Luglio 12th, 2015 Riccardo Fucile
IL “MUSEO DEI MESTIERI” HA IL PATROCINIO DEL QUIRINALE, DI PALAZZO CHIGI E DI SETTE MINISTERI… MA NON HA MAI APERTO E I REPERTI DEPERISCONO IN UNA CHIESA
C’è un museo che per quattro anni ha ricevuto tutti i più importanti patrocini italiani, dalla Presidenza della Repubblica in giù. Peccato che non esista.
E’ il Museo dei mestieri artigiani della Toscana, uno dei più fulgidi esempi del cortocircuito tra arte e politica.
Se ne sta abbarbicato sui colli toscani di Sasso Pisano, piccolo borgo medievale di Castelnuovo di Cecina, 470 anime.
Si propone al mondo come “esposizione permanente di oggetti riferibili a tutte le più alte espressioni della creatività toscana” grazie a un inventario piuttosto eclettico: raccoglie sotto lo stesso tetto vasi in terracotta donati da storiche aziende della zona, spartiti e inediti di Andrea Bocelli che è di quelle parti, oggetti spaziali della Nasa, un corpetto da marinaio del 1800 e il mezzo busto di Papa Giovanni Paolo II.
Insieme ad altri pezzi unici c’è anche la scacchiera autografa del campione di dama alla cieca Michele Borghetti. Tanta roba insomma, pure troppa.
Il museo viene inaugurato l’11 giugno 2011, alla presenza delle autorità locali e delle telecamere della Rai che accorrono per il lieto evento.
Alla vigilia, del resto, erano fioccati patrocini delle più alte istituzioni dello Stato italiano: la Presidenza della Repubblica riconosce l’Alto Patronato e fa stampare alla Zecca di Stato una medaglia di rappresentanza in oro.
Non manca il francobollo celebrativo e neppure una maglia della nazionale di calcio che la Figc ha fatto realizzare appositamente.
Concede il patrocinio anche Palazzo Chigi e pure le presidenze di Camera e Senato, insieme a ben sette ministeri, compreso quello dei Trasporti.
Plaudono i ministri Giancarlo Galan e Mara Carfagna che inviano felicitazioni e per par condicio si fa vivo pure Pierluigi Bersani, allora segretario del Pd, con una lettera nella quale auspica che il taglio del nastro coincida con il 150esimo dell’Unità d’Italia.
Insomma, mobilitato tutto l’arco politico d’Italia.
Non è bastato: a distanza di quattro anni e nonostante le adesioni, l’esposizione esiste solo sulla carta.
Lo conferma con un certo imbarazzo l’ufficio turistico del Comune di Castelnuovo che si guarda bene dal menzionarlo, consigliando piuttosto una visita ai musei della Geotermia e della Civiltà contadina che, esistendo, sono quantomeno visitabili.
Il problema? Le opere che dovevano essere conservate e rese fruibili al pubblico sono ancora stipate nella stanzetta di una chiesa, cioè di una struttura privata.
I donatori chiedono ora di riaverle indietro, lamentano il “pessimo stato di conservazione” e minacciano azioni legali.
L’amministrazione, del resto, sembra non volerne sapere più. Il museo resta quindi sospeso tra la vita e la morte: tecnicamente è, appunto, un fantasma. Ma con molti patrocini.
Ragioni e torti della surreale vicenda, come spesso accade, stanno da una parte e dall’altra.
Chi ne ha a cura le sorti continua a fare sopralluoghi nell’improbabile magazzino, lamenta la mancanza di un inventario dei beni donati, denuncia la scomparsa di alcuni manufatti, intima lo sblocco delle autorizzazioni e dei fondi per realizzare il museo dei mestieri artigiani.
L’ultimo sopralluogo lo compiono alcuni consiglieri comunali il 20 marzo 2015.
Documentano con foto alcuni vasi collocati al di fuori della struttura ed esposti alle intemperie. “All’interno, appoggiata ad un muro, una vetrata in vetro e argento che già presenta una grossa incrinatura e soprattutto non adeguatamente custodita visto che può essere raggiunta e toccata da chiunque entri nella chiesa nei giorni di apertura della stessa”.
Idem per un busto in marmo di Giovanni Paolo II, anch’esso donato da privati. Annotano ancora i consiglieri: “Non è stato possibile visionare il resto del materiale a causa della cattiva custodia: scatole una sopra l’altra ammassate in maniera disordinata e soprattutto non tenendo conto del materiale fragile, per esempio ci è stato possibile intravedere dei vasi di porcellana, presupponendo che fossero quelli donati dalla Richard Ginori, sotto scatole molto pesanti”.
Alle accuse d’inerzia risponde l’amministrazione comunale che, per bocca dell’assessore Francesco Grassi Nardi, rileva l’impossibilità a dar corso alle richieste, giacchè un museo non è un insieme raffazzonato di opere ma una precisa definizione giuridica subordinata all’acquisizione di un giudizio condiviso del valore dei reperti, tale da poter essere poi inserito negli elenchi del Ministero dei Beni Culturali.
Giudizio che può essere artistico, culturale, archeologico e perfino politico.
Così la telenovela va avanti tra accuse, minacce e polemiche.
L’ultima puntata, per gli aficionados, è un’interrogazione parlamentare a firma della senatrice del M5S Manuela Serra, nella quale si chiede al ministro Dario Franceschini di sbrogliare definitivamente la matassa del museo che volevano tutti e nessuno ha aperto.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 12th, 2015 Riccardo Fucile
“SAPPIAMO COSA VUOL DIRE PERDERE TUTTO”…QUALCHE TEMPO LA LEGA DI DOLO MANIFESTAVA PERCHE NON LI VOLEVA
Sono tutti in fila, sotto il sole, mani infilate in grandi guantoni da lavoro. Si passano i mattoni
velocemente, che siano piccoli o grandi sembra quasi che per loro non conti. Si asciugano la fronte un attimo ma non si fermano, se non per bere un sorso d’acqua. La maggior parte di loro ha una maglietta arrotolata in testa, per coprirsi dai raggi più forti. Lavorano sodo, ricostruiscono.
In molti casi svuotano quel che resta delle case sventrate, rase al suolo in pochi minuti come se fossero state colpite da una bomba.
E liberano così le memorie di chi resta. Restituendole a piccoli pezzi: una fototessera sbiadita che esce da un cassetto recuperato tra i cumuli di macerie, una barbie con ancora addosso i vestiti (lei), un abito da sera.
A Dolo, in provincia di Venezia, l’8 luglio è passato un tornado.
Le raffiche a 300 chilometri orari hanno scoperchiato i tetti e sono entrate nelle cucine e nelle camere da letto distruggendo le case.
Due giorni dopo, insieme alla protezione civile e ai vigili del fuoco, tra le strade coperte di alberi sradicati ci sono anche loro: i migranti.
Quelli che abitano nel padovano e nel miranese. Perchè si sentono parte della città e con la città vogliono collaborare.
Ci sono i migranti accolti nella Casa don Gallo e nella cooperativa Percorso vita a Padova, ma anche dall’ostello Casa a colori di Giare.
Una quarantina di richiedenti asilo, tutti sparsi tra Mira e Dolo che si sono rimboccati le maniche per la “loro” città .
L’Arpav da una prima sommaria analisi ha classificato il tornado come EF4 secondo la scala Enhanced Fujita, superiore quindi come intensità rispetto alla tromba d’aria che aveva colpito Vallà di Riese Pio X (Treviso) il 6 giugno 2009.
Vale a dire che la velocità del vento, stimabile in base ai danni riscontrati, è compresa tra 270 e 320 chilometri orari circa.
Prima di mercoledì esisteva solo un precedente: nel 1930, a Selva del Montello. Quella volta a volare via fu un’intera chiesa. Questa volta sono state le case. E tutto quello che intere famiglie avevano costruito dentro.
Un dolore che le sigle degli esperti non riescono a raccontare.
Loro, i migranti, però se lo ricordano bene. Si ricordano cosa vuol dire perdere tutto e non riuscire più a tornare.
E hanno deciso di esserci, accanto ai cittadini di Dolo e Mira. Qualcuno è in Italia da più tempo, qualcuno ormai ci vive da qualche anno perchè ha ottenuto lo status di rifugiato.
“Vivo a Padova — dice Kostant che ha 23 anni, arriva dalla Costa d’Avorio — a pochi passi da qui. Ci hanno detto che serviva una mano, che la popolazione della Riviera aveva bisogno di noi e così eccoci, siamo qui per aiutare. Non ci ho pensato un secondo quando me l’hanno chiesto, qui è un vero disastro. Senza gli aiuti la popolazione dei volontari non si rialzerebbe. C’è chi ha perso tutto, dobbiamo dar loro una mano. L’hanno fatto con noi quando siamo arrivati, non vedo perchè non avremmo dovuto farlo con loro”.
Con lui ce ne sono altri. E in pochi giorni hanno rimesso in piedi diverse abitazioni. “L’appello a Roma è semplice — ha detto il sindaco di Mira Alvise Maniero (Movimento Cinque Stelle) — i parlamentari italiani siano all’altezza della forza e del coraggio che hanno avuto questi ragazzi, spesso giovanissimi, fra cui anche decine di profughi ospitati nei nostri territori”. Non è stato semplice però.
Le autorizzazioni, viste le condizioni in cui si trovano le case, erano difficili da ottenere.
“E’ stato quasi più difficile andare a dare una mano che farlo veramente — dice Maurizio Trabuio responsabile della Casa a colori di Mira — la protezione civile non ci voleva perchè ci sono condizioni di sicurezza difficili. I ragazzi sono entusiasti. Si sono sentiti molto utili e vogliono tornare tutti a dare una mano anche nei prossimi giorni”.
Anche Dominic che ha 20 anni e qualche mese fa, per raccontare la sua storia era uscito dall’ostello a colori di Mira tutto “in ghingheri”, pantaloni larghi e cappello a frontino bicolor, collanina con la croce al collo.
Dominic è in Italia da 12 mesi, in attesa di ricevere lo status di rifugiato. E’ scappato dalla Nigeria, lasciando la sua casa in fiamme e i suoi familiari uccisi uno ad uno davanti ai suoi occhi da una brigata di Boko Haram arrivata all’improvviso nella sua città .
“Sono l’unico sopravvissuto di casa mia — dice — l’attesa non importa, la vita è più importante. Le cose si ottengono un po’ alla volta. Io ora spero di avere i documenti, poi comincerò a lavorare qui, a farmi una vita vera. Se ce la farò potrò ricominciare a vivere altrimenti per me non ci sarà pace. E’ anche per questo che sono venuto qui. Perchè queste persone hanno perso tutto. E so cosa vuol dire”.
Alice D’Este
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 12th, 2015 Riccardo Fucile
IL “COMITATO VIA CAFFARO”, UN ESEMPIO DI CIVILTA’ DI UNA CITTA’ CHE SA ACCOGLIERE CHI HA BISOGNO DI AIUTO
Tutto comincia il 26 giugno, quando in via Caffaro, nel mezzo del quartiere residenziale di Castelletto a Genova, apre senza nessun preavviso un centro d’accoglienza per migranti.
A gestire la struttura, ricavata dai locali di un ex casa di risposo, la Croce rossa italiana.
Nel rione però succede qualcosa di diverso rispetto alle tante Tor Sapienza sparse nelle città italiane: i residenti decidono di accogliere gli africani.
Nasce così il “Comitato via Caffaro, via che accoglie” che conta più di mille iscritti (noi compresi) e raccoglie e mette a sistema le tante iniziative di solidarietà dei genovesi: dalla raccolta di vestiti a quella di fondi per comprare le schede che consentono ai migranti di telefonare ai propri cari a casa
Ognuno aiuta per quello che può, sono anche iniziati i corsi di italiano presso la Biblioteca De Amicis.
Oggi, domenica, alle 18 al Parco Acquasola si terrò un incontro tra i ragazzi ospitati nel Centro e la cittadinanza.
Inutile sottolineare che i profughi del Centro non hanno creato alcun problema ai residenti e si stanno comportando, a detta di tutti, con educazione e rispetto.
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Luglio 12th, 2015 Riccardo Fucile
PUNTELLERANNO LA MAGGIORANZA A PALAZZO MADAMA
Alessandra Bencini e Maurizio Romani sono in procinto di aderire all’Italia dei Valori. 
I due senatori ex Movimento 5 stelle potrebbero andare a puntellare la risicata maggioranza di Matteo Renzi.
“Siamo ancora in una fase di contatti – spiega Romani all’Adnkronos – ma il passaggio all’Idv è possibile e probabile. Per noi si tratta di un ritorno alle origini, visto che il M5S si è ispirato al programma dell’Idv muovendo i suoi primi passi”.
A chi gli domanda se, con Bencini, si apprestino a diventare la stampella di Renzi e il suo governo, “noi non siamo la stampella di nessuno – risponde secco Romani – ma siamo per il dialogo e il confronto. Vogliamo lavorare sui contenuti e se Renzi avrà la nostra fiducia vuol dire che avrà accettato le nostre condizioni. Discutiamo sui contenuti per raggiungere determinati risultati, non per essere usati come stampella”, chiarisce.
Una notizia confermata dalla collega Bencini, che su Facebook condivide un articolo che la riguarda con l’eloquente frase di accompagnamento: “Il coraggio di cambiare!”.
(da agenzie)
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Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile
SUSSIDI ALLE FAMIGLIE POVERE A CONDIZIONE CHE I FIGLI VENGANO VACCINATI E MANDATI A SCUOLA… PER OGNI REAL SPESO IL RITORNO E’ DI 1,78
Partiamo doverosamente dai numeri.
Le cifre giustificano l’orgoglio con cui l’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva lo scorso 6 giugno ha illustrato ai delegati della Fao, l’organizzazione delle nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura, i risultati del programma “fome zero”, lanciato nel 2003 per combattere malnutrizione e povertà nel paese sudamericano.
Tutti gli indicatori evidenziano un miglioramento: la quota di popolazione malnutrita si è più che dimezzata rispetto al 10,7% del 2002 (fonte la stessa Fao) e la mortalità infantile è scesa da 28 bambini su mille a 18 su mille.
Dal 2003 l’indice di povertà , cioè la quota di popolazione che guadagna meno di 2 dollari al giorno, è crollato dal 24 al 10% e contemporaneamente l’indice di Gini che misura, su una scala da 1 a 0, l’intensità delle diseguaglianze, è sceso da 0,59 a 0,52.
Qualunque indicatore si utilizzi, si tratti dell’aspettativa di vita, delle deficienze caloriche o dell’accesso a elettricità e acqua potabile, il progresso è evidente.
Detto più semplicemente, in un decennio oltre 20 milioni di brasiliani sono stati strappati alla povertà .
I risultati sono ancor più degni di nota se si considera che storicamente il fenomeno povertà in Brasile è strutturale e quindi particolarmente pernicioso: non dipende dagli alti e bassi della congiuntura economica ma piuttosto da salari da sempre bassissimi che sono alla base delle fortissime diseguaglianze.
Negli otto anni di presidenza Lula i salari minimi sono cresciuti di oltre il 130% in termini nominali, ossia anche per effetto dell’inflazione.
La lotta alla fame e alla povertà è stata uno dei punti centrali della presidenza di Lula sin dal primo giorno del suo mandato.
Nel discorso di insediamento del gennaio 2003 l’ex presidente lo mise subito in chiaro: “Se alla fine del mio mandato ogni brasiliano sarà in grado di mettere insieme colazione, pranzo e cena avrò realizzato la missione della mia vita”.
Poco dopo il nuovo governo avviava il progetto “Fome zero”, una serie di misure per alleviare il disagio dei 44 milioni di brasiliani in situazione di grave indigenza, il più ampio programma di assistenza a livello globale.
La parte più nota del progetto è “bolsa familia” ossia l’erogazione di sussidi in contanti alle famiglie povere con figli a condizione che i bambini vengano vaccinati, sottoposti a periodici controlli medici e mandati regolarmente a scuola.
Ogni famiglia con reddito sotto i 140 real al mese (circa 80 euro) riceve 32 real per ogni figlio fino a un massimo di 5.
Come ricorda Vito Cistulli, senior policy officer della Fao, “le chiavi del successo del programma brasiliano sono state l’offerta di una copertura il più ampia possibile, la stretta condizionalità a cui è subordinata l’erogazione dei sussidi e l’idea di investire sullo sviluppo del capitale umano”.
Da questo punto di vista, valutare i risultati nel lungo termine è molto complesso ma la strada è quella giusta.
“Secondo alcuni studi per ogni real speso in questi programmi il ritorno per l’economia del paese è di 1,78 real”. Il programma è insomma la risposta corretta al finto quesito se quando qualcuno ha fame sia meglio dargli un pesce o insegnarli a pescare. Entrambe le cose, prima si fa fronte alle esigenze immediate e solo dopo si può cercare di sviluppare una capacità di sussistenza autonoma.
“Un altro punto di forza del caso brasiliano”, prosegue Cistulli, “è stata la continuità delle politiche di sostegno che ha caratterizzato gli ultimi governi, al di là del loro colore politico”.
Il governo Lula non partiva infatti da zero.
Una serie di programmi di sostegno erano già stati avviati dal precedente presidente Fernando Henrique Cardoso, di orientamento più liberale.
Buona parte di questi interventi è stata inglobata nel più ampio piano di Lula che ha avuto il merito di razionalizzare i diversi progetti e migliorarne il coordinamento. Anche i rapporti tra governo centrale e strutture locali sono stati resi più efficienti e fluidi, migliorando la gestione delle risorse.
Si è anche tentato, con un certo successo, di sviluppare una responsabilità sociale delle imprese private, coinvolgendo nel progetto “fome zero” colossi come Unilever o Ford e diverse catene di supermercati. E si è fatto anche altro.
“Un progetto complementare molto importante”, ricorda Vito Cistulli, “è il programma in cui le istituzioni locali si impegnano ad acquistare prodotti alimentari dai piccoli produttori delle aree rurali creando uno sbocco di mercato in aree molto povere”.
Circa 140mila famiglie sono già state coinvolte. Per caratteristiche geografiche e fisiche il Brasile non è certo Paese incapace di assicurare un’adeguata offerta alimentare ai suoi 202 milioni di abitanti.
Ma la bassa domanda di viveri dovuta alla povertà ha spesso frenato gli investimenti, piccoli e grandi, per aumentare la produttività delle coltivazioni.
Nel corso degli anni la spesa per le politiche sociali è progressivamente aumentata. Solo il programma “bolsa familia” è passato da una dotazione di 2,4 miliardi di real del 2002 (circa 620 milioni di euro) agli attuali 13 miliardi (3,7 miliardi di euro).
In anni di forte crescita è stato relativamente semplice ma ci si chiede se questi programmi siano sostenibili anche in una fase di rallentamento come quella che sta vivendo ora il paese.
Cistulli è però ottimista: “Fome zero incide per una quota estremamente limitata sul totale della spesa pubblica brasiliana, non si arriva neppure all’1%.
La sola ‘bolsa familia’ vale appena lo 0,5% del Pil. Gli interventi sono pertanto sostenibili senza grandi difficoltà anche in fasi economiche non particolarmente brillanti”.
L’esperienza brasiliana è ormai guardata come un punto di riferimento nelle politiche di lotta alla povertà e diversi paesi stanno tentando di replicarla.
Ma quali sono le condizioni fondamentali perchè i piani ottengano i risultati sperati? Per Cistulli “innanzitutto un impegno continuativo da parte dei governi che si avvicendano. Poi una copertura degli interventi il più possibile estesa che deve essere però accompagnata da un efficiente apparato amministrativo per individuare con precisione i destinatari. Infine è importante il coordinamento degli interventi”.
Cistulli ricorda come in Africa questi ultimi due elementi spesso lascino a desiderare. “Contrariamente a quanto accade in Brasile, nei paesi africani questi programmi sono spesso finanziati da donatori, con carenze sul fronte del coordinamento. Mancano poi le strutture amministrative in grado di gestire un programma articolato e individuare in modo sufficientemente preciso i destinatari degli aiuti. Quello che andrebbe ripreso dell’esperienza brasiliana — conclude — sono proprio il modello istituzionale e l’organizzazione in grado di implementare i programmi in modo efficace. L’aspetto economico può essere superato dai minori costi di un’amministrazione più efficiente”.
Mauro Del Corno
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile
OGNI VIAGGIO NELLA CAPITALE E UN’AVVENTURA
È un normale pomeriggio di luglio a Roma. 
Sono terminate le proteste dei giorni scorsi che avevano provocato malori, liti, ressa e interventi della polizia nella metro.
È solo un normale pomeriggio con la temperatura da Africa subsahariana ed un tasso di umidità da premonsone.
Roma appare come una città liquefatta, diluita, sempre più inafferrabile. Non per il caldo ma per quella disarmante certezza di non avere più certezze.
Alla fermata degli autobus a trenta metri dal Campidoglio un grappolo di persone sudate aspetta guardandosi intorno con aria disorientata: la palina degli arrivi è fuori uso.
Da lì ci sono almeno 6 linee diverse di autobus in grado di portare ad una fermata della metropolitana.
La prima passa dopo dieci minuti di attesa. In pieno centro. Le porte si spalancano su un abisso di umanità accaldata: se c’è dell’aria condizionata accesa nessuno se ne accorge. Una turista chiede all’autista se è l’autobus per andare alla stazione. «Ahò, e che domande so’? E io me fermo pure».
Sono le due e mezza del pomeriggio.
Alla stazione della metropolitana di Piramide le possibilità di attesa sono due.
Di lì parte il trenino per Ostia, frequenza uno ogni mezz’ora che con il trascorrere delle ore diventano almeno 45.
Da un altro marciapiede passa la linea B della metropolitana, minimo dieci minuti. Sulla banchina hanno il tempo di affollarsi stuoli di persone. Alessandra ha il costume sotto i vestiti e una bambina per mano, sta arrivando da Ostia: «E’ sempre così: ora hanno anche portato la frequenza dei treni per Ostia da dieci minuti a mezz’ora. Noi però paghiamo sempre la stessa cifra. Anzi, di più».
Quando finalmente arriva il treno ci si ammassa dentro come si può, ognuno con la mano sulla borsa.
Non solo non c’è aria condizionata, non c’è proprio aria.
Si respira soltanto quando si aprono le porte e viene voglia anche di ringraziare per essere arrivati. In fondo, non è successo nulla di grave: non c’è un’emergenza nè uno sciopero, si impiega solo il triplo del tempo. E’ colpa di Alemanno, di Marino e di tutti i sindaci di Roma ma andrà di sicuro meglio se si lasciano le linee dell’Atac, l’azienda municipale dei trasporti.
Il prossimo treno delle Fs per Fiumicino parte alle 15,35.
Le macchine self-service per acquistare il biglietto sono ovunque nella stazione. Spingendo il primo tasto appare una scritta enorme sullo schermo: «Attenti ai borseggiatori».
In effetti intorno alle macchine circolano da anni inquietanti personaggi che con la scusa di aiutare sono pronti a tutto.
Il treno è puntuale e anche dotato di aria condizionata, la prima in due ore. C’è solo uno strano andirivieni di addetti alla protezione dell’azienda e poi di polizia: hanno trovato una valigia incustodita, è scattato l’allarme.
Dopo alcune verifiche la valigia viene portata via, si parte. «A Roma c’è sempre qualcosa che non va», commenta Leonardo, 50 anni, che sta andando a prendere l’aereo per tornare a casa.
Si arriva a Fiumicino dopo le quattro. Alle partenze internazionali non c’è folla.
Tutto sembra procedere a meraviglia finchè non si intravede la prima mascherina, poi la seconda. Sono passati più di due mesi dall’incendio che aveva messo in ginocchio lo scalo, il terminal T3 è stato riaperto ma la normalità è lontana.
Accanto agli schermi luminosi delle partenze è stato installato un pannello con un avvertimento molto chiaro: «Velocizzare l’arrivo presso l’area di imbarco».
Come dire: allontanatevi in fretta da qui. E tutti si allontanano in silenzio.
In fondo non è successo nulla di grave, non c’è un’emergenza nè uno sciopero.
E’ solo un normale pomeriggio fra i trasporti della capitale d’Italia.
Flavia Amabile
(da “La Stampa”)
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Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile
IL VERTICE SI SPACCA, FINLANDIA E ALTRE CINQUE NAZIONI CON LA GERMANIA… VERSO UN NUOVO INCONTRO LA PROSSIMA SETTIMANA
Riunione molto tesa all’Eurogruppo.
Il piano messo a punto da Atene, votato anche dal Parlamento ellenico, ha incontrato all’interno del vertice dei ministri delle Finanze diverse opposizioni.
Ampio il fronte, guidato dallo stesso presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, che chiederebbe alla Grecia “misure ulteriori”, così come indicato dalle istituzioni nella loro valutazione preliminare, per rispettare i target di bilancio fissati all’interno del piano ellenico.
Ma all’interno di questa area ci sarebbe un più ristretto gruppo di Paesi sostenitori di una posizione ancora più dura.
Non solo la Germania, che avrebbe anche ipotizzato una possibile “Grexit temporanea” per 5 anni, ma anche la Finlandia che sarebbe pronta a votare no a qualsiasi accordo.
Sulla stessa linea anche Slovenia, Slovacchia, Estonia, Lituania e Paesi Bassi.
Una posizione molto dura, che avrebbe impedito di trovare l’unanimità per rendere valide le decisioni dell’Eurogruppo.
Per questo alla fine i ministri avrebbero convenuto di riaggiornarsi la prossima settimana, con un nuovo Eurogruppo.
La giornata.
Linea durissima della Germania al vertice dell’Eurogruppo.
Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble avrebbe proposto una Grexit per cinque anni, tempo in cui Atene potrebbe ristrutturare il suo debito.
Lo scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung am Sonntag, secondo un’anticipazione, citando un documento del ministero delle Finanze.
Fonti del governo greco hanno però smentito che questa proposta sia stata discussa al tavolo del meeting dei ministri delle Finanze.
Secondo l’agenzia France Presse, il documento esisterebbe ma a quanto risulta non sarebbe stato discusso oggi nel corso del meeting.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile
FIGLI E FIGLIASTRI: PER LA GRECIA NON SI POSSONO FARE TAGLI DEL DEBITO SULLA BASE DEI TRATTATI EUROPEI, PER LA CARINZIA INVECE SI PUO’
“Sappiamo che un taglio del debito pubblico non è possibile secondo i Trattati europei”. Parola di
Wolfgang Schaeuble, ministro delle Finanze del governo di Angela Merkel.
E tanti saluti alla Grecia.
Peccato che, se si tratta dei vicini germanofoni dell’Austria, la musica sia completamente diversa.
È stato infatti raggiunto un accordo politico fra il land tedesco della Baviera e la vicina Carinzia per una ristrutturazione da quasi 1,5 miliardi di euro per evitare il fallimento dello Stato federale austriaco.
Scrive il magazine specializzato in questioni europee Eunews:
La notizia l’ha data il quotidiano economico francese La Tribune. Dopo una lunga e controversa vicenda, lo Stato federale della Carinzia e il land tedesco della Baviera hanno trovato un accordo per tagliare di più della metà il debito del primo nei confronti del secondo.
La cifra “scontata” sarebbe di 1,45 miliardi di euro, di poco inferiore ai 1,6 miliardi che la Grecia non ha rimborsato entro il 30 giugno scorso al Fondo monetario internazionale, con tutte le conseguenze che ben conosciamo.
La ristrutturazione del debito è diventata inevitabile e dopo settimane di negoziati fra i rispettivi ministeri delle Finanze, Austria e Bavaria sono finalmente giunti a un accordo politico.
Secondo La Tribune, l’intesa prevede che la BayernLB accetti di ricevere solo 1,3 miliardi dei 2,75 dovuti.
E in Baviera c’è addirittura chi propone di andare oltre e annullare il debito austriaco. Chissà cosa direbbe Tsipras se lo sapesse.
Insomma, quel che per Atene non si può fare, per i vicini di casa non è stato un problema.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile
E’ INIZIATA LA RIUNIONE DEI MINISTRI FINANZIARI DIVISI TRA FALCHI E COLOMBE… PER LA GERMANIA “LE PROMESSE NON BASTANO”
“Proposte non credibili. Diremo ai colleghi greci che non hanno fatto nulla per rafforzare la fiducia”.
Berlino gela così il piano da 12 miliardi presentato da Atene all’ex Troika. Che per i tecnici è, sì, “una buona base di partenza”, ma non sarà sufficiente a sbloccare il terzo giro di aiuti internazionali da 74 miliardi di euro per evitare il fallimento della Grecia e il rilancio del Paese.
Insomma, serviranno “misure supplementari” per raggiungere gli obiettivi di bilancio, ma soprattutto serviranno maggiori riforme rispetto a quelle promesse dal premier Alexis Tsipras.
La Frankfurt Allgemeine Sonntagszeitung raffredda con queste parole gli ottimisti che speravano in un rapido accordo durante l’Eurogruppo iniziato oggi pomeriggio, come annunciato su Twitter dal ministro delle Finanze finlandese, Alexander Stubb.
Peggio, il fatto che il piano Tsipras abbia ottenuto il via libera del Parlamento greco con i voti dell’opposizione e spaccando la maggioranza di governo preoccupa molti governi: “Difficile portare avanti le riforme senza un ampio consenso” ha detto il ministro dell’economia irlandese Michel Noonan.
Con ogni probabilità , l’incontro non basterà a raggiungere un’intesa: il destino di Atene verrà rimandato alla riunione di domani del Consiglio europeo.
“Siamo qui per fare molti progressi” ha detto il direttore generale del Fmi, Christine Lagarde.
Questione di fiducia.
A pochi minuti dall’inizio della riunione dei ministri finanziari, è il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem a dire che “sarà un incontro abbastanza difficile, ancora non ci siamo, ci sono molte critiche alle proposte greche sulla sostanza e un grosso problema di fiducia”.
Il Governo greco, dunque, deve “mostrare grande impegno per ricostruire la fiducia”.
Il ruolo della Germania.
Il nodo delle trattative riguarda la ristrutturazione del debito complessivo per la quale è necessario un accordo politico che passerà per la volontà dei capi di governo dopo che i ministri delle Finanze avranno fatto le loro valutazioni tecniche.
A rompere il silenzio ufficiale della Germania (che per ore si è limitata a dire “l’esito delle trattative è aperto a ogni risultato”) è il ministro dell’Economia Wolfgang Schaeuble: “Il negoziato – ha detto – è estremamente difficile” perchè le nuove proposte greche presentano “lacune finanziarie. Le promesse non bastano. Sappiamo che un taglio del debito pubblico non è possibile secondo i Trattati”.
Intanto, la stampa tedesca spiega che il nuovo programma non dovrà essere basato solo sulle “azioni prioritarie” presentate da Atene ma dovrà anche “contenere” indicatori strutturali e quantitativi “per il futuro”.
La sensazione è che sul futuro di Atene sia stia giocando un’importante partita politica in Germania: da un lato proprio il falco Schaeuble cha avrebbe definito il piano greco “uno scherzo”, dall’altro la cancelliera Angela Merkel che lavora per mantenere la Grecia nell’euro.
I falchi.
Tra i più scettici ci sono gli olandesi: “Il piano è debole in alcune aree, cominceremo i negoziati quando tutte le condizioni saranno riempite, ma c’è seria preoccupazione sull’attuazione visto che i greci stanno proponendo qualcosa che una settimana fa era stata rigettata al referendum” ha detto il viceministro delle finanze olandese Eric Wiebes.
Il vicepresidente della Commissione Ue, Vladis Dombrovskis, riconosce i “chiari progressi” greci, ma sottolinea “perplessità e dubbi” che permangono da parte di vari paesi.
Le colombe.
In particolare i falchi vorrebbero un “chiaro intendimento comune su contenuti e tempi degli obblighi” con il governo greco sulle proposte presentate “per avere una base chiara su cui possa essere concordato un programma Esm”.
A mediare tre le parti ci sono le colombe, con i francesi in prima linea: il ministro delle Finanze, Michel Sapin, sta aiutando la delegazione greca ad apportare alcune correzioni al testo definitivo, mentre il Commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, dice: “Il piano di Atene è un gesto significativo”.
A questo punto è ipotizzabile che si arrivi a uno sblocco dei fondi necessari per rimborsare i debiti in scadenza con il Fmi e la Bce (il prossimo 20 luglio) e si valutino per gradi i risultati raggiunti dalla Grecia.
(da “La Repubblica”)
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