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FAIDE E ANARCHIA AVVELENANO LA CAMPAGNA PD NEI TERRITORI

Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile

DAL PIEMONTE A ROMA, LE DIVISIONI DEL PD

Piemonte, Sicilia, Campania, Marche, Liguria, Roma, Lazio.
A metterle insieme, le aree di crisi del Pd renziano fanno impressione, da sud a nord il partito è squassato da guerre intestine, che non danno certo la misura di una creatura in splendida salute con percentuali da vecchia Dc e oggi dotata di un leader dominus assoluto del panorama politico.
Primarie contestate, candidature contestate, base in rivolta, potentati locali inestirpati.
Il tutto alla vigilia delle comunali dei sindaci e soprattutto delle regionali di fine maggio: quelle che sei mesi fa si presentavano come una passeggiata, qualcuno ipotizzata un “cappotto” sette a zero. E invece oggi il quadro non è più roseo, anzi.
L’ elenco delle grane che i colonnelli renziani stanno gestendo dunque fa assomigliare il Pd ad un campo di battaglia, piuttosto che al partito più votato d’Europa.
I guai della Campania
Non c’è solo il caso De Luca, che non potrà  fare il presidente della Regione se la Consulta dopo i ricorsi sancirà  la validità  della legge Severino, ma una serie di polemiche locali sulle liste, anche per i “figli di”, in una realtà  dove capita che i capi corrente locali siano figli di ex consiglieri regionali.
La rottura con i vendoliani è ufficiale, Sel non ci sta a votare De Luca, sta valutando un’altra candidatura e Caldoro marcia in testa ai sondaggi.
Così come Zaia in Veneto, altra regione ad alto rischio, dove perfino la discesa in campo di Tosi rischia di erodere consensi moderati per il Pd della Moretti.
Roma, dai Parioli in giù
Non bastava Fabrizio Barca a liquidare i mali del partito romano dipinto a tratti come “pericoloso e dannoso”.
Un partito commissariato da Matteo Orfini nei vari municipi, da Parioli alla periferia, con dirigenti del calibro di Antonio Funiciello, Gennaro Migliore e il torinese Stefano Esposito nominati commissari di quartiere, costretti a tenere Assemblee permanenti, verifiche delle tessere e repulisti come mai si era visto prima.
Ora è scoppiato pure il caso della regione, con il capo di gabinetto di Nicola Zingaretti, Maurizio Venafro, che si è dimesso per essere indagato nell’ambito dell’inchiesta “Mondo di mezzo”.
Certo, come dice il governatore, «Venafro è oggetto di una fase di accertamento delle indagini rispetto ad una gara della nostra regione, ma essere indagato non vuol dire essere colpevole». Quindi massima fiducia al suo principale collaboratore. Ma la scossa si è fatta sentire, eccome.
Sicilia, un mondo a parte
Il più eclatante nell’isola dei tormenti è il caso di Mirello Crisafulli, storico dirigente ex Pci-Ds forte di un solido bacino di consensi locali, coinvolto in due procedimenti giudiziari, uno archiviato e l’altro prescritto, che vuole candidarsi alle primarie per il sindaco di Enna.
Creando un problema a Renzi, che giorni fa diramò un altolà  ricordando l’intervento di Pif alla Leopolda del 2014 con un passaggio contro l’esponente siciliano «che fece venir giù la platea», rammentano gli uomini del leader.
E non è da meno il caso delle primarie agrigentine, paradossale ma sintomatico. Fausto Raciti il segretario regionale Pd, ha convocato un summit in settimana, per discutere se annullare le primarie vinte da Silvio Alessi, indipendente a capo di una lista civica, che non nasconde simpatie berlusconiane.
Firme contestate
Altra grana di prima grandezza in Piemonte, dove sono state contestate alcune delle firme depositate per la candidatura di Chiamparino, il quale ha annunciato di volersi dimettere nel caso venisse accertato il problema.
Se ciò avvenisse, si dovrebbe rivotare come avvenne per il caso Cota, il governatore leghista.
La guerra nelle Marche
È un caso di specie, a nulla sono valsi i tentativi diplomatici: dopo vent’anni di governo rosso nelle Marche sta nascendo una sorta di “tutti contro il Pd”; grazie al presidente uscente, Gian Mario Spacca, ex Margherita, per dieci anni al potere e dal 2010 con una coalizione Pd-Udc. Che vuole fare il terzo mandato e che – tradendo il Pd – potrebbe riuscire nell’impresa di compattare Forza Italia, Lega e Ncd.
Costringendo il Pd di Renzi a schiacciarsi a sinistra con un candidato appoggiato da Sel. Insomma un caos, che coinvolge anche la Liguria, dove il civatiano Pastorino con la sua coalizione di sinistra insidia la renziana Paita, che ha vinto le primarie contestate da Cofferati per brogli ai seggi.
In tutto ciò Renzi non ha ancora deciso come regolarsi in campagna elettorale e valuterà  se scendere in campo in realtà  mirate a macchia di leopardo.

Carlo Bertini
(da “la Stampa”)

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IL PD RIAPRE L’UNITA’ LASCIANDO I GIORNALISTI CON LE CASE PIGNORATE

Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile

LA VECCHIA SOCIETA’ NON HA PAGATO LE CONDANNE PER DIFFAMAZIONE

Dopo il via libera concesso dal Tribunale fallimentare di Roma, l’Unità  è pronta a tornare in edicola.
Potrebbe accadere in tempi stretti: forse già  dalla data simbolica del 25 aprile.
La notizia era attesa dal 1° agosto dello scorso anno, giorno in cui erano cessate le pubblicazioni del quotidiano fondato da Antonio Gramsci.
Un’ottima notizia per il pluralismo dell’informazione italiana e per una testata storica, la fine di un incubo per una parte dei lavoratori del giornale.
L’accordo tra il nuovo editore, Guido Veneziani, e il Comitato di redazione del quotidiano prevede infatti la riassunzione solo per alcuni dei giornalisti finiti in cassa integrazione straordinaria. Saranno 25 sui 56 totali della vecchia redazione, insieme a quattro poligrafici
L’intesa è stata criticata dalla Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei giornalisti e da diverse associazioni regionali di stampa, che hanno espresso “preoccupazione per le modalità  che hanno portato all’accordo fra la Nie in liquidazione (la vecchia società  di Matteo Fago, ndr) e l’Unità  di Guido Veneziani”. La Fnsi, si legge nel comunicato, “non può non rilevare che oltre al progetto editoriale, che rimane ancora non chiaro, non convincono le scelte imposte sulla riduzione dell’organico, sulle mansioni, sul taglio delle retribuzioni e sui criteri di selezione dei 25 giornalisti della nuova l’Unità “.
L’accordo sottoscritto dal Cdr (e approvato con 44 sì, 6 no e 7 astenuti) non comporta solo il sacrificio di buona parte della vecchia redazione: c’è un’altra partita che è stata completamente ignorata nell’intesa con Veneziani.
Quella dei direttori e dei giornalisti che hanno subito condanne civili per diffamazione insieme alla vecchia società  Nie.
Le regole, a volte non scritte ma sempre applicate a l’Unità  come altrove, prevedono che se ne faccia carico l’azienda, ma la Nie era in liquidazione, solo ora è stata ammessa al concordato preventivo, e non ha pagato.
Abbandonando dipendenti ed ex al proprio destino. Drammatico per loro ma anche per la libertà  di informazione, specie se si considera che le testate in pericolo sono tante e che il nostro mestiere diventa quasi impossibile quando singoli professionisti si trovano a sopportare rischi propri dell’impresa editoriale.
Alcune condanne sono già  esecutive e i direttori e i cronisti coinvolti si ritrovano gli ufficiali giudiziari in casa. Letteralmente.
Atti di precetto e pignoramenti di compensi e conti correnti, ma anche delle abitazioni in cui i giornalisti vivono: la prossima tappa, non così lontana, sarà  la vendita all’asta degli immobili.
Ai giornalisti i creditori non chiedono solo la loro parte ma anche quella, più consistente, dell’editore che non c’è più. Decine, a volte centinaia di migliaia di euro. E il contenzioso pendente è ragguardevole, poco meno di un milione.
IL CDR de l’Unità , impegnato in una trattativa complessa e in posizione di debolezza, non si è occupato granchè di questa vicenda.
Meno che mai ha intenzione di farlo l’acquirente Veneziani. Il nuovo proprietario, già  editore di riviste di gossip comeStope Vero, ha il 60 per cento e sarà  affiancato dal Gruppo Pessina (35%) e dalla Fondazione Eyu del Partito democratico (per il restante 5 per cento).
Ed è proprio al Pd, tornato a detenere una quota significativa del giornale, che si è appellata in questi giorni la Federazione della stampa (Fnsi).
Dopo il silenzio dei mesi scorsi la nuova dirigenza della Fnsi eletta a fine gennaio sta cercando di tutelare i giornalisti coinvolti: se ne occupa il presidente Santo Della Volpe.
Il tesoriere dem Francesco Bonifazi è stato il primo a esultare per la sentenza che ha aperto il nuovo corso de l’Unità .
A lui e al suo partito, come agli editori vecchi e nuovi del giornale di Gramsci.
Al partito il sindacato chiede un intervento per tutelare chi è rimasto completamente escluso dall’accordo.
La stessa Fnsi ha messo a disposizione i propri fondi di solidarietà  per i colleghi lasciati soli, ma coprono solo una minima parte delle cifre in questione.

Tommaso Rodano
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SALVINI, IL PROVOCATORE PADAGNO SCORTATO DALLA POLIZIA ITALIANA A SPESE DEI CONTRIBUENTI

Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile

ALFANO TOLGA LA SCORTA A SALVINI: CHE SI FACCIA PROTEGGERE DALLA GUARDIA PADANA… OGGI SOLITO DITO MEDIO AI CONTESTATORI

Quanto costa proteggere la classe dirigente leghista alle istituzioni dello Stato italiano?
Sarebbe ora che qualcuno chiedesse ad Alfano di rendicontare i costi delle centinaia di agenti che a rotazione vengono impegnati per “coprire” le provocazioni del “sistemamogli” tra campi rom e case occupate, alla perenne ricerca dell’incidente che possa farlo finire sui media in qualità  di vittima .
D’accordo che il ministero degli Interni protegge anche i rappresentati di Stati esteri, ma quelli realmente esistenti, non quelli di Topolinea.
Ormai siamo di fronte a una strategia dell’annuncio, in modo che il giorno successivo Salvini trovi un “comitato d’accoglienza” adeguato: lui si presenta blindato dalle forze dell’ordine e si congeda col gesto del dito medio dall’auto una volta finita la provocazione.
L’unica volta che ha sbagliato i calcoli, ha pensato bene di scappare a gambe levate invece di affrontare i contestatori, da buon ex comunista padagno.
Qualcuno gli ricordi che il problema degli abusivi nelle case popolari in quel di Milano si perde nei decenni e passa anche attraverso le giunte di centrodestra dove Salvini era ben presente e con buoni appoggi.
Se avesse dedicato il suo tempo a censire le case popolari   e a ristabilire i criteri legali di assegnazione invece che a impegnare il suo tempo a far assumere per chiamata diretta e senza concorso sua moglie, oggi forse avrebbe un buon motivo per dedicarsi ad altro e a non rompere i coglioni alle forze dell’ordine italiane, costrette a garantirgli l’incolumità .
Oppure si faccia scortare dalle presunte Guardie padane, amesso che non siano state licenziate come i dipendenti di via Bellerio causa sputtanamento dei fondi pubblici come da processi in corso.
Se poi improvvisamente fosse diventato sensibile al tema degli assegnatari di case popolari, gli suggeriamo un vero atto rivoluzionario: metta a disposizione dei senza tetto i tre piani di via Bellerio (con relativa suite umbertiana)
Con un generoso atto del genere potrebbe vedersi accolta la richiesta di asilo politico nell’Italia civile.

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MARCHIONNE TAGLIA A TUTTI, MA NON A SE’: L’AD PIU’ PAGATO CON GLI OPERAI PIU’ POVERI

Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile

NESSUNO AL MONDO BATTE I SUOI 60 MILIONI DI STIPENDIO…UNO STUDIO USA RIVELA CHE I DIPENDENTI COSTANO 10 DOLLS L’ORA IN MENO DI QUELLI FORD E GM

Sergio Marchionne svetta al primo posto della classifica, seppure non ancora definitiva, dei top manager di Piazza Affari più pagati nel 2014.
L’amministratore delegato di Fca si è portato a casa 6,6 milioni di euro.
Più 24,7 milioni di premio per il successo della fusione con Chrysler, più 12 milioni di una tantum da esercitare alla fine della carica e uno stock grant (il diritto di ricevere gratuitamente titoli del gruppo) da 1,62 milioni di azioni, che ai corsi attuali valgono circa 23 milioni. In tutto, dunque, al compenso ordinario si aggiungono quasi 60 milioni tra premi e pagamenti differiti.
Meglio non farlo sapere agli operai americani della Fiat Chrysler che sono meno pagati rispetto ai colleghi assunti dai concorrenti.
Secondo un rapporto pubblicato dal Center for Automotive Research, infatti, il costo del lavoro nelle fabbriche statunitensi di Marchionne sono ora alla pari con Toyota e Honda e circa 10 in meno all’ora rispetto a General Motors e Ford.
Il costo del lavoro orario è a 57 dollari per Ford Motor, 58 dollari per GM, 48 dollari per Fca.
Dal 2009 negli Stati Uniti, la retribuzione del management è cresciuto di circa il 50 per cento più veloce di reddito sindacali dei lavoratori.
Nell’industria automobilistica americana, i salari reali sono diminuiti del 24 per cento dal 2003.
I dati sono stati pubblicati alla vigilia della convention di Detroit organizzata dal sindacato Usa dell’industria dell’automobile (Uaw, acronimo di United Auto Workers) che ha riunito i delegati di tutti gli Stati Uniti per decidere le prossime strategie di contrattazione.
Il contratto Uaw che dura quattro anni con tutte e tre le case automobilistiche scade il prossimo 14 settembre.
E il modello Marchionne rischia di essere contagioso.
Secondo alcune indiscrezioni raccolte da Bloomberg, infatti, i vertici di General Motors e quelli di Ford avrebbero intenzione di trattare con i sindacati un nuovo livello di lavoratori a basso reddito.
In sostanza, si tratterebbe di introdurre un nuovo tasso di retribuzione per alcuni lavori meno qualificati per competere meglio con i rivali asiatici ed europei che in genere pagano meno.
In Italia, intanto, la ripresa della trattativa con Fca e Cnh Industrial per il rinnovo del contratto collettivo specifico di lavoro (Ccsl) è prevista a Torino per il 17 aprile.
La conferma è arrivata da Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, ieri a Modena per il Consiglio provinciale dei metalmeccanici. Non solo.
Sono stati prorogati di un anno i contratti di solidarietà  per circa 1800 lavoratori dello stabilimento Fiat Chrysler di Pomigliano d’Arco, che effettueranno anche più giornate di lavoro.
Le trasferte di parte dei lavoratori nello stabilimento di Melfi, consentiranno a chi è rimasto a Pomigliano, di lavorare qualche giorno in più al mese.
Contestualmente è emersa la possibilità  di estendere gli ammortizzatori sociali anche nel reparto logistico Fca di Nola, dove sono ancora in Cig, da quasi 7 anni, circa 200 operai.
“Entro luglio — hanno spiegato i rappresentanti della Uilm Campania per il settore auto — l’azienda proverà  a portare più lavoro nel reparto logistico di Nola, in modo da poter attuare anche lì i contratti di solidarietà , al posto della cassa integrazione che ancora interessa parte delle maestranze”
Ma altre novità  ieri sono arrivate dal fronte finanziario.
Indiscrezioni di stampa ipotizzano un’accelerazione dei colloqui con General Motors per un’eventuale fusione.
In realtà  gli analisti di Mediobanca Securities credono che una fusione tra Fca e un player importante come General Motors, Volkswagen e Ford, sia la “fine del gioco” della strategia di Marchionne.
“Ci potremmo aspettare un tale accordo non prima del 2016, dopo lo spin-off della Ferrari, il rilancio dell’Alfa Romeo e l’utile depresso di quest’anno dell’azienda” che è stimato a 1,334 miliardi di euro, dai 214 milioni del 2014, per poi accelerare a 2,161 miliardi nel 2016.
“Ma i colloqui con il potenziale partner possono modificare questo schema”, avvertono i broker di Piazzetta Cuccia.

Camilla Conti
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LAVORATORI STAGIONALI IN RIVOLTA CONTRO LA TRUFFA JOBS ACT: “SUSSIDIO DISOCCUPAZIONE DIMEZZATO”

Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile

CAMERIERI, BAGNINI, CUOCHI E ANIMATORI DI VILLAGGI TURISTICI SENZA REDDITO PER TRE MESI L’ANNO

Lavoratori stagionali contro il Jobs Act. O meglio, contro la formulazione della Naspi, la nuova indennità  di disoccupazione, accusata di lasciarli per tre mesi all’anno senza reddito.
Un esercito di 300mila persone, fatto di camerieri, bagnini, cuochi e animatori di villaggi turistici vedrà  dimezzarsi una tutela su cui, finora, aveva potuto fare affidamento.
La svolta scatterà  l’1 maggio, quando la nuova assicurazione sociale per l’impiego sostituirà  le indennità  oggi in vigore, cioè Aspi e mini Aspi.
Per avere accesso a questo sussidio, il disoccupato deve avere lavorato per almeno 13 settimane nei quattro anni e 30 giorni nei 12 mesi che hanno preceduto la perdita del posto.
Il problema sta nella durata dell’assegno, che sarà  erogato per la metà  delle settimane lavorate negli ultimi anni.
E soprattutto in un passaggio del relativo decreto attuativo del Jobs Act: “Ai fini del calcolo della durata non sono computati i periodi contributivi che hanno già  dato luogo ad erogazione delle prestazioni di disoccupazione”.
In parole povere, ogni volta che si perde il lavoro il calcolo ricomincia da zero.
E annulla le esperienze lavorative negli anni precedenti.
Questa postilla causerà  non pochi problemi ai lavoratori stagionali. Che per definizione “fanno la stagione“, cioè lavorano per sei mesi all’anno e possono poi contare sull’attuale Aspi che garantisce loro un’indennità  per i restanti sei mesi.
Dall’1 maggio, con l’avvento della Naspi, questo meccanismo salterà : potranno ricevere l’assegno solo per la metà  delle settimane lavorate, quindi tre mesi, restando per altri tre mesi senza sussidio.
Così i lavoratori hanno lanciato l’allarme, passando all’attacco attraverso i social network.
Su Facebook è stato creato il gruppo “Lavoratori stagionali”, che conta quasi 5mila iscritti, mentre su Twitter è partito l’hashtag #naspistagionali.
Infine, sul sito di petizioni change.org è stato lanciato un appello al presidente dell’Inps Tito Boeri affinchè intervenga per correggere il tiro.
I promotori spiegano che “si attendono chiarimenti dalle prossime circolari dell’Inps, che dovranno specificare in che modo il comma 2 dell’articolo 5 (del decreto attuativo del Jobs Act, ndr) debba essere interpretato”.
L’istituto di previdenza ha risposto ai lavoratori stagionali dal proprio profilo Twitter. “Al momento non abbiamo informazioni specifiche, ma non appena ne avremo le condivideremo con voi. In ogni caso per tutte le disposizioni dovete attendere la pubblicazione delle circolari operative dell’istituto”.
Nel giro di tre settimane, intanto, la petizione ha raggiunto 4mila sostenitori.
Al di sotto del testo dell’appello, poi, sono gli stessi lavoratori coinvolti a esprimere la propria preoccupazione.
“Chi fa un lavoro ‘solo’ stagionale non lo fa per pigrizia, passando il resto dell’anno dandosi alla pazza gioia, ma perchè non ha alternative — sostiene un utente — Siamo la flessibilità  in persona, pronti a lavorare weekend e festività  a chiamata, part time… e pure con i famigerati voucher. Perchè veniamo puniti?”.
“Si legifera, in materia di lavoro, senza conoscere il lavoro — è l’accusa di Cristian Sesena, segretario nazionale del sindacato Filcams Cgil — Si tagliano tutele a lavoratori già  a forte rischio di precarietà  retributiva per il fatto di essere strutturalmente costretti a lavorare pochi mesi l’anno”.
Il sindacalista contesta anche il passaggio del decreto relativo al calcolo dell’importo del sussidio, che definisce iniquo nei confronti di chi ha rapporti di lavoro frammentati, una situazione ricorrente tra i lavoratori stagionali.
“A parità  di retribuzione e di numero di giornate lavorate — sottolinea Sesena — l’importo dell’indennità  diminuisce all’aumentare del numero di settimane su cui si dispiega la prestazione lavorativa. Chi lavora con molte interruzioni, e raggiunge il requisito per somma di giornate effettuate in periodi lunghi di tempo, riceve meno di chi può contare su rapporti di lavoro più stabili e lineari”.
La rivolta dei lavoratori stagionali, inoltre, scatta in un momento di fermento dell’intero comparto del turismo. I sindacati di settore, Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, hanno infatti proclamato uno sciopero per il 15 aprile, a due settimane esatte dall’inaugurazione di Expo 2015.
Oggetto della protesta è il mancato rinnovo del contratto del turismo, fermo ormai da due anni. I sindacati puntano il dito contro le associazioni datoriali, accusate di avere “sempre inteso far pagare il costo della crisi ai soli lavoratori chiedendo che il contratto venisse finanziato attraverso la rinuncia da parte degli stessi a diritti e tutele esistenti”.
Come scatti di anzianità , permessi e indennità  di malattia.

Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA LEGA PERDE PEZZI, SEI PARLAMENTARI VANNO CON TOSI: “SALVINI HA TRADITO GLI ELETTORI”

Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile

I “FUORIUSCITI” ANNUNCIANO L’INTENZIONE DI CREARE UN NUOVO SOGGETTO POLITICO CON IL SINDACO DI VERONA

Sei parlamentari veneti vicini al sindaco di Verona Flavio Tosi escono dalla Lega Nord per entrare nel gruppo misto.
Al Senato: Emanuela Munerato (Rovigo), Patrizia Bisinella (Treviso) e Raffaela Bellot (Belluno).
Alla Camera: Roberto Caon (Padova), Emanuele Prataviera (Venezia) e Matteo Bragantini (Verona).
I sei parlamentari annunciano in una nota la loro intenzione di procedere, insieme al sindaco di Verona, alla creazione di un nuovo soggetto politico.
“Dopo una lunga e sofferta riflessione e un confronto con i nostri territori, abbiamo deciso – spiegano nel comunicato – di uscire dal gruppo parlamentare della Lega Nord. Riteniamo che l’espulsione del nostro segretario nazionale della Liga Veneta e il commissariamento di fatto del direttivo nazionale della Liga stessa, oltre che il disconoscimento delle legittime decisioni che erano state assunte in consiglio nazionale, siano state prese da via Bellerio in modo scorretto e illegittimo dal punto di vista statutario e politicamente non comprensibile”.
“Siamo nati come autonomisti e federalisti – continuano i sei parlamentari – sia nelle battaglie politiche rivolte all’esterno, sia nella gestione interna al nostro movimento. Questi fatti ci fanno ritenere che la Lega Nord abbia abbandonato la sua vera natura e il suo spirito riformista e federalista, non ammettendo più nemmeno un dibattito e una democrazia interni. Siamo stati tra i protagonisti della cosiddetta ‘rivoluzione delle scope’ che tanto faticosamente aveva combattuto e sconfitto il ‘cerchio magico’ che oggi constatiamo essere ritornato anche con altre figure e più virulento di prima”.
“Continuiamo con coerenza -sottolineano – a riconoscerci nei cittadini che ci hanno dato nel 2013 la loro fiducia e un preciso mandato a proseguire nelle nostre battaglie storiche rivolte a quei principi per noi imprescindibili di tutela delle identità  e dell’autonomia e libertà  dei nostri territori: noi rimaniamo fedeli al principio del ‘paroni a casa nostra’. Siamo aperti a tutti quelli che condividono con noi la necessità  di riformare lo stato, ovviamente in forma federale, ed usciamo con l’obiettivo politico di creare un nuovo soggetto che abbia a cuore la volontà  di ridare dignità  e potere a tutte le autonomie locali, in antitesi al governo Renzi che sta rendendo lo stato sempre più centralista, costoso ed inefficiente, con conseguente insostenibile aumento della già  altissima pressione fiscale. Un nuovo soggetto politico che abbia come elemento comune la concretezza, perchè per rilanciare il nostro paese servono azioni vere, non slogan e populismo”.

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BLITZ DI RENZI SULL’ITALICUM: “SUBITO IL VOTO ALLA CAMERA”

Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile

LA SINISTRA CHIEDEVA UN INCONTRO, INVECE SI VA ALLA CONTA

«Sono previste votazioni». A sorpresa Renzi convoca la direzione del Pd lunedì prossimo per discutere di Italicum e di riforme e ricorda che, alla fine, si voterà .
Una sfida alle correnti della sinistra dem che hanno chiesto chi un “conclave” di senatori e deputati, chi un “coordinamento” per elencare le modifiche indispensabili alla nuova legge elettorale.
Ma l’accelerazione del premier — che vorrebbe l’approvazione definitiva dell’Italicum prima delle regionali, quindi entro la fine di maggio — scompagina i giochi.
All’aut aut posto dalle sinistre, con un vero e proprio ultimatum di Bersani, il premier-segretario risponde giocando d’anticipo e blindando le riforme.
In direzione ci sarà  quindi una “conta”. Irritate le minoranze, peraltro divise.
Alfredo D’Attore aveva proposto il “conclave” sulle riforme e annunciato una lettera della minoranza.
Contrattacca: «La materia istituzionale non si risolve con un voto in direzione, su questi temi è sempre stato riconosciuto un margine di autonomia ai gruppi parlamentari».
E rilancia appunto il “conclave”, troncando ogni ipotesi di ingresso di esponenti della sinistra dem al governo: «Fantapolitica».
È Roberto Speranza, il capogruppo, a essere indicato come possibile sostituto del dimissionario Lupi al ministero delle Infrastrutture. «Sono molto contento di fare il capogruppo alla Camera. Non penso ad altro», garantisce Speranza.
Area riformista, la corrente di cui Speranza è leader. non vuole neppure un “coordinamento” ed è in aperta critica con l’assemblea delle sinistre di sabato scorso all’Acquario Romano.
«Direi che dobbiamo smetterla di dare una assist a Renzi», commenta Davide Zoggia. «La giudico un fallimento», è il giudizio di Enzo Amendola. Entrambi sono di “Area riformista”.
«Mi pare ci sia un’accelerazione, in direzione i rapporti di forza sono sul filo…», ironizza Gianni Cuperlo, leader di Sinistradem, appena ricevuto l’sms della convocazione della direzione.
Un modo per segnalare che in direzione la maggioranza renziana è talmente ampia che non ci sarà  possibilità  di incidere.
«Renzi crea tensione, poi dà  la colpa a noi», accusa Pippo Civati.
Già  oggi, annuncia Ettore Rosato, il vice capogruppo, il Pd chiederà  in conferenza dei capigruppo alla Camera di anticipare la discussione sull’Italicum: «Chiederemo la calendarizzazione immediata, i tempi ci sono». L’obiettivo è quello di vedere l’Italicum trasformato in legge il prima possibile senza ulteriori e rischiosi ritorni all’esame del Senato.
«Il confronto è sempre benvenuto ragiona Teresa Piccione, franceschiniana — però lasciando il paese in balia di inutili lungaggini».
E poi per Renzi c’è la partita aperta con Alfano e Ncd per la sostituzione di Lupi o un ministero di peso.

(da “La Repubblica“)

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CI FRUGANO NELLE EMAIL CON LA SCUSA DELL’ISIS

Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile

IL “PATRIOT ANGELINO ACT” UCCIDE LA PRIVACY DIGITALE… L’EMENDAMENTO DEL VIMINALE AL DECRETO DI ALFANO PER SPIARE TUTTI

Ma vi immaginate se potesse uscire oggi una mail di quando Renzi era nei boy scout?”. Seduto su un divanetto del Transatlantico con il computer sulle ginocchia, a un certo punto, Stefano Quintarelli, informatico momentaneamente prestato a Scelta Civica, tira fuori Renzi, le giovani marmotte e pure Benjamin Franklin: “Chi è pronto a dar via le proprie libertà  fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita nè la libertà  nè la sicurezza”.
Diciamo che Quintarelli non ha scomodato uno dei padri fondatori degli Stati Uniti a caso. E nemmeno i lupetti tra cui il presidente del Consiglio ha cominciato la sua carriera. Alle sue spalle, nell’aula della Camera, è appena arrivato il decreto che vuole essere il Patrioct Act italiano: quello che, in nome dell’antiterrorismo, è disposto a setacciare le nostre vite digitali, impadronirsi dei nostri dati sensibili e poi farne un po’ quel che gli pare.
Le modifiche dell’Interno e i “captatori occulti”
Lo hanno scritto negli uffici del Viminale. E guai a provare a dare qualche consiglio: Angelino Alfano non ne ha voluto sapere.
Dritto per la sua strada, ha aggiunto all’articolo 266-bis comma 1 del codice di procedura penale, che consente le intercettazioni informatiche, le seguenti parole: “anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un sistema informatico”
In pratica, lo Stato potrà , attraverso dei trojan — software denominati “captatori occulti” — inserirsi in un computer, in un tablet, in uno smartphone e acquisire, senza alcun controllo, tutti i dati contenuti in quel dispositivo. Attenzione, non sarà  legittimato a farlo solo nelle indagini per terrorismo, ma per tutte le ipotesi di reato “commesse mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche”.
Diciamo che è difficile immaginare, oggi, una qualsiasi attività  che non sia veicolata, almeno in qualche suo passaggio, attraverso la tecnologia.
Elenca Quintarelli: “Dalla diffamazione alla violazione del copyright, dai reati di opinione o all’ingiuria”, tutto transita per una tastiera.
E il “Patriot Angelino Act” consentirà  in ognuno di questi casi l’intrusione mascherata nel patrimonio di immagini, testi, messaggi di posta, sms che chiunque si porta in tasca. Forse Alfano, non esattamente un fanatico delle intercettazioni, non si è ancora reso conto che, in confronto a quello che ha scritto, le telefonate registrate sono un capriccio da voyeur.
Glielo spiega Quintarelli: “Una intercettazione riguarda comunicazioni, non documenti. L’acquisizione in questione riguarda tutto ciò che un utente ha fatto nella sua vita. Nel mio caso, ad esempio, prenderebbe le mail ed i miei documenti dal 1995 in poi. Stiamo parlando non di un momento nella vita, non di una comunicazione, ma dell’intera vita di una persona”.
Ma adesso che si è messo a far la guerra all’Isis, evidentemente, per Alfano tutto è lecito, tutto è consentito.
È che una decisione di tale portata meriterebbe una riflessione un po’ più approfondita di un emendamento scritto sull’onda di Tunisi e Charlie Hebdo.
Il rischio fiducia e la fregola patriottica del ministro
Quintarelli, dicevamo, ha provato a intercedere presso il Viminale. Poi, si è messo a scrivere un testo alternativo nella speranza che il Parlamento, meno obnubilato dalla fregola patriottica del ministro, abbia modo e tempo (l’ipotesi che il governo metta la fiducia è ancora in piedi) di ragionare con calma.
Anche perchè molte delle necessità  illustrate nell’emendamento del governo, tra cui quella di acquisire dati telematici, sono già  regolamentate dal Codice della privacy.
Dove è scritto chiaramente che le informazioni raccolte non possono essere utilizzate per nessun altra finalità  al di fuori dell’indagine.
E poi c’è da restringere il campo delle ipotesi di reato, per esempio, “escludendo tale possibilità  di azione — consiglia Quintarelli — dal campo della giustizia civile”.
In queste ore — se ne avrà  il tempo — ne discuterà  anche l’ottantina di parlamentari che compone l’Intergruppo Innovazione.
L’obiettivo è arrivare a una posizione unitaria che faccia passare in Aula l’emendamento Quintarelli.
Bisognerà  convincere anche quelli — non pochi — convinti che, non avendo nulla da nascondere, si possa sopportare questa intrusione legalizzata in nome della lotta al terrorismo internazionale.
“Io non sono un filosofo — conclude il deputato di Scelta Civica — ma credo che un ragionamento del genere sia quello su cui si fondano i regimi totalitari. Non ce la vengano a raccontare. L’uso del telefonino mentre si sta alla guida quanti morti ha fatto? Perchè non abbiamo installato su tutte le vetture in circolazione un jammer che bloccasse la ricezione dei cellulari? Quante vite avremmo salvato?”.

Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)

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INCALZA, IL MONSIGNORE E LO IOR

Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile

GRANDI OPERE: PERQUISITO PADRE FRANCESCO GIOIA, TROVATO UN CONTO CORRENTE “CONSISTENTE”

Gli investigatori stanno analizzando la movimentazione bancaria di un conto corrente acceso allo Ior.
È quello di monsignor Francesco Gioia, ex arcivescovo di Camerino, presidente della Peregrinatio ad Petri Sedem, l’istituzione che organizza l’accoglienza dei pellegrini nel Vaticano.
Il monsignore è anche l’alto prelato in stretto contatto con la “cricca” delle Grandi opere, in particolare con il super direttore dei lavori Stefano Perotti e l’ex capo della Struttura di missione, Ercole Incalza.
Quando i carabinieri del Ros, undici giorni fa, si sono presentati in casa sua per perquisirlo, il monsignore ha quasi avuto un malore e ha chiamato il suo avvocato di fiducia, Claudio Coggiatti, che da buon amico s’è precipitato ad assisterlo, nonostante il prelato non sia indagato.
Alla ricerca del legame tra il religioso e gli indagati
Gli investigatori cercavano agende, rubriche, documentazione informatica che riguardasse il legami del monsignore con gli indagati.
Un legame provato da decine e decine di telefonate, ancora tutte da interpretare, che dimostrano però un fatto: monsignor Gioia — oltre che Perotti e Incalza premurava di incontrare anche importanti imprenditori, come Luca Navarra, della Società  italiana costruzioni, che in quei giorni si aggiudicava l’appalto per la costruzione del Padiglione Italia all’Expo di Milano.
“Sono state acquisite conversazioni — scrive il Ros nelle sue informative — che ineriscono l’interessamento di Gioia, presso il Perotti, in favore dei fratelli Navarra, cui fa capo la società  Italiana Costruzioni”.
Il 19 ottobre 2013 l’arcivescovo chiede a Perotti di presentargli i fratelli Navarra e dice: “Dobbiamo dargli una mano… per introdurli… presso il responsabile… lo facciamo non per telefono”.
Di quale responsabile si tratta? È uno degli interrogativi che si sta ponendo la procura di Firenze.
Ed è una delle piste d’indagine che portano al Vaticano. Navarra non è l’unico imprenditore che l’alto prelato incontra negli ultimi due anni. Il Ros scrive ancora: “La mattina del 19 ottobre 2013 il monsignor Gioia risulta aver ricevuto una donazione di 2mila euro, da parte di Matterino Dogliani, a fronte di qualche aiuto che il primo gli avrebbe dato”.
Fa riferimento a delle “monete”: “Poi mi aveva dato… quando fece le monete qui in Vaticano… mi aveva dato 2mila euro… non per me! Insomma… lui voleva anche per me… ma non l’avrei accettata…”. Dogliani è un imprenditore che si occupa sia dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, sia della Pedemontana Veneta, dove Perotti è come al solito il direttore dei lavori. Il punto è che nelle intercettazioni il linguaggio del monsignore non è per nulla chiaro, anzi a volte appare omissivo: “Sono andato con… con quel mio amico… stamattina a prendere monete in Vaticano”, dice il prelato a Perotti, che gli risponde: “Ah, sì, l’ho visto poi a pranzo…”. “Ecco sì”, replica monsignor Gioia, “non facciamo i nomi…”. e aggiunge: “Poi gli ho detto che l’altro amico, dell’altra sera, gli ha detto di nominare una persona come direttore…”.
Dalle intercettazioni emerge poi che l’arcivescovo , dal binomio Perotti—Incalza, ha ottenuto un favore: l’assunzione di suo nipote alle Ferrovie Sud Est. Un primo nipote, invece, era già  stato assunto da Perotti come autista sei anni fa.
A spiegarlo al Fatto Quotidiano è proprio il suo avvocato: “L’assunzione dei due nipoti non può essere smentita, il primo in una ditta della famiglia Perotti, il secondo nelle Ferrovie sud est”.
In cambio il prelato cosa ha offerto? “Nulla, non si trattava di un do ut des”.
“Oggi ha firmato il contratto…io ti devo ringraziare”
Il punto è che, a smentire il favore dell’assunzione, è proprio Incalza, quando il gip di Firenze Angelo Antonio Pezzuti gli contesta la seguente intercettazione: “Ercole, mio nipote oggi ha firmato il contratto… io ti ringrazio”. “Incalza — scrive il gip, che ritiene le sue dichiarazioni evasive e incongrue — ha risposto che monsignor Gioia lo ringraziava per aver agevolato la ristrutturazione di un edificio religioso”.
“Escludo in modo categorico che Incalza gli abbia fatto altri favori”, commenta l’avvocato del monsignore. “Non esiste alcun altro motivo di ringraziamento, da parte sua, se non l’assunzione del nipote. Nè mi risulta alcuna ristrutturazione di edifici religiosi”.
Due versioni opposte. Che lasciano in piedi una domanda: perchè Incalza non ammette di aver aiutato il monsignore ad assumere il nipote, che è il più leggero degli appunti a lui rivolti, prendendo in questo modo la massima distanza dal prelato? Intanto, nelle mani degli investigatori, c’è la “stampata” dei movimenti bancari dell’arcivescovo nei quali, ci spiega il suo avvocato , sono stati raccolti i risparmi di una vita. E non solo.
“Allo Ior il monsignore accredita il suo stipendio di vescovo, che viene regolarmente lasciato là , perchè ha un sogno: non utilizzarlo, per realizzare una missione. Poi ci sono le somme accreditate alla morte dei suoi genitori”.
Un conto consistente, par di capire, se sommiamo eredità  e stipendi mai utilizzati: “La consistenza è un criterio molto relativo”, ribatte l’avvocato.
Una tonaca molto frequentata dal giro di chi voleva un appalto
Esistono transazioni con Perotti, Incalza o altri indagati? “Assolutamente no”. D’altronde, la relazione tra monsignor Gioia e la famiglia Perotti, spiega sempre il suo avvocato, è davvero antica: “Conosce la famiglia Perotti da più di 35 anni, dal 1974, quando Stefano arrivò a Roma per studiare e lui divenne il suo precettore. Incalza, se non sbaglio, l’ha conosciuto invece circa otto anni fa, quando officiò il funerale della moglie. Poi i rapporti sono continuati”.
Fino all’assunzione del nipote. E agli incontri con diversi imprenditori.
Di certo, la figura del monsignore, era parecchio gradita e frequentata, nel giro di chi ambiva a ottenere appalti nelle grandi opere.
Un uomo che poteva entrare e uscire dal Vaticano senza problemi, aveva conti allo Ior e che — lo ribadiamo — non risulta indagato.
Ma sul quale gli inquirenti stanno cercando di fare chiarezza. A partire da quei movimenti bancari sequestrati, undici giorni fa, nella sua abitazione.

Antonio Massari e Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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