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MESSINA, INQUISITI 12 CONSIGLIERI COMUNALI: INTASCAVANO IL GETTONE SENZA PARTECIPARE AI LAVORI

Novembre 12th, 2015 Riccardo Fucile

ASSENTEISTI IN COMMISSIONE, FINGEVANO LA PRESENZA, DANNI PER UN MILIONE DI EURO

Dovranno firmare nell’ufficio della Polizia municipale a Palazzo Zanca un minuto prima dell’inizio e un minuto dopo la fine dei lavori della commissione di cui fanno parte.
E’ una sorta di Daspo per i consiglieri comunali quello firmato dal giudice delle indagini preliminari del tribunale di Messina Maria Militello che ha accolto la richiesta del procuratore aggiunto Barbaro a conclusione dell’inchiesta sulla gettonopoli messinese che solo nel 2014 è costato alle casse del Comune di Messina quasi un milione di euro.
Ecco i nomi degli inquisiti: Carlo Abbate (Pd), Pietro Adamo (Movimento Siamo Messina), Pio Amadeo (Movimento Articolo 4), Angelo Burrascano (Il Megafono-Lista Crocetta), Giovanna Crifò (Forza Italia), Nicola Salvatore Crisafi (Ncd), Nicola Cucinotta (Pd), Carmela David (Udc), Paolo David (capogruppo Pd), Fabrizio Sottile (Movimento Siamo Messina), Benedetto Vaccarino (Pd) e Daniele Santi Zuccarello (Movimento progressisti democratici).
Il record della permanenza-lampo in commissione è del capogruppo Pd Paolo David che ai lavori è riuscito a partecipare per soli venti secondi.
E alcune conversazioni intercettate dalla Digos non lasciano spazi a dubbi sulla condotta dei consiglieri assenteisti: “Io voglio questo c…di indennità . A me di fare le commissioni non me ne fotte niente, io voglio solo l’indennità “.
L’inedito provvedimento “cautelare” è stato firmato dal giudice nei confronti di dodici consiglieri comunali indagati per truffa, abuso d’ufficio e falso ideologico.
Secondo la Digos, che ha condotto le indagini con l’ausilio di telecamere piazzate all’interno del Comune, sarebbero loro i principi della truffa che, grazie alle false partecipazioni a ben 39 sedute di commissioni consiliari al mese, consentiva ai consiglieri di incassare l’indennità  massina aggiuntiva di 2.184 euro al mese. Nonostante, dopo l’esplosione dello scandalo dei gettoni di presenza, il consiglio comunale di Messina avesse dimezzato il compenso, da 100 a 54 euro, a seduta, i consiglieri non avevano avuto esitazione a segnarsi presenti nel numero massimo di sedute consentite per garantirsi l’indennità  aggiuntiva.
E così, la più parte di loro, entravano a Palazzo Zanza, firmavano la presenza e andavano via senza neanche attendere l’inizio dei lavori o dopo pochi minuti.
E dall’enorme numero di sedute di commissione venivano partoriti pochissimi provvedimenti che poi approdavano in aula.

Alessandra Ziniti
(da “la Repubblica”)

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SOLDI E POTERE, IL MISTERO DELLA FIGLIA DI PUTIN

Novembre 12th, 2015 Riccardo Fucile

I SEGRETI DELL’EREDE DEL LEADER, AL CENTRO DI AFFARI MILIARDARI

Carine, ricche, brillanti e molto discrete, praticamente invisibili.
Forse è proprio per questa ostentata distanza da telecamere e riflettori che Katerina e Maria, figlie legittime di Vladimir Putin e della altrettanto discreta ex moglie Ljudmila, sono ormai un tormentone periodico che appare e scompare sui media internazionali con le rituali infastidite smentite del Cremlino e gli inevitabili inviti al rispetto della privacy.
Le smentite di ieri riguardano in particolare Katerina, figlia minore, 28 anni. Un’inchiesta della Reuters aveva infatti confermato quello che le malelingue di Russia danno per scontato da un anno.
Katerina sarebbe la stessa persona nominata improvvisamente vice rettore della prestigiosa università  Lomonosov di Mosca e incaricata di gestire la creazione della “Mgu valley”, il parco dell’innovazione tecnologica della capitale con un budget che supererebbe il miliardo di dollari.
La tesi, sostenuta da giornalisti di opposizione come Oleg Kashin o da blogger noti e dissidenti come Aleksej Navalnyj si regge soprattutto sullo pseudonimo usato dalla signora: Katerina Tykonova.
Cioè il cognome della nonna materna di Katerina Putina. Con lo stesso nome d’arte la figlia del Presidente avrebbe partecipato sotto copertura a competizioni dello sport che predilige: la danza acrobatica sul ghiaccio.
A confermare la tesi alla Reuters ci avrebbe pensato nientemeno che il vicepresidente del colosso di Stato Gazprombank, Andrej Akimov, con dichiarazione incisa sui registratori dei cronisti britannici.
Il fatto che la figlia di cotanto padre possa accedere ad incarichi così prestigiosi senza averne i titoli e maneggiando un fiume di denaro pubblico non piace alla gente. Proprio per questo dopo qualche ora di imbarazzo il portavoce del Presidente ha smentito seccamente: “Akimov ha detto di essersi confuso e di essere stato male interpretato. E dunque smentisco. Il resto, la vita privata della figlia di Putin, non è affare di mia competenza”.
In realtà , quello che ha dato fastidio al Cremlino è la ricostruzione della situazione patrimoniale di Katerina che se la passerebbe molto meglio del padre.
Con il cognome vero ha sposato un milionario come Kirill Shamalov, figlio di Nikolaj Shamalov vecchio amico e socio di Putin dai tempi in cui, insieme ad altri amici pietroburghesi fondarono la “cooperativa edilizia del Lago”, il primo e ufficialmente unico investimento di Putin poco prima di cominciare la sua inarrestabile ascesa politica.
Sarà  una coincidenza ma Shamalov, che possiede case lussuose in Europa e in Russia, oltre a una villa milionaria a Biarritz, ha incrementato di recente il suo impero grazie all’acquisto di gran parte delle quote di Gunvor, società  che ha gestito per anni la vendita di tutti gli idrocarburi russi.
A vendergli le quote è stato l’oligarca Gennadij Tymchenko, anche lui socio della mitica cooperativa del Lago, e considerato da molti oppositori il gestore del portafogli segreto di Putin.
Tymchenko, colpito dalle sanzioni americane, sta alleggerendo il suo impero economico e preferisce smistarlo all’interno di un giro di amici fidati.
Voci e illazioni che fanno dire a Navalnyj: “Siamo nel classico caso della casta di potere che si arricchisce di denaro pubblico”.
Lo dice da anni ma nessuno ha mai trovato prove incriminanti.
Così come è più difficile trovare qualcosa di sospetto nella vita ancora più ritirata di Maria Putina, 30 anni, sorella maggiore di Katerina.
Medico endocrinologo, sposata anche lei a un uomo d’affari molto ricco, Jorrit Joost Faassen.
Ha scritto un saggio sull’arresto della crescita idiopatica nei bambini. E si fa notare per progetti milionari di beneficenza con l’Alfa Bank dell’oligarca Mikhail Fridman. Nessuno tra figlie, generi e consuoceri del Presidente, commenta la ricostruzione dei propri affari.
Maria e Katerina Putina preferiscono restare al riparo e invisibili.

Nicola Lombardozzi
(da “La Repubblica“)

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IL PERSONAGGETTO

Novembre 12th, 2015 Riccardo Fucile

PERCHE’ IL BUGIARDO DE LUCA DEVE ANDARE A CASA

Prima di domandarsi perchè Vincenzo De Luca non si è ancora dimesso da governatore della Campania, bisognerebbe chiedersi come ha potuto diventarlo. Perchè le risposte alle due domande sono strettamente collegate: De Luca non può fare il presidente della Regione, ma nemmeno il bidello in una scuola, perchè la sua condanna in primo grado per abuso d’ufficio lo rende incompatibile con qualsiasi incarico pubblico.
Cio nonostante il Pd gli permise di candidarsi alle primarie per correre a una carica che non avrebbe potuto ricoprire, lanciando il devastante messaggio che le leggi non contano e tutto si aggiusta.
Sarebbe bastato fermarlo subito, e l’ennesimo scandalo che terremota la politica campana e nazionale non esisterebbe.
Invece, quando De Luca vinse le primarie, Renzi gli permise di rappresentare il partito del governo alle elezioni regionali.
De Luca imbarcò di tutto nelle liste fiancheggiatrici, anche gli amici di Cosentino e del clan dei Casalesi, e il Pd zitto.
Quando il Fatto e Roberto Saviano denunciarono in beata solitudine le sue liste alla Gomorra, De Luca insultò il Fatto e Saviano, e il Pd zitto.
E quando Rosy Bindi, com’era suo dovere di presidente della commissione Antimafia, pubblicò l’elenco dei condannati in primo grado o invia definitiva nelle liste del centrodestra e del Pd, Renzi in persona l’attaccò per aver inserito anche De Luca (che ci stava a pieno titolo, essendo stato condannato in primo grado per abuso d’ufficio, oltrechè salvato dalla prescrizione da una condanna per smaltimento abusivo di rifiuti e imputato in altri tre processi per gravi reati) e sciolse i suoi dobermann ad azzannarla.
E quando De Luca vinse anche le Regionali, il Pd gli permise di insediarsi su una poltrona dove non avrebbe potuto sedere, perchè — disse autorevolmente Renzi, nelle sue vesti di segretario del Pd — si sarebbe trovata “una soluzione”.
Infatti, nelle sue vesti di premier, tentò di varare un decreto “interpretativo” per cambiare verso alla legge Severino di per sè chiarissima e non interpretabile.
Poi gli spiegarono che avrebbe commesso un abuso d’ufficio e allora, obtorto collo,il 27 giugno firmò il decreto che sospendeva De Luca da governatore per 18 mesi, ma subito avvertì che era possibile un ricorso per sospendere la sospensione da lui stesso decretata.Traduzione:le leggi per i nemici si applicano e per gli amici si interpretano.
Il 22 luglio fu il Tribunale civile di Napoli a trovare “una soluzione”: una sentenza à  la carte che prendeva sul serio il ridicolo ricorso del personaggetto, lo lasciava al suo posto e rinviava alla Consulta una legge chiarissima e legittimissima come la Severino (l’ha confermato la stessa Consulta il 21 ottobre, respingendo il ricorso del sindaco di Napoli Luigi De Magistris), peraltro in vigore per gli amministratori locali arrestati o condannati fin dal lontano 1990.
Ora si scopre che la “soluzione” l’aveva agevolata De Luca, o chi per lui.
Alla maniera classica: promettere o fare favori a Guglielmo Manna, marito della giudice relatrice Anna Scognamiglio, tramite il capo-segreteria del governatore Nello Mastursi, perchè la sentenza non fosse secondo giustizia, ma secondo De Luca.
Il governatore si difende scajolianamente con l’“a mia insaputa”: se la giudice ha minacciato una sentenza negativa e il suo segretario ha promesso qualcosa al di lei marito, lui non ne sapeva nulla.
Se anche le cose stessero così, De Luca se ne dovrebbe andare di corsa, perchè il segretario se l’è scelto lui, e se l’è tenuto anche dopo che prese a calci un giornalista molesto in campagna elettorale, e soprattutto Mastursi ha agito nel suo interesse.
Si chiama “culpa in eligendo”, e anche “in vigilando”.
Ma c’è di più: lo scandalo che l’ha portato — per l’ennesima volta — sul registro degli indagati per concussione è noto a DeLuca dal 29 ottobre, quando il suo braccio destro Mastursi ha subìto una perquisizione della Squadra Mobile per ordine della Procura di Roma e ha ricevuto il relativo decreto in cui c’è scritto che, insieme con lui, sono indagati il governatore, la giudice, il di lei marito e alcuni intermediari.
Mastursi lunedì si è dimesso, sostenendo di essere un po’ stanchino.
De Luca, dopo aver taciuto l’indagine a proprio carico per dieci giorni, ha coperto per due la maxi-balla del segretario e l’ha rilanciata, spiegando che il suo fedelissimo neo indagato e perquisito se n’era andato “per ragioni personali” e ringraziandolo molto a nome della Regione “per la collaborazione e il lavoro intensissimo di questi mesi”.
Nemmeno una parola sull’indagine a carico di Mastursi e di se stesso fino all’altroieri sera, quando i giornalisti hanno scoperto la notizia, ormai pubblica come il decreto di perquisizione.
Quindi De Luca, nella migliore delle ipotesi, ha mentito agli italiani, e su una questione un po’ più seria degli scontrini dei pranzi, delle cene e dei vini di Ignazio Marino.
Eppure il premier e il Pd, così fulminei nel pretendere la testa del presunto bugiardo Marino (non ancora indagato) e le dimissioni davanti al notaio di tutti i suoi consiglieri comunali, sul sicuro bugiardo De Luca (indagato, e per corruzione di un giudice) non dicono e non fanno nulla.
Cioè lo lasciano su una poltrona che per legge non potrebbe occupare e che, per giunta, la pur prudentissima Procura di Roma sospetta essere stata comprata con tangenti giudiziarie.
Chissà  che altro deve succedere perchè De Luca se ne vada a casa: forse Renzi aspetta che il personaggetto scivoli sullo scontrino di una sfogliatella o di un babà .
Quello sì sarebbe uno scandalo.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IMBARAZZO CINQUESTELLE: A SEDRIANO IN LISTA AMICO DI FAMIGLIA MAFIOSA

Novembre 12th, 2015 Riccardo Fucile

“FACCIA UN PASSO INDIETRO”…QUANDO IL M5S IN CITTA’ DIFENDEVA LA GIUNTA SCIOLTA PER INFILTRAZIONE MAFIOSA

“Non giudico mai la vita privata degli altri nè le frequentazioni, che non vogliono dire nulla. Certo se l’avessi saputo prima, avrei messo ai voti la sua candidatura. Però ha consegnato, come tutti, il certificato penale e problemi non ce ne sono. Comunque, io sono il garante della legalità  per il mio gruppo”.
Tradisce un leggero imbarazzo Angelo Cipriani, militare della Guardia di finanza e candidato sindaco del Movimento 5 Stelle a Sedriano, il primo comune della Lombardia sciolto per mafia.
Che il 15 novembre va al voto, con i ‘grillini’ dati per favoriti.
Ma nella lista spicca un nome che rischia di diventare ingombrante. E’ quello di Gabriele Panetta, classe 1965, calabrese. Al quale il senatore Luigi Gaetti, vicepresidente ‘grillino’ della Commissione Antimafia al Senato, sentito da ilfattoquotidiano.it, chiede di valutare l’opportunità  “di un passo indietro a tutela di tutti”
IL CANDIDATO INSIEME AL BOSS ASSASSINATO AL BAR.
Panetta arriva al nord da ragazzo e, dopo qualche anno a Garbagnate Milanese, si trasferisce a Bareggio, dove conosce Rocco Musitano, capo dell’omonima famiglia mafiosa.
Il 23 marzo del 1983 il boss della ‘ndrangheta esce dal bar ‘Jesi’ di via Manzoni, si dirige all’ingresso del vicino Luna Park, saluta Panetta e sale sulla sua A112.
Percorre pochi metri, quando un’auto lo affianca e un uomo gli scarica addosso una raffica di mitra, mentre un altro scende e lo finisce con due colpi alla testa, esplosi da una calibro 38.
Panetta è giovanissimo, ancora non ha compiuto 18 anni. I carabinieri lo interrogano come testimone e non sarà  mai indagato. Il suo nome finisce nelle carte dell’inchiesta Nord-Sud, uno dei primi maxiprocessi degli anni Novanta sulla ‘ndrangheta nel milanese, e la sua deposizione permette di ricostruire la dinamica di un omicidio che avviene in Lombardia, ma viene concepito in Calabria.
“Nel contesto della cosiddetta faida Musitano-Marando, che ebbe inizio — si legge nella sentenza della Corte d’Assise di Milano l’11 giugno del 1997 — con l’uccisione di Luigi Marando, avvenuta a Platì il 19 ottobre 1979 a opera di esponenti della famiglia Musitano per una questione di spartizione di illeciti proventi di una rapina. Il cadavere del Marando fu gettato in una discarica: gesto che provocò un maggior risentimento della famiglia, che decise di sterminare i Musitano”.
GAETTI (M5S): “IN CERTE SITUAZIONI MEGLIO FARSI DA PARTE”.
Ricorda Panetta: “Ero al bar con Rocco quella sera, come altre volte: giocavamo a carte e andavamo alle ‘giostre’. Venivo dalla Calabria e lo avevo conosciuto proprio perchè conterranei, non sapevo fosse mafioso”.
L’omicidio è uno choc per un ragazzo di 17 anni, una brutta storia che potrebbe finire quella notte. E invece no, perchè Panetta non smetterà  di avere rapporti con i Musitano, rapporti che ancora conserva.
Secondo alcuni sono di amicizia e frequentazione, secondo lui “solo di conoscenza”. Per il senatore Gaetti “c’è un problema di consapevolezza, al nord, rispetto ai fenomeni mafiosi. Nel Mantovano, la mia zona d’origine, la ‘ndrangheta sponsorizza feste, squadre di calcio e associazioni. Così si conquista la benevolenza sociale e si inserisce nel tessuto di un paese. E nel mio comune, Curtatone, gli amministratori avevano a che fare con costruttori calabresi poi arrestati. Si sono sempre giustificati dicendo di non sapere. Non conosco nei dettagli la questione di Sedriano”, continua il parlamentare M5s in Commissione antimafia, “ma credo che a volte un passo indietro sia la soluzione migliore. Non bastano i certificati penali, c’è una valutazione etica da svolgere, soprattutto per un movimento come il nostro che deve essere più pulito dell’acqua pulita. Un candidato può essere onesto, ma di fronte a certe situazioni gli si può chiedere di farsi da parte per il bene della lista e del suo paese. Non va vissuto come una colpa, ma come una tutela per tutti”.
“MAFIOSI? MI SEMBRANO PERSONE NORMALI”.
La famiglia Musitano, nel corso dei decenni, cambia più volte assetti. Oggi il ‘vecchio’ Bruno sembra essersi ritirato, lasciando campo libero ai figli Francesco detto ‘Ciccio’ (arrestato lo scorso luglio per traffico internazionale di droga) e Rocco. Panetta, che dice di non sapere allora chi fossero i Musitano, adesso lo sa?
“Mi sembrano persone normali, che lavorano. La mafia? Sì, ho letto qualcosa sui giornali. Ma mica vado a dire a uno ‘Tu sei mafioso’, perchè quello potrebbe pure rispondermi: ‘Fatti i cazzi tuoi’, no? I Musitano li conosco, perchè Rocco è quello delle ‘macchinette’ e poi andavo al Garden a comprare le piante”.
NEL COMUNE SCIOLTO EX SINDACO IMPUTATO PER CORRUZIONE.
Per ‘macchinette’ il candidato grillino intende la ‘Game Room’, piccola Las Vegas dell’Altomilanese, passata dai Musitano ai cinesi.
Qui Panetta, che di mestiere è un piccolo imprenditore, non va a giocare, bensì a lavorare. E’ lui a realizzare il restyling del locale fra stucchi e tinteggiature colorate, con tanto di foto pubblicate su Facebook: “Beh, mi hanno pagato, ho anche rilasciato la fattura”, chiarisce.
Per ‘Garden’, invece, si intende il vivaio di Aldo De Lorenzis, imparentato coi Musitano e considerato un prestanome dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Milano.
Il suo nome (non è comunque indagato) compare nell’ordinanza che l’11 ottobre del 2012 porta agli arresti dell’ex sindaco di Sedriano, Alfredo Celeste (Pdl).
De Lorenzis, infatti, riceve senza gara dall’amministrazione di centrodestra l’appalto per la manutenzione del verde cittadino, pur avendo un grosso debito nei confronti del comune. Per il Pubblico ministero Giuseppe D’Amico (che ha chiesto la condanna dell’ex sindaco a 3 anni e 6 mesi per corruzione) quell’appalto viene assegnato perchè “Celeste non poteva dire di no ai Musitano”.
QUANDO M5S DIFENDEVA LA GIUNTA “SCIOLTA”: “NON E’ COLLUSA”.
Il Garden è anche altro: qui, in un vivaio con annesso chiosco, il neonato Movimento 5 Stelle di Sedriano tiene le sue prime riunioni.
Per il candidato sindaco Cipriani “ci si sedeva a discutere, si beveva una birra, si pagava il conto e si andava a casa”.
Quando scoppia l’inchiesta sul voto di scambio politico-mafioso in Lombardia e i riflettori si accendono anche sul Garden, i grillini cambiano location. Ma sul tema delle infiltrazioni della ‘ndrangheta in comune saranno sempre timidi.
Anzi, il candidato sindaco e uno dei fondatori locali del movimento, Davide Rossi (nominato in una commissione dall’ex giunta Pdl), manifestano a più riprese la loro solidarietà  all’allora sindaco indagato e poi imputato: “Il Movimento 5 Stelle intende affermare che la giunta non è collusa con le mafie e non ha infangato il paese (…) Il riferimento a personaggi collusi è da orientare verso altre figure note alla cronaca per avere legami diretti con alcuni esponenti di dubbia moralità , che in maniera più che accertata nulla hanno a che vedere con la giunta comunale eletta”.
Questi “esponenti di dubbia moralità ” che non avrebbero “nulla a che fare” con gli eletti in Consiglio sono Eugenio Costantino (ritenuto un boss della ‘ndrangheta, condannato in primo grado a 16 anni per sequestro di persona a fini di estorsione, padre di Teresa, giovane ex consigliere comunale Pdl) e Marco Scalambra (imputato al processo politica-mafia, con richiesta di condanna a 6 anni e 6 mesi, marito di Silvia Fagnani, ex capogruppo Pdl).
LA SOLIDARIETA’ AL SINDACO CELESTE DOPO L’ARRESTO.
E ancora: “Alla giunta di Sedriano, qualora fosse necessario (crediamo non ce ne sia bisogno), intendiamo esprimere la nostra solidarietà  e cogliamo l’occasione per augurare buon lavoro”.
Il sindaco indagato ringrazia. E quando scadono gli arresti domiciliari, Celeste si sente al telefono con l’attuale candidato sindaco Cipriani, il quale non manca di commentare il colloquio davanti ai cittadini: “Pochi giorni fa ho sentito Celeste dopo la sua liberazione dai domiciliari. Ci ha fatto gli auguri per questa nostra prima uscita importante”.
E’ il 10 febbraio del 2013. Otto mesi dopo il comune di Sedriano viene sciolto per mafia. Alla manifestazione sulla legalità , in piazza, ci sono tutti i partiti politici. Tranne Forza Italia e il Movimento 5 Stelle.

Ersilio Mattioni
(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’INVASIONE NON C’E’ MAI STATA: ARRIVATI IN ITALIA 15.000 PROFUGHI IN MENO RISPETTO AL 2014 E 5.000 SONO STATI GIA’ RIMPATRIATI

Novembre 12th, 2015 Riccardo Fucile

MENO IN ITALIA, PIU’ IN EUROPA: I PROFUGHI HANNO CAMBIATO ROTTA

E adesso che è cambiato tutto, il bilancio dell’Italia è sorprendente.
Nonostante tutto il Paese ha retto, le misure e le iniziative prese hanno consentito di superare la fase critica.
Gli arrivi di migranti sono diminuiti del 9% (poco più di 140 mila) rispetto all’anno scorso.
Mentre quelli che si contano in Europa sono ormai quasi ottocentomila.
La rete di accoglienza garantisce ospitalità  a quasi 110mila uomini, donne e minori. Mentre la «relocation» in Europa dei 40 mila migranti in due anni per il momento non decolla (siamo a poco più di cento) mentre sono quasi cinquemila quelli che abbiamo rimpatriato.
Pochi mesi e l’emergenza immigrati ha cambiato segno. Ha sconvolto l’Europa, aperto nuove rotte, creato un disorientamento e una incapacità  dei governi europei a trovare politiche efficaci di governo dei flussi.
Noi eravamo considerati i «lamentosi», quelli che da un decennio almeno protestavano perchè l’Europa era assente, mentre sottobanco facevamo oltrepassare le nostre frontiere a decine di migliaia di migranti.
Poi venne la strage del 18 aprile scorso, con 800 annegati nel Canale di Sicilia, e l’Europa si vergognò promettendo di aiutarci.
Nel contrasto in mare ai trafficanti di «merce umana», nel dispiegamento di uomini e mezzi navali anche per le operazioni di salvataggio. E dopo un estenuante tira e molla l’Europa concordò che in due anni 160 mila migranti sarebbero stati accolti nei diversi paesi della Comunità . Da noi, sarebbero partiti in quarantamila.
Il flop del piano europeo
Una organizzazione non governativa ha calcolato che ne dovrebbero partire duecento al giorno per i prossimi due anni per raggiungere l’obiettivo.
E invece, solo per parlare dell’Italia, giovedì ne sono partiti 19 per la Francia, sabato 19 per la Spagna, la prossima settimana 20 per la Germania. In tutto meno di 120.
Ma adesso, a cinquanta giorni dalla fine dell’anno si alza bandiera bianca. Comincia la grande disfatta della Europa solidale. Sono cambiati i numeri e con essi la geografia politica dell’emigrazione.
La Svezia ha detto che non può più accoglierne, che ne ha almeno centomila in più e ha chiesto alla Ue di attivare la «relocation», così come è accaduto per Italia e Grecia. La Germania dovrebbe chiudere l’anno con 800.000 migranti, nell’Ungheria che alza muri ne sono arrivati 200.000.
È impressionante digitare su internet il sito data.unhcr.org, emergenza Mediterraneo. Le frecce indicano i flussi migratori che arrivano dall’Africa e dal Medio Oriente. Sono quattro i numeri che riporta il grafico: Spagna, 2.797; Italia, 141.500; Malta 105; Grecia 626.432.
Il totale dell’emergenza europea è di 770.838 migranti arrivati dal primo gennaio ad oggi.
La mancata invasione
Proprio come questo giornale aveva anticipato alla fine della primavera, la tanto temuta invasione di migranti dalla Libia non c’è stata.
Già  a maggio si erano manifestate le prime avvisaglie di quella che sarebbe stata definita, in seguito, la “rotta balcanica”.
E poi va detto che l’accordo tra Italia e Turchia ha funzionato, la rotta via mare ha subito delle brusche interruzioni e il flusso siriano e iracheno si è diretto in Grecia e da lì nei paesi balcanici.
I dati del Viminale al 6 novembre sono chiarissimi: dai 156.682 migranti arrivati l’anno scorso siamo scesi a 142.464. E tutte le polemiche politiche, gli scenari apocalittici che venivano evocati non si sono concretizzati.
La realtà  è ben diversa. Nessuna guerra di religione o manifestazioni razziste sono riuscite a mettere in crisi la macchina dell’accoglienza.
Al 6 aprile, 100.230 migranti, ai quali bisogna aggiungere 9 mila minori, sono ospitati nelle nostre strutture di accoglienza. Quasi 38 mila eritrei, 20 mila nigeriani, 11 mila somali, 9 mila sudanesi.
Rispediti a casa
E continuano i voli charter o le partenze su navi, per i migranti da rimpatriare. Finora sono partiti mille albanesi, seicento egiziani e marocchini e poi mille tunisini e trecento nigeriani.
Sono ancora pochi gli accordi di riammissione sottoscritti dall’Italia con i Paesi di origine dei migranti. Che quelli che arrivano da noi non sono tutti rifugiati o richiedenti asilo, ma anche migranti economici.
Insomma, migranti «arcobaleno». Gli accordi operativi sono quelli con l’Egitto, la Tunisia, il Marocco, la Nigeria e il Gambia (da perfezionare).
Ora stiamo trattando con il Ghana, il Senegal, il Sudan.
Insomma, il governo sta cercando di affrontare la crisi anche mettendo in conto il venir meno dell’Europa.
E in mare, in attesa del via libera della comunità  internazionale, stiamo già  da tempo affondando i natanti sui quali avevano viaggiato i migranti.
E forse, se oggi registriamo un calo degli arrivi è anche grazie al venir meno dei mezzi disponibili.

Guido Ruotolo
(da “La Stampa”)

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“ABBIAMO FINITO, È FATTA”: LA TELEFONATA DEL GIUDICE AL MARITO CHE MANDA POI SMS ALLO STAFF DI DE LUCA: “TUTTO COME PREVISTO”

Novembre 12th, 2015 Riccardo Fucile

LE INTERCETTAZIONI IMBARAZZANTI PER LA DIFESA DI DE LUCA

Il 17 luglio scorso, mentre era ancora in camera di consiglio, dopo avere scritto la sentenza che che confermava il congelamento della sospensione del governatore della Campania Vincenzo De Luca, il giudice Anna Scognamiglio ha subito avvertito al telefono il marito Guglielmo Manna dell’esito “favorevole” della decisione, con cui si bloccava la sospensione di De Luca. “Abbiamo fatto, è fatta”.
È questa una delle tante conversazioni intercettate tra la Scognamiglio e il marito e inserite nei verbali dell’inchiesta che coinvolge anche il presidente della Regione. Appresa la notizia, spiegano i pm, il marito del giudice si sarebbe affrettato a comunicarla allo staff del governatore campano attraverso un sms: “È andata come previsto”.
Spiega oggi il Corriere della Sera
È il segnale convenuto per lo staff del governatore Vincenzo De Luca, guidato dal capo della segreteria Carmelo Mastursi. La prova – secondo i magistrati della Procura di Roma – dell’accordo illecito preso dal manager per garantire la permanenza dello stesso De Luca al vertice della Regione Campania in cambio di una «nomina pesante» nel settore della sanità . Anche perchè il verdetto viene depositato in cancelleria e reso pubblico soltanto cinque giorni dopo, il 22 luglio.
Telefonate e sms
Agli atti, sempre riportati dal quotidiano ci sono altre intercettazioni.
Come quella tra Manna e Scognamiglio del 2 agosto, dopo la sentenza favorevole per De Luca, in cui Manna avverte la moglie di doversi recare in Regione, sperando di ottenere l’incarico desiderato.
Manna: «Io sto a Ponza, sono stato chiamato».
Scognamiglio: «Domani»?
Manna: «Sì in Regione. Ora vedi sto partendo».
Scognamiglio: «Se dovesse essere quello, te ne vai in ferie e parti. Speriamo bene».
Manna: «Dovrebbe essere Napoli 1, gira voce. Non ho chiesto Napoli, ma Avellino, Caserta e Benevento».
Il giorno dopo c’è una nuova telefonata tra marito e moglie. Lui mostra sicurezza: «Sono stato segnato su una specie di bloc notes».
L’ipotesi su cui lavorano i pm è che De Luca fosse a conoscenza delle minacce di Manna, ma non fece nulla per fermare il suo piano.
Cioè non avrebbe denunciato il ricatto, motivo per cui l’ex sindaco di Salerno è indagato per concussione.

(da “Huffingtonpost”)

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