Agosto 12th, 2015 Riccardo Fucile
GLI ISTIGATORI DI ODIO FANNO PROSELITI: IN PUGLIA L’ENNESIMO EPISODIO DELLA DELINQUENZA LOCALE
Hanno cercato di rubargli la merce, cover di cellulari e bigiotteria. 
Alle proteste dell’ambulante, in dieci gli sono saltati addosso, con calci, schiaffi e una bottiglia spaccata in testa.
A difendere la vittima, qualcuno dei presenti e gli amici migranti, che come lui ogni giorno posizionano la bancarella di fortuna nel porticciolo di Torre a Mare.
L’aggressione, violenta e inaspettata, ieri sera, subito dopo la mezzanotte.
La vittima, Mehmood Arshad, un trentenne pakistano, aveva posizionato la merce sul molo.
Un gruppo di ragazzi — raccontano i testimoni – tra cui due donne, ha cercato di portar via anellini, collanine, e accessori per cellulari.
Le proteste di Mehmood hanno scatenato la furia della gang: in dieci lo hanno picchiato, colpendolo alla testa anche con delle bottiglie.
Sul posto sono intervenuti gli operatori del 118, che hanno trasportato l’uomo in ospedale, e la Polizia, che ha raccolto le testimonianze del presenti per identificare gli aggressori.
Solo a fine luglio stessa sorte è toccata a Fatty, trentaquattrenne del Gambia, picchiato in largo Adua da tre baresi che volevano sottrargli un’asticella per i selfie.
Qualche ora prima nel salento un’altra aggressione: a Torre Chianca due persone si sono accanite contro un ambulante, in spiaggia, e hanno tentato di affogarlo.
Silvia Dipinto
(da “la Repubblica“)
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Agosto 12th, 2015 Riccardo Fucile
SIAMO PASSATI DALLA “PROVA COSTUME” ALLA “PROVA SINISTRA”
Un fenomeno che non si riesce a spiegare, che la scienza non sa decifrare, che nemmeno i maghi e i veggenti riescono a interpretare.
Come mai, dannazione, invece di cliccare sulla notizia “Suora diventa lapdancer” o sul titolo “Cane lupo di Taiwan sa le tabelline”, gli italiani si siano letti avidamente il carteggio Staino-Cuperlo, una cosa che pesa sulla società italiana come un documentario sull’accoppiamento delle lumache.
Masochismo estivo, probabilmente, o meglio ancora un portato delle molte sfumature che si vendono in libreria: “Caro, questa sera ti frusto con il gatto a nove code”. “No, tesoro, fammi più male ancora, leggimi la lettera di Staino a Cuperlo”.
In ogni caso, e al netto dello scambio epistolare tra un gigante della satira (Cuperlo) e un titano del renzismo (Staino), è il caso di dedicare qualche riflessione al succo della questione.
E cioè al fremente dibattito su cosa sia di sinistra e cosa no, una questione davvero entusiasmante, un dibattito che sarà apprezzatissimo, per esempio, dagli schiavi che raccolgono i pomodori nei campi pugliesi morendo nelle piantagioni come nell’Alabama dell’800.
Se ci pensate, è il modo migliore per parlare d’altro, per spostare la discussione dalle cose vere (che so, i tagli alla sanità , Confindustria che applaude, lo sconto agli evasori fiscali, una legge sul falso in bilancio peggiore di quella che fece Berlusconi, cosucce così) a un piano aleatorio e teorico, dove vale tutto.
Da qui l’entusiasmante diatriba su siamo di sinistra, no, non lo siete, lo eravate, ma solo un po’, sui bordi, anzi no, eccetera eccetera, con tutte le varianti del caso: niente ci verrà risparmiato.
Dopo le interessantissime discussioni sulla prova costume, ecco le schermaglie sulla “prova sinistra”.
Disse Matteo Renzi nel febbraio del 2014, quando ancora pareva un burbanzoso innovatore che avrebbe rottamato il passato cinico e baro, che il suo era “il governo più di sinistra degli ultimi trent’anni”, che ancora oggi — dopo che ne ha dette migliaia — resta la sua battuta migliore.
Poco più di un anno dopo, quel governo così di sinistra proponeva nella stessa settimana un taglio delle tasse sui profitti delle imprese (non sul lavoro, non sugli investimenti, non sulle vite dei cittadini, no, no, proprio sui prof i t t i ) e ccontestualmente un taglio della sanità pubblica.
Ora, per convincere tutti che questa sia una cosa di sinistra ci sono molte strade: dall’ipnosi di massa alla distribuzione di pasticche lisergiche.
Si sceglie invece una strada più tortuosa: attaccare la sinistra del Pd dicendo che non capisce il senso profondamente di sinistra di tutto questo.
La sinistra Pd, dal canto suo e parlandone da viva, gioca il ruolo delle cantanti liriche nelle opere più entusiasmanti, cioè canta per un intero atto“Muoio…muoio…ah, guardate come muoio, me tapina… muoio”, e così avanti per giorni e giorni, senza morire mai, senza andarsene mai e soprattutto votando con il partito quando ce n’è bisogno,salvo rari casi.
La stessa sinistra Pd che oggi si fa alfiere e portavoce della “sinistra” è quella che votava compatta il governo Monti, la legge Fornero, il pareggio di bilancio nella Costituzione.
Insomma, c’è un concetto di sinistra molto variabile e ballerino, che si sventola oggi sì, domani no, dopodomani vedremo cosa ci conviene, e la sensazione è che possa passare qualunque porcata galattica purchè la si dica “di sinistra”.
Intanto, negli ultimi trent’anni la forbice tra rendite e profitti e redditi da lavoro si è allargata a dismisura: i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri, ma di questo — che è l’unico argomento su cui tessere una teoria di sinistra ai tempi del colera — non si occupa nessuno.
Uff, che noia… uff, che palle. Vuoi mettere leggere cosa ne pensa Staino?
Alessandro Robecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 12th, 2015 Riccardo Fucile
MISURE DELLA CINA PER RILANCIARE IL LORO EXPORT
Doppia svalutazione dello yuan in 24 ore: borse internazionali in rosso. 
L’intervento a sorpresa di Pechino sulla moneta cinese ha come obiettivo quello di rilanciare l’economia, dopo che anche i dati sulla produzione industriale segnano una diminuzione della crescita (+6 per cento a luglio, in calo rispetto al mese precedente). Il primo intervento nelle scorse ore aveva fatto parlare di “guerra delle valute”, perchè arrivato nel momento in cui sono state deprezzate anche le monete di Australia, Corea del Sud e Singapore.
Il Fondo monetario internazionale ha accolto con favore la scelta che “permetterà al mercato di avere un ruolo maggiore”.
Le borse asiatiche registrano la seconda seduta in rosso e le preoccupazioni per gli effetti internazionali fanno partire in negativo quelle europee. Piazza Affari perde il 2,5 per cento.
La valuta cinese si è quindi ulteriormente indebolita dopo la svalutazione-record di martedì 11 agosto.
Si tratta dell’operazione più grossa dal 1994, anno in cui il Paese ha unificato i tassi. La banca centrale cinese a sorpresa ha “limato” ulteriormente il valore di riferimento dello yuan: il tasso di cambio è stato fissato a 6.3306 sul dollaro con un taglio ulteriore dell’1,62% rispetto a quello precedente che è stato dell’1,9%.
La People’s bank of China ha fatto sapere che alla luce della situazione dell’economia domestica e internazionale non ci sono ragioni economiche per una continua svalutazione dello yuan.
Secondo la Pboc la volatilità dello yuan potrebbe aumentare temporaneamente, in attesa che si trovi un equilibrio sul mercato dei cambi, ma dovrebbe diventare “ragionevolmente stabile” dopo un breve periodo di aggiustamento.
In rosso le borse asiatiche. Tokyo ha perso l’1,58%, Sydney l’1,66% e Seul lo 0,56%. Hong Kong cede il 2,12% mentre i listini di Shanghai (-0,19%) e Shenzhen (-0,51%), ‘protetti’ dalle misure governative, limitano i danni.
Lo yuan cede l’1,9% sul dollaro, ai minimi da quattro anni.
I deludenti dati macro cinesi alimentano nuovi timori di una frenata dell’economia.
Il Vecchio Continente segna, fin dalle prime battute, flessioni intorno al punto percentuale.
Ribassi che si ampliano con il passare dei minuti.
Alle 9.40 circa a Piazza Affari l’indice Ftse Mib lascia sul terreno il 2,35% a 23.144 punti — All Share -2,29% — con lo spread tra Btp decennali e Bund tedeschi sostanzialmente stabile a 115 punti base con un rendimento dell’1,76%.
Maglia nera per la Borsa di Parigi -2,43%, pesante anche Francoforte -2,40%. Si allineano ai ribassi i listini di Londra -1,71% Zurigo -1,15%, Madrid -1,40% e Lisbona -1,61%.
A Milano le vendite sul Ftse Mib risparmiano solo Wdf (+0,10% a 10,21 euro). Debole Pirelli (-0,07% a 15,03) all’indomani del closing dell’operazione ChemChina. In rosso il comparto bancario — l’indice settoriale cede il 2,32% -; male Exor (-2,35% a 44,42 euro) dopo l’annuncio dell’accordo che porta la famiglia Agnelli a essere il primo azionista de The Economist.
L’operazione da 405 milioni di euro consente alla società di investimento di incrementare la sua partecipazione dal 4,7% al 43,4 per cento.
Secondo i dati del National Bureau of Statistics diffusi oggi la crescita della produzione industriale cinese è aumentata meno del previsto a luglio: ha registrato infatti un +6 per cento anno su anno a luglio, più lentamente rispetto all’aumento del 6,8 per cento registrato a giugno e meno rispetto alle previsioni di una crescita del 6,6 per cento stimata dagli economisti.
Male anche il dato da inizio gennaio che segna un +6,3% contro un +6,4% atteso dal mercato.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 12th, 2015 Riccardo Fucile
IL FONDATORE DI “REPUBBLICA” REPLICA ALLA LETTERA DELL’EX PRESIDENTE
Alla lettera che Giorgio Napolitano mi ha inviato e che abbiamo pubblicato ieri nel nostro giornale rispondo soprattutto per ringraziarlo per le parole di amicizia e di stima che mi ha rivolto e che contraccambio con identici sentimenti.
Non è la prima volta che questo accade tra noi, ma ieri leggendola mi sono sentito profondamente felice e voglio dirglielo.
Viviamo in un mondo assai accidentato e in una società nella quale gli affetti, anche genuini, sono però molto spesso intrecciati ad interessi, convenienze, obiettivi concreti di tornaconti individuali e lobbistici.
Non è il nostro caso, quel tipo di interessi non c’è mai stato tra noi, lui non ha mai avuto alcun tornaconto a volermi bene e neppure io.
Talvolta è anzi accaduto — sia in occasioni lontane nel tempo e sia ora — che avessimo idee divergenti nella visione del bene comune del nostro Paese e quando è avvenuto ce lo siamo detti sia in private conversazioni sia in pubblico dibattito.
Così sta avvenendo ora su due temi strettamente connessi: la riforma costituzionale del Senato e la legge elettorale che è stata riformata dopo la sentenza abrogativa di quella vigente da parte della Corte costituzionale.
Non sono temi da poco: rappresentano una trasformazione radicale della nostra struttura politica e dunque della politica nelle sue forme.
Prevedono una riforma che va ben oltre le modalità dell’articolo 138, destinato a consentire singoli mutamenti che incidono su aspetti marginali di attuazione dei principi e dei valori intangibili della “Carta” approvata dall’Assemblea costituente 67 anni fa.
È pur vero che alcuni di quei principi e dei diritti-doveri allora sentiti sono invecchiati e si sono rivelati insufficienti col passar degli anni per numerose ragioni dovute al trasformazioni internazionali, sociali, scientifiche, tecnologiche.
E proprio per corrispondere a queste nuove esigenze sono stati numerosi i tentativi di porvi rimedio con diverse commissioni bicamerali, la prima delle quali fu presieduta da Aldo Bozzi e poi dalla Iotti, da De Mita, da D’Alema.
Cito a memoria e forse ne scordo altri, ma sono passati oltre trent’anni da quei tentativi, tutti falliti per varie ragioni.
Ha tentato anche Napolitano a ripercorrere quella via con il Comitato dei Saggi e poi con una Commissione presieduta da Quagliariello, peraltro più di orientamento che di obbligo procedurale.
Ma i due disegni di legge dei quali stiamo ora parlando (elettorale e costituzionale, se sarà approvato) e sulle quali le nostre opinioni divergono produrranno un mutamento talmente radicale che a mio avviso equivale ad una riscrittura del contesto costituzionale che soltanto una nuova Costituente potrebbe affrontare.
A cominciare dall’abolizione di una delle due Camere che insieme compongono il potere legislativo, instaurando un sistema monocamerale e introducendo in quest’ultimo un meccanismo che concede al premier di nominare un numero ragguardevole di capilista di varie circoscrizioni, creando un “premierato” al posto della presidenza del Consiglio, con un sistema elettorale che al posto della legge proporzionale che ha regolato i rapporti tra il popolo sovrano e lo Stato per quasi cinquant’anni, destina un premio al partito che raggiunge il 40 per cento dei voti espressi, quale che sia il numero degli astenuti.
Non era mai accaduto che un fatto del genere avvenisse in Italia; bisogna risalire alla legge Acerbo di mussolinana memoria.
La legge-truffa voluta da De Gasperi nel 1952 prevedeva il premio soltanto a quel partito o coalizione di partiti che avesse superato almeno di un voto il 50 per cento.
Fu approvato dal Parlamento ma sconfitto dalle urne e non passò.
Questo è dunque il quadro entro il quale si svolge la nostra discussione.
Personalmente non ho un’affezione particolare al bicameralismo perfetto anche se — come risulta dallo studio dell’apposito Ufficio di palazzo Madama — il tempo medio impiegato dall’approvazione delle leggi in un testo definitivo da entrambi i rami del Parlamento non è affatto lunghissimo: supera di poco i tre mesi e con pochi ritocchi può essere imposto un tempo minimale.
Nel mio ultimo articolo ho prospettato un Senato cui sia tolto il potere di dare la fiducia al governo restando integri gli altri poteri.
Napolitano obietta che questa proposta è irrazionale e probabilmente ha ragione. In altri miei interventi avevo infatti addirittura proposto che il Senato fosse interamente abolito; a rappresentare Regioni e Comuni di fronte allo Stato ci sono già apposite conferenze, basterebbe conservarle, semmai precisando meglio i poteri legislativi di competenza degli Enti locali e la loro autonomia.
Quindi niente Senato, ma solo Camera che ingloba interamente il potere legislativo ed è la sua maggioranza — pur nel rispetto delle minoranze — a determinare la linea politica al potere esecutivo che ha il compito di tradurla in atto.
Ove sviluppasse una linea diversa, la Camera gli toglierebbe la fiducia.
È compatibile questo principio che pienamente realizza quella Repubblica parlamentare che l’attuale Costituzione configura, con il premierato?
Dipende da che cosa si intenda con quella parola. Se si intende che il presidente del Consiglio ha un potere maggiore di quello dei ministri e in caso di contrasto può destituirli senza che questo comporti un rimpasto e un voto di fiducia, questo sì, è pienamente compatibile.
Ma se il premier adotta una politica difforme da quella indicata dalla maggioranza della Camera, allora no, non è compatibile.
Naturalmente nel corso della legislatura la maggioranza della Camera può anche cambiare, senza che con questo si debba andare a nuove elezioni.
Ai tempi della Dc questi mutamenti avvennero molte volte: Fanfani sostituì Scelba, Moro sostituì Fanfani e fu a sua volta sostituito da Colombo e poi da altri. Moro comunque dominò per decenni il partito (e quindi il Parlamento) con maggioranze che dal centrismo passarono ai socialisti di Pietro Nenni e poi addirittura con il Pci di Enrico Berlinguer.
Tutto avvenne con il sistema di voto proporzionale, non ci fu mai, dico mai, il premio di maggioranza che dà al premier troppi poteri.
Questo è lo schema. È pur vero che oggi i tempi sono cambiati. Mi auguro che cambino ancora.
Se — come spero — nasceranno gli Stati Uniti d’Europa, i governi nazionali perderanno una parte notevole della loro sovranità e altrettanto ne perderanno i rispettivi Parlamenti. Ci sarà anche in Europa una sinistra e una destra e sarà un bene la loro alternanza.
Oggi in Italia c’è un centro e un po’ di destra.
La sinistra, caro Giorgio, non c’è più.
Tu non ne parli ma sono convinto che nel tuo intimo te ne rammarichi. Per come ti conosco tu non sei un marxista, sei un liberal-democratico, esattamente come me.
È la cultura del partito d’Azione. Una sinistra liberale, è questo che ci caratterizza, ma a me sembra lontana anni luce e ne sono francamente angustiato.
Eugenio Scalfari
(da “La Repubblica”)
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