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COMICHE ROMANE, DE DOMINICIS: “MI DIFENDE LO STUDIO SAMMARCO”. CHE ORA REPLICA: “MAI AVUTO RAPPORTI CON LUI”

Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile

MA NON ERA STATO SAMMARCO (NEL CUI STUDIO LA RAGGI AVEVA FATTO PRATICA) A CHIEDERGLI DI FARE L’ASSESSORE? E ORA NON LO CONOSCE?

Dice di non sapere nulla di un fascicolo aperto a suo carico, motivazione con la quale la giunta Raggi ha revocato la sua nomina ad assessore al
Con la stessa naturalezza con cui aveva raccontato di aver accettato il ruolo che era stato di Marcello Minenna perchè “un amico, l’avvocato Sammarco, mi ha chiesto la disponibilità “.
Si intrecciano ancora una volta le strade di Raffaele De Dominicis, ex procuratore generale della Corte dei Conti del Lazio e responsabile del Bilancio del comune di Roma per neanche 24 ore, e dello studio legale presso il quale il sindaco del M5S mosse i primi passi nella professione forense.
“Non ho mai ricevuto alcun avviso di garanzia — assicura De Dominicis in un’intervista a La Repubblica — e sono pronto a denunciare chiunque dirà  o scriverà  che c’è un fascicolo a mio carico”.
Ma chi la difende? L’avvocato Sammarco?, domanda il giornalista. “No, è un ragazzetto di quello studio”, la risposta.
Ma dallo studio a metà  mattinata arriva una secca smentita: “In riferimento all’articolo pubblicato oggi sul quotidiano La Repubblica — si legge in una nota affidata alle agenzie dall’avvocato Pieremilio Sammarco — mi preme sottolineare che il sottoscritto non conosce nè ha avuto rapporti di tipo personale e professionale con il dottor Raffaele De Dominicis”.
“Il dottor De Dominicis non è e non è mai stato cliente presso lo studio di cui sono titolare nè è o è mai stato cliente presso lo studio di mio fratello Alessandro, penalista — aggiunge il legale — Ribadisco il concetto per non dare adito ad ulteriori illazioni o strumentalizzazioni: nè io nè mio fratello abbiamo mai avuto rapporti con il dottor De Dominicis”.
I Sammarco dicono di non avere come cliente e di non conoscere De Dominicis, dunque.
Eppure l’ex magistrato contabile il 4 settembre aveva raccontato di aver accettato la nomina nella giunta Raggi perchè “un amico, l’avvocato Sammarco, mi ha chiesto la disponibilità  e io ho ritenuto di dovermi mettere a disposizione”.
Quella volta i Sammarco non smentirono, ma si limitarono a precisare: “Io non faccio scouting — puntualizzava Pieremilio — nè selezione delle persone; se mi viene chiesto un consiglio, in via confidenziale, come si potrebbe fare con un medico o un avvocato a cui affidarsi, posso dire la mia (…). Sui miei rapporti con De Dominicis, posso dire che, in ragione del prestigioso ufficio ricoperto, è persona nota nell’ambiente giudiziario cui appartengo”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A DE DOMINICIS: “CINQUESTELLE? QUATTRO RAGAZZETTI IGNORANTI”

Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile

IL MAGISTRATO CHIAMATO COME ASSESSORE AL BILANCIO E CACCIATO DOPO TRE GIORNI: “PIGNATONE AVEVA GIA’ ARCHIVIATO, IL GIP HA CHIESTO ULTERIORI ACCERTAMENTI, NE USCIRO’ A TESTA ALTA E ORA QUERELO ANCHE GASPARRI”

«Sono quattro ragazzetti che non hanno finito nemmeno gli studi».
Liquida così, Raffaele De Dominicis, i membri del direttorio che hanno imposto al sindaco Virginia Raggi le sue dimissioni da assessore al Bilancio del Comune di Roma.
Una nomina bruciata nell’arco di soli tre giorni. I vertici del Movimento 5 Stelle, infatti, hanno scoperto che l’ex procuratore regionale della Corte dei conti del Lazio risulta indagato per abuso d’ufficio dalla Procura di Roma.
La Raggi l’ha contattato per dirle che non sarà  più uno dei suoi assessori?
«Non ancora».
È stato il direttorio a volerlo?
«Sono quattro ragazzacci. Quattro ragazzini che credono di potersi sovrapporre ai codici e alla morale. Non mi interessa il Movimento. Io sono un uomo libero. Ho il pallino dello studio e amo Roma, per questo sono stato chiamato a fare l’assessore. Non l’ho fatto certo per il Movimento, col quale non c’entro nulla».
Cosa mi dice del procedimento penale che la riguarda
«Sono vittima di un complotto, un’ingiustizia gravissima e senza precedenti. I miei nemici hanno raggiunto il loro obiettivo. Ma non l’avranno vinta, mi difenderò attaccando».
La sua iscrizione nel registro degli indagati però è un dato di fatto
«Un mio ex collega della Corte dei conti mi ha contestato un atto su cui non era d’accordo. Io non ero d’accordo con lui a presentare appello su una sentenza di assoluzione di primo grado e mi ha denunciato alla Procura penale. Ma so che Pignatone l’aveva archiviato».
In realtà  il giudice delle indagini preliminari ha chiesto ulteriori accertamenti e ha disposto l’iscrizione come atto dovuto.
«Denuncerò chi ha diffuso questa voce per violazione del segreto istruttorio. Tra l’altro il collega che mi ha accusato si è anche auto calunniato».
Si parla anche di un’altra denuncia, per «comportamenti non idonei» sul luogo di lavoro?
«Sono tutte calunnie. Nella mia condotta non c’è nulla che possa essere incompatibile con l’etica pubblica».
Ha ricevuto un avviso di garanzia?
«Assolutamente no».
Cosa pensa della Raggi
«Mi sento preso in giro. Quello non è un partito. Non tornerei a fare l’assessore nemmeno se la Raggi me lo richiedesse in ginocchio. A questo punto ognuno a casa sua».
Il senatore Maurizio Gasparri definisce la sua una nomina fatta “col cappuccio” dalla Raggi, evocando uno scenario massonico che vede legato il sindaco allo studio Sammarco
«Sono tutte fesserie. Mi ha scelto perchè ho delle competenze tecniche sulla materia finanziaria. Querelerò anche Gasparri».
Chi la difende nel procedimento che la vede indagato?
«Un giovane avvocato dello studio Sammarco».

Valeria Di Corrado
(da “il Tempo”)

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CONDANNA PER FRODE E RICICLAGGIO AI VERTICI DELLA MENARINI. CONFISCATO UN MILIARDO IN CONTI ESTERI

Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile

CONDANNATI A 10 ANNI E 6 MESI LA PRESIDENTE DEL PIU’ GROSSO GRUPPO FARMACEUTICO ITALIANO, A 7 ANNI E MEZZO IL FRATELLO

Condannati i vertici della casa farmaceutica Menarini. La presidente Lucia Aleotti condannata a 10 anni e sei mesi per riciclaggio da frode fiscale, 7 anni e mezzo al fratello, Giovanni Aleotti, vipresidente, per gli stessi reati. Lucia Aleotti è stata condannata anche per corruzione.
Ordinata la confisca per un miliardo di euro nei conti all’estero della famiglia. E’ caduta invece l’accusa di truffa.
La più grande casa farmaceutica italiana, la Menarini di Firenze, era infatti accusata di essere diventata tale perpetrando per quasi trent’anni, dal 1984 al 2010, una colossale frode ai danni del sistema sanitario nazionale.
Usando società  estere fittizie per l’acquisto dei principi attivi dei farmaci, ne avrebbe aumentato il prezzo finale grazie a una serie di false fatturazioni. Lo Stato, rimborsando medicinali con prezzi gonfiati, ci avrebbe rimesso 860 milioni di euro. La famiglia Aleotti, proprietaria della Menarini, ci avrebbe guadagnato oltre mezzo miliardo di euro: quei soldi sarebbero stati riciclati all’estero insieme con altri proventi illeciti accumulati grazie alla corruzione e a numerosi reati di frode fiscale, per un totale di circa 1.2 miliardi di euro.
Assolti tutti gli altri imputati compreso la madre dei due fratelli, Massimiliana Landini. Gli altri imputati assolti sono Giovanni Cresci, Licia Proietti e Sandro Casini. Per alcuni capi di imputazione – tra cui la truffa – anche i due fratelli Aleotti sono stati comunque assolti
La tesi della procura di Firenze è stata di fatto accolta stasera dal Tribunale del capoluogo toscano, presidente di giuria il giudice Francesco Gratteri, che dopo un processo durato due anni ha condannato in primo grado i vertici dell’azienda che erano stati accusati a vario titolo di riciclaggio, reimpiego (il secondo ‘lavaggio’ di denaro sporco), evasione fiscale e corruzione.
Tra loro non c’è quello che gli inquirenti hanno considerato ‘l’architetto’ della truffa colossale, l’ex patron Alberto Aleotti, deceduto due anni fa
Al processo si erano costituite parti civili il Ministero della Salute, sei Regioni e oltre 100 Asl.
Ad esempio l’avvocato Francesco Bevacqua, legale rappresentante della Regione Toscana e delle sue tre maxi aziende sanitarie universitarie (Careggi a Firenze, Cisanello a Pisa e Le Scotte a Siena, oltre all’ospedale pediatrico Meyer) aveva chiesto nel corso della sua arringa, un maxi risarcimento da 87 milioni di euro, di cui 57 per danni patrimoniali e 30 per danno d’immagine.
Non essendo però stata provata la truffa – i giudici hanno assolto gli Aleotti da quest’accusa con la formula della ‘vecchia’ insufficienza di prove – non ci saranno risarcimenti.
Ci sarà  invece, e cospicuo (100.000 euro) per la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Secondo l’accusa dei pm Ettore Squillace Greco, Luca Turco e Giuseppina Mione della procura, grazie a società  off-shore interposte e complesse triangolazioni la Menarini avrebbe quindi sovrafatturato per 26 anni il costo dei principi attivi comprati dalle multinazionali produttrici.
Poi – ha spiegato nel corso della sua requisitoria il pm Ettore Squillace Greco (ora procuratore capo a Livorno) — “corrompendo le persone che costituivano gli organi amministrativi deputati alla determinazione del prezzo dei farmaci”, il defunto patron Alberto Aleotti “otteneva prezzi vantaggiosi anche per i prodotti delle altre multinazionali”.
Secondo l’altro pm che si è occupato del caso, il sostituto procuratore Luca Turco, “Aleotti è stato molto intelligente e abile, un’abilità  e un’intelligenza criminali”. Parlando dei reati-presupposto del riciclaggio – e cioè la enorme truffa sui farmaci da cui sono stati assolti per insufficienza di prove, la corruzione e la frode fiscale (realizzata tramite quattro professionisti svizzeri che hanno patteggiato in udienza preliminare) Turco ha infatti ricordato che Aleotti fu incastrato negli anni di Mani Pulite dall’inchiesta napoletana sulla Farmatruffa: l’ex patron “pagò Poggiolini e gli altri funzionari che determinavano il prezzo dei farmaci, che così non guardavano nemmeno le carte”.
E “anche se la Menarini era al loro confronto un moscerino, le grandi multinazionali avevano interesse a fare accordi con Aleotti, perchè lui riusciva a ottenere per i farmaci, su questo mercato, prezzi nettamente più alti rispetto a quelli che sarebbero riusciti a spuntare loro”.
Aleotti patteggiò nel 1997 il reato di corruzione e versò un risarcimento allo Stato di circa 3 miliardi di lire, pari a circa un milione e mezzo di euro.
“Così facendo riuscì a nascondere la truffa colossale che stava perpetrando proprio in quegli anni e che gli ha fruttato una provvista occulta di un miliardo e 200 milioni di euro”.
All’origine dell’inchiesta sul riciclaggio dei fondi neri Menarini, c’è un conto segreto in Liechtenstein di 476 milioni di euro di cui nel 2008 erano titolari presso la Banca Lgt del Principato del Liechtenstein il patriarca Alberto Aleotti, morto il 7 maggio 2014, sua moglie Massimiliana Landini e i figli Lucia, Giovanni e Benedetta.
Quel conto, secondo solo a quello del Granduca del Liechtenstein, era venuto alla luce nel 2008 quando un ex funzionario della Lgt, Heinrich Kieber, aveva venduto ai servizi segreti tedeschi, per 5 milioni di euro, la lista di 3.929 conti riservati di fondazioni e di 5.828 persone fisiche.
Dalla Germania quelle carte della Lgt erano state inviate in Australia nell’ambito della collaborazione internazionale e due anni dopo l’autorità  fiscale australiana le aveva mandate prima al Comando generale della Guardia di Finanza e poi, tramite rogatoria internazionale, al Ministero della Giustizia.
Nel corso delle indagini dei carabinieri del Nas, sono state anche documentate “serrate attività  di pressione” della famiglia Aleotti “su esponenti politici, negli anni 2008-2009”, per contrastare l’operato di alcune Regioni che “avevano adottato delibere a favore di farmaci generici”.
Pressioni, anche attraverso lettere, sull’ex premier Silvio Berlusconi e sull’ex ministro Claudio Scajola, e ‘interventi’ sull’allora assessore toscano alla salute, e oggi presidente della Regione, Enrico Rossi, e su altri esponenti politici, fra i quali Gianni Letta e vari ex sottosegretari.
Su questo tipo di attività  la procura non ha mosso alcun rilievo penale.
Diverso il caso del senatore ex pdl Cesare Cursi, che era accusato di corruzione: la sua posizione è stata archiviata dopo la decisione del Senato di negare l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni che lo riguardavano.
Già  presidente della commissione Industria e Commercio, Cursi si attivò più volte, su richiesta degli Aleotti, per bloccare o limitare i poteri delle Regioni sulla prescrizione dei farmaci, con l’obiettivo di difendere la quota di mercato di quelli coperti da brevetto.
E’ per questo episodio corruttivo che è scattato il risarcimento per la Presidenza del Consiglio.
Nell’indagine è spuntata anche, col ruolo di ‘mediatrice’ svolto per Aleotti, la signora Maria Girani Angiolillo, defunta regina dei salotti romani.
“Ai grandi affari servono anche quelle singolari forme di relazioni social-salottiere che abbiamo conosciuto attraverso le agende di Maria Angiolillo. Ci si conosce, ci si annusa, ci si legittima”, ha detto il pm Squillace Greco sempre durante la sua requisitoria.
Nell’ambito delle indagini, i carabinieri del Nas sequestrarono anche i diari della signora Angiolillo, che rimase estranea all’inchiesta, amica dell’ex patron di Menarini, Alberto Aleotti.
Nell’arco dell’inchiesta, come cifra equivalente all’illecito, in due distinte occasioni la procura di Firenze aveva infine fatto sequestrare 1 miliardo e 200 milioni di euro alla famiglia Aleotti, provvedimento poi annullato dalla Cassazione dopo un complesso iter giudiziario.
Adesso la nuova confisca che sarà  però attuata soltanto a sentenza definitiva.

(da “La Repubblica”)

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NON SI ASSUME (-30%) E SI LICENZIA (+7,4%): LA MARCHETTA AI DATORI DI LAVORO HA OTTENUTO IL SUO SCOPO

Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile

FINITI GLI INCENTIVI CHE HANNO DOPATO IL MERCATO, RESTA SOLO LA LIBERTA’ DI LICENZIARE

Arriva la fotografia “completa” del mercato del lavoro e non porta buone notizie.
Nel secondo trimestre del 2016 le attivazioni di contratti a tempo indeterminato sono state 392.043, il 29,4% in meno rispetto all’anno scorso (-163.099).
Lo rileva il ministero del Lavoro con le comunicazioni obbligatorie appena pubblicato dal ministero del Lavoro.
I rapporti di lavoro a tempo indeterminato cessati sono stati 470.561, -10% rispetto allo stesso periodo del 2015.
Il dato, a differenza di quello dell’Inps, tiene conto di tutto il lavoro dipendente compresi domestici, agricoli e p.a e anche dei contratti di collaborazione. I numeri risentono della riduzione dell’incentivo all’assunzione a tempo indeterminato.
Ecco il dettaglio della ricognizione
Nel secondo trimestre del 2016 sono state registrate 2,45 milioni di attivazioni di contratti nel complesso a fronte di 2,19 milioni di cessazioni.
La maggioranza delle cessazioni sono dovute al termine del contratto a tempo determinato (1,43 milioni).
Tra le altre cessazioni sono aumentate quelle promosse dal datore di lavoro (+8,1%) mentre si sono ridotte quelle chieste dal lavoratore (-24,9%).
In particolare sono aumentati i licenziamenti (+7,4% sul secondo trimestre 2016).
Nel periodo i licenziamenti sono stati infatti 221.186, 15.264 in più rispetto al secondo trimestre 2015.
Sono invece diminuite le chiusure di contratto dovute alla cessazione dell’attività  del datore di lavoro (-10,3%)
Tra le cessazioni richieste dal lavoratore sono in calo considerevole sia le dimissioni (293.814, -23,9%) sia i pensionamenti (13.924 (-41,4%).
Per le donne le uscite per pensionamento sono crollate (-47%), probabilmente anche a causa della stretta sui requisiti per la pensione di vecchiaia scattati quest’anno.
Un calo ancora più consistente si era registrato nel primo trimestre, con le cessazioni per dimissioni per pensionamento delle donne ferme a 3.169 (-64,9%).
I dati sono destinati certamente a far discutere. Sia nel merito che rispetto a quelli sventolati dal governo.

(da agenzie)

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DA MENO 1% A MENO 4,4%: ECCO QUANTO COSTA IL CASO RAGGI AL M5S SECONDO I SONDAGGISTI

Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile

FLESSIONE CONFERMATA DA SWG, IPR, TECNE’ E IXE’… LA FIDUCIA IN DI MAIO SCENDE DI DUE PUNTI

I sette giorni della crisi della giunta di Virginia Raggi in Campidoglio fanno segnare un calo per il Movimento 5 stelle nei sondaggi.
In tutte le rilevazioni degli ultimi giorni per i grillini si registra il segno negativo: -4,4% per Swg, — 3% per Tecnè e Ipr (Porta a Porta) e -1% per Ixè (Agorà  Estate Rai 3).
Nella classifica di fiducia dei leader il deputato M5s Luigi Di Maio passa dal 28% al 26.
Una settimana dopo l’inizio del caos romano risulta chiara la prima emorragia nei consensi per i 5 stelle.
Dall’altra parte crescono il Pd (anche se di poco meno di un punto) e Forza Italia.
Interessante anche notare che secondo la maggioranza degli intervistati da Ixè c’è un problema di trasparenza dentro il Movimento, ma Raggi non deve fare un passo indietro.
Se in un primo momento gli esperti non avevano visto un effetto significativo sui sondaggi a livello nazionale, sette giorni dopo i 5 stelle pagano le conseguenze di un caso che ha travolto il M5s.
Swg: “Meno 4,4 punti per i 5 stelle”
Il sondaggio Swg, pubblicato da il Messaggero, mette a confronto le rilevazioni del primo settembre al rientro dalla pausa estiva della politica con quelli del 9 settembre dopo la crisi M5s a Roma. I grillini passano dal 29,5 per cento al 25,1%.
“La ragione principale”, ha detto il direttore scientifico di Swg Enzo Risso al quotidiano, “sta in tutto ciò che ruota intorno al caso Roma. La vittoria della Raggi è stata un simbolo della voglia di cambiamento importante e nello stesso tempo un banco di prova non solo sulla capacità  di governare ma anche nell’essere differenti come metodo”.
La prima valutazione dei cittadini, ha detto Risso, evidenzia i limiti di questa esperienza: “Sta emergendo del dilettantismo, ma anche un movimento fatto di individualità  non unite”.
Ipr e Tecnè: “I grillini perdono 3 punti percentuali rispetto a luglio”
Il Movimento 5 stelle è in calo anche secondo le rilevazioni di Ipr e Tecnè per la trasmissione “Porta a Porta”.
In questo caso il confronto è con i sondaggi di luglio scorso. Ipr segnala -3 punti percentuali per M5s (27%), più 1 punto per il Pd (32%), -0,5% per la Lega Nord (12,5%).
Tendenze simili a quelle di Tecnè che evidenzia una lieve crescita per il Pd che arriva al 31,5% (più 0,5) a fronte di un calo del M5s del 3 per cento (27,5%).
Ixè: “M5s perde un punto.  
Secondo la rilevazione dell’istituto Ixè per Agorà  Estate il calo del Movimento 5 stelle è più contenuto: i grillini registrano un meno 0,9 per cento, mentre il Pd cresce dello 0,3 passando al 32,9%. E’ in crescita dello 0,3 per cento anche Forza Italia, mentre la Lega Nord perde lo 0,4 per cento.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella rimane il leader che ispira maggior fiducia agli italiani.
Il capo dello Stato raccoglie il 57% delle preferenze delle persone intervistate. Seguono il premier Renzi stabile al 33%, mentre Luigi Di Maio (M5s) perde due punti e passa dal 28 al 26%.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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COSI’ MURARO INCASSO’ 22.000 EURO DA CERRONI NEI GIORNI DELLA NOMINA

Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile

UN INCARICO PER UN’AZIENDA ACCUSATA DI MAFIA, ORA MURARO RISCHIA L’ACCUSA DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE

Ventiduemila euro, iva compresa. L’assegno per Paola Muraro, nominata consulente tecnico di parte dalla Gesenu di cui è socio il re delle discariche Manlio Cerroni, è stato staccato proprio nei giorni in cui avveniva la nomina ad assessora.
Siamo a fine giugno. Il compenso è per una relazione a firma Muraro che dimostrerà  come la società  di Perugia, commissariata per mafia e ora a processo, non ha macchie.
La relazione verrà  inviata a giorni.
Dalla Gesenu la aspettano perchè le accuse sono pesantissime e su quegli illeciti ci sono in ballo, secondo l’impianto accusatorio, interessi diretti della mafia siciliana.
Di questa consulenza che è un ulteriore elemento che riconduce Muraro agli interessi di Cerroni, non c’è traccia nel curriculum dell’ex consulente Ama diventata assessora.
Sull’asse Muraro-Cerroni lavora da mesi la Procura che indaga sull’imprenditore per il reato di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti.
I pm stanno valutando la possibilità  che questa accusa possa estendersi proprio a Muraro, finora sotto indagine per abuso e violazione delle norme ambientali nell’ambito dell’inchiesta sulla certificazione degli impianti di trattamento meccanico biologico. Muraro sarà  ascoltata la prossima settimana.
Anche questa vicenda riconduce a Cerroni, poichè quei dati sui rifiuti, in entrata e uscita dagli impianti tmb, avrebbero finito con l’agevolare proprio il re delle discariche.
Ora, questo nuovo elemento, ovvero la consulenza diretta per l’azienda perugina sembra confermare l’esistenza di un patto di ferro tra l’assessora e l’imprenditore, da tenere però nascosto per le evidenti implicazioni di immagine.
Ecco perchè l’assessora non ne avrebbe fatto menzione nel curriculum.
Così come non vi è traccia dei compensi percepiti per la sua attività  professionale. Un’omissione che riguarda anche Raggi.
Sul sito del Comune di Roma non si trovano neppure quelli della sindaca , in barba alla decantata trasparenza evocata dai Cinquestelle che avrebbe dovuto fare del Campidoglio una casa di vetro.
Per Muraro, la consulenza, legittima per un tecnico, deve forse costituire elemento di imbarazzo, tanto più che riguarda un’azienda coinvolta in un caso di mafia, sotto inchiesta dal 26 ottobre 2015.
Sulla società  pende infatti un’interdittiva antimafia della prefettura di Perugia.
Di Gesenu, Cerroni insieme con Carlo Noto La Diega erano soci al 55% e gestivano i rifiuti in 26 comuni dell’Umbria. L’incarico a Muraro risale al febbraio 2016
Muraro, che da assessora ha rivendicato di aver fatto la guerra al ras della monnezza, sventolando la vittoria di Ama nell’arbitrato da 90 milioni di euro, prima di lanciarsi nell’avventura politica ha almeno una volta, dunque, prestato la sua opera per Cerroni e soci
Da responsabile ambiente della giunta Raggi si sarebbe poi spinta a pretendere che Ama tornasse a utilizzare l’impianto di Cerroni intimando all’ex dg della municipalizzata Daniele Fortini di riaprire il tritovagliatore di Rocca Cencia.
Un’impresa, che non riuscirà : Muraro si sbarazzerà  di Fortini ma finirà  a sua volta nel vortice dei sospetti proprio per quei rapporti opachi con Cerroni che le costano l’inchiesta.

(da “La Repubblica”)

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LA RABBIA DI GRILLO: “QUESTA E’ PAZZA”. PRONTO A LEVARE IL SIMBOLO

Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile

PRESSING PER FAR TORNARE MINENNA IN GIUNTA, MA LA RAGGI DICE NO… “BEPPE E’ SOTTO RICATTO, ALTRIMENTI NON SI SPIEGA”… DI MAIO TEME ESCANO ALTRE SUE MAIL… “ANCHE DI BATTISTA SAPEVA”

«Beppe, Virginia ha bisogno di uno schiaffone».
Scena 1: il direttorio incontra Beppe Grillo in un luogo segreto. Siamo a mercoledì, il giorno più drammatico per Luigi Di Maio. I 5 deputati che compongono l’organo di governo del M5S sono spaccati. Carla Ruocco quasi non guarda Di Maio. Roberto Fico è deluso. Devono pensare a salvare il deputato e il M5S dalle sue bugie, ma vogliono anche far fuori Raggi.
Chiedono a Grillo di minacciarla di nuovo che le toglieranno il simbolo se non rispetterà  tre condizioni. «Il no netto alle Olimpiadi entro 48 ore, basta temporeggiare. Il ritorno di Marcello Minenna al Bilancio al posto di Salvatore De Dominicis. Fuori dai piedi Raffaele Marra e Salvatore Romeo», i due funzionari a cui la sindaca ha legato il proprio destino.
Il comico accetta solo l’ultima e calma i ragazzi. Ruocco non ci sta. Sale sul palco di Nettuno solo perchè glielo chiede Grillo, sorride alle telecamere, poi sale in macchina e se ne va, mentre ancora parla Fico.
Scena 2: ieri, hotel Forum.
Pare che la sindaca Raggi sia stata vista prestissimo entrare nel rifugio romano del leader pentastellato. Ruocco arriva più tardi. Alessandro Di Battista reduce dal suo show resta fino alle due di pomeriggio alla Camera. Si ragiona sulla strategia adottata la sera prima quando Grillo ha imposto la tregua e mostrato il suo volto più comprensivo. Più che altro aspettano. Il leader ha ribadito a Raggi le richieste del Movimento su Marra e Romeo.
A ora di pranzo arriva il responso. Romeo resta capo di segreteria, con stipendio più basso. Marra invece non va più a occuparsi di commercio, da vice-capogabinetto finisce a guidare il personale. Un ruolo ancora pesante.
Lo spiega Ruocco a Grillo: «E’ il posto che aveva Laura Benente, l’ha fatta fuori proprio lui mentre lei era in vacanza!». Ruocco è la più furiosa. Raggi li sta sfidando ancora. Il fondatore è spiazzato: «Questa qui è pazza» dice.
Gli fanno eco tutti: «Sì è matta. Ora ha bisogno di uno schiaffone».
Chiamano lo staff per fare ponte con il Campidoglio. Fico è netto «Beppe non possiamo mostrarci deboli e creare un precedente solo perchè governa Roma. Dobbiamo essere coerenti».
Inutile dire che più volte è stato evocato Federico Pizzarotti. «Lei è peggio» dicono. Fico è l’erede del garante delle regole e del metodo M5S, quello che a modo suo ha strigliato Di Maio.
«Nel Movimento non c’è un leader. Forse ci siamo montati troppo la testa». È lui ancora più degli altri il sostenitore dell’arma estrema: levare il simbolo alla sindaca ribelle. In questi giorni di furore e smarrimento, l’ipotesi è sempre stata lì, sul tavolo delle estenuanti trattative con Raggi. Grillo, prima scettico, ora è più tentato.
Intanto il mini-direttorio viene azzerato. Così voleva Raggi per levarsi di torno Paola Taverna&C. «che entravano nella stanza del sindaco anche quando non c’ero».
Così decidono Grillo e il direttorio: «Accontentiamola, ma adesso è davvero sola in mare aperto». Vuole massima autonomia. Ha capito che rischia di perdere il simbolo ma va avanti. Per la sfiducia molto dipenderà  dai suoi consiglieri.
Il pressing del direttorio si fa più convincente. Grillo temporeggia: «Vediamo dove vuole arrivare…». Preferisce tornare al contrattacco con l’ultimatum del giorno prima. Olimpiadi e Minenna compresi. Dal Campidoglio arriva l’ok sulle Olimpiadi e una precisazione: la destinazione di Marra al personale è «temporanea».
Su Minenna invece la chiusura è netta, nonostante l’improvvisa defenestrazione di De Dominicis.
Al direttorio non basta. «E’ sotto ricatto Beppe, non si spiega altrimenti» è la tesi di tutti.
Di Maio è il più taciturno, la batosta presa per le mail e gli sms, che hanno rivelato come sapesse dell’assessora indagata, lo ha fiaccato. Ma è preoccupato anche di altro. Sa che ci sono altre mail e altri messaggi. Salvarlo è stato un obbligo nel M5S, ma il vaso di Pandora potrebbe aprirsi.
Di Maio sa soprattutto che molti non hanno mai gradito la sua ascesa in solitaria, la visita ai lobbisti, le continue apparizioni in tv. «Ora non è così scontato che sarà  il candidato premier».
Ma gli rinfacciano anche di essere stato l’unico a proteggere Raggi. «Quella è una ragazzina che dovrebbe limitarsi a tagliare nastri».
Nel direttorio che sembra muoversi compatto, le voci più critiche sono quelle di Fico, Ruocco e Sibilia. Di Battista aveva preferito schierarsi con Di Maio in difesa di Raggi. Forse perchè, come più di qualcuno insinua nel Movimento, anche lui sapeva.

(da “La Stampa”)

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LA RAGGI RIPESCA MARRA E SFIDA IL DIKTAT DEI VERTICI

Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile

LA SINDACA PROCEDE ORMAI PER CONTO PROPRIO CON LEGAMI EVIDENTI CON CERTA DESTRA AFFARISTICA ROMANA

Un giudice senza requisiti giuridici: l’ultima calamità  sul Campidoglio prende le dimensioni della stravaganza e porta al nome di Raffaele De Dominicis, ex procuratore della Corte dei Conti che nei proponimenti della sindaca Virginia Raggi doveva occupare il posto di Marcello Minenna, l’assessore al Bilancio fra i protagonisti del filotto di dimissioni della scorsa settimana.
«Una persona di primo rilievo, un servitore dello Stato che siamo onorati di avere al nostro fianco», aveva scritto Raggi lunedì.
Ieri era giovedì e il giudizio aveva subito la drastica revisione: non ha i requisiti. Precisamente quelli giuridici, e la traduzione è arrivata poco dopo: De Dominicis è indagato per abuso d’ufficio.
Un altro, come l’assessore all’Ambiente, Carla Muraro, inguaiato con la giustizia prima ancora di cominciare. Un record.
Che De Domincis spiega secondo schemi prestampati: «Mi dichiaro vittima di un complotto!».
In serata, nel suo andirivieni dall’ingresso sul retro, Raggi è rientrata in Campidoglio per dettagliare alla giunta e ai consiglieri le ragioni del ripensamento.
E lì per lì era sembrata una concessione alla leadership grillina molto turbata, diciamo così, dalla scoperta che De Dominicis aveva concesso la disponibilità  non a Raggi ma all’avvocato Pieremilio Sammarco, titolare dello studio in cui Raggi ha fatto pratica e fratello del difensore di Cesare Previti.
Per i cinque stelle, una macchia terribile. De Dominicis si era però presentato con le migliori intenzioni: «La festa è finita!». Non è nemmeno cominciata.
E’ invece la cronaca che prosegue secondo una linea evoluta in arabesco: mentre Raggi comunicava attraverso Facebook – ormai una specie di organo ufficiale dell’amministrazione romana – che «siamo già  al lavoro per individuare una nuova figura» (si sottolinei l’uso dell’avverbio «già »), prendeva a girare voce che il no ufficiale alle Olimpiadi del 2024 verrà  dato a ore.
Roba che passa quasi inosservata in pomeriggi in cui si fatica a tenere dietro a una cronaca dall’andamento psichedelico.
Fin lì, infatti, la notizia era lo scioglimento del direttorio locale costituito per affiancare Raggi, o tenerla d’occhio, e costituito da Fabio Massimo Castaldo, Gianluca Perilli e dalla coppia di fidanzati Stefano Vignaroli e Paola Taverna.
Con massima soddisfazione di tutti, del direttorio molto contento di lasciare Raggi al suo destino, e di Raggi molto contenta di non avere più scocciatori fra i piedi.
Da quello che si è capito, Raggi ormai procede per conto proprio, immersa nei suoi giri, quelli della più attiva destra romana, e nell’ostilità  di Beppe Grillo e della non-struttura.
Non sembra nemmeno più una del Movimento, tanto che ancora ieri è andata avanti la sfibrante discussione a proposito dell’opportunità  di levarle il simbolo. Per ora non si fa. Sarebbe un disastro d’immagine mai visto nella pur fantasiosa politica italiana.
E il gesto della tregua è stato di spostare Raffaele Marra dal ruolo di vice capo di gabinetto a quello di capo del dipartimento del personale, in attesa che poi gli si trovi un’occupazione adeguata.
Un gesto di tregua perchè Marra, ex ufficiale della Guardia di finanza, è stato direttore dell’ufficio per le politiche abitative del Campidoglio con Gianni Alemanno sindaco. Insomma, un altro impuro.
Come impuro sarebbe Salvatore Romeo, che in Comune ci lavora dal ’99: messo in aspettativa, è stato riassunto da Raggi con stipendio triplo nella posizione di capo della segreteria; ora lo stipendio sarà  nuovamente tagliato e gli verrà  levata qualche delega, di modo che faccia meno danni (nella visione ortodosso-grillina, naturalmente).
Non è finita qui: in questo scambio di prigionieri, Raggi è riuscita a confermare Muraro, poichè dell’inchiesta a suo carico non si conoscono i contorni, e nonostante ieri i carabinieri siano andati a prelevare altri documenti all’Ama, l’azienda della nettezza urbana in cui Muraro avrebbe commesso i suoi peccatucci, sempre che li abbia commessi.
Tutto in una giornata che doveva essere di passaggio, e trascorsa dalla sindaca dietro quattro mura, fra voci incontrollate di fughe a prendere il figlio alla scuola calcio, e una apparizione in pubblico alla mattina, quando aveva preso parte alle celebrazioni dell’8 settembre, giorno dell’armistizio.
Il problema è che il 9 cominciò la guerra civile.

(da “La Stampa”)

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“QUER PASTICCIACCIO” NON È RISOLTO: IL M5S NON HA FORNITO CHIARIMENTI SUL CAOS ROMANO

Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile

E DI MAIO DOVREBBE DIMETTERSI DAL DIRETTIVO NAZIONALE

Luigi Di Maio negli ultimi mesi è stato coccolato, complimentato, conteso dai vari talk shaw politici, invitato a seminari ed eventi, inseguito dai giornali, apprezzato da tutti i luoghi di potere – ambasciate o istituzioni che fossero – e ha parlato dove e come voleva e alle condizioni che dettava.
Il suo volto e lo spazio che ha raccolto nei media è secondo solo a quello di Matteo Renzi e di Maria Elena Boschi.
Abbiamo invece appreso ieri, davanti a una piazza del suo partito, e di fronte al suo leader Beppe Grillo, che tutta l’ingarbugliata vicenda Roma, i suoi errori, di cui per altro ha chiesto scusa, altro non sono che casi montati dai media.
È possibile che abbia ragione. Tuttavia, vista la sua prominenza su questi media, varrebbe forse la pena che facesse una più precisa denuncia e ci dicesse esattamente quali media stanno complottando contro di lui e il suo movimento.
Così, tanto per sapere, no?, visto che la regola che i cittadini debbano essere informati rimane uno dei pilastri ideologici del movimento.
Una identica extra-richiesta di spiegazioni andrebbe fatta alla Sindaca di Roma Virginia Raggi.
Ha scaricato tutti eccetto l’assessore Muraro che ha tenuto in nome del principio garantista “saranno i magistrati a decidere cosa succede”.
Il garantismo entra così nel Pantheon delle convinzioni politiche dei pentastellati o si tratta solo di un paio di parole a vuoto per fornire una via d’uscita alla Raggi? Facciamo nel frattempo notare che Virginia Raggi non ha il problema di sapere cosa diranno i giudici sul caso Muraro; ha il problema di spiegare ai suoi e a chi l’ha votata perchè non ha detto dell’inchiesta, perchè ha mentito per coprire le menzogne dell’assessore.
E non ha il problema solo di mandare via, come ha fatto, i suoi collaboratori “sbagliati” ma di farci capire i criteri per cui li ha scelti al primo giro e perchè li manda via ora.
Così Di Maio. Sono fra i suoi estimatori ma la sua uscita sul palco di Nettuno l’ho trovata triste. Se fosse, come dice di essere, co-responsabile del pasticciaccio, chiedere scusa ai propri militanti è un atto giusto, ma non è un atto politico.
Per un politico come lui non aver capito il senso di una mail è una confessione di incapacità , incompatibile con il suo ruolo di leader al vertice di una organizzazione. Accettato il perdono, Di Maio dovrebbe dimettersi dal Direttorio nazionale.
Potrei continuare, ma bastano queste poche osservazioni per rendere ovvio quello che è successo: alla fine di questo giro, il risultato paradossale è che tutti pagano pegno, proprio tutti, eccetto il Sindaco e Di Maio.
Un atteggiamento molto diverso dal rigore, dalle condanne che hanno portato negli anni a espulsioni di militanti e sindaci (Pizzarotti, per tutti) per violazioni molto meno gravi dell’etica del movimento.
Al contrario Grillo e il gruppo dirigente nazionale hanno questa volta scelto il gioco delle parole e delle immagini per creare una messa in scena -un po’ di autocritica maoista, un po’ di lacrime, un pizzico di garantismo, e una buona dose di “vaff….” tanto per rinverdire le memorie dei tempi ruggenti- un mix che soddisfacesse emotivamente i propri militanti ma senza davvero fornire nessun chiarimento.
Mirata in realtà  solo a salvare il Sindaco e il Direttorio nazionale, per non destabilizzare Roma, e il movimento.
Forse qualcosa di più Grillo dovrebbe dirci in merito.
Visti anche i segnali di scontento che continuano a emergere dentro i pentastellati, a partire dalla dissoluzione del Direttorio romano.
“Quer pasticciaccio brutto” del Campidoglio, direbbe Gadda, non è stato affatto dipanato.

Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)

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