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CALABRIA ETICA, SEQUESTRO DA 361.000 EURO A EX PRESIDENTE INDAGATO PER PECULATO

Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile

L’ESPONENTE NCD AVEVA ASSUNTO PURE LA FIDANZATA CON UNO STIPENDIO DI 114.000 EURO L’ANNO

La procura di Catanzaro ha sequestrato 361 mila euro a Pasqualino Ruberto, l’ex presidente di Calabria Etica, la società  in house della Regione che si sarebbe dovuta occupare di assistenza alle famiglie disagiate e che, secondo gli inquirenti, era diventata un “assumificio” funzionale alle aspirazioni politiche del suo vertice.
Indagato per abuso d’ufficio e peculato, infatti, Pasqualino Ruberto (nominato presidente di “Calabria Etica” dall’ex governatore Scopelliti) si era candidato a sindaco di Lamezia Terme alle ultime amministrative.
Pochi giorni prima delle regionali e in vista delle comunali della città  in provincia di Catanzaro, Ruberto aveva proceduto all’assunzione di 251 lavoratori nell’ambito di quattro progetti.
A questi poi se ne sono aggiunti altri 450 sui cui contratti stanno ancora indagando gli investigatori che nei mesi scorsi hanno acquisito tutta la documentazione nella sede della società  in house e negli uffici della Regione Calabria.
I 361 mila euro sequestrati, per equivalente, a Pasqualino Ruberto sono, stando agli accertamenti dei carabinieri, la cifra complessiva di due mensilità  degli stipendi pagati ai primi 251 lavoratori assunti.
Il procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri e il pm Graziella Viscomi hanno iscritto nel registro degli indagati anche Vincenzo Caserta, l’ex dg del dipartimento lavoro della Regione Calabria, a cui vengono contestate due ipotesi di abuso d’ufficio.
Nei suoi confronti, la Procura ha chiesto la sospesione dai pubblici uffici. Adesso il giudice per le indagini preliminari dovrà  fissare l’interrogatorio e decidere se applicare il provvedimento interdittivo.
La Procura sta cercando di capire come mai, tranne pochi casi, tutti gli assunti da Calabria Etica (società  adesso commissariata) sono residenti a Lamezia Terme, nella stessa città  in cui Ruberto si è candidato a sindaco ed è oggi consigliere comunale di opposizione.
Membro dell’assemblea nazionale del Nuovo Centrodestra, inoltre, Ruberto aveva firmato un co.co.pro. da 114 mila euro all’anno alla fidanzata Bianca Maria Vitalone che poi si è dimessa dopo che è scoppiata la polemica.
Tra gli assunti c’erano anche la sorella della fidanzata, alcuni parenti stretti del socio del suo studio professionale e alcuni animatori dell’associazione politica Labor (motore della sua campagna elettorale) che avrebbero beneficiato di contratti che vanno da 24 a 71 mila euro all’anno.
Spacciandosi per progetti in favore delle famiglie disagiate, secondo gli inquirenti, Calabria Etica era diventata un “assumificio” sul quale adesso la procura vuole vederci chiaro.
Il sequestro eseguito stamattina dai carabinieri, infatti, copre solo una parte del costo dei 700 contratti firmati da Ruberto tra la fine del 2014 e le prime settimane del 2015. Contratti che, complessivamente, impegnavano Calabria Etica (e quindi la Regione Calabria) per un milione e 300mila euro.

Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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GLI ITALIANI CHE DIRIGONO I MUSEI ALL’ESTERO: TANTI, BRAVI E FANTASIOSI

Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile

I GIRAMONDO DELLA CULTURA. IN ALTRI PAESI ASSUMERE DIRETTORI STRANIERI NON CREA POLEMICHE

Sì, sono sette gli stranieri chiamati dal Mibac alla guida di alcuni tra i più importani musei italiani. Ma sono ancor di più i nostri connazionali che hanno ricevuto chiamate prestigiose dall’estero, per dirigere le maggiori istituzioni culturali tra New York, Parigi, Londra, Madrid e Rotterdam.
Ne citiano 8, ma l’elenco è praticamente sterminato: i manager italiani della cultura sono richiesti ovunque, in ogni continente, da musei grandi e piccoli.
Hanno tutti un tratto comune: solidi studi in Italia, specializzazioni all’estero, propensione a girare il mondo.
Curiosi, pronti a stupirsi. E poi a far volare la fantasia, mescolandola con la competenza.
La lista comincia con Massimiliano Gioni, direttore artistico del New Museum of Contemporary Art di New York. Di Busto Arsizio, 43 anni, studi universitari tra Vancouver e Bologna.
Papà  direttore di una fabbrica d’inchiostro, mamma insegnante. Esperienze di lavoro (sempre tra mostre e musei) in mezzo mondo.
Poi l’approdo, nel 2007, al museo newyorchese che presenta l’arte contemporanea proveniente da tutto il globo
Andrea Bellini, 44 anni, è il direttore del Centro d’Arte Contemporanea di Ginevra. Storico dell’arte, ha lavorato a New York come redattore capo della rivista Flash.
Ha poi diretto per tre anni (2007-2009) la fiera dell’arte di Torino Artissima. Sempre in Torino ha diretto il Castello di Rivoli. Poi, nel 2012, la prestigiosissima chiamata dalla Svizzera.
Francesco Manacorda ha 41 anni. Da quattro è il direttore artistico della Tate di Liverpool, tempio dell’arte moderna.
Torinese, laureato in Lettere, esperienze di curatore in Italia, per lui in qualche modo la chiamata è equivalsa a un ritorno nel Regno Unito dove per due anni aveva già  lavorato come curatore nella londinese Barbican Art Gallery.
Da oltre un anno Lorenzo Benedetti (romano, nato nel 1972) dirige il De Appel art center di Amsterdam.
Incarico arrivato dopo un’altra mansione di prestigio che l’Olanda gli aveva affidato: la curatela del Padiglione nazionale alla Biennale di Venezia.
Benedetti è un italiano color «orange»: ha lavorato dal Vleeshal di Middelburg, dove è stato direttore del 2008, alla Kusthalle di Mulhouse, dove ha avuto ruolo di curatore ospite.
Laureato in storia dell’arte a La Sapienza di Roma, nel 2005 ha fondato il Sound Art Museum, dedicato al suono nelle arti visive, Benedetti è anche docente alla Jan van Eyck Academy di Maastricht.
Chiara Parisi è il direttore del programma culturale del Monnaie di Parigi,una delle più antiche istituzioni francesi. Patrimonio dell’Unesco, assicura la produzione monetaria dell’euro francese, ma anche di monete da collezione, medaglie e decorazioni.
Per aprire al pubblico il tesoro la «Zecca» transalpina, la Francia ha chiamato proprio Parisi. Che ha un curriculum lungo così. Insegnante, curatrice di mostre (tra cui a Villa Medic il ciclo «La Folie de la Villa Mèdicis»).
Con Parisi, la Monnaie è diventato un museo a cielo aperto nel cuore del quartiere parigino di Saint Germain
Un altro italiano che piace agli olandesi. Si chiama Francesco Stocchi e ha spezzato la tradizione del Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam diventando il primo curatore dell’istituzione nella sezione di arte moderna e contemporanea occupandosi delle mostre in cui gli artisti non olandesi avranno una forte rilevanza.
Romano, del 1975 , giramondo dell’arte: Vienna, Roma, mostre, libri. Poi la chiamata prestigiosa dai tulipani.
Succede, negli Stati Uniti. Nel 1994, Paola Antonelli, architetto, sarda, genitori milanesi, è stata assunta come curatrice al Moma di New York, stella polare dell’arte moderna, rispondendo a un annuncio. Aveva 31 anni.
Dodici anni dopo – oggi ne ha 51 – è stata nominata Direttore della Ricerca e sviluppo. Art Reveiw, l’ha inserita nella lista delle cento persone più potenti del mondo dell’arte.
Per Time invece fa parte di un’èlite di cervelli visionari. Al Moma ha organizzato mostre che vanno dai videogiochi ai caratteri tipografici digitali
Dal Prado alla National Gallery di Londra. Un salto compiuto da un italiano con passaporto britannico, nato a Londra.
Si chiama Gabriele Finaldi e ha 50 anni. La sua nomina alla National Gallery – l’equivalente britannico di Uffizi e Louvre – ha ricevuto l’ok del premier Cameron. Finaldi ha studiato tra Londra, Napoli e a Piacenza.
Nel 1992 è stato nominato curatore della pittura italiana e spagnola, proprio alla National Gallery, dove è rimasto fino al 2002, quando è stato chiamato al Museo del Prado e dove è stato responsabile delle collezioni, dei progetti di ricerca, delle esposizioni e del restauro.
I media spagnoli ne hanno sempre parlato benissimo , come «l’uomo che ha reinventato il Prado».

Alessandro Fulloni e Federica Seneghini
(da “Il Corriere della Sera”)

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L’OCCIDENTE DEI VILI ASSISTE INERTE ALL’ASSASSINIO DI UN MARTIRE CHE NON HA VOLUTO SVELARE DOVE AVEVA NASCOSTO I REPERTI DI PALMIRA

Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile

ONORE A KHALED AL-ASAAD, L’ARCHEOLOGO CUSTODE DECAPITATO DAI TAGLIAGOLE DELL’ISIS

Khaled al-Asaad, il direttore del sito archeologico di Palmira decapitato e appeso a un palo della luce dai jihadisti dello Stato islamico, si è rifiutato di indicare ai suoi aguzzini i luoghi in cui sono stati nascosti importanti reperti romani prima dell’occupazione della città  da parte dell’Isis.
Lo ha riferito al quotidiano britannico The Guardian Chris Doyle, direttore del Council for Arab-British Understanding, citando una fonte siriana.
L’82enne Asaad, dopo essersi preso cura per circa cinquant’anni dei tesori archeologici della “Sposa del deserto”, com’è soprannominata la città  patrimonio dell’Unesco, avrebbe così compiuto il sacrificio estremo: andare incontro a una morte atroce, pur di salvare i gioielli di Palmira.
Secondo quanto riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani, si è trattato di un’esecuzione pubblica in piena regola, alla quale assistito decine di persone.
A dare per primo la notizia della decapitazione di Asaad, uno dei massimi esperti siriani di archeologia, era stato ieri sera il direttore delle Antichità  e dei musei siriani, Maamoun Abdulkarim.
Abdulkarim ha spiegato che i miliziani dell’Isis avevano arrestato un mese fa Asaad. Da allora erano iniziati interrogatori continui nella speranza di avere informazioni su dove fossero stati nascosti reperti romani del sito prima dell’occupazione dello Stato islamico, avvenuta a maggio.
Khaled al-Asaad era stato direttore del sito archeologico di Palmira per 40 anni, fino al 2003.
Dopo il pensionamento, ha riferito la Sana, aveva continuato a lavorare come esperto per il Dipartimento dei musei e delle antichità . Era stato autore di diversi libri e testi scientifici anche in collaborazione con colleghi stranieri.
Ai tesori di Palmira l’anziano archeologo aveva dedicato mezzo secolo della sua vita: conosceva la storia di ogni colonna, ogni statua, ogni centimetro di questa città  che un tempo fu un vitale centro carovaniero.
Un amore immenso finito nel più tragico dei modi, reciso da quegli stessi fanatici pronti a distruggere a martellate i simboli di una cultura.
Il corpo del povero Asaad è stato ritrovato così, decapitato e appeso a un palo della luce e non, come era trapelato inizialmente, a una colonna della sua amata Palmira.
La macabra immagine dell’ennesima vittima dell’Isis è stata diffusa in rete dai jihadisti su Twitter.
Al corpo decapitato è stato appeso un cartello con su scritto il nome della vittima con l’aggiunta “apostata e partigiano del regime sciita” del presidente Bashar al-Assad. Sotto il nome vengono elencati cinque capi d’imputazione che hanno convinto i terroristi a sgozzare la loro vittima: “rappresentante della Siria nelle conferenze della blasfemia”; “direttore delle statue archeologiche di Palmira”; “ha visitato l’Iran partecipando alla festa per la vittoria della rivoluzione di Khomeini”, fondatore della Repubblica islamica iraniana di confessione sciita; infine altre due accuse che riguardano “legami” della vittima con esponenti del regime di Damasco.
“La costante presenza di questi criminali nella città  è una vergogna e un cattivo presagio per ogni colonna e per ogni frammento archeologico lì preservato”, ha commentato Abdulkarim, il direttore delle Antichità  e dei musei siriani.
Palmira rappresenta uno dei principali siti archeologici nel Medio Oriente.
I jihadisti dell’Isis hanno già  distrutto diversi insediamenti storici nel territorio da loro controllato. L’Unesco ha detto che l’eventuale distruzione della città  sarebbe “una perdita enorme per l’umanità “.
Purtroppo, Khaled al-Asaad non è l’unico archeologo finito nelle grinfie dell’Isis.
A lanciare l’allarme, in un’intervista alla televisione panaraba Al Jazeera, è Amr al-Azm, ex dirigente del Dipartimento generale dei musei e delle antichità  della Siria. Secondo Azm, diversi archeologi sono stati fatti prigionieri dall’Isis in Siria negli ultimi anni, mentre altri sono stati sottoposti a pressioni perchè “ritenuti in possesso di informazioni su antichità  nascoste di cui i jihadisti vogliono impadronirsi”.
Azm ha detto di ritenere che anche Asaad, tenuto prigioniero per almeno un mese dallo Stato islamico prima di essere ucciso, fosse stato arrestato perchè ritenuto responsabile dell’evacuazione di molti reperti dal museo di Palmira prima dell’arrivo dei jihadisti, nel maggio scorso, e quindi a conoscenza delle località  dove potrebbero essere stati nascosti.
“Personalmente – ha aggiunto Azm – conosco un archeologo che a Raqqa (nel Nord della Siria, ndr) è stato perseguitato dall’Isis per diverso tempo con l’intento di estorcergli informazioni su presunti tesori nascosti”.
Oggi il mondo dell’archeologia e della cultura in generale saluta Khaled al-Asaad, rendendogli onore per il suo coraggio.
“Povero Khaled, dev’essere rimasto nella sua Palmira come il capitano di una nave che affonda”, ha detto all’Ansa Maria Teresa Grassi, ultima archeologa italiana ad aver lavorato nel sito siriano dove fino al 2010 guidava la missione dell’Università  di Milano.
“Questa non me l’aspettavo proprio, mi ero convinta che dopo aver contribuito, come so che ha fatto, a mettere in salvo le cose più preziose del museo, fosse fuggito. E invece…”.
Secondo Grassi, la scelta di restare lì può essere capita solo tenendo presente il rapporto strettissimo, anche affettivo, che legava l’anziano direttore e insieme a lui tutta la sua grande famiglia ai resti della celeberrima città  antica dal 1980 patrimonio dell’Umanità .
“Ne era stato direttore per decenni, in pratica una vita intera. Si deve a lui la creazione o comunque l’organizzazione del piccolo prezioso museo. E a lui si deve tutto il lavoro di organizzazione e anche di valorizzazione degli scavi”.
Grande conoscitore della lingua antica e brillante epigrafista, Khaled al Asaad, racconta la studiosa, aveva fatto anche un gran lavoro sulle iscrizioni.
Una passione, la sua, nella quale aveva coinvolto l’intero clan familiare e che aveva trasmesso ai due figli maschi, entrambi archeologi, uno dei quali ne aveva poi raccolto il testimone assumendo a sua volta l’incarico di direttore.
Definirlo semplicemente direttore è riduttivo, avverte la studiosa. “Asaad era molto di più, di fatto una figura fondamentale per gli ultimi 50 anni della scuola degli scavi, la memoria storica del sito. Di Palmira conosceva ogni angolo, ogni vicenda, ogni pietra. Aveva visto tutto, collaborato con tutti, una specie di archivio vivente”.
Un personaggio, insomma.
Anche dal punto di vista umano, carismatico e imponente, circondato dalla sua grande famiglia.
“Di lui colpiva l’aria sempre seria e direi un po’ severa – racconta Maria Teresa Grassi – un aspetto che nascondeva però una persona incredibilmente attenta e gentile, capace di gesti di grande sensibilità . Era un signore, un uomo all’antica, come si diceva una volta”.
In questi mesi, racconta Grassi, “siamo stati in grande, grandissima ansia per lui e per tutte le persone che lavoravano nel sito. Difficilissimo avere rapporti, abbiamo sempre avuto paura di mettere in difficoltà  persone già  in pericolo. Qualche contatto sono riuscita ad averlo solo con una ragazza restauratrice che mi ha scritto dalla Turchia, dove forse si era rifugiata. Evidentemente Asaad non è riuscito a lasciare Palmira che era tutta la sua vita. Ora l’apprensione è alle stelle. Ero in angoscia per il patrimonio d’arte di Palmira, temevo che facessero saltare i monumenti. È successo di peggio”.

(da “Huffingtonpost“)

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CHI E’ MONS. GALANTINO, L’ANTICASTA VOLUTO E IMPOSTO DA BERGOGLIO E NON AMATO DAI VESCOVI

Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile

IL CORAGGIO DI ANDARE CONTROCORRENTE E DIRE VERITA’ SCOMODE SI SCONTRA CON LA TRADIZIONALE PRUDENZA DELLA CASTA VESCOVILE

Le critiche intorno alle dichiarazioni del segretario della Cei, Nunzio Galantino, dall’immigrazione ai giudizi sulla politica, sembrano non sfumare mai.
L’ultimo episodio riguarda la rinuncia a partecipare alla Lectio degasperiana a Pieve Tesino, in provincia di Trento, per “evitare, con la mia sola presenza, di contribuire a rafforzare polemiche o anche semplicemente di allontanare il momento del rasserenamento di un clima invano esasperato”.
Il segretario della Cei, però, ha voluto lo stesso inviare il testo che avrebbe letto, di cui ampi stralci erano stati anticipati nei giorni precedenti dal Corriere della sera.
Un intervento in cui Galantino non ha risparmiato un nuovo duro attacco alla politica odierna paragonandola a “un puzzle di ambizioni personali all’interno di un piccolo harem di cooptati e furbi”.
Se l’assenza del segretario della Cei avrebbe dovuto stemperare i toni, non poteva farlo la sua decisione di non restare in silenzio.
Le sue parole, infatti hanno scatenato un nuovo scontro con la classe politica.
Una replica di ciò che si era verificato pochi giorni prima con l’intervista a Famiglia Cristiana in cui il presule pugliese attaccava il governo assente, a suo giudizio, sulle politiche sull’immigrazione. Ma ciò non toglie due domande principali che ruotano a queste continue e dure esternazioni del segretario della Cei contro la politica. Galantino parla a nome dei vescovi italiani? E l’altra: Galantino interviene d’intesa con Bergoglio?
Quando lo chiamò da Cassano allo Jonio, dove era vescovo da poco più di due anni, Papa Francesco scrisse una lettera ai fedeli della piccola diocesi calabra “come chiedendo il permesso” spiegando che “per una missione importante” aveva bisogno che Galantino andasse a Roma “almeno per un periodo”.
Era il tempo in cui la frattura tra Bergoglio e Bagnasco sembrava davvero insanabile e il ricambio ai vertici della Cei sembrava immediato.
Cosa che poi è avvenuta soltanto in parte con l’ex segretario, monsignor Mariano Crociata, spedito come vescovo a Latina, e il cardinale Angelo Bagnasco confermato fino al 2017.
In più occasioni pubbliche Galantino ha affermato di essere il rappresentante della Cei, ruolo che però spetta al presidente della Conferenza episcopale italiana e non al segretario generale a cui compete la gestione degli uffici.
Nessuno ricorda, tra gli ultimi predecessori del presule pugliese, Crociata, Giuseppe Betori, Ennio Antonelli e Dionigi Tettamanzi, tutti divenuti cardinali a eccezione del primo, toni così duri nei confronti della vita politica del Paese.
Con l’avvento di Bergoglio sulla cattedra di Pietro, il “ruinismo”, ovvero gli ‘interventi’ della Chiesa nella vita politica italiana, vengono sempre più spesso giudicati negativamente.
Dei 16 anni in cui Ruini è stato presidente della Cei rimangono indelebili, infatti, le sue forti prese di posizione in favore dei cosiddetti “valori non negoziabili”, espressione per niente amata da Papa Francesco.
Non a caso in queste settimane il presidente della Cei è rimasto a lungo in silenzio dinanzi al susseguirsi delle polemiche di Salvini con Galantino.
Un silenzio percepito dall’episcopato italiano come indicativo di una totale mancanza d’intesa non tanto sui contenuti, ma sui modi aspri dello scontro.
Tra i vescovi del Paese non c’è mai stato nessun gradimento per il segretario della Cei e soprattutto per la manovra papale con la quale è stato imposto ai danni di Crociata. Ne è stato più volte un eloquente segnale il fatto che il predecessore di Galantino, dopo la defenestrazione decisa da Bergoglio, abbia ottenuto i voti dall’assemblea della Cei per essere eletto vicepresidente dell’area Centro della Chiesa italiana.
Il segno di un episcopato che non si sente rappresentato da Galantino, ma che in fondo non è ancora entrato in sintonia con un Papa che a ogni assemblea della Cei non manca di dare le sue sferzate.

Francesco Antonio Grana
(da “il Fatto Quotidiano”)

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JA BUANA! E LA STAMPA SI GENUFLETTE ALLA MERKEL

Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile

LA VISITA DELLA CANCELLIERA A EXPO’ E GLI EPICI RESOCONTI

Diversamente dai garruli politici italiani, Angela Merkel parla solo quando ha qualcosa da dire.
L’altro ieri, in visita privata all’Expo di Rho, non aveva nulla da dire e infatti nulla ha detto, a parte i soliti sorrisi, strette di mano e frasette di cortesia (“l’Expo mi piace”,“Italia very good”) per il paese ospitante e i suoi rappresentanti, ampiamente prevedibili e catalogabili alla voce “diplomazia”.
Per evitare equivoci, non si è neppure detta “colpita e impressionata dalle riforme italiane”, la frase standard che ripete macchinalmente dal 2005 al premier italiano di turno (Prodi, Monti, Letta e Renzi, con la comprensibile eccezione di B.).
Ma la stampa più provinciale del mondo, la nostra, è riuscita ugualmente a trasformare quella passeggiata senz’alcun peso politico in un evento epocale, anzi in una svolta storica.
Repubblica: “Migranti, l’aiuto di Merkel a Renzi”,“Emergenza migranti, la Merkel volta pagina: ‘Si muova tutta la Ue’. Ok alle riforme italiane’”.
Corriere della Sera: “Merkel all’Expo: bene l’Italia”, “La sintonia Merkel-Renzi”. L’Unità : “Renzi-Merkel a Expo: superiamo l’austerità ”, “Immigrazione, Merkel apre a una soluzione europea”.
Il resto lo fanno i cronisti al seguito, che appena vedono uno che non parla italiano diventano un incrocio fra gli scolaretti tremolanti all’esame di terza media e Totò e Peppino davanti al vigile di piazza Duomo, scambiando le cose più normali per avvenimenti di portata mondiale.
Stavolta li ha molto colpiti un fatto eccezionale: la Cancelliera “passeggia stanza dopo stanza, ascoltando le spiegazioni di Sala” (Corriere).
Evidentemente s’aspettavano di vederla incedere fra i padiglioni a bordo di un panzer della Wehrmacht sparacchiando a destra e a manca o sorvolare l’esposizione universale su un cacciabombardiere della Luftwaffe sganciando siluri qua e là .
Niente di tutto questo: “Angela” cammina proprio con i suoi piedi e addirittura ascolta con le sue orecchie, “interessata a quello che vede” (con i suoi stessi occhi, che — per la cronaca — sono due, proprio come i nostri).
Chi l’avrebbe mai detto. Del resto è “Una Frau alla mano”, titola il Corriere citando una turista che le ha stretto la mano, contandosi poi le dita e scoprendo che gliele aveva lasciate tutt’e cinque.
Ma la frase storica destinata a lasciare il segno nei millenni a venire è un’altra, captata ancora dal Corriere: “Gli italiani sono molto bravi”. Qui il cronista gonfia il petto di giusto orgoglio patriottico.
Già  abbiamo scongiurato il pericolo che la Merkel dicesse “siete un popolo di merda”, e non è poco.
Ma soprattutto si temeva che,al Padiglione Italia, estraesse dalle tasche del tailleur bianco-azzurro qualche perlina colorata da gettare alla folla o da regalare a Renzi e signora, come i colonialisti del ‘7-‘800 con i pigmei dell’Africa Nera,e invece niente, nemmeno un pezzo di vetro o una caramella mou. Sospiro di sollievo.
Ce n’è abbastanza per magnificare la “sintonia ormai totale” (Corriere), il “feeling rafforzato” fra Angela e Matteo che “l’ha corteggiata alungo”(l’Unità ),la grande“aspettativa che c’è nei confronti del lavoro del governo” (il ministro Martina, per il resto impegnato — assicura il Giornale     — a “sfruttare la sua altezza per regolare il traffico”).     Se ancora tutto ciò vi sembra poco, sentite Dario Di Vico, del Corriere: “Con un pizzico di ironia potremmo chiamarlo il patto del Decumano, il lungo corridoio centrale dell’Expo”.
Un “asse preferenziale” destinato a soppiantare il famigerato Roma-Berlino-Tokyo: il Pontassieve-Berlino-Rho.
Un asse “iniziato dopo le Europee 2014, quando Roma diede via libera ai commissari Ue voluti da Berlino” e “proseguito fino alla crisi greca quando il premier italiano è stato attentissimo a non prendere mai le distanze da Berlino”.
Più che un asse, una genuflessione a 90 gradi: signorsì signora, si buana, ja frau.
Ora però “un vero patto del Decumano ha bisogno che la Ue ci permetta di fare un po’ di deficit spending” per non aumentare le tasse, anzi di più, per tagliarle e regalare miliardi a tutti. E figuriamoci se non l’otterremo da una frau così “alla mano”.
Del resto Angela e Matteo “hanno concordato che l’Europa non può essere la fortezza del rigore e dell’austerità , ma la frontiera dell’innovazione” e Renzi “considera una vittoria l’aver convinto la Merkel a ‘europeizzare’ l’emergenza umanitaria” degli sbarchi: lei non ha detto nulla di tutto questo, ma l’ha fatto sapere una velina di Palazzo Chigi riportata paro paro da tutti i giornali, dunque dev’essere senz’altro vero. Così com’è assodato che la Markel ancora si sbudella per una battutona di Renzi: “Ferma un attimo Angela che do un’occhiata allo spread”. Da pisciarsi sotto.
Nulla trapela invece, almeno ufficialmente, sull’a u m e nto vertiginoso del girovita del nostro premier che, a parte il triplo mento, dalle foto pare aver ingoiato un capodoglio di traverso.
Ma sembra che la prosperosa Cancelliera l’abbia apprezzato, come segnale di solidarietà  italo-tedesca, oltrechè come rassicurante auspicio per la crescita: se quella del bilancio pubblico resta incerta intorno allo +0,2, quella della bilancia privata è in piena espansione verso un rotondo 2,0 più che congiunturale.
Un turista romano di passaggio avrebbe commentato: “A Matte’, se vede che sei stato dar dietologo. E che te lo sei magnato”.
Manca però la conferma di Palazzo Chigi, quindi la stampa ha patriotticamente sorvolato.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A EIKE SCHMIDT: “UN ONORE ESSERE DIRETTORE DEGLI UFFIZI DI FIRENZE”

Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile

“SI’ ALL’AFFITTO DELLE SALE PER EVENTI PRIVATI DI LIVELLO”… “COLLABORAZIONE COI SINDACATI, CI SONO ANCHE IN MINNESOTA”

“Un museo unico, uno dei cinque più importanti al mondo”. Il nuovo direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, non nasconde la gioia e l’orgoglio per la nomina, pronto a portare a Firenze la sua esperienza da direttore del dipartimento di scultura del Minneapolis Institute of Arts.
Con un’idea in testa: “affittare a privati alcune sale del museo, o concederle per eventi agli sponsor che finanziano un restauro. Si può fare anche agli Uffizi”.
In un’intervista al Corriere della Sera, Schmidt ricorda che “succedeva anche nel Settecento o Ottocento, quando Firenze era una capitale, per le visite di Stato: è una pratica che ha radici storiche. E comunque serviranno dei criteri: non darei mai ai privati spazi come la sala della Tribuna”.
Tedesco di Friburgo, Schmidt si dice un ammiratore del suo predecessore, Antonio Natali, tanto che, sostiene, l’unica cosa che lo preoccupa è “essere all’altezza di chi mi ha preceduto”.
Sul suo nuovo incarico dice che “va portato a termine il progetto dei ‘Nuovi Uffizi’, cominciato anni fa”, perchè “l’edificio così com’è non è adatto per il turismo di massa”.
E va riequilibrato l’afflusso dei visitatori, “concentrato sugli Uffizi, mentre spesso ci sono sale vuote a Palazzo Pitti e al Giardino di Boboli”.
La cosa fondamentale, sostiene, “è migliorare l’esperienza del visitatore”, e pensa alla possibilità  di rendere possibile la fruizione di contenuti multimediali direttamente sui cellulari dei visitatori.
“Spero di essere giudicato per i fatti”, dice poi a ‘Repubblica’ il nuovo direttore degli Uffizi.
“Mi rendo conto che questa unione di competenze rappresenti un cambiamento radicale in Italia, ma è la direzione verso la quale stanno andando tutti i musei del mondo”.
Sui suoi piani, “è presto per entrare nei dettagli. Sicuramente potenziare Palazzo Pitti, che deve avere più visibilità  e più tutela. Ma il mio sarà  un lavoro nel solco delle cose già  fatte, e al tempo stesso nello spirito della riforma”.
Schmidt non teme il boicottaggio o la resistenza dei sindacati. “Anche in Minnesota ci sono sindacati molto forti, sono abituato: si tratta solo di lavorare insieme per trovare le soluzioni migliori”.

(da “Huffingtonpost”)

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“CI SONO IMMIGRATI NEL TUO ASILO?”…”NO, CI SONO SOLO BAMBINI”

Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile

NIKLAS NON CONOSCE LA STUPIDITA’ E L’IGNORANZA DI TANTI ADULTI

Il piccolo Niklas conosce la risposta a una delle domande che dominano i dibattiti di tutto il mondo: la questione dell’immigrazione.
Hiphop.de ha realizzato insieme al rapper Fard un video sulla questione dell’integrazione dei migranti.
In realtà  al centro della scena sarebbe dovuto esserci il cantante, ma Fard a un certo punto ha chiesto l’opinione di un bambino, e l’ha fatto raccontare un po’ della sua vita e del suo asilo.
Alla domanda se nel suo asilo ci sono anche immigrati, Niklas risponde senza esitare: “No, ci sono solo bambini!”
La pagina hiphop.de ha pubblicato il breve video, commentando “l’Hip hop non conosce limiti! Rifletteteci. Le persone sono tutte uguali.”
Tanto di cappello, Niklas.

(da “Huffingtonpost”)

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LA SUPERLOBBY DEL LOTTO: UNA GUERRA DA 3,5 MILIARDI

Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile

POLLARI, L’EX CAPO DEI SERVIZI, BLOCCA LA GARA: “FATTA SU MISURA DEI SOLITI NOTI”… IL GOVERNO: “NON TI INTROMETTERE”

La posta in gioco è un affare da 3,5 miliardi di euro, destinato nei prossimi nove anni a sostenere i bilanci di Lottomatica, una delle aziende lobbisticamente più forti in Italia.
Stavolta però a insinuare che il bando di gara per la concessione del Lotto sia fatto su misura per chi controlla da 22 anni il lucroso business non è un focoso oppositore del governo Renzi.
È sceso in campo niente meno che il Consiglio di Stato, facendo esplodere sotto Ferragosto uno scontro istituzionale senza precedenti.
Nel ruolo di guastatore c’è il consigliere di Stato più famoso d’Italia, l’ex capo dei servizi segreti Nicolò Pollari.
Con apparente ingratitudine per Matteo Renzi — che il 4 giugno scorso ha confermato il segreto di Stato sui dossieraggi per i quali i giudici di Perugia devono decidere a settembre sul rinvio a giudizio dello stesso Pollari e del suo ex braccio destro Pio Pompa — l’ex direttore del Sismi ha tirato un calcione alla gara del Lotto.
E il ministero dell’Economia ha deciso una risposta durissima: il sottosegretario Pier Paolo Baretta, che ha la delega ai Giochi, sta limando una lettera con cui accuserà  Pollari e il Consiglio di Stato, di un abuso di potere.
La legge prevede per i bandi di gara su concessioni per“giochi pubblici” il parere obbligatorio del Consiglio di Stato.
Il ministero dell’Economia lo ha chiesto e la seconda sezione del Consiglio di Stato l’ha formulato il 10 luglio.
Il documento, firmato dall’estensore Pollari, è arrivato sulla scrivania di Baretta il 7 agosto, 28 giorni dopo, benchè dal Consiglio di Stato al ministero di via XX settembre si impieghino, secondo Google Maps, 36 minuti a piedi e 14 in auto blu.
Il contenuto è severo, la conclusione è esplosiva: “Si sospende l’emissione del richiesto parere, in attesa delle precisazioni e/o degli adeguamenti indicati in motivazione”.
Tradotto: se il governo non si adegua il parere non lo diamo, e la gara non si fa.
Il governo però ha fretta. Vuol chiudere la gara entro l’anno perchè ha già  messo in preventivo per il 2015 l’incasso di 350 milioni, la metà  della base d’asta di 700 milioni per la concessione. La posizione del ministero dell’Economia guidato da Pier Carlo Padoan è netta: il parere del Consiglio di Stato è obbligatorio ma non vincolante, quindi i giudici amministrativi, in questo caso nella funzione costituzionale di “consulenza” e non di “giurisdizione”, non possono subordinare il parere all’arrivo di precisazioni convincenti da parte del governo.
Nei prossimi giorni Baretta scriverà  a Pollari nel merito delle obiezioni, annunciandogli nei saluti che il governo considera acquisito il parere del Consiglio di Stato e che la gara partirà  senza indugi.
Insomma, per il governo l’ex capo dei Servizi segreti potrà  incorniciare la sospensiva e appendersela in salotto.
Scontro istituzionale a parte, rimane la bomba innescata da Pollari. Per una beffa della storia, l’uomo che cinque governi consecutivi (Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi) hanno difeso a colpi di segreto di Stato porta alla pubblica discussione uno dei segreti più sacri per tutti i politici di governo: gli affari di Lottomatica, che nel frattempo si è trasferita a Londra e si chiama Igt.
La società  del gruppo De Agostini ha la concessione del lotto da 22 anni.
Sarebbero stati due contratti da nove anni, ma a un certo punto gli abili legali della società  si sono attaccati a un cavillo per   sostenere che l’inizio     formale della concessione andava post-datato di 4 anni.
Hanno chiesto un collegio arbitrale per il quale Lottomatica ha designato l’ex ministro socialista Angelo Piazza, il ministero dell’Economia l’ex parlamentare Ernesto Stajano.
I due avvocati chiamati a incrociare le lame giuridiche erano soci in affari. Cose che capitano e non sia mai detto che il dettaglio abbia favorito la vittoria di Lottomatica.
In Italia, quando si parla di giochi e scommesse, l’attenzione è sempre abilmente attirata sulla piaga della ludopatia e sul gioco illegale.
Pochi si occupano dei profitti di Lottomatica, azienda cara ai politici di ogni colore, finanziatrice di primi ministri e peones.
Esemplare ilcaso di Alberto Giorgetti,deputato berlusconiano e sottosegretario con delega ai Giochi nel governo Berlusconi e in quello Letta.
L’anno scorso, appena persa la poltrona, annunciò le dimissioni da deputato per farsi assumere da Lottomatica.
Travolto dalle polemiche, ritirò le dimissioni. Nel luglio scorso ha ottenuto la vicepresidenza della commissione Finanze, che si occupa anche di giochi e lotterie.
Lottomatica, senza che nessuno batta ciglio, incassa un aggio del 6% su ogni giocata al lotto, cosicchè negli ultimi nove anni, a fronte di giocate complessive per 55,5 miliardi ha portato a casa 3,5 miliardi.
Nel bilancio 2014 del gruppo Igt, risultato dell’espansione internazionale decisa da De Agostini per investire i soldi guadagnati in Italia, su 3 miliardi di ricavi, 1,7 sono fatti in Italia, ma su 567 milioni di risultato operativo ben 543 provengono dagli affari con il distratto governo italiano, che non sembra accorgersi del dato più inquietante.
Nel 2006, primo anno dell’ultima concessione novennale, le giocate sono state 6,6 miliardi come nel 2014, quindi Lottomatica ha incassato nel primo come nell’ultimo anno circa 400 milioni di aggio.
Invece le entrate dello Stato, a parità  di volumi giocati, sono scese da 2 miliardi del 2006 a 1,1 del 2014, con una flessione secca del 45 per cento.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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COPPIA DELL’ACIDO: LEGGE E SPROLOQUI

Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile

LE DOMANDE DA PORSI

Migliaia di persone ne hanno esperienza diretta: la procedura per adottare un bambino è micidiale.
Analisi dello stato sociale e patrimoniale della coppia, visite psichiatriche, indagini di assistenti sociali, controllo sull’idoneità  dell’abitazione nella quale vivrà  il bambino; la durata dell’istruttoria non è mai inferiore all’anno e spesso arriva a due.
La serietà  dell’intento dei futuri genitori è alla fine provata dalla loro resistenza a questa ossessiva burocrazia ben più che dai risultati eventualmente favorevoli dell’indagine.
E tuttavia sono pochi quelli che criticano questa procedura; la si ritiene necessaria per garantire al bambino la famiglia migliore possibile, quella che, tra più che lo vorrebbero, sembra essere certamente idonea.
L’interesse del minore lo esige, questa la spiegazione corrente.
Ed è probabilmente giusta, anche se un po’ di sano realismo e conseguente semplificazione della procedura non guasterebbero.
Questa priorità  sembra inspiegabilmente vanificarsi quando si tratta di decidere il destino del bambino irresponsabilmente concepito dalla“coppia dell’acido”, Levato e Boettcher che, da dietro le sbarre, protestando sviscerato amore, ne richiedono accoratamente l’affidamento l’una e la possibilità  di riconoscere il bambino l’altro.
Si tirano in ballo i diritti genitoriali, il legame indissolubile madre-figlio, l’essenzialità  della figura paterna, retorica sparsa a piene mani. E c’è anche chi la sostiene.
L’agente Betulla, sul Corriere della Sera dove scrive con il nome di Renato Farina, straparla di ciò che non sa, tipo una dissennata teoria su leggi non scritte che vengono prima dei codici.
E don Mazzi che si candida come ospite della madre e del bambino, che accusa il pm di essersene “lavato le mani e di aver applicato le normali procedure” e che non chiarisce quali avrebbe dovuto applicare (magari quelle suggerite per l’occasione appunto dall’agente Betulla).     Che questi sproloqui da fuori di testa (l’espressione è dello stesso don Mazzi che si attribuisce tale qualità , sia pure dubitativamente) arrivino da persone che della responsabilità  e della prudenza non hanno necessità  di farsi carico infastidisce ma non sgomenta.
Farina scriverebbe qualsiasi cosa pur di delegittimare la magistratura; e don Mazzi sottomette logica ed esperienza a una convinzione cocciuta — “non credo nella cattiveria” — che nemmeno la fede può giustificare.
Ma che posizioni del genere vengano fatte proprie — sia pure parzialmente — da chi ha il dovere di valutare tutti — tutti — gli interessi in gioco sgomenta non poco.
Questa la storia.
Il pm Fiorillo chiede al Tribunale dei minori di aprire una procedura per dichiarare lo stato di abbandono del bambino nato dalla coppia Levato-Boettcher.
Questi sono stati condannati a 14 anni di reclusione (con rito abbreviato; sarebbero stati 21) per aver cagionato gravi lesioni a tre persone.
La storia è nota, caratterizzata da perversioni inimmaginabili.
Sussistendo la rilevante probabilità  che vengano dichiarati inidonei alla genitorialità , il pm dispone che il bambino venga, immediatamente dopo il parto, allontanato dalla madre onde impedire fin dall’inizio il formarsi di un legame che sarebbe di obiettivo ostacolo alla futura adozione.
Ma la decisione spetta al Tribunale dei minori. Che apre il procedimento (non potrebbe farne a meno) ma dispone che la Levato possa vedere il bambino una volta al giorno.
Le cautele considerate indispensabili dal pm tali non sono sembrate al Tribunale.
Più di una critica argomentata, valgono le seguenti domande.
Persone della levatura morale e intellettuale quali Levato e Boettcher danno un minimo di ragionevoli aspettative quanto a ravvedimento e maturazione?
L’interesse del bambino sarebbe più tutelato da un immediato affidamento a una coppia che potrebbe riceverlo appena nato; ovvero si può ragionevolmente ritenere che affidarlo alla madre, nonostante lo stato di detenzione e le tare psicologiche della medesima, non pregiudichino detto interesse?
Esiste la possibilità  che lo sviscerato amore esibito dalla Levato e il senso di responsabilità  evidenziato dal Boettcher siano funzionali a promuoversi presso i giudici dell’Appello al fine di ridurre la percezione delle loro perversioni e ottenere dunque una riduzione di pena?
Infine, ma basterebbe questa, se si trattasse di affidare un bambino in adozione, prendereste in considerazione —in alternativa a una coppia normale — la coppia dell’acido?

Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano“)

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