore. Una situazione insostenibile”.
Vedi Napoli e stenti a crederci  
I dati sfornati dal sindacato Uil sono avvilenti anche in Campania. Sui circa 2000 complessi scolastici della provincia di Napoli, almeno 1300 necessiterebbero di interventi di ristrutturazione radicale, in 400 ci sarebbero ancora tracce di amianto, uno su dieci non è adeguato alle normative antisismiche.
“Numeri da edilizia post bellica”, commenta amaro il segretario generale Uil scuola in Campania Salvatore Cosentino in una videoinchiesta di Fanpage.
Per riparare questo sfascio, solo per la città  di Napoli occorrerebbero 25 milioni di euro annui fino al 2018.
Per la Campania occorrerebbe un miliardo di euro. Sono stati stanziati “solo” 183 milioni e funzioneranno tutt’al più come tampone.
Un riparto che prevede 171,3 milioni di euro (3.669 progetti) per la piccola manutenzione; 3,304 milioni (7 progetti) per la messa in sicurezza delle scuole, la rimozione dell’amianto e delle barriere architettoniche; 8,3 milioni di euro (7 progetti) per la realizzazione di nuove scuole.
Il rapporto del Centro Studi Ance di Salerno fornisce notizie ancora più inquietanti: in Campania gli edifici scolastici esposti a un elevato rischio sismico sono 4.872, mentre quelli a elevato rischio idrogeologico sono 1.017.
Le scuole campane a rischio sismico rappresentano il 20,2% del totale nazionale; quelle a rischio idrogeologico il 16,3%.
E non c’è bisogno di andare in periferia: basta farsi una passeggiata per il centro di Napoli per trovare istituti storici     — il liceo Sannazzaro, il Gianbattista Vico, il Conservatorio     — transennati e cantierati fino a costringere gli studenti a fare complicati slalom per accedere alle classi.
A Salerno le cose non vanno molto meglio: a gennaio è crollato il soffitto di un’aula dell’Istituto Giovanni XXIII, per fortuna era notte e non si è fatto male nessuno.
L’edificio non era incluso tra quelli da restaurare secondo il nuovo piano del governo. E pochi giorni fa è crollato il soffitto della mensa della scuola elementare Aldo Moro di Vallo della Lucania: i bambini ora mangiano i panini in classe.
Situazioni difficili. E a scendere verso sud la situazione non fa che peggiorare fino a raggiungere risultati da record negativi in Sicilia e in Sardegna dove il problema, oltre alla scuola è l’alfabetizzazione e l’abbandono scolastico.
Giù al Nord non c’è da sorridere    
L’operazione scuola di Renzi un anno fa è partita dall’istituto Colletti di Treviso, nel cuore del Nordest produttivo. Bastava però andare 50 km più in là , a Fiume Veneto, per trovarne uno tanto decrepito che è stato poi chiuso per pericolo di crollo.
Sbaglia, dunque, chi pensa che le regioni settentrionali siano messe tanto meglio che altrove. Sopra l’Emilia si contano 13.415 scuole, un terzo sono concentrate nella sola Lombardia (5.272), seguono Piemonte (3.217) e Veneto (2.948), Liguria e Friuli ne hanno un migliaio ciascuna.
E come stanno? Non benissimo, stando al riparto dei fondi per la messa a norma e la manutenzione.
La Lombardia conta 1,1 milioni di alunni e con 160 milioni di euro è in cima alla classifica per investimento pubblico: 82 per i problemi di sicurezza degli stabili, 10 per la manutenzione, 67 per la costruzione di nuove scuole che mettano fine al problema delle “classi pollaio” con più di 30 alunni.
La difficoltà  è nei numeri: 1.182.000 alunni, 107.703 docenti, 29.406 personale non docente (Ata). “Gli alunni sono aumentati gli organici no”, spiega il segretario della Flc-Cgil, Tobia Testori..
“Assistiamo a un aumento spropositato degli studenti per classe mentre la riduzione del personale tecnico-amministrativo sta mettendo a rischio vigilanza, assistenza e pulizia”. Entrando a scuola si scopre che nella “regione dell’eccellenza”, così la chiamava il suo ex governatore, regna uno stato d’agitazione permanente. Se restringiamo il campo alla Provincia di Milano 94 scuole sono ancora prive di un dirigente scolastico, i sindacati milanesi lamentano una “grave carenza di personale Ata negli istituti con più plessi, a rischio sicurezza, igiene e vigilanza”.
Tante polemiche sulle classi con troppi “immigrati”, ma è mancata a tutt’oggi l’assegnazione di gran parte dei posti di sostegno all’integrazione degli stranieri.
Il personale specializzato sul sostegno nel primo ciclo dell’istruzione è sotto di 500 posti. Il governo promette di stabilizzare i precari, ma nel milanese il personale docente e Ata registra una scopertura del 40% dei posti. Servono ancora tanti soldi. La “buona scuola”, su al Nord, non è scontata.
Ultimi crolli in aula    
In questo caos numerico non sono mancati gli incidenti. Il distacco dell’intonaco nella scuola di Pescara pochi giorni fa fa ha causato ferimento di tre studenti, e non è che l’ennesimo incidente provocato dalle condizioni delle strutture.
Il mese scorso, l’8 gennaio, era crollato l’intonaco di un soffitto in un asilo in Lombardia ferendo sette bambini. Un incidente avvenuto a distanza esattamente di un anno dalla disgrazia accaduta in un liceo di Lecce, l’8 gennaio del 2014, quando uno studente morì a scuola per la caduta in un pozzo di luce causata dal cedimento di una grata.
E’ stato questo uno degli episodi più gravi degli ultimi anni, tra gli incidenti a scuola, come quello del liceo Darwin di Torino dove nel 2008, a seguito del crollo di un controsoffitto, rimase ucciso uno studente di 17 anni e altri 17 furono feriti.
Proprio qualche giorno fa la Cassazione aveva confermato le sei condanne, tre a carico di funzionari della Provincia di Torino e tre per gli insegnanti per il crollo del soffitto al liceo Darwin di Rivoli.
Ma sono innumerevoli gli incidenti, anche di lieve entità , che nel corso degli anni hanno creato disagio e portato alla chiusura delle scuole che poi non sono mai state riaperte.
Molte promesse. Come quella del giovane presidente del consiglio: una scuola alla settimana.

Emiliano Liuzzi, Annalisa Dall’Oca, Vincenzo Iurillo e Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano“)

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