Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile
LA SCRITTRICE: “QUEL SANGUE SUL MIO QUARTIERE, SIMBOLO DI CONVIVENZA”
La scrittrice Maylis de Kerangal abita a pochi passi dalla rue Alibert et dalla rue de la Fontaine
au Roi, le strade dove venerdì sera i terroristi hanno sparato raffiche di Kalashnikov contro bar e ristoranti, seminando morte e terrore. Il suo è il quartiere simbolo della movida notturna della capitale francese, tra la rue Oberkampf e boulevard Voltaire, dove si trova il Bataclan, la sala da concerti che i terroristi islamici hanno scelto per colpire al cuore la voglia di vivere dei giovani parigini. «Abito qui, nell’XI arrondissement, da molti anni. I locali colpiti l’altra sera, Le Carillon, Le Petit Cambodge, La Bonne Bière, la Pizzeria Casa Nostra li conosco bene, ci vado spesso con mio marito e miei figli. Sono posti semplici, dove si sta bene, la gente è simpatica e l’atmosfera è sempre piacevole », racconta l’autrice di Riparare i viventi e Nascita di un ponte (entrambi da Feltrinelli), che in Francia ha appena pubblicato un libro dedicato ai migranti di Lampedusa, A ce stade de la nuit.
«Non credo che sia un caso che i terroristi abbiano colpito proprio questa zona di Parigi piena di vita, di bistrot e ristoranti, frequentati soprattutto dai giovani. Qui ogni sera affluiscono moltissime persone per stare assieme, per divertirsi, per rilassarsi. Chi ha sparato voleva spazzare via questa atmosfera di festa. Voleva colpire il divertimento, la musica, la spensieratezza ».
L’XI è anche un quartiere molto meticcio…
«È vero. È una zona di frontiera, tra i quartieri signorili del centro e quelli più popolari della zona nord della capitale. Due universi che si mischiano abbastanza armoniosamente. In questa zona di Parigi convivono classi, razze, culture e religioni diverse. È la Parigi multietnica dove molti negozi e locali sono tenuti da algerini, turchi, cinesi. C’è anche un mercato pieno di vita, colori e profumi in cui tutti si ritrovano. Se gli uomini della jihad hanno attaccato questi luoghi, è proprio perchè non possono ammettere l’armonia e la voglia di vivere assieme tra comunità e religioni differenti. Oltre alla vita notturna e alla gioia di vivere dei giovani, i terroristi volevano ferire la coesistenza sociale, etnica, culturale e religiosa. Una coesistenza per loro inconcepibile »
Con i loro attacchi, i terroristi volevano imporre la paura. Ci sono riusciti?
«Per adesso direi di no. Il giorno dopo, più che la paura dominava la tristezza. Quando, dopo una notte insonne, dopo aver sentito gli echi delle raffiche dei kalashnikov e le sirene delle ambulanze e della polizia, siamo usciti per le strade del quartiere, si respirava un’atmosfera da day after. Un’atmosfera pesante e silenziosa. La città era ferita e sotto shock, ma al contempo si percepiva un forte desiderio di solidarietà e il bisogno di ritrovarsi in una comunità unita. Per esempio, quando siamo andati all’ospedale vicino a casa per donare il sangue, c’erano già moltissimi donatori che erano affluiti spontaneamente. Davanti ai luoghi degli assalti, la visione di morte e desolazione era impressionante. Ma c’era anche molta gente venuta per rendere omaggio alle vittime della strage. Molte persone erano in lacrime di fronte all’ingiustizia di questa morte che ha colpito ciecamente. È assurdo pensare che si possa morire perchè ci si è seduti con un’amica ai tavolini di un caffè o perchè si è andati a un concerto».
Qual è il sentimento dominate nel quartiere?
«Un’immensa tristezza. Dappertutto si percepisce la prostrazione e lo stupore. E nello stesso tempo una sorta di pace e di raccoglimento. Al di là dello shock e dell’incredulità per tanta violenza e per i tanti morti, nel quartiere non vedo nè collera nè spirito di vendetta. Vedo invece la volontà di continuare a vivere, comunque e ad ogni costo. Come noi, molti abitanti del quartiere, il giorno dopo sono usciti in strada proprio per non cedere alla paura. Volevamo riprendere possesso della città per non lasciarla in mano ai terroristi. Uscire in strada, tornare a sedersi ai tavolini di un bistrot, entrare nei negozi per fare la spesa è un modo semplice per riappropriarci del nostro spazio e sfidare il terrore. È un modo per riaffermare la nostra libertà di vivere».
Non teme che i massacri perpetrati nel nome dell’islam mettano a rischio la coesistenza tra le comunità di cui parlava?
«Certo è un rischio, ma per ora mi sembra che ciò non stia accadendo. Oggi per le strade del quartiere non c’era nessuna animosità nei confronti dei musulmani. Nessuno li accusa di quanto è accaduto. Per ora dominano la compassione e la solidarietà . Nei prossimi giorni però il mondo politico dovrà essere molto vigile, per difendere l’unione nazionale e la coesione del paese. Deve impedire che la comunità nazionale si spacchi e che i musulmani siano messi all’indice, diventando il capro espiatorio della violenza terrorista. Insomma, la politica deve dimostrarsi forte e all’altezza della situazione, per riuscire a difendere la nostra idea di repubblica, i suoi valori e le sue libertà . Di fronte al terrorismo non bisogna cedere di un millimetro».
Fabio Gambaro
(da “La Repubblica”)
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Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile
“POTEVO ESSERE AL BATACLAN, MA NON DALLA PARTE DEGLI ATTENTATORI E SAREI MORTO”
Poteva esserci il mio viso in quelle foto segnaletiche. I tratti somatici di Salah Abdeslam, ricercato per gli attentati a Parigi, sono simili ai miei. Abbiamo entrambi 26 anni.
Con l’ideatore della strage invece condivido le origini. I genitori che hanno messo al mondo Abdel Hamid Abaaoud sono marocchini. Come lo sono i miei. E come lo sono io. Mi chiamo Brahim Maarad, sono musulmano e faccio parte della “generazione Bataclan”.
Venerdì sera in quel teatro ci sarei potuto essere anche io.
Così come sarei potuto essere davanti allo stadio oppure di fronte al ristorante Le Petite Cambodge.
Non avrei però avuto un kalashnikov in mano e, tanto meno, una cintura esplosiva attorno alla vita. Io sarei stato una delle troppe vittime.
Perchè al Bataclan avrei accompagnato qualche amico per passare una serata insieme. Allo stadio ci sarei andato per seguire la partita. Avrei tifato per la Francia.
Perchè tra i bleu i musulmani sono tanti. E perchè da mezzo italiano che sono reggo poco i tedeschi. Al ristorante ci sarei andato perchè mi fido delle recensioni online.
Quel venerdì sera sarei morto anche io. Perchè mi sarei trovato dall’altra parte rispetto agli attentatori.
Nelle anagrafiche siamo simili, nella realtà non possiamo essere più diversi. Siamo opposti.
Loro sono i terroristi e io sono quello terrorizzato. La nostra somiglianza, le nostre origini comuni, non mi salvano dalla loro condanna.
A loro queste mie parole sono sufficienti per giustificare la mia esecuzione. Per loro non sono più musulmano. Sono il nemico. Uno dei tanti.
Io invece musulmano lo sono eccome. Sicuramente più di loro.
Assolvo i miei obblighi da quando ho cominciato a comprenderli. Frequento abitualmente la moschea da quando avevo dieci anni.
Nel 2013, quando quei ragazzi lasciavano le banlieue parigine per andare a combattere in Siria, io facevo il mio primo pellegrinaggio alla Mecca, in Arabia Saudita. In grande anticipo rispetto all’età media. Anche il mio era Jihad. Perchè nell’islam Jihad è ogni sforzo sostenuto per Allah.
Anzi, il mio vale di più perchè il profeta Maometto ha detto che “il jihad più meritevole è un pellegrinaggio compiuto piamente”.
Leggiamo lo stesso Corano ma lo interpretiamo in modo differente.
Loro giustificano l’uccisione di persone innocenti facendo riferimenti a versetti che parlano della guerra per difesa.
Io invece mi soffermo sui versetti che evidenziano la sacralità della vita: “Chi salva una vita è come se avesse salvato l’umanità intera”.
Obbligano le persone all’islam eppure il Corano è chiaro: “Non c’è costrizione nella religione”.
Per loro l’Occidente è il nemico, per me è casa.
Chi abita vicino a me lo considero un amico, quando va male un conoscente. Loro lo considerano un miscredente.
Chi massacra i civili per loro è un eroe, per me è un criminale.
Chi si fa saltare in aria per me non è un martire, è un suicida.
Se uccide anche altre persone è un assassino che si è tolto la vita.
Il grande interrogativo che mi pongo è: perchè siamo così diversi? Perchè dalla stessa culla sono usciti vittima e assassino.
Perchè loro quando prendevano in mano per la prima volta un fucile, io prendevo una penna per scrivere i primi articoli di giornale?
Perchè loro sono terroristi e io sono giornalista?
Perchè loro sono così feroci da trucidare centinaia di persone e io quando prendo una multa per divieto di sosta non dormo la notte? Che merito ho io? Che colpe hanno loro?
In questi anni qualcosa non ha funzionato nell’integrazione. Eppure chi è nato e cresciuto in Francia dovrebbe aver avuto un percorso meno tortuoso del mio.
A Parigi l’Islam non è nuovo. Lo è l’estremismo.
Io invece in Italia ci sono arrivato quando avevo già dieci anni. Sedici anni fa i miei nuovi compagni di scuola non avevano nemmeno idea di cosa fosse l’islam.
Quando ho iniziato il mio primo Ramadan, il mese di digiuno, ero in prima media e i trenta giorni non sono stati sufficienti a chi mi conosceva per comprendere cosa stessi facendo. Oggi il Ramadan viene annunciato in televisione.
Integrarsi dovrebbe essere più facile, ma non è per niente scontato. Non lo è mai stato. Non basta nascere in un Paese per sentirsi parte di esso.
Lo stiamo scoprendo in ritardo, pagando un carissimo prezzo.
La mia preoccupazione ora è riuscire a capire quanti Abdel Hamid Abaaoud fanno parte della generazione Bataclan.
Perchè il cittadino per strada non sa, e non può, riconoscere la differenza tra me e Abdel Hamid.
Brahim Maarad
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Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile
LE RESPONSABILITA’ DEI PAESI OCCIDENTALI
Più continueremo a bombardare l’Isis, con caccia irraggiungibili e droni senza pilota, più l’Isis
porterà la guerra in Europa con i mezzi che, da noi, gli sono possibili: gli attentati terroristi e kamikaze.
A me pare talmente evidente che l’ho scritto più volte su questo giornale. Non c’è bisogno di uno stratega militare.
In uno dei comunicati dopo gli attentati di Parigi l’Isis ha affermato: “La Francia manda i suoi aerei in Siria, bombarda uccidendo i nostri bambini, oggi beve dalla stessa coppa”.
È una logica tremenda, ma è una logica. Che riguarda entrambe le parti.
Perchè noi vediamo, rabbrividendo, i nostri morti, ma non vediamo i loro. Sono almeno quindici anni che siamo in guerra contro i Paesi musulmani, ma non ce ne siamo accorti perchè, in Europa, la guerra ci ha toccati in anni ormai lontani e dimenticati (attentati ai treni a Madrid nel 2004 e alla metropolitana a Londra nel 2005) o, più recentemente, per episodi circoscritti e limitati (Charlie Hebdo e supermercato ebraico).
Così abbiamo continuato a vivere la nostra vita come se quelle guerre non ci riguardassero.
Gli attentati di venerdì a Parigi sembrano meno mirati di quelli di un anno fa al settimanale francese, invece, in un certo senso, lo sono di più.
Colpendo una discoteca, ristorantini alla moda, lo stadio di calcio, cioè i luoghi dei nostri divertimenti, è come se i jihadisti ci dicessero: adesso avete finito di divertirvi mentre noi, a causa vostra, moriamo.
E noi dobbiamo accettare lo scandalo, da cui la superiorità tecnologica ci aveva tenuti lontani, che la guerra, la vera guerra, organizzata, sistematica e non episodica, può entrare nei nostri territori. Ma non ci siamo preparati.
Decenni di cosiddetto benessere ci hanno infiacchiti, indeboliti, rammolliti, svirilizzati. Le reazioni agli attentati di Parigi sono state isteriche o grottesche. Quando si grida, come ha fatto ripetutamente Hollande, che non si ha paura vuol dire solo che si ha paura. E infatti sono bastati tre petardi per mandare i parigini nelpanico.
Si combatte il nemico illuminando i monumenti con i colori della Francia o spegnendo le luci della Tour Eiffel o della fontana di Trevi o cantando, come ha fatto Madonna, sciogliendosi in lacrime, Like a Prayer.
Ma questa non è più un’epoca di Beatles, di Rolling Stones e Gianni Morandi. Cerchiamo di salvarci l’anima portando dei fiori sui luoghi degli attentati, commuovendoci della nostra commozione.
Cerchiamo almeno di essere più seri e composti.
La forza dell’Isis sta nella nostra debolezza.
Di là uomini con valori fortissimi, sbagliati che siano, disposti ad andare a morire con la disinvoltura con cui si accende una sigaretta, di qua una società svuotata di ogni valore, a cominciare dal coraggio.
L’errore capitale degli occidentali, in particolare degli americani e dei francesi, sempre ammalati di una ridicola grandeur, è stato quello di andare a mettere il dito, o per essere più precisi i bombardieri e i droni, in una guerra civile, quella fra sunniti e sciiti, iracheni e siriani, che peraltro noi stessi avevamo provocato abbattendo Saddam Hussein, di cui eravamo stati surrettiziamente alleati in funzione anticurda e antiiraniana.
E oggi a combattere sul campo non ci andiamo noi ma ci affidiamo proprio ai curdi, del cui massacro siamo stati complici, e ai pasdaran dell’Iran uscito improvvisamente da quell’“Asse del Male” in cui era stato ficcato, non si è mai capito bene perchè, per trent’anni.
Se i francesi vogliono recuperare un minimo di decenza, invece di continuare a bombardare più o meno alla cieca, mandino i loro soldati sul terreno.
Anche se temo che sarebbe una nuova Dien Bien Phu.
Detto questo io penso che in realtà non ci sia solo la religione nella guerra che l’Isis combatte in Medio Oriente.
È anche il tentativo di ridefinire confini disegnati soprattutto da gli inglesi fra il 1920 e il 1930.
Tentativo più che legittimo in cui, appunto, noi occidentali non avremmo dovuto entrare.
Ma c’è anche una lettura più inquietante che si può dare di ciò che sta accadendo in Medio Oriente, nell’Africa subsahariana e in Occidente.
Potrebbe essere il tentativo dei poveri dei Paesi poveri del Terzo mondo di muover guerra, con le armi e con le migrazioni, ai Paesi ricchissimi ma squartati all’interno da disuguaglianze spaventose.
Se questa ipotesi fosse vera ai poveri del Terzo mondo potrebbero aggiungersi, prima o poi, marxianamente, quelli del Primo mondo.
E questo immenso mare di miseria finirebbe per sommergere e decretare la fine di quello.
Massimo Fini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile
I GENITORI DELLA RAGAZZA VITTIMA DELL’ATTENTATO: “SOGNAVA DI TORNARE IN ITALIA, ORA CE LA RIPORTEMO NOI”
“Non è rabbia. E non deve essere paura: Valeria non ci perdonerebbe mai se fossimo spaventati e dunque ora restassimo fermi. Nel suo nome, la nostra sfida deve essere quella di non smettere mai di provarci, per riuscire a cambiare le cose”.
Dario Solesin, 25 anni, è il fratello di Valeria. E nelle sue parole c’è il perchè al Bataclan non è soltanto morta una ragazza di 27 anni ma, senza retorica, un’occasione per l’Italia.
Ieri sera sono venuti ad abbracciare Valeria i suoi genitori, Luciana e Alberto, che si sono presentati all’ingresso dell’istituto di medicina legale, la Morgue, composti, come sempre in questi giorni, nel dolore: “Porteremo sempre nel cuore nostra figlia nel suo essere: quello che preme a me e a mio marito è il ricordo di nostra figlia che era una persona meravigliosa, una figlia, una persona, una cittadina e una studiosa meravigliosa ” aveva detto la signora dopo aver saputo che quel corpo era quello della sua Valeria.
“Immaginate una mamma: ha la figlia che studia alla Sorbona, che è un talento, e poi la perde così” dicono al consolato.
Eppure la signora Luciana non ha perso nemmeno per un attimo la dignità della sua disperazione. Anche ieri quando è arrivata a Parigi, insieme con il marito Alberto. Sono scesi, accompagnati dai funzionari della Farnesina, da una macchina scura e con Andrea, il fidanzato di Valeria, e sua sorella Chiara, sono entrati a braccetto nel viale che porta a questa palazzina di mattonelle rosse sopra la Senna, che nelle ultime ore si è trasformata in un enorme contenitore del male: una accanto all’altra, ci sono tutte le 129 vittime dell’11 novembre.
I genitori, i parenti, di tutti questi ragazzi e ragazze, sono stati pazienti e ordinati in fila per entrare in quello stanzone freddo e dare un nome e un cognome a chi in questo momento è catalogato soltanto come un numero.
Ad accoglierli ci sono operatori della Protezione civile e psicologi. Una di loro racconta: “Hanno voglia di parlare più che di piangere. Di capire più che di disperarsi. E tutti hanno il bisogno di andare avanti”.
Lo dice anche Dario, il fratello di Valeria. “Mai fermarsi, mia sorella non me lo perdonerebbe mai. Non sento rabbia ma soltanto un enorme vuoto. E una consapevolezza: non dargliela vinta, non spaventarci, ma continuare nell’unica direzione in cui Valeria avrebbe voluto: provare davvero a cambiare le cose, a fare in modo di vivere in un posto migliore “.
Prende fiato, poi continua: “Ero venuta a trovarla una settimana fa nemmeno. Era felice per la nuova casa, probabilmente la vita stava prendendo il senso che voleva”. La Francia, ma soprattutto l’Italia.
“Ho letto tante bugie in questi giorni. Ma una cosa è sicuramente vera: Valeria sarebbe certamente voluta tornare in Italia per fare le stesse cose che riusciva a fare in Francia. Per provare a rendere in qualche maniera migliore il nostro paese”.
Per tutto il pomeriggio, la fila davanti all’istituto legale era lunga.
C’erano i parenti dei morti del Bataclan e alcuni ragazzi islamici, che sembravano il disegno stereotipato della banlieue che si descrive in questi giorni: erano lì, raccontavano, per un “fratello morto”, sembra assassinato, in una delle periferie di Parigi.
Nell’ingresso della Morgue erano accanto mussulmani e cattolici, che piangevano e si consolavano, superamento plastico di quell’orrendo stereotipo passato in questi giorni: non è la religione a delineare vittime e carnefici. Ma soltanto la follia.
Così come ad accomunarli in questo momento è l’incertezza su quando potranno esserci i funerali: la data più ottimistica parla di venerdì come il primo giorno utile a riottenere le salme.
Le procedure di identificazione delle vittime di attacchi terroristici è infatti burocraticamente molto complessa e lunga. Serve ancora tempo.
Intanto oggi Venezia renderà omaggio a Valeria in piazza San Marco (alle 19) mentre alle 16 l’università Sorbona ha organizzato una cerimonia per la sua dottoranda in demografia.
Cerimonia alla quale probabilmente parteciperanno i genitori della ragazza.
Ieri, ad aspettarli fuori dall’istituto di medicina legale, non c’erano soltanto psicologi pronti a parlare. Ma anche un signore italiano mischiato ai giornalisti. Ma che giornalista, invece, non era: si chiama Matteo Ghisalberti, è italiano, vive a Parigi, e lui Valeria la conosceva bene.
“Ci siamo conosciuti due anni fa. Ha cominciato Andrea, come baby sitter di mio figlio che ha cinque anni. Poi Andrea aveva spesso problemi di lavoro e allora ha cominciato a venire anche Valeria. Ultimamente venivano insieme, e tutti e tre si sono divertiti tanto. Non ho ancora detto niente al bambino, anche perchè non sono ancora riuscito a trovare le parole giuste per spiegarle a me. Lui quando deve dire la lettera V, dice: V come Valeria. Ha saputo dell’attacco, lo ha sentito in tv. Era rimasto già colpito dall’attacco a Charlie Hebdo. E così mi ha chiesto: “Papà perchè gli uomini cattivi sono tornati?”.
Non gli ho risposto. Non sono stato capace”.
Giuliano Foschini
(da “La Repubblica”)
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Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile
DONNA SI FA ESPLODERE…NON SAREBBE STATO ARRESTATO IL CAPO DELL’ORGANIZZAZIONE CHE SI SAREBBE BARRICATO NELL’APPARTAMENTO
Il terrore attraversa ancora una volta le strade di Parigi. Raffiche di colpi di arma da fuoco hanno
svegliato nel cuore della notte il quartiere di Saint-Denis, nella periferia a nord est della capitale, dove un blitz della polizia, definito “molto complesso” è in corso dalle 4,20 del mattino.
L’obiettivo è un appartamento nel centro della banlieue dove si sarebbe trovato Abdelhamid Abaaoud, belga di 27 enni, presunta mente degli attentati del 13 novembre.
Secondo l’ultimo bilancio fornito dalla tv Europe 1, le vittime sono 3 — due terroristi, tra cui una donna kamikaze che si è fatta esplodere, e un passante — e tre agenti delle forze speciali feriti.
La procura di Parigi ha fatto sapere che la polizia ha arrestato 5 persone: tre si trovavano nell’appartamento obiettivo del raid, altre due — un uomo e una donna — sono state arrestate nelle vicinanze.
Tra gli arrestati, secondo France2, ci sarebbe anche Abaaoud.
Ora l’allarme si sposta verso Parigi. Ogni auto diretta verso il centro della città viene fermata e controllata da numerosi posti di blocco. I passeggeri e guidatori vengono invitati da poliziotti armati di mitra a scendere e ad aprire il bagagliaio della loro auto uno ad uno il che sta causando lunghissime file sulle vie d’accesso alla capitale.
Il primo ministro Manuel Valls e il ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, sono entrati all’Eliseo per seguire insieme con il presidente Franà§ois Hollande le notizie sullo svolgimento dell’operazione.
“Il raid è ancora in corso. Rispettate le consegne”, scrive la polizia francese su Twitter confermando che il blitz non è ancora finito. Circa 30 minuti prima la polizia aveva scritto: “Operazione in corso a Saint Denis, in centro. Vi raccomandiamo di non andare in questa zona”.
Il luogo in cui i poliziotti e gli uomini delle teste di cuoio francesi stanno compiendo il blitz — nel centro di Saint-Denis — sorge a 800 metri dallo Stade de France.
Venerdì sera, attorno all’impianto — nel quale si giocava l’amichevole Francia-Germania — si sono fatti esplodere tre kamikaze, provocando la morte di un passante.
Il comune di Saint Denis ha chiuso le scuole. L’amministrazione comunale sta cercando di informare e tranquillizzare i cittadini usando Twitter e il sito istituzionale. Inoltre il comune ha organizzato, a partire dalle 7:30, un centro di assistenza psicologica.
Le scuole chiuse sono: Brise Echalas, Corbillon, Sorano, Guesde, Estree, Puy Pensot, Valles, La Source, Vilar, Sembat, Moulin Dos d’Anes, Hermitage. Le altre sono aperte e accolgono gli studenti, anche se non si assicura la presenza degli insegnanti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile
FORSE CHE LE LORO VITTIME VALGONO MENO DELLE NOSTRE?
Hollande l’ha detto nel suo discorso. Non è uno scontro di civiltà . Perchè l’estremismo jihadista non ha niente di civile.
I Paesi musulmani lo ripetono ogni volta. «Le prime vittime del terrorismo islamista siamo noi».
I numeri danno loro ragione. I morti islamici per mano di islamisti, soltanto nel 2015, sono oltre ventitremila.
I morti in Europa in attacchi jihadisti sono 148 (Parigi, Copenaghen, Parigi). Più i 224 russi uccisi sul Sinai nell’attentato al volo da Sharm el Sheikh a San Pietroburgo e i turisti occidentali al museo del Bardo di Tunisi (21) e sulla spiaggia di Sousse (38).
Centinaia di vittime innocenti che ci stracciano il cuore.
Ma dall’altra parte ce ne sono decine di migliaia (24.517 nel 2014 nei Paesi a maggioranza islamica, secondo il Gtd) che passano e scompaiono rapidamente nel flusso di notizie sui media occidentali.
I cittadini dei Paesi islamici, quelli più colti, che parlano lingue europee e ci seguono, si sentono feriti.
I social media hanno accentuato questo senso di differenza di trattamento.
Da venerdì, su Twitter, il dibattito fra analisti e blogger del mondo musulmano gira attorno a questo. Da Beirut la reporter televisiva Jenan Moussa ha cominciato a postare le foto delle vittime, 44, degli attacchi kamikaze condotti dall’Isis il giorno prima di Parigi, con gli stessi gilet imbottiti di esplosivo e bulloni di Parigi.
Studentesse, bambini, padri di famiglia. E si chiedeva perchè non avessero lo stesso impatto di quelle che arrivavano dalla Francia.
Certo. Quando il nemico ti colpisce in casa è diverso. Libano, Siria, Iraq, Afghanistan, Pakistan sono percepiti in Europa come lontani e in guerra permanente.
Ed è vero che il grande conflitto civile fra sciiti e sunniti, paragonato alla Guerra dei Trent’anni europea fra cattolici e protestanti, sta massacrando il Medio Oriente dal 1980 senza interruzioni.
Ma è anche vero che il mondo della globalizzazione è piccolo. Il conflitto non è più in un mondo lontano. Se la Siria va in pezzi milioni di profughi arrivano sulle nostre coste. E gli altri effetti collaterali li abbiamo appena sperimentati.
Il blogger pachistano Raza Ahmad Rumi, ancora su Twitter, chiedeva di non dimenticare gli studenti massacrati dai taleban a Peshawar (dicembre 2014, 145 morti).
Uguali ai ragazzi del Bataclan. Ha suscitato un dibattito furioso.
«Perchè gli europei sono così uniti fra loro quando un Paese viene colpito e noi musulmani siamo così divisi?» si chiedevano i pachistani.
L’Europa, vista da uno degli epicentri della guerra civile islamica, sembra un blocco di granito. Mentre l’Isis continua ad alimenta il conflitto sunniti-sciiti.
Fra i sette Hazara (sciiti) decapitati dall’Isis in Afghanistan, lo scorso 30 settembre, c’era una bambina di nove anni.
La sua immagine sul Web ha acceso l’indignazione, la protesta che ha quasi preso d’assalto il palazzo presidenziale di Kabul.
Ma era soltanto nel campo degli sciiti. Sul Web «fan boys» dello Stato islamico si scontrano con sostenitori delle milizie sciite, o dei curdi (sunniti), a colpi di «cane», «ratto», «maiale» e disinformazione.
La guerra civile va avanti. E coinvolge anche noi.
Giordano Stabile
(da “La Stampa”)
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Novembre 18th, 2015 Riccardo Fucile
IL GIORNALE CONSERVATORE TEDESCO DIMOSTRA CHE ALTROVE ESISTE ANCHE UNA DESTRA CIVILE CHE NON SI ESPRIME A RUTTI
Licenziato in tronco. E da uno dei giornali più conservatori della Germania, Die Welt. 
Per un post su Facebook che collegava, a caldo, la catena di attentati a Parigi con il dibattito sui profughi.
Il commento scritto dal giornalista tedesco di lungo corso Matthias Matussek nella notte dell’attacco terroristico più grave d’Europa recitava così: «Immagino che il terrore di Parigi rinfrescherà il nostro dibattito sulle frontiere aperte e su 250mila giovani uomini musulmani non registrati nel Paese».
Primo segnale di allarme: tra i numerosissimi commenti apparsi sotto il post, è comparso quello del direttore della “sorella” Bild (entrambi i quotidiani sono editi dall’Axel Springer Verlag), l’influente ex ghost writer di Helmut Kohl, Kai Diekmann.
«Che schifo», ha scritto.
Ma poi è sceso in campo direttamente il direttore del quotidiano per cui lavora Matussek, Jan-Eric Peters, con un post espresso a nome di tutta la redazione della Welt: «Il mondo civilizzato ha ben altri problemi che occuparsi di un post fuori di testa. Ma sia chiaro: ne prendo le distanze in nome della “Welt” che rappresenta altri valori, libertà e umanità ».
Stamane, alla riunione di redazione, Matussek ha perso le staffe, definendo il suo direttore un “Arschloch”, uno stronzo.
A quel punto è scattato il licenziamento in tronco del giornalista 61enne, confermato da una portavoce di Axel Springer.
Un buon segno, se anche sui social media valgono finalmente le regole della società civile.
Chi calunnia, offende, istiga all’odio, è giusto che ne paghi finalmente le conseguenze.
Tonia Mastrobuoni
(da “La Stampa“)
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