Settembre 10th, 2016 Riccardo Fucile
IL PRANZO AL RISTORANTE SUL ROOF GARDEN CON VISTA SUL FORO ROMANO
E’ davvero un menù stellato quello che si sono concessi Beppe Grillo e il direttorio M5s durante il
pranzo di due giorni fa in un hotel romano servito per fare il punto sulla crisi del Campidoglio.
Il leader del Movimento ha convocato Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Carlo Sibilia e Roberto Fico al ristorante sul roof garden dell’hotel Forum, una sala fatta di vetrate con vista sul Foro romano e – anche – sull’ufficio di Virginia Raggi che si scorge in lontananza.
La sindaca non c’era, come non c’era Carla Ruocco, pure membro del direttorio M5s.
Le stelle dell’albergo sono 4, niente lusso estremo, ma il luogo è suggestivo e la carta del ristorante è di tutto rispetto.
Non è dato sapere quali portate abbiano ordinato i vertici M5s, la sala era off limits ai giornalisti, ma la vista sul Foro è impagabile e i prezzi del menù ne risentono: l’antipasto più economico, “Bresaola della valtellina con rucola” viene 26 euro, mentre ce ne vogliono 29 per la “Tartare di tonno di Carloforte” e 36 per il “Plateau royal”.
I primi sono tutti sopra i 20 euro, ad eccezione della “Zuppa di verdure” e della “Vellutata di zucchine”, per le quali bastano 19 euro.
Si arriva invece a 29 euro per i “Tonnarelli ai frutti di mare” e per le “Trenette all’astice”.
Ancora più cari, chiaramente, i secondi, sia di pesce che di carne, tutti sopra i 30 euro a portata.
Grillo e il direttorio si sono trattenuti per un paio d’ore, poi il leader M5s ha registrato un’intervista con una Tv russa.
Subito dopo il leader M5s è filato via da un ingresso laterale salendo su un pullmino nero con i vetri oscurati e inveendo contro la troppa foga dei giornalisti che cercavano di fargli qualche domanda.
Alessandro Di Matteo
(da “La Stampa“)
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Settembre 10th, 2016 Riccardo Fucile
CGIA DI MESTRE: OLTRE AL SUD, ANCHE NEL CENTRO-NORD DIVERSE AMMINISTRAZIONI SONO RIMASTE AL PALO
Solo il 7 per cento dei Comuni italiani dà il buon esempio nella lotta all’evasione fiscale: su poco più di 8mila, sono 550 le amministrazioni comunali che hanno collaborato con il Fisco.
E se nel 2014 gli enti locali di Lombardia ed Emilia Romagna hanno assicurato oltre i 2/3 dell’intero incasso recuperato dai Comuni a livello nazionale (che ammonta a oltre 21 milioni di euro), “sebbene siano aumentati gli incentivi fiscali a beneficio degli Enti, nel Mezzogiorno l’attività di ‘intelligence’ dei sindaci è stata pressochè nulla”. A segnalarlo è la Cgia (Associazione artigiani e piccole imprese) di Mestre, sottolineando però che le somme recuperate agli evasori sono in aumento.
“La crescita del gettito — ha spiegato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo — è aumentata perchè è stata incrementata l’aliquota riconosciuta dal legislatore ai Comuni sulle maggiori entrate tributarie recuperate dall’accertamento a cui hanno collaborato”.
La quota riconosciuta ai sindaci originariamente era del 30 per cento, nel 2010 è passata al 33 per cento e nel 2011 al 50 per cento. Infine, per gli anni dal 2012 al 2017 è stata elevata al 100 per cento”.
L’INCENTIVO E IL NUMERO DEGLI ACCERTAMENTI
Secondo i dati forniti dalla Cgia “quei pochi municipi che si sono attivati hanno diminuito il numero degli accertamenti sui tributi erariali (Irpef, Irap, Iva, etc.)”.
Il picco massimo nel 2012 con 3.455 accertamenti, nel 2013 sono stati 2.916, nel 2014 il dato è sceso ancora a 2.701 e nel 2015 a 1.970.
“Come si intuisce osservando l’andamento dell’incentivo economico riconosciuto agli enti locali per la loro partecipazione agli accertamenti fiscali — segnala la Cgia — le somme recuperate agli evasori, comunque, sono in deciso aumento”.
I dati: nel 2011 i Comuni hanno ricevuto 2,9 milioni, nel 2012 la somma ha sfiorato gli 11 milioni, nel 2013 ha superato i 17,7 milioni e nel 2014 (ultimo dato disponibile) ha toccato quota 21,7 milioni di euro.
Sono 550 i Comuni a cui viene riconosciuto un contributo economico per la partecipazione all’attività di accertamento ai tributi erariali del 2014. L’elaborazione è stata effettuata sui dati dei ministeri dell’Interno e dell’Economia e delle Finanze.
L’ITALIA A DUE VELOCITà€. ANCHE AL NORD
Eppure c’è una netta differenza tra un’area e l’altra del Paese. Ad aver sfruttato l’opportunità degli incentivi sono stati prevalentemente i sindaci dell’Emilia Romagna (dove nel 2014 per le loro segnalazioni gli enti locali si sono visti riconoscere quasi sei milioni di euro) e della Lombardia (ai cui enti gli accertamenti sui tributi erariali hanno portato somme riconosciute per un importo superiore agli 8 milioni e 600mila euro).
Per quanto riguarda il contributo spettante ai singoli Comuni per la loro partecipazione all’attività di accertamento fiscale e contributiva per l’anno 2014, a ricevere di più è stato il Comune di Milano (oltre 2 milioni di euro), seguito da Torino, Genova e Bergamo (che superano tutti il milione di euro) e da Reggio Emilia (718mila euro).
“Ad eccezione delle amministrazioni presenti nelle Regioni a statuto speciale che non sono incluse in questa elaborazione — spiegano dalla Cgia — tra i Comuni capoluogo di provincia del Sud solo Reggio Calabria, Vibo Valentia, Pescara, Teramo, Salerno, Lecce e Benevento hanno avviato delle segnalazioni agli uomini del fisco”.
Sono rimaste inattive tutte le altre e, “in modo particolare Napoli, Bari, Foggia, Caserta, Taranto, Avellino e Cosenza”.
Ma non sono solo i Comuni del Sud a viaggiare a una velocità diversa rispetto alle due regioni modello. Anche nel Centro-Nord alcuni Comuni sono rimasti al palo. Tra questi Lodi, Sondrio, Biella, Vercelli, Grosseto, Lucca, Pisa, Siena, Belluno, Rovigo e Treviso.
“Ci sono ancora moltissime persone completamente sconosciute al fisco — ha segnalato il segretario della Cgia Renato Mason — che continuano a nascondere quote importanti di valore aggiunto”.
Un problema che non riguarda solo i privati. “Non dimentichiamo, poi, il mancato gettito imputabile alle manovre elusive delle grandi imprese — continua Mason — e alla fuga di alcuni grandi istituti bancari e assicurativi che hanno spostato le sedi fiscali nei Paesi con una marcata fiscalità di vantaggio per pagare meno tasse”.
COSA PREVEDE LA LEGGE
Ma cosa dovrebbero fare i Comuni contro l’evasione fiscale? Cosa prevede la legge? Attraverso il coinvolgimento degli uffici comunali preposti, “i sindaci dei Comuni — ricorda l’associazione — possono dar luogo a un’azione di contrasto all’evasione fiscale trasmettendo all’Agenzia delle Entrate o alla Guardia di finanza delle cosiddette ‘segnalazioni qualificate’ nei confronti di soggetti per i quali sono riscontrati comportamenti evasivi o elusivi”.
Il recupero di una imposta ottenuto in seguito all’accertamento del Fisco avviato su segnalazione dei Comuni, viene trasferito all’Ente che ha avviato tutta l’operazione, mettendo in moto un meccanismo virtuoso.
Sono diversi gli ambiti d’intervento per i quali i Comuni possono dar luogo a delle ‘segnalazioni qualificate”: si va dal commercio alle professioni, fino alle proprietà edilizie e al patrimonio immobiliare, passando attraverso le residenze fittizie all’estero e alla disponibilità di beni che indicano una certa capacità contributiva.
L’ANALISI
Per il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo i conti non tornano. “Con delle realtà come il Molise, la Campania e la Calabria dove, secondo l’Istat, il numero degli edifici costruiti illegalmente nel triennio 2012-2014 è stimato in proporzioni variabili fra il 45 e il 60 per cento di quelli autorizzati — sottolinea — si fa fatica a capire come mai solo 27 sindaci, su un totale di 1.095 amministrazioni comunali presenti in queste tre regioni, abbiano segnalato al fisco situazioni di illegalità ”.
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2016 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIERE LEGHISTA DI SAVIGNONE CHE STIPA 12 MIGRANTI IN DUE PICCOLI APPARTAMENTI DI 40 MQ A 350 EURO L’UNO
Altro che ruspe: quando in ballo ci sono proprietà e interessi, più che la Padania può il guadagno. 
E insomma, chissà cosa ne penserebbe Matteo Salvini, ma l’accoglienza di un gruppo di migranti appena avviata in Valle Scrivia è anche opera di un leghista.
Perchè è della Lega il proprietario di tre dei quattro appartamenti tra Ronco e Valbrevenna affittati e dati in gestione alla cooperativa Liberitutti di Torino.
Proprio per l’accoglienza diffusa di 21 richiedenti asilo, attraverso un progetto che rispondeva all’ultimo bando della Prefettura di Genova.
Aldo Angelo Ameri, classe 1953, ex candidato sindaco per il Carroccio del comune di Valbrevenna (e oggi consigliere comunale di Savignone) di professione funzionario della Regione spiega: “Penso con la mia testa, sono cattolico prima che leghista, e penso che l’accoglienza sia giusta se moderata: perchè i comuni dell’entroterra non possono dare una mano, visto che gli spazi ci sono ?”
Ma per due degli alloggi, quelli di Valbrevenna, il sindaco Michele Brassesco (eletto con una lista civica di centrodestra) ha firmato un’ordinanza di sgombero della palazzina, perchè l’alluvione del settembre 2015 si era portata via le fognature, non sono più state costruite e gli scarichi sono direttamente collegati al fiume,
Con Ameri, che attende di incassare i primi affitti — 350 euro al mese per appartamento — i vicini sono infuriati: «Hanno stipato 12 migranti in due appartamenti di 40 metri ciascuno, lasciandoli con poca assistenza e poco cibo», racconta uno dei 3 condomini «in una palazzina senza fognature, con la puzza che la sera è insostenibile».
«E’ tutto assurdo — protesta il sindaco — Quella fognatura poteva essere ricostruita con le procedure di somma urgenza, fu Ameri a bloccarle per chiedere contributi pubblici, e ora i permessi tra Arpal ed enti vari non sono ancora arrivati».
Il leghista proprietario delle case ribatte che «quell’ordinanza di sgombero è illegittima. E comunque è arrivata 20 giorni dopo che ho affittato gli alloggi, e la Prefettura aveva dato l’ok. Per altro molti edifici nella valle scaricano nel fiume”
La battaglia continua.
«Come sono arrivato ad affittare ai migranti? — spiega Ameri — Da due anni provavo ad affittare ma nulla. Quando mi è arrivata la proposta ho accettato.. E anzi, ho altre case in paese, se mi fanno arrabbiare affitto anche quelle…».
Ultima chicca finale: il consigliere regionale di Fdi, Matteo Rosso, a processo per peculato, noto amico della Lega, aveva pure denunciato le “pessime condizioni igienico-sanitarie di quegli immobili».
Poveretto, non lo avevano avvisato su chi era proprietario dell’immobile: una delle tante brutte figure in questa vicenda.
(da “la Repubblica”)
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Settembre 10th, 2016 Riccardo Fucile
PD 32,1%, M5S 28,8%, FORZA ITALIA 11%, LEGA 10.2%, SIN. ITAL. 5,7%, FDI 4,5%, NCD 3,8%
La vicenda di Roma non accenna a risolversi. Tanto più (o meno) a normalizzarsi.
Un anno dopo le dimissioni – forzate – di Ignazio Marino le tensioni politiche restano alte, ma ora coinvolgono la nuova sindaca, Virginia Raggi, e il suo partito. Il M5S. Alla faticosa ricerca, non ancora conclusa, di costruire una Giunta, affidabile e “specchiata”.
Il sondaggio dell’Atlante Politico di Demos di oggi mostra come le polemiche “romane” abbiano indebolito il consenso verso il M5S e rafforzato il Pd di Renzi. Ma non in modo eccessivo.
Anche perchè, nel frattempo, cresce l’attenzione – e l’incertezza – intorno al referendum del prossimo autunno.
Vediamo queste tendenze in modo più analitico. Partendo dagli orientamenti politici. Che, rispetto a giugno, mostrano un calo di alcuni punti del M5S.
Nel voto proporzionale, infatti, il M5S scenderebbe di 3-4 punti, fermandosi al 28,8%. Superato dal Pd, che risalirebbe al 32,1%.
Così le posizioni, dopo la pausa estiva, appaiono rovesciate e simmetriche. Lo stesso avverrebbe nell’ipotesi di ballottaggio. Dove, però, il confronto risulta apertissimo. Vista la distanza davvero limitata fra i due partiti. 52 PD a 48 M5S
La crisi romana del M5S, peraltro, favorisce una ripresa, per quanto limitata, dei consensi al governo, al PDR (Partito di Renzi) e al premier.
Il sostegno per l’azione del governo, infatti, resta elevato e, comunque, stabile.
Il 43%: praticamente inalterato rispetto a un anno fa. Mentre, in base alla fiducia personale nei leader, Renzi si colloca in testa alla graduatoria, con il 44%
Queste tendenze, comunque, non segnano una svolta netta. Un cambiamento del clima d’opinione. Anche se, fra gli elettori, crescono i dubbi sulla capacità del M5S di governare. Non solo il Paese ma anche le città .
Secondo partito, nel voto proporzionale. Tutti gli altri lontanissimi. Fuori gioco.
Forza Italia cala leggermente ma resta il terzo partito con l’11%.
Tracolla la Lega di Salvini che precipita al 10,2% (-1,6%), ormai a rischio segreteria.
Seguono Sinistra Italiana al 5,7%, Fdi al 4,5% e Ncd al 3,8%.
In caso di ballottaggio con il Centrodestra, il M5S non avrebbe problemi.
Così restano in due, PDR e M5S, a contendersi il primato. Governo e contro-governo. Leader e anti-leader. Politica e anti-politica. Che, tuttavia, in questa fase appare una “retorica” politica – di successo.
Se valutiamo la graduatoria della fiducia verso i leader, questa situazione si precisa, in modo evidente.
Dietro al premier, unico a superare il 40%, sono in molti a collocarsi oltre la soglia del 30%. Dentro e fuori il Pd.
Fra i leader del M5S, Di Maio è preferito a Di Battista. Ma di poco: 38% a 35%. Entrambi, però, sono superati da Virginia Raggi. La sindaca di Roma.
Il rumore mediatico e le polemiche intorno a lei, dunque, sembrano favorirla. Le offrono visibilità e, paradossalmente, legittimazione. Presso l’opinione pubblica, infatti, più che un amministratore inadeguato, la Raggi appare il bersaglio di guerre politiche interne ed esterne al M5S. Pardon: al partito. P5S.
Fra i leader degli altri partiti, Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono superati da Pierluigi Bersani. Riferimento dell’opposizione interna. Dunque, “dentro” al Pd. Perchè l’ipotesi di una lista a sinistra del Pd raccoglie consensi molto limitati. E non piace neppure ai simpatizzanti di Bersani.
I problemi, per il premier, provengono, semmai, dal referendum sulla riforma costituzionale. Collocato tra fine novembre e inizio dicembre.
L’esito di questa scadenza, infatti, appare incerto.
Il Sì, oggi, prevarrebbe di pochi punti. E anche se Renzi sta cercando di ridimensionarne la connotazione “personale”, la maggioranza degli elettori continua a percepirlo come una verifica politica diretta. Su di lui e il suo governo.
Peraltro, e per contro, il fronte del No non dispone di figure in grado di imprimere una spinta propulsiva determinante.
Semmai, è vero il contrario. Massimo D’Alema, in particolare, che ha formato un “Comitato Nazionale per il No”, ottiene un livello di consensi molto limitato: 24%. (Non solo a causa del referendum probabilmente.)
Meno di Silvio Berlusconi e Stefano Parisi. Il fondatore di Forza Italia e il suo erede. In fondo alla graduatoria dei leader. A conferma del declino forzista.
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2016 Riccardo Fucile
RETTIGHIERI FATTO FUORI PERCHE’ AVEVA POSTO UN FRENO ALLO STRAPOTERE SINDACALE E “STRANAMENTE” IL 70% DEGLI AUTISTI HA VOTATO M5S….TPL SCARL, IL CONSORZIO CON RAMIFICAZIONI A DESTRA
Dei 1200 autobus in strada in questi giorni a Roma, in un solo giorno trecento sono rientrati nei
depositi, e 474 hanno segnalato guasti tali da metterli ko, le code alle fermate sono lunghe, i turni e le corse sempre meno, e lunedì ricominciano le scuole. Dopo i rifiuti Roma sta per vivere il collasso del suo trasporto locale. È un collasso pilotato?
Di certo non si controlla Roma se non si mettono le mani su Ama e Atac.
Con il management Atac ormai in uscita (domani), emergono dal numero 45 di via Prenestina storie da prima repubblica.
Marco Rettighieri, il direttore generale chiamato dal commissario Tronca, se ne sta andando dopo aver raccontato di una lettera (e telefonata) dell’assessore ai trasporti Linda Meleo per scongiurare lo spostamento di un dipendente insoddisfacente, direttore della Roma-Viterbo, poi risultato militante del M5S: una «pesante ingerenza».
Ma dietro si nasconde la partita di potere che stanno giocando il M5S e Raggi: tutto il nuovo assetto e le strategie dell’azienda, iniziate nella stagione di Tronca, sono sotto assedio.
Nel M5S si è prodotta la convinzione che quel management lavorasse per favorire la colonizzazione di Atac da parte di Ferrovie dello stato (che al massimo potrebbero in realtà essere interessate alla rete, non al servizio); ma soprattutto, nel giro del Movimento sono convinti che Rettighieri lavorasse per indebolire i gruppi di potere sindacale interni, veri pacchetti di voti che hanno fatto volare la Raggi in Atac.
«Dei dodicimila dipendenti dell’azienda, quasi il 70 per cento ha votato M5S. E ora si fanno valere, con sindacati di vario genere», e modalità anche fisicamente aggressive, ci dice una fonte sindacale importante.
È attestata davanti a testimoni anche un’altra pressione: arrivata stavolta dall’ufficio della segreteria del sindaco, per condizionare alcune scelte decisive in incarichi direttivi.
Alla giunta M5S non basta far fuori Rettighieri, che stava cercando di scardinare lo strapotere di dieci sigle sindacali (a partire dalla Cisl, per finire alla neonata “Cambiamento”, ultimo sindacato che ha chiesto il riconoscimento e simpatizza apertamente col Movimento cinque stelle).
C’è un piano della Raggi? Stiamo ai documenti. Esistono atti della giunta che producono un indebolimento oggettivo di Atac, e creano un vantaggio per il competitori, il Consorzio Roma Tpl scarl?
Mentre ad Atac vengono ancora negati i 18 milioni promessi, il Comune, con due dei primi (e dei pochi) atti fino a oggi prodotti – le determinazioni dirigenziali n. 585 e 579 del 27 luglio, di cui La Stampa è in possesso – ha scelto di anticipare il trimestre del servizio con cui vengono corrisposti a Roma Tpl Scarl 40 milioni più 15: in tutto, 55 milioni.
Si tratta di un’irritualità totale: di solito il comune paga mese per mese, dopo che il mese precedente è stato certificato.
Mentre qui addirittura anticipa due mesi ai rivali di Atac, negando contemporaneamente (ad oggi) denari promessi ad Atac.
In più sottrae corse (turni) ad Atac, il dieci per cento del totale giornaliero, andando nella direzione opposta a quello che era avvenuto con Tronca.
Ma gli assessori Linda Meleo e Enrico Stefà no non vogliono che quell’azienda sia in mano a dei grand commis incontrollabili.
Per questo la Raggi comincia a puntare su Roma Tpl, un Consorzio in cui Antonio Pompili è presidente, Giuseppe Vinella amministratore delegato, Marco Cialone direttore generale.
Con tante ramificazioni tra tradizionale mondo degli affari romani e studi di avvocati della destra o del centro cattolico romano.
Basta a capirlo una vicenda interessante: il Comune, dall’aprile scorso, viene pignorato da Menarini (l’azienda che fabbrica autobus) perchè Roma Tpl non avrebbe pagato i fornitori (Menarini, appunto) per una cifra di poco superiore ai 18 milioni di euro.
Menarini che, in un intreccio delle parti, è difesa da Cesare San Mauro, avvocato di casa al circolo Aniene, cattolico, stimato nel mondo degli studi di Roma nord.
Il Movimento francescano sta puntando su un’azienda in un contenzioso non piccolo, mentre Atac è al palo, e i cittadini sono in coda.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Settembre 10th, 2016 Riccardo Fucile
EFFETTO RAGGI, TERZO ADDIO ALLA MUNICIPALIZZATA
Francesca Rango, dirigente capo del personale di Atac, sarebbe pronta a lasciare l’incarico.
Avvocato, Rango lavora per Trenitalia fino al primo febbraio 2016, quando viene chiamata negli uffici di via Prenestina dall’ex commissario straordinario della Capitale, Francesco Paolo Tronca, per ricoprire l’importante ruolo di responsabile delle Risorse Umane.
La sua eventuale uscita non dipenderebbe da questioni di natura economica, ma dal venir meno dei presupposti di riferimento presenti al momento dell’assunzione dell’incarico.
L’addio di Rango all’Atac sarebbe il terzo dopo quello dell’ex direttore generale Marco Rettighieri e dell’ex amministratore unico Armando Brandolese. I due hanno rassegnato le dimissioni il 1 settembre, giovedì nero per la giunta Raggi che lo stesso giorno ha dovuto incassare anche l’uscita di scena dell’assessore al bilancio Marcello Minenna, del capo di gabinetto del sindaco Carla Romana Raineri e di Alessandro Solidoro, amministratore unico di Ama, arrivato da neanche un mese alla guida della municipalizzata dei rifiuti.
La sindaca Virginia Raggi è ancora alla ricerca del nuovo assessore al bilancio, dopo lo stop voluto dal direttorio grillino alla candidatura di Raffaele De Dominicis, ex procuratore generale della Corte dei Conti, indagato dalla procura di Roma per abuso di ufficio.
L’assessore al commercio Adriano Meloni ha riferito oggi che ci sono più di 14 possibili candidati per il posto vacante, parole che non hanno comunque placato le polemiche.
La ricerca, intanto, sta creando ironiche reazioni sul web: sui social è diventata virale una finta chat in inglese in cui Virginia Raggi propone all’utente di turno di diventare Assessore al Bilancio.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 10th, 2016 Riccardo Fucile
DI MAIO SPACCA IL DIRETTORIO: INSOFFERENTI PER IL SUO PROTAGONISMO
Il no alle Olimpiadi, per ora, lo piazza Beppe Grillo sul suo blog. Chiaro e tondo. In attesa che Virginia
Raggi faccia lo stesso, come pattuito nelle frenetiche ore di giovedì, quando la sindaca è stata raggiunta dall’ultimatum dei vertici pentastellati innervositi dal suo temporeggiare: «Devi dire no entro 48 ore».
Detto fatto, ma a metà , cioè attraverso la formula delle indiscrezioni del Campidoglio, per rispettare l’accordo con il presidente del Coni Giovanni Malagò di attendere la fine delle Paraolimpiadi.
A quel punto Raggi si presenterà in conferenza stampa, in un impianto sportivo di periferia, scelta teatrale per motivare in uno spazio impoverito della città il no al grande evento di Roma 2024.
Restano una decina di giorni che nonostante tutto fanno sperare il Coni, anche perchè per cestinare la candidatura serve una delibera di revoca di quella targata Ignazio Marino.
Malagò non ritiene chiusa la faccenda e vuole sentirsi dire in faccia, nell’incontro fissato con Raggi, che dei Giochi Roma ne farà a meno.
Casaleggio infuriato
Al di là di tutto, l’accelerazione della sindaca ha ragioni squisitamente domestiche, dovendo lei offrire qualcosa a Grillo per siglare una parvenza di tregua e trovare, allo stesso tempo, argomenti di resistenza sui fedelissimi Salvatore Romeo e Raffaele Marra, spostato ufficialmente alla direzione Risorse umane.
Uno sgarbo ulteriore per la fronda più arrabbiata del M5S rappresentata nel direttorio da Carla Ruocco, Roberto Fico e Carlo Sibilia che avevano chiesto l’allontanamento del funzionario e spingono per la rottura con la sindaca dopo i disastrosi ultimi dieci giorni.
La sceneggiatura imbottita di colpi di scena non si è risparmiata neanche l’assessore al Bilancio per 24 ore: l’ex procuratore della Corte dei Conti silurato perchè indagato.
Uno status che per Raffaele De Dominicis cozza con i requisiti pentastellati, mentre è legittimo per Paola Muraro, la prima assessora indagata.
Una contraddizione giunta fino a Milano, alla Casaleggio, passando per Bologna dove ha parlato Max Bugani. Il capogruppo M5S al Comune non è un grillino qualsiasi.
Appartiene alla flotta originaria del Movimento, ed è il braccio destro di Casaleggio Jr con cui condivide la guida dell’Associazione Rousseau.
Bugani non ci gira troppo intorno e la sua lettura del caos della Capitale offerto all’agenzia Dire suona come una sentenza: «Non stiamo dando una grande immagine. Se io avessi visto il sindaco di Bologna Virginio Merola togliere deleghe e nomine a dieci o dodici persone nel giro di 40 giorni, sarei molto preoccupato per la mia città ». Raggi è avvisata, e poco importa che dal Campidoglio si affrettino a far sapere che c’è già una lista di 14 candidati per il posto al Bilancio: il tempo per lei sta scadendo. Toglierle il simbolo è un’opzione sempre attuale, nonostante le perplessità di Grillo che ieri ha dovuto nuovamente ribadire la fragile «fiducia in Virginia».
Casaleggio jr è meno clemente, convinto che il danno di immagine comprometta tutto il M5S.
È quello che sostengono anche Roberta Lombardi, Paola Taverna e nel direttorio Ruocco e Fico ormai in ostilità dichiarata verso Luigi Di Maio.
Il futuro del direttorio
Il deputato deve faticare per riprendersi quella leadership che l’affaire della mail e degli sms sul caso Muraro hanno messo in discussione.
Innanzitutto, all’interno dello stesso organo di governo grillino diviso dall’insofferenza per il verticismo isolato di Di Maio.
Malumori crescenti che con molta probabilità porteranno a un allargamento del direttorio come chiesto dai senatori che non si sentono rappresentati tra i cinque che guidano il M5S .
Nella speranza di riportare un po’ di serenità , ieri Di Maio è tornato in piazza, dove si è difeso e ha contrattaccato, prima di dare ai cronisti una risposta che segna una progressiva presa di distanze dalla sindaca: «Io mi sono scusato perchè ho sottovalutato la mail. A Roma c’è un sindaco, chiedete a lei se deve scusarsi, io ho risposto per me».
Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)
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Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
“MEGAWATT, ENERGIE PER L’ITALIA” E’ UNA SORTA DI LEOPOLDA CHE SI TERRA’ A MILANO IL 16 E 17 SETTEMBRE… TRA ASSENZE, PRESENZE E BOICOTTAGGI
Episodio 1.
In settimana un retroscena su Libero ha raccontato che Berlusconi, tramite Sestino Giacomoni, avrebbe telefonato ai big azzurri per invitarli a non andare alla convention di Stefano Parisi in programma il 16 e 17 settembre a Milano il cui titolo è “Megawatt, energie per l’Italia”.
Motivo: preservare l’immagine nuovista del manager, che verrebbe offuscata se di fianco si trovasse Gasparri, Brunetta, Romani & C.
Sentite cosa risponde Maurizio Gasparri: “Ah ah… io non ho ricevuto nessuna telefonata. E comunque se a qualcuno venisse in mente di alzare il telefono per tenere alla larga certe persone da Parisi, dovrebbe chiamare quelli che gli vanno dietro. Non faccio nomi per carità di patria, ma sono tutte seconde e terze file del partito. Averli come ospiti alla convention equivarrebbe a un flop. Io fossi Parisi li terrei lontani…”.
Episodio 2.
Mercoledì, nel redivivo Mattinale, creatura che gli era stata sottratta e che ora è tornata saldamente nelle sue mani, Renato Brunetta inaugurava una rubrica, “Quid & Megawatt”, con evidente relazione tra il quid (quello che secondo Berlusconi non aveva Alfano) in relazione all’ex candidato milanese.
Il sottotesto brunettiano è che, naturalmente, pure a Parisi manca il quid.
La perfida rubrichetta, però, il giorno dopo sparisce. Ordine di Silvio? Ah saperlo, direbbe Dagospia.
Episodio 3.
Oggi Vittorio Feltri spara un titolo di apertura di Libero che recita: “La rivolta dei falliti”.
E i falliti in questione sono proprio quelli che si oppongono a Parisi e l’hanno tenuto nel mirino per tutta l’estate.
“Chi osteggia Parisi imputandogli di aver ricevuto il battesimo dal Cavaliere è come il bue che dice cornuto all’asino (…) è in atto una rivolta dei falliti, politici di risulta che dopo aver ammazzato il partito tentano pure di sotterrarlo: vadano a nascondersi prima di essere rottamati”. Il direttore di Libero non usa il fioretto.
Tre scene illuminanti per capire il clima da lunghi coltelli che in questi giorni sta agitando Forza Italia in vista dell’appuntamento del prossimo week end, quando a Milano
“Mister Chili” (la sua società di video on demand) radunerà politici e società civile intorno al suo progetto di rilancio di Forza Italia e del centrodestra.
Parisi è stato cannoneggiato per tutta l’estate, ma è proprio adesso che il fuoco di fila contro di lui si sta facendo più intenso.
Insomma, la vecchia guardia del partito gli fa la guerra e sono in tanti a sperare che la sua iniziativa si tramuti in un flop.
Giocando di sponda con Matteo Salvini, anch’egli abile e arruolato tra i detrattori di Parisi, che il capo leghista teme come competitor nella corsa alla leadership della coalizione.
Nel frattempo tutti negano le presunte telefonate giunte da Villa La Certosa.
“Non mi ha chiamato nessuno, ma del resto non ce n’è bisogno. Non ho alcuna intenzione di andare alla convention parisiana. Quella è un’iniziativa fuori da Forza Italia e noi non c’entriamo nulla”, risponde Paolo Romani.
“Nessuna telefonata”, taglia corto Renato Brunetta.
“Anche il mio telefono non ha squillato”, dice Altero Matteoli, che sottolinea: “Non andrò a Milano perchè non capisco cosa vuole fare Parisi. Forza Italia ha una classe dirigente in grado di rilanciare il partito da sola, non c’è bisogno di un papa straniero. Se poi Parisi vuole essere aggiuntivo… Ma non venga a farci la lezione”.
E sul presunto nuovismo di Parisi che Berlusconi vorrebbe preservare, Giovanni Toti è addirittura irridente: “Quando lui era direttore generale di Confindustria io andavo ancora al liceo”.
Personaggi di peso, tutti contro il manager, cui vanno aggiunti Daniela Santanchè, il neo riacquisto Renato Schifani e Laura Ravetto.
Poi ci sono altri due tronconi: chi sta in attesa in maniera assai diplomatica, come Maria Stella Gelmini, Mara Carfagna e Deborah Bergamini, e coloro che, chi più e chi meno, si stanno posizionando dalla parte dell’ex ad di Fastweb.
Tra questi Antonio Tajani (che oggi ospita Parisi nella sua convention di Fiuggi), la deputata Elena Centemero, Stefania Prestigiacomo (“Stefano è l’uomo giusto. E poi c’è Silvio”, dice in un’intervista), Anna Maria Bernini, Renata Polverini, Lara Comi, Gregorio Fontana e Francesco Giro.
Tutti loro, o quasi, saranno a Milano. “Mi sorprenderebbe assai vedere a Megawatt alcuni di quelli che hanno cannoneggiato Parisi tutta l’estate. A Milano ci saranno quelli che stanno dalla sua parte, ma senza eccessi: resteremo nelle retrovie. Protagonista dovrà essere la società civile”, osserva Giro.
Che non ha dubbi sulla posizione di Berlusconi, che proprio questa settimana ha visto Parisi spronandolo ad andare avanti: “Il Cav sta con lui”.
Anche se poi Berlusconi, cui Parisi ha appena presentato un dossier sulla situazione economica del partito, si sa com’è fatto: da una parte rinnova la fiducia al manager, dall’altro rassicura la vecchia guarda dicendo che “Parisi si muove in maniera autonoma”.
Sta di fatto che, telefonate o meno, il leader di Fi ha dato la sua benedizione al manager e a Milano non vuole vedere vecchie facce.
“Meno politici ci sono e meglio è. Deve emergere il nuovo e la società civile che si sta coagulando intorno a Stefano”, conferma Antonio Tajani.
Ma dell’input berlusconiano viene data anche un’altra lettura: l’ex Cav a Milano non vorrebbe vedere nemmeno i forzisti pro Parisi, perchè questo sancirebbe ufficialmente la nascita di una corrente parisiana nel partito azzurro.
Cosa che però, a scorrere gli eventi delle ultime settimane, è già nei fatti.
“In Forza Italia è in atto una guerra tra le cariatidi che si fingono berlusconiane e Parisi”, scrive Vittorio Feltri sempre nell’editoriale di oggi, articolo che è andato di traverso a tutta la vecchia guardia del partito.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
“I PEGGIORI NEMICI DEL M5S SONO DENTRO AL MOVIMENTO”
“Oggi i peggiori nemici del M5S sono nel M5S e non e’ la stampa che ha esagerato o gli avversari
politici che sull’affaire capitolino ci hanno marciato”.
Lo scrive su Facebook Roberto Saviano, spiegando di aver “osservato con attenzione quanto è accaduto a Roma nelle ultime settimane”, e che le vicende legate alla giunta Raggi lo hanno portato “a fare alcune riflessioni”
Mi domando spesso, dice, “se in questo Paese sia realmente possibile entrare nel dibattito politico senza ricevere in risposta l’urlo da stadio. E allora si scende in campo e si tifa per una parte politica: se critichi Renzi sei dei 5Stelle, se critichi De Magistris sei renziano e cosi via”.
“Mi domando spesso – prosegue – perchè in questo Paese non posso dire, liberamente, senza essere additato come sostenitore dei poteri forti, che la responsabilità che ha il M5S è quella di aver spinto nel precipizio più profondo anche l’ultima briciola di fiducia che gli italiani ancora, gelosamente, conservavano nella politica. In quella politica che aveva tradito e rubato, insozzato e corrotto, ma che pure era ed è popolata da una folta schiera di onesti che non fanno notizia, che amministrano realtà difficili senza che nessuno si occupi di loro”.
Per Saviano “la politica è prima di tutto patto di fiducia, non solo con il movimento o il partito, ma con il progetto e poi con la persona. Pensare che tutti siano intercambiabili e sostituibili mi restituisce il senso di una società che dovrebbe rattristarci. ‘Uno vale uno’ significa che nessuno di noi deve avere un ego potenziato, ma ‘uno vale uno’ spesso viene frainteso come ‘se non mi vai bene tu, avanti un altro’. È questo il tenore dei commenti che leggo: ‘Se Raggi non ci piace, poco importa, avanti il prossimo cittadino’. E poi ancora un altro. Questa non e’ democrazia, e’ confusione”.
“Ok: Saviano attacca il Movimento! Saviano è renziano! Saviano è con i poteri forti!”, sottolinea lo scrittore che poi attacca: “Mettetela come vi pare, il punto è che per governare bisogna scendere a compromessi e il modo peggiore di condividere con i cittadini delle scelte che sanno di compromesso e’ attraverso mail private o messaggi telefonici fatti trapelare senza che ci fosse alcun accordo. Questa e’ la negazione della trasparenza e pone un problema enorme tutto interno al Movimento”.
“Sarò fuori tempo – continua Saviano-, ma continuo a pensare che la politica sia altro e che non basta essere novità per essere realmente diversi”.
“Sarò fuori contesto – dice ancora -, ma continuo a pensare che per fare politica ci vogliano competenze (meglio ladro e corrotto o a digiuno di competenze ma onesto? Ma davvero credete che si debba per forza scegliere tra queste due categorie astratte? Chi ci ha fatto il lavaggio del cervello e convinto che non esistano politici per bene e competenti?)”.
“Continuo a credere che la politica sia una professione che richiede competenze specifiche e che non lascia spazio a improvvisazioni. Questo vale per il M5S, per gli altri partiti e per il Governo (basta vedere le continue boutade di Lorenzin e i continui ‘non sapevo’ di Alfano per capire che nessuno può tirarsi fuori e nessuno può puntare il dito). Se non la pensassi cosi’, sarei sceso in campo anch’io”, conclude.
(da “Huffingtonpost”)
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