Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
IL NOBILE DISCORSO DI RE HARALD DI NORVEGIA HA COMMOSSO NON SOLO IL SUO PAESE… “CASA NOSTRA E’ LA’ DOVE BATTE IL NOSTRO CUORE”, CONTRO OGNI RAZZISMO
“Siamo tutti norvegesi: etero e gay, cristiani, musulmani e atei, chi è nato “qui e chi è venuto qui fuggendo da persecuzioni o miseria”.
Non lo ha detto un attivista pro-migranti, bensì Sua Maestà Harald V, amatissimo, anziano ma ancora ‘very fit’ re di Norvegia.
E’ forse la prima volta che un sovrano pronuncia un discorso di tale apertura, e ciò è tanto più rilevante in un momento in cui populismi, xenofobia, intolleranza si diffondono nel mondo libero.
E allora “Il discorso del re”, come ormai lo chiamano tutti alludendo al celebre film su Giorgio VI d’Inghilterra, diventa virale su internet e commuove il paese e la community online globale.
Harald ha parlato la settimana scorsa, nel suo tradizionale discorso ai sudditi-cittadini nel bel parco del palazzo reale nel cuore di Oslo.
Parco sempre aperto al pubblico, dove egli spesso passeggia per tenersi in forma e mischiarsi alla gente, e pur di giocare coi bimbi di passaggio allontana la scorta.
Ma aveva parlato a braccio, e senza che il protocollo diffondesse alla grande notizia delle sue frasi.
Poi però col tam-tam in rete la story si è diffusa.
Ecco i passi salienti del ‘discorso del re’:
“I norvegesi siete voi. I norvegesi siamo noi…la Norvegia è unita, è una, al paese appartengono tutti gli esseri umani che vi vivono per quanto diversi tra loro possano essere”.
E poi ancora: “Sono norvegesi ragazze che amano altre ragazze, ragazzi che amano altri ragazzi, e ragazze e ragazzi che si amano tra loro…i norvegesi credono in Dio, in Allah, in tutto o in nulla”.
Poi il sovrano è passato ad affrontare il tema dei migranti: “Sono norvegesi anche coloro i quali sono venuti dall’Afghanistan o dal Pakistan, dalla Polonia, dalla Svezia, dalla Somalia e dalla Siria, immigrati da noi. Anche i miei nonni centodieci anni fa vennero qui emigrando dalla Danimarca e dall’Inghilterra. Non è sempre così facile dire da dove veniamo e quale è la nostra nazionalita. Ciò che chiamiamo casa nostra è il luogo dove è e batte il nostro cuore, e non sempre questo luogo è reperibile all’interno delle frontiere di un paese”.
“La mia grande speranza per la Norvegia cara patria, ha continuato Sua Maestà , è che la gente si adatti accettandosi a vicenda, “che noi continuiamo a costruire questo paese basandolo sui valori della fiducia, della comunità e della generosità ; che noi siamo consapevoli di essere un solo popolo, nonostante ogni differenza tra noi, che sappiamo sempre che la Norvegia è una e unita”.
Le parole di Harald V sono state interpretate come un implicito ma chiarissimo attacco a tutti i populisti e xenofobi, tendenze che l’ondata migratoria ha diffuso e rafforzato anche in Scandinavia, Norvegia compresa.
L’attuale governo di centrodestra norvegese – i conservatori della premier Erna Solberg e i populisti come junior partner – segue una politica dura verso profughi e migranti.
D’altra parte la Norvegia è da anni, come la vicina Svezia, uno dei paesi che hanno accolto e salvato il maggior numero di persone in fuga da guerre e dittature o miseria, in rapporto alla popolazione autoctona.
Il settantanovenne sovrano e la sua consorte, la regina Sonia, sono da tempo tra i regnanti più popolari del mondo. Poliglotti ma vicini al popolo, e sempre pronti ad accettare a cuore aperto lo spirito del tempo.
Come quando dissero sì senza esitazione alle nozze tra il principe ereditario, loro figlio Haakon, e Mette-Marit, una giovane Cenerentola ‘commoner’ (borghese) povera, divorziata e con un figlio di primo letto e un passato discusso.
O come quando reagirono con sorriso alla piccola gaffe di Renzi il quale, nel corso della visita dei reali in Italia (sotto il regno di Harald i rapporti economici e politici bilaterali Oslo-Roma hanno vissuto e vivono un grande sviluppo) strinse la mano a Sua Maestà , gesto non previsto dal protocollo.
(da agenzie)
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Settembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
“GLI ITALIANI ORA LI GIUDICANO PER I RISULTATI, NON PER LE PROMESSE: PER ORA SONO FRAGILI”
La sindaca di Roma Virginia Raggi ha assunto l’incarico con la promessa di aprire una nuova era per
la politica della città , ma il suo Movimento 5 Stelle sta imparando una «lezione dolorosa: è più facile essere un movimento anti-establishment che essere l’establishment», sottolinea la BBC in una cronaca da Roma.
Con la sua elezione e quella di Chiara Appendino a Torino, gli italiani sono per la prima volta in grado di giudicare il movimento dai suoi risultati, non dalle sue promesse, si ricorda, per stabilire che «fino a ora, il risultato è piuttosto fragile».
Il movimento ha creato consensi con promesse contro la corruzione, «e ora si trova bloccato sullo stesso terreno in cui altri partiti politici italiani vengono regolarmente accusati di malagestione e corruzione».
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
ESSERE GAY PER IL CAPOCOMICO E’ COME RICEVERE UN AVVISO DI GARANZIA O SPACCIARE DROGA
Essere gay, per Beppe Grillo, è come ricevere un avviso di garanzia o essere indagati per spaccio di droga.
«Mi aspettavo molto di più — ha, infatti, detto il leader grillino, l’altra sera, parlando a Nettuno, a proposito della reazione di un non meglio precisato ‘sistema” contro il M5S – un avviso di garanzia a me, 5 chili di cocaina nella macchina e finalmente la scoperta che lui (indicando Luigi Di Maio, ndr) è omosessuale».
L’omosessualità , quindi, come mezzo per denigrare una persona, per lederne la dignità .
Una battuta, quella dell’ex comico, accolta da risate fragorose e dagli applausi compiaciuti del popolo vaccaro accorso per sentire la difesa che il leader, e i suoi colonnelli, avrebbero dovuto fare del sindaco di Roma.
Uno scivolone, per l’esponente grillino, che, con la comunità omosessuale, non ha mai avuto un buon rapporto.
L’equazione non passa inosservata, sui social vengono registrate le prese di posizione indignate da parte dei militanti Glbt.
«Che Grillo non avesse mai avuto una grande simpatia per il mondo omosessuale è cosa nota. Non lo è solo dal viscido comportamento dei Cinque Stelle durante l’approvazione della legge sulle unioni civili, ma soprattutto dalle parole offensive espresse da Grillo in persona — fa notare su Facebook Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia – Basti solamente ricordare quando, cinque anni or sono in un comizio a Bologna, si rivolse a Vendola dicendo ‘At salut, buson’. Questa volta a Nettuno, Beppe Grillo è andato oltre, mettendo sullo stesso piano uno spacciatore con un omosessuale. Un chiaro segno di una perversione mentale, che lascia poco spazio alle giustificazioni verbali».
Anche l’attivista Imma Battaglia, “mamma” dell’associazione DìGayProject (e del GayVillage) non le manda a dire: “Nella politica servono persone oneste, serie, competenti e capaci non ha importanza se siano gay o meno: in questo senso la Raggi, il direttorio e Di Maio hanno sbagliato in maniera molto grave rispetto alle ambizioni di governo che hanno!».
Su Twitter, dopo il comizio, si susseguono i cinguettii infuriati: «’Mi aspettavo che per attaccarci scoprissero che di Maio è omosessuale’, dice Grillo. Negro ed ebreo no?», chiede Matteo Flora.
«Che brutta la battuta di Grillo su Di Maio omosessuale. Poi le associazioni Glbt si stupiscono perchè la Raggi non risponde alle lettere», osserva l’utente Pantalaimon83. Dario Ballini è caustico: «Caro #Grillo, hai usato l’essere gay come paragone di scandalo. Guarda, da gay, se mi dessero del grillino mi offenderei molto di più».
Qualcuno non si lascia scappare una battuta sull’email che Di Maio non avrebbe compreso (relativamente alle indagini della Procura su Paola Muraro, assessore all’ambiente scelto dalla Raggi): «Ma, quindi, per capire: per #Grillo essere omosessuale è molto più grave che essere così idioti da non riuscire a leggere una email?», chiede ironico Marcello Struzzo.
(da “il Messaggero”)
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Settembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
“E POI CRITICHIAMO IL PARTITO PERSONALE DI BERLUSCONI? MANCO LE MONARCHIE FUNZIONANO COSI'”
No Meloni? No Atreju. 
La tradizionale festa organizzata da Fratelli d’Italia questa volta non ci sarà .
E’ stata annullata causa di forza maggiore: la dolce attesa dell’ex ministro della Gioventù, Giorgia Meloni..
Lo rivela sul suo blog – strettamenteconfidenziale.it – Romana Liuzzo.
«Ma la cosa non è stata compresa da tutti», sottolinea. «Proteste a pioggia: “Criticano il partito personale di Berlusconi e poi…No Meloni, no festa. . . Manco le monarchie funzionano così”».
Da anni l’appuntamento dei giovani di An prima, e dei loro eredi poi, era un must per la destra romana.
Silvio Berlusconi era stato spesso la guest star.
Ancora lo scorso anno era salito sul palco al fianco della Meloni.
Il motivo è che la Meloni è in dolce atttesa, ma non si comprende perchè un partito debba per forza dipendere dalla presenza del suo leader.
O forse si comprende fin troppo.
(da “il Messaggero”)
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Settembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
CHISSA COME MAI IL CODICE ETICO DEL M5S NON PREVEDE PERO’ LA CACCIATA DELLA MURARO, INDAGATA PURE LEI… MA I GRILLINI QUALCUNO NON INDAGATO LO CONOSCONO?
Colpo grosso di Virginia: due assessori indagati.
Per sapere di Paola Muraro ci sono voluti due mesi, per sapere di Raffaele De Dominicis, invece, sono bastati pochi giorni.
Appena ieri Virginia Raggi lo aveva difeso strenuamente di fronte alle pressioni di Beppe Grillo e del Direttorio M5s che lo voleva fuori.
Soltanto poche ora dopo, però, la Raggi lo ha silurato.
Con un comunicato laconico: spiegando che non poteva fare l’assessore e che non sarebbe stato destinato ad altro incarico
Passa qualche altra ora e si capisce il perchè.
Spiega l’agenzia Ansa che:
“L’ex magistrato e ex procuratore generale della Corte dei Conti del Lazio Raffaele de Dominicis risulta indagato dalla procura di Roma per il reato di abuso d’ufficio.
A questo punto, anche per Virginia Raggi, due indagati diventano troppi.
E De Domincis, che nel frattempo si era pronunciato persino a favore delle Olimpiadi, viene sacrificato perchè “in base ai requisiti previsti dal M5S non può più assumere l’incarico”.
Ma se un indagato non può fare l’assessore, perchè mai allora può farlo la Muraro?
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Settembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
RAGGI ANNUNCIA DI “AVER APPRESO CHE L’EX PROCURATORE NON HA I REQUISITI PER FARE L’ASSESSORE”: FORSE PERCHE’ NON E’ INDAGATO COME LA MURARO?
Raffaele De Dominicis non sarà assessore al Bilancio al comune di Roma. Lo afferma la sindaca
Virginia Raggi in un post nella sua pagina Facebook.
“In queste ore ho appreso che l’ex magistrato e già procuratore generale della Corte dei Conti del Lazio – scrive Raggi – in base ai requisiti previsti dal M5S non può più assumere l’incarico di assessore al Bilancio della giunta capitolina, pertanto di comune accordo abbiamo deciso di non proseguire con l’assegnazione dell’incarico”.
Appreso da chi?
Ma tre giorni fa i requisiti li aveva o adesso no?
O è l’ex magistrato che si è rotto e ha salutato la compagnia?
Su due assessori salta quello non indagato, insomma. Roba da manicomio.
Ma non basta, si dimettono pure i componenti del mini-direttorio che avrebbe dovuto vigilare sulla Raggi e che avevano chiesto quattro teste senza ottenerle.
In tre hanno deciso di lasciare l’organismo, cioè la senatrice Paola Taverna, l’europarlamentare Fabio Massimo Castaldo e il consigliere regionale Gianluca Perilli.
Manca la firma di Stefano Vignaroli ma solo perchè, nonostante abbia partecipato ad alcune riunioni e sia stato consultato sulla vicenda rifiuti, non è mai entrato formalmente nell’organismo.
“Non faremo mai mancare il nostro sostegno e il nostro contributo” scrivono sul blog di Grillo. Il motivo per cui il loro compito non è “più necessario”, aggiungono, è perchè “la macchina amministrativa è partita ed giusto che ora proceda spedita”.
La senatrice Taverna ha aggiunto: “Torno a svolgere il mio ruolo: faccio la senatrice. E’ giusto che Virginia faccia il sindaco di Roma, vada avanti con la sua giunta”
Come dire: “vada pure a schiantarsi da sola, ci siamo rotti”.
La farsa continua.
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Settembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
COME SULLE SCALE MOBILI: CHI SALE E CHI SCENDE TRA CORRENTI E GRUPPI DI POTERE
Sulle scale mobili 5Stelle c’è un grande traffico. Sia in salita sia in discesa.
A metà del tragitto si incontrano, nelle due corsie opposte, Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio. Poi il primo sale e “Giggino” continua a scendere.
Beppe Grillo è ancora una volta in cima: ci voleva il vero leader per iniziare a sbrogliare la matassa romana dopo che Di Maio non ha comunicato al Direttorio che l’assessore Paola Muraro è stata iscritta da aprile nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta sui rifiuti.
La piazza di Nettuno segna una svolta, quasi un passaggio – amaro – di consegne, che mette in luce un Direttorio fragile e da riorganizzare. Secondo qualcuno da allargare.
Alessandro Di Battista, felpa azzurra, cinquemila chilometri in un mese, ha incassato i complimenti di Grillo in pubblica piazza con standing ovation a seguire: “Bravo, non ha bisogno nè di me nè di nessuno”.
È il protagonista che sale. Sangue freddo e più calcolatore di quel che sembra, con un post su Facebook, in piena crisi capitolina, annulla la tappa del sei settembre: “Devo andare a Roma, abbiamo un problema”.
Agli occhi di tutti è il puro che ha subìto da Di Maio lo sgarbo di non essere stato messo al corrente di quanto stava succedendo.
Tocca a lui concludere la serata alleggerendo il peso della bugia del collega.
Luigi Di Maio, camicia bianca, rigido nei movimenti e pallido in volto, vede crollare le sue bugie e crolla egli stesso.
Cambia versione due, tre volte. La sostanza è che sapeva e non ha detto.
“E la trasparenza?”, gli chiedono i colleghi del Direttorio, mentre Paola Taverna gli dà del “ragazzino che si è montato la testa”.
Quello che era il leader in pectore e un “mostro di bravura”, come aveva detto Grillo, prima afferma di non essere a conoscenza dell’iscrizione di Muraro nel registro degli indagati, poi che sapeva ma non aveva capito la mail che Taverna gli aveva inviato. Infine, inchiodato dalla pubblicazione di questa mail, difficile da fraintendere così come i messaggi, fa mea culpa e si scusa con il Direttorio, sotto lo sguardo severo di tutti. Incassa qualche pacca sulle spalle e qualche sorriso di cortesia.
Beppe Grillo.
Grillo è tornato a fare Grillo. Arriva a Roma e obbliga tutti all’unità , incontra il Direttorio, decide la strategia della pace, da padre perdona Di Maio ma non nasconde la delusione, e si presenta sul palco: “Abbiamo fatto qualche cazzatina” e chiede perdono. Parla con Virginia Raggi, la rimprovera per alcune scelte e ragiona con lei. Non ottiene tutto, ma le ribadisce chi comanda nel Movimento. Quindi: “Vigileremo su di lei”. Per ora non strappa la corda.
Virginia Raggi.
Più che su una scala mobile, il sindaco è sulle montagne russe. Esclusa dal palco di Nettuno, rimane al lavoro in Campidoglio. Grillo non la incontra ma le parla al telefono.
La fiducia nei suoi confronti è scesa e lei si dimostra sempre più cocciuta. Non cede sul passo indietro dei due assessori Muraro e De Domincis. Registra un video in cui solo di sfuggita parla della “riorganizzazione della macchina amministrativa”.
Grillo se ne accorge a le fa aggiungere una postilla in cui le fa promettere di destinare ad altro incarico l’ex alemanniano, vice capo di gabinetto Raffaele Marra.
Raggio magico.
Nella scala 5Stelle potrebbe non scendere. Marra sembra essere cascato in piedi. Sotto attacco per il suo passato e accusato di essere, insieme al capo della segreteria Salvatore Romeo, colui che influenza le scelte del sindaco di Roma finisce nel mirino di chi vuole depotenziare lo staff della Raggi.
Ma il primo cittadino sposterà Marra alla guida del dipartimento dell’assessorato al Commercio, che gestisce molti soldi e segue questioni particolarmente spinose come quella dei camion bar.
Mentre Romeo resta capo della segreteria ma con uno stipendio più basso.
Paola Taverna.
In attesa di giudizio. La pasionaria non ci stava a passare come colei che sapeva dell’iscrizione di Muraro nel registro degli indagati e non aveva detto nulla a Di Maio, quando invece gli aveva spedito una mail molto dettagliata.
Dopo un braccio di ferro durato undici ore, costringe il vice presidente della Camera ad ammettere l’errore. Nello stesso tempo però la mail finisce in mano ai giornali e Taverna diventa la prima indiziata della fuga di notizie.
Giura di non essere stata lei, ma ora il mini direttorio potrebbe essere sciolto definitivamente e con uno strappo difficile da ricucire. Nessuno di loro infatti sale sul palco di Nettuno.
Vignaroli, Perilli, Castaldo.
Non pervenuti gli altri componenti del mini direttorio. Quando il gioco si fa duro, non toccano più una palla. Solo Vignaroli è presente alla riunione fiume del sei settembre, ma è Taverna a prendere in mano la situazione.
Carla Ruocco.
Furiosa dopo che Marcello Minenna ha lasciato l’assessorato al Bilancio, molto critica nei confronti di Raggi e Di Maio per la gestione Roma. I suoi silenzi dicono più di mille parole. È l’unica del Direttorio a non essere intervenuta sul palco spostandosi in seconda fila. Per ora resta stabile, in attesa di uno scatto in avanti o di un passo indietro.
Roberta Lombardi.
Nella scala 5 Stelle sale perchè è scappata in tempo. Dopo aver lasciato il minidirettorio in rotta con Raggi e dicendo che doveva pensare ad organizzare Italia a 5Stelle, adesso si gode lo spettacolo, non senza dire la sua con messaggi per buoni intenditori: “Ci vuole responsabilità ”
Federico Pizzarotti.
Il sindaco di Parma sospeso per aver nascosto un avviso di garanzia dovuto a un esposto di un senatore Pd ha ottenuto la sua vittoria.
Di Maio ammette che sapeva di Muraro ma che ha sottovalutato la questione perchè pensava che le indagini fossero partite dagli esposto dell’ex ad Ama Fortini, nominato dal Pd.
A questo punto, a rigor di logica, Pizzarotti dovrebbe essere reintegrato. Intanto il sindaco, come ha scritto su fb, si trova sulla riva del fiume a vedere passare i suoi nemici.
Roberto Fico.
Pragmatico e realista: “Supereremo questo momento di difficoltà , abbiamo già avuto momenti difficili”. Neanche per un momento ha provato a confondere le acque. Rimane il più ortodosso di tutti e soffre in silenzio.
Carlo Sibilia.
Scende, poco influente nella vicenda. Prova solo a ribaltare la frittata: “Non è la serata della giustificazione, ma dell’orgoglio”. Perplessità anche tra gli attivisti.
La base M5S.
Si ribella, è vigile e si fa sentire. Sale sulla scala pentastellata e qualcuno non perdona.
(da Huffingtonpost“)
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Settembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
IL “SISTEMA” NON HA CAUSATO LA CRISI, L’HA SOLO ACCOMPAGNATA, I GRILLINI HANNO FATTO TUTTO DA SOLI
C’è qualcosa di nuovo nella crisi di Roma, la città che da secoli e secoli è una cosa sola col potere:
sono entrati in crisi tutti i poteri.
A cominciare dal più importante: quello politico.
L’isolamento, fisico e morale, della giovane sindaca di Roma lassù sul colle del Campidoglio, parla dell’infarto più grave.
La politica non c’è: è paralizzata, non riesce a prendere decisioni. A fare squadra. È divisa da faide. Inchiodata da settimane in una selezione innaturale di assessori, super-burocrati, manager. Certo, dopo giorni di silenzio, Virginia Raggi ha rialzato la testa, ma ora è destinata a restare col fiato sospeso, nella speranza che le indagini della magistratura non la costringano a nuove emorragie, a nuovi forfait
E quanto al «sistema», indicato da Beppe Grillo come il promotore di un mega-complotto, stavolta i «poteri forti» della Capitale – sempre così impiccioni – sembrano essersi limitati al «minimo sindacale».
Certo, sperano che i grillini falliscano il prima possibile, ma stavolta il «sistema» sta accompagnando la crisi, non l’ha provocata.
Anche perchè i nuovi governanti della Capitale, per il momento, stanno facendo tutto da soli
Per i «poteri forti» romani può valere una battuta di Jap Gambardella nella «Grande bellezza» di Paolo Sorrentino: «Io non volevo semplicemente partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire!».
Per decenni i potenti della Capitale – i «palazzinari», gli imprenditori della «monnezza», i notabili dell’enorme indotto della politica – hanno partecipato a tante, succulente «feste», ma solo ogni tanto hanno contribuito a far fallire qualche «festicciola»
Perchè a Roma il potere politico è sempre stato fortissimo.
Nella Capitale ha sempre governato il «partito romano»: quell’intreccio tra un potere pubblico – solido e paternalistico sin dai tempi del Papa Re – e una miriade di interessi privati, sempre garantiti.
Quelli che lo scrittore Alberto Arbasino definì 40 anni fa «una quantità di piccoli ambienti, minuscoli clan». E certi caratteri cittadini sono di lunga durata.
Quando i Savoia «conquistano» Roma scoprono che nella città dei Papi lo Stato è il protagonista assoluto: per secoli la pace alimentare era stata garantita dalla farina e dalla carne approvvigionate dall’efficiente sistema della Pontificia Annona e della Grascia
Un imprinting che non si è più perso, quello della mano pubblica sempre intrecciatissima agli interessi privati.
Anche se i sindaci che hanno lasciato un’impronta sulla città – a cominciare dal mitico Ernesto Nathan poco prima della Grande Guerra – sono quelli che hanno saputo trovare un equilibrio tra interesse pubblico prevalente e un interesse privato ricondotto dentro un disegno della città .
Un equilibrio che negli ultimi anni era saltato: la destra ex missina – alla prima e ultima prova di governo – ha inteso il primato della politica come primato della clientela; il professor Ignazio Marino ha sfidato i «poteri forti» senza disporre di un’adeguata deterrenza politica.
I Cinque Stelle a Roma hanno vinto sulle macerie della politica e Virginia Raggi ha ricevuto un mandato popolare molto forte, su un programma di discontinuità .
Nel fare squadra la sindaca è incappata in alcune scelte che segnalano la presenza della «vecchia» Roma, quella della consociazione, dei poteri intrecciati.
Ma ora, chiamata alla prova del governo, l’anti-politica è alla prova più difficile: ripristinare il primato della politica.
Fabio Martini
(da “La Stampa“)
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Settembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
SI TEME SIA INIZIATA NEL M5S LA CORSA A PUBBLICARE MAIL, SMS E NOTIZIE PRIVATE
“Allora ho già provveduto a far smentita pubblica a chi si è permesso di dire che sono stata io a passare mail ed sms alla stampa e sono pronta a querelare chiunque lo affermi nuovamente! Chiaro?”.
Arriva in tarda serata lo sfogo di Paola Taverna su Facebook.
La senatrice, membro del mini direttorio romano in supporto del sindaco Virginia Raggi, parla degli sms tra lei e il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio con i quali il secondo veniva informato dell’indagine a carico dell’assessore all’Ambiente Paola Muraro.
“Il Movimento 5 stelle è la mia vita e per quello che è in mio potere lotterò fino alla fine per veder realizzato quel sogno – continua Taverna – Non riuscirete a metterci gli uni contro gli altri e chi oggi sta facendo certe insinuazioni definendosi uno del 5 stelle può trovare altra collocazione”.
“Chiedo scusa, non ho capito che era indagata”, si è difeso Di Maio giustificando la mancata comprensione dei messaggi che gli erano stati recapitati.
Ma ora non è affatto detto che la guerra sotto traccia si plachi: più di un parlamentare grillino, infatti, paventa il rischio che si inauguri la corsa a pubblicare notizie private, comunicazioni che girano nelle chat via Telegram, il servizio ‘criptato’ di messaggistica, e soprattutto le email interne.
Il rischio è che si aprano i cassetti, che vengano date in pasto alla stampa altri ‘dossier’.
“Questa delle email – si lamenta uno dei deputati pentastellati – è una faida assurda, è il frutto di troppi veleni. Così viene a mancare il valore più importante di un Movimento: la fiducia reciproca”.
Ora c’è chi minaccia di continuare, di rendere note altre informazioni riservate.
Per questo motivo è dovuto intervenire Beppe Grillo. Per richiamare tutti all’unità , per evitare altri incidenti autolesionistici.
Sullo sfondo c’è lo scontro tra le correnti, tra chi nel Movimento si professa ortodosso e l’ala più filogovernativa.
In Transatlantico non si parla d’altro, persino delle possibili conseguenze che la battaglia interna a M5s potrebbe portare sul referendum, con un eventuale (temuto da parte dei partiti dell’opposizione) incremento dell’astensionismo.
Ma i politici si interrogano soprattutto sulle modalità in cui è in corso il braccio di ferro all’interno del movimento grillino.
Si cita il vecchio proverbio “verba volant, scripta manent”, c’è chi ricorda come nel Pci l’obbligo era di non lasciare mai traccia.
“D’Alema – sorride D’Attorre, ora in Sinistra italiana – ricorda sempre un episodio: stava partecipando ad una delle sue prime direzioni e prendeva appunti… Si avvicinò un vecchio dirigente che gli disse: ‘solo le spie prendono appunti’ e gli strappò le pagine…”.
Al tempo delle email hackerate ora il ‘mantra’ dei politici è quello di stare attenti e non più solo alle conversazioni telefoniche che possono essere intercettate.
(da “Huffingtonpost”)
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