Settembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
I FALDONI RIGUARDANO LA MAXI-INCHIESTA CHE COINVOLGE L’ASSESSORA
Nuove acquisizioni di documenti sono state effettuate questa mattina dai carabinieri del Noe
nell’ambito di uno dei filoni della maxinchiesta della Procura di Roma sullo smaltimento dei rifiuti e che vede coinvolta l’assessore all’Ambiente, Paola Muraro.
I militari sono stati in una sede dell’Ama e hanno portato via materiale riguardante il sito di smaltimento di Rocca Cencia.
L’attività di questa mattina rientra nella delega di indagine affidata al Noe dal pm Alberto Galanti, titolare del procedimento.
L’assessore Muraro, accusata di violazione di norme sull’ambiente, è stata per 12 anni consulente di Ama e negli ultimi anni ha avuto responsabilità di controllo sui rifiuti in entrata e uscita degli impianti per il trattamento meccanico biologico dei rifiuti (tmb), tra cui quello di Rocca Cencia, la cui è attività rappresenta uno di filoni di indagine della Procura.
(da agenzie)
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Settembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
PENDOLARI IN RIVOLTA, E’ IL CAOS… VIA LIBERA A SOLI 4 CONVOGLI SU 25… RUOTE E CARRELLI USURATI
Nessun treno Atr partito e pendolari con i nervi a fior di pelle. 
Dall’alba le Ferrovie Sud Est sono letteralmente paralizzate e stanno creando enormi disagi ai pendolari. Oggi dal deposito sono usciti solo il treno 1 e il 105 che partono su Bari alle 5,25.
Altri due convogli sono partiti su Martina Franca.
In totale stanno circolando solo quattro mezzi rotabili. Tutti gli altri 25 mezzi, gli Atr 220, sono bloccati.
Fermi in deposito per ordine dell’Ustif, l’ufficio ministeriale deputato alla sicurezza sui binari che ha inviato una circolare in azienda obbligandola a fermare tutti i convogli che montano ruote e carrelli usurati, problemi documentati durante un’ispezione del mese scorso.
L’attenzione alla sicurezza è massima, soprattutto dopo lo scontro fra treni dello scorso 12 luglio e l’inchiesta della magistratura sulle responsabilità umane e le carenze di sicurezza sui binari pugliesi.
Fse prova a reagire e organizza corse sostitutive attraverso i suoi bus, dichiarando che è saltato appena il 30 per cento delle corse. In realtà le tratte soppresse sono molte di più.
Quei 25 Atr (20 in circolazione fino a ieri, altri 5 in manutenzione) rappresentano infatti il 70 per cento del parco rotabile delle Sud Est.
Bloccare i treni polacchi, significa paralizzare tutto il traffico della più grande ferrovia concessa d’Italia.
Non a caso, lo stesso programma corse alternativo riprogrammato nelle ultime ore dall’azienda per ovviare al blocco dei treni non può essere rispettato perchè mancano i convogli. La situazione, già pesante, rischia di degenerare nelle prossime ore, visto che lo stop imposto dall’Ustif prevede tempi lunghi con la necessaria sostituzione di tutti i carrelli e le ruote usurate.
Criticità già denunciate sia dalla ditta costruttrice (la polacca Pesa) che dagli intermediari italiani che hanno venduto i convogli alle Sud Est (gli stessi finiti nell’inchiesta della procura di Bari sui treni d’oro, venduti a prezzi enormi alle Fse) e che fino a poco tempo fa ne gestivano la manutenzione, ovvero la Filben.
Era stata la ditta bolognese, a luglio, a inviare una nota allarmante in cui, riprendendo la nota della Pesa, segnalava che la filettatura (lo spessore) delle ruote era inferiore a quella prescritta dalla casa madre polacca. Sul caso, però, l’Ustif non ha preso alcuna decisione. Fino a ieri.
Ora si impone il cambio totale delle ruote che richiede almeno un mese di tempo. Dall’azienda però si ribatte che quella filettatura riscontrata su 25 treni Pesa rientra nei limiti dei parametri di sicurezza italiani.
“Avevamo già acquistato 80 ruote nuove – contesta Andrea Viero, commissario straordinario delle Sud Est – che ci sono costate 1 milione di euro. Stavamo cominciando a sostituirle quando è arrivato il provvedimento dell’Ustif”.
Un provvedimento che rischia di avere i suoi effetti peggiori da lunedì, quando riapriranno le scuole. Per cercare di evitare il peggio e sbloccare la situazione, in mattinata si terrà un incontro tra Fse e Ustif.
Intanto il blocco degli Atr manda su tutte le furie i pendolari. La frustrazione corre sul web, in particolare sui gruppi organizzati di Facebook e dedicati ai problemi delle Sud Est: “Cinque treni Martina-Bari consecutivi soppressi – dice Cosimo Vinci – che schifo”.
Più duro Alessandro Pecorelli: “Qui si rischia il posto di lavoro” denuncia l’utente del gruppo. “Ferrovie Sud Est, 365 giorni di disservizi, qui bisogna assolutamente unirsi e fare qualcosa di concreto – segnala Bernardo Iaffaldano – non se ne può più”.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
IL FONDATORE CERCA DI SEDARE LA RISSA INTERNA, MA E’ ANCORA UN TUTTI CONTRO TUTTI… RIVOLTA TRA I SENATORI, IN 12 PREPARANO UN DOCUMENTO… LA TAVERNA ASSENTE A NETTUNO
È costretto a rimetter su la maschera del padre buono che conforta e perdona, Beppe Grillo.
Voleva star fuori dai guai romani, ma è dovuto correre nel giorno in cui tutto stava per crollare.
Il fondatore del Movimento e i 5 ragazzi cui aveva dato la responsabilità di coordinarlo si sono visti in un posto che – per la prima volta in tre anni – è rimasto segreto.
Perchè il patto era questo: basta trucchetti, soffiate ai giornali, linee contrapposte. Occhi negli occhi, telefoni al centro del tavolo, Roberto Fico, Carlo Sibilia, Alessandro Di Battista e Carla Ruocco hanno tirato fuori tutto: la rabbia per quanto accaduto nella gestione del caso Muraro e delle lotte interne al Campidoglio.
La fuga in avanti di Luigi Di Maio, nel coprire Virginia Raggi e nel darle troppa autonomia. Il caso della lettera del direttorio alla sindaca di venerdì scorso, che doveva essere un modo per chiederle di rientrare nei ranghi, ma che è stata diffusa alla stampa prima ancora di essere chiusa e per questo bloccata dall’ira del presidente della Vigilanza Rai.
Una lunga sequenza di errori che il fondatore ha ascoltato cercando di sedare gli animi: “Ora dobbiamo mostrarci uniti”, ha detto. “Ammettiamo i nostri errori, saliamo sul palco insieme e tutto si risolverà . Non dobbiamo permettere che ci massacrino, non aspettano altro”.
Lo sguardo su Di Maio è severo, ma alle otto e 45 della sera, dopo il mea culpa del vicepresidente della Camera, arriva un abbraccio: la camicia nera di Grillo intrecciata a quella bianca di colui che un giorno definì “un mostro di bravura” concludendo “mi farà fuori”.
Tutto è cambiato, lunedì. Le decisioni solitarie del vicepresidente della Camera su strategie, incontri e linea politica sono il passato. “Condividere”, è la parola d’ordine che conduce al patto della finta unità .
Un ritocco al direttorio potrebbe arrivare presto, magari con l’ingresso di un senatore. Palazzo Madama è in fiamme. Si sono visti in dodici, in Senato, pronti a chiedere presto un “riequilibrio nel Movimento”. Lo chiama così la senatrice Barbara Lezzi. “Una volta decidevamo le cose tutti insieme, magari trapelava qualcosa, ma è anche giusto”, ricorda Gianluca Castaldi.
Quanto ai deputati sono infuriati con Virginia Raggi e con chi l’ha protetta: “Ci sono assessori che mandano pizzini a quelli dello studio Previti”, sbotta un parlamentare. “E Marra, che senso ha se si limita a spostarlo?”.
È anche per questo, che la linea sulla sindaca di Roma cambia. Grillo decide all’ultimo momento di non incontrarla, di chiamarla soltanto. Non è ancora arrivato il momento di giocare la carta della sfiducia, ma una distanza va messa.
Così, Virginia resta fuori dal palco di Nettuno. E decide di non andarci neanche la senatrice Paola Taverna. Ha visto Grillo, ha spiegato che lei non c’entra nulla con le prove mostrate dai giornali su quel che Di Maio sapeva dell’indagine su Paola Muraro. Non se la sente, però, di salire sul palco del perdono.
Sa che qualcuno ha pensato di dare la colpa a lei.
Ma non tutti fingono, su quel palco. Roberto Fico parla di “momenti durissimi”. “Il Movimento è un’utopia, non ci sono leader, se facciamo una rivoluzione a metà sarà una rivoluzione fallita”.
Sono tutti ospiti di Alessandro Di Battista e dell’ultima tappa del suo tour. Lui li aspetta nervoso. Lascia loro la parola mentre Carlo Sibilia gli fa una carezza. Poi se la riprende introdotto da Grillo che fa l’elogio di “un ragazzo che ha fatto 5mila chilometri e finisce qui nella piazza della giustizia e del perdono”. Lui parla di errori in buona fede, suda, si arrossa. Mentre abbraccia un Di Maio rigido e teso, Grillo lo guarda come un figlio che alla recita, a scuola, azzecca tutte le battute. Il nuovo frontman è “il Diba” già da un po’. Il passo falso di Di Maio, che lui chiama “fratello”, potrebbe costringerlo a prenderne il posto.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
E SI SENTE IL VUOTO LASCIATO DA CASALEGGIO: IDEE PIGRE E SCHEMI CONSUNTI
Lo amano. Lo adorano. Lo vogliono. E’ del tutto ovvio che da oggi il Sovrano è lui. C’è l’intera piazza
di Nettuno che si schiera ai piedi di Alessandro Di Battista, giunto all’ultima tappa del suo tour di cinquemila chilometri per dire No ai quesiti del referendum costituzionale, a chiarirlo senza ombra di dubbio.
Il passaggio di consegne con Luigi Di Maio forse non è nella forma, di certo lo è nella sostanza. «Dibba, Dibba, Dibba, Dibbaaaaaa».
E’ il boato scaricato in cielo con un fanatismo da concerto vascorossiano al termine di questo curioso processo cinese organizzato da Beppe Mao nel Lazio, in cui il colpevole – Di Maio Luigi, vicepresidente della Camera – ben accolto e tiepidamente applaudito, viene condannato prima del dibattimento ed è costretto a cospargersi il capo di cenere di fronte alla platea, per consentire al Movimento di proseguire purificato il proprio processo rivoluzionario. «Ho sbagliato, scusate».
C’era Di Maio. Oggi c’è Di Battista.
E’ questo il primo risultato del dilettantesco pasticcio di Roma, che finisce per penalizzare Di Maio più della confusa e incomprensibile sindaca Virginia Raggi, due delibere in ottanta giorni.
E anche Beppe Grillo, l’antico Capo Tribù piombato nei dintorni della Capitale per rimediare al disastro, finisce per sparire davanti al sorprendente potere ipnotico del nuovo Capobranco, che attacca la Rai, le banche, Renzi, la Merkel, la Boschi, invocando più Italia, più sovranità , una moneta propria e soprattutto ribadendo l’ennesimo definitivo No alle Olimpiadi.
«E’ questa la vera battaglia che si sta combattendo a Roma. Ma noi non molliamo. Mentre loro, le lobby, i palazzinari, la politica, sentono le sirene della Polizia e cercano di scappare con il malloppo».
Piove e Nettuno è sua. E’ lui il primo a salire sul palco per introdurre i compagni della serata, è lui l’ultimo ad andarsene dopo più di un’ora.
In mezzo il comizio-processo, organizzato per dare l’immagine di un universo ancora unito, solido e solidale, pensato apposta per nascondere sotto il tappeto la polvere soffocante delle risse interne, delle gelosie, dei piccoli tradimenti, e soprattutto delle scelte discutibili di assessori piombati nella giunta capitolina da galassie da sempre ritenute mefitiche dai Cinque Stelle: il previtismo, l’alemannismo o la palude dei dirigenti buoni per tutte le stagioni.
Ci sono i cinque del direttorio sul palco con Grillo e sparso tra la folla anche qualche parlamentare tendenza Di Maio, ma il buco, enorme, non è tanto quello dei senatori – che non hanno mai digerito il piccolo gruppo dirigente incardinato alla Camera – o della Raggi, quanto quello lasciato da Gianroberto Casaleggio.
Senza di lui il tavolo è zoppo. Le idee più pigre. Gli schemi più prevedibili.
Eppure proprio Di Maio e Di Battista sembravano destinati a clonare lo schema dei Fondatori nella staffetta generazionale.
Non è ancora così. Forse non sarà mai così.
Andrea Malaguti
(da “La Stampa”)
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Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
MURARO E DE DOMINICIS RESTANO ASSESSORI, ROMEO MANTIENE IL SUO POSTO E MARRA VIENE SOLO SPOSTATO DI INCARICO NEL BLOG DI GRILLO, MA NON PER LA RAGGI… IL DIRETTORIO NON HA OTTENUTO UNA MAZZA, MA SONO TUTTI “VITTIME DEL SISTEMA”
Il «movimento resta unito» sancisce Grillo a Nettuno: e mai come in questo caso l’unione fa la farsa.
L’esordio del leader fondatore Grillo è stato da tregenda: «il regime reagisce compatto contro di noi».
«Ringrazio il direttorio che ha protetto Virginia Raggi che andrà avanti e noi vigileremo» ha proseguito paragonando Raggi al primo sindaco nero del 1968 in Mississipi (che si rivolterà nella tomba)
Il coro ritmato «onestà , onestà », avviato da Beppe Grillo sul palco e subito ripreso dai militanti in piazza, ha chiuso il comizio di M5s a Nettuno.
Nessuno si ricorda più che il direttorio aveva chiesto quattro teste ( Muraro, De Dominicis, Romeo e Marra): per la serie “abbiamo scherzato” sono tutti sul palco a reggere il moccolo al ballista Di Maio, ideale candidato premier della Repubblica dei conigli.
Mentre il capocomico miliardario genovese urla “contro il sistema”, emerge la decisione presa “di comune accordo”: non cambiare una mazza.
La Raggi non si vergogna nemmeno delle balle che ha raccontato e compare in video amatoriale per rendere noto che la Muraro resta al suo posto, nonostante sia indagata (pare pure per abuso d’ufficio, ma potrebbe anche esserle contestata la corruzione, una sciocchezza dai…) .
Lo stesso dicasi per il raccomandato dallo studio Sammarco, ovvero De Dominicis. esperto di Tinto Brass, per il fido Romeo e persino per Marra che al massimo cambia incarico.
E su Marra siamo alla farsa completa: “L’attuale vicecapo di gabinetto Raffaele Marra sarà ricollocato in un’altra sede”, si legge nel post scriptum che compare sul blog di Grillo sotto la dichiarazione della sindaca.
Ma di questa frase non ce n’è traccia nell’identico post riportato dalla sindaca sul suo profilo Facebook.
Cala il sipario, cadono le stelle.
A molti elettori grillini non solo quelle.
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Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
ALLA MURARO NON VIENE CONTESTATA SOLO L’ACCUSA DI “REATI AMBIENTALI”, MA ANCHE L’ABUSO D’UFFICIO… E C’E’ ANCHE L’IPOTESI DI CORRUZIONE
C’è un documento che dimostra in maniera chiara il legame tra Paola Muraro e le società di Manlio
Cerroni, il ras dei rifiuti a Roma imputato proprio per la gestione della spazzatura e adesso indagato nel nuovo filone d’inchiesta.
E avvalora il sospetto dei pubblici ministeri che nel suo ruolo di consulente di Ama, ricoperto per ben 12 anni, la donna abbia favorito le aziende private danneggiando la stessa municipalizzata.
È l’elenco dei componenti del comitato tecnico-scientifico di Ecomondo 2016, la «piattaforma tecnologica per la Green e Circular Economy nell’area Euro-Mediterranea» che quest’anno si svolgerà a novembre a Rimini.
La dicitura è eloquente: «Paola Muraro & Carlo Noto La Diega».
Noto La Diega è il socio di Cerroni nella società Gesenu e in altre aziende del gruppo, oltre a essere stato il coordinatore per il monitoraggio ambientale della discarica romana di Malagrotta.
Perchè l’assessore all’Ambiente del Campidoglio si muove in tandem con un personaggio così controverso, peraltro finito agli arresti lo scorso anno nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione dei rifiuti a Viterbo?
Qual era la reale natura di questo rapporto che arriva direttamente a Cerroni?
Per rispondere a questi interrogativi i magistrati stanno ricontrollando tutte le delibere e hanno deciso di acquisire le dichiarazioni dei redditi della Muraro proprio per controllare le «entrate», oltre alla consulenza con Ama che per dodici anni le ha fatto guadagnare oltre un milione di euro.
In realtà la donna era molto più che una semplice consulente.
Legatissima a Franco Panzironi e Giovanni Fiscon – gli ex vertici di Ama scelti dall’ex sindaco Gianni Alemanno e poi imputati nel processo di Mafia Capitale – Muraro ha svolto un ruolo da funzionaria di alto livello, delegata alla gestione e al controllo degli impianti.
Dunque una funzione pubblica e proprio questo consente agli inquirenti di contestarle – oltre alla violazione dei reati ambientali – anche l’abuso d’ufficio.
Nel fascicolo del pubblico ministero Alberto Galanti emerge il sospetto che abbia garantito una sorta di patto affinchè gli impianti Ama funzionassero a ritmo ridotto proprio per consentire anche a quelli di Cerroni di smaltire una parte dei rifiuti della Capitale.
Per questo, denunciano i carabinieri del Noe, sarebbero state alterate le quantità di materiale trattato e prodotto.
Adesso bisognerà scoprire quale fosse la contropartita per questo interessamento, verificare se Muraro abbia tratto vantaggi.
In questo caso scatterebbe infatti anche l’accusa ancor più grave di corruzione.
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
IL M5S HA FATTO FUORI RETTIGHIERI, REO DI AVER FATTO LA GUERRA AI PRIVILEGI DEI SINDACATI CHE NON A CASO SI SONO SCHIERATI CON LA RAGGI… E, GUARDA CASO, LO SOSTITUISCE CON UN INGEGNERE CHE HA IL 5% DI UNA SOCIETA’ DI CONSULENZA PRIVATA
Tutto si può dire, tranne che non sapessero.
Da mesi nell’assessorato della «Città in movimento», o come si chiamava prima dell’avvento grillino, piovevano relazioni, lettere, avvertimenti.
L’ultimo, il 30 agosto. Ci sarebbero stati giorni difficili anche in superficie, oltre che sottoterra, diceva il direttore dell’Atac Marco Rettighieri.
Problemi di manutenzione, di pezzi di ricambio… Beccandosi per tutta risposta dall’assessora Linda Meleo, all’apice della crisi, un tweet al curaro: «Ecco l’eredità di Rettighieri. 200 mezzi in meno rispetto ai 1.400 programmati…».
Lunedì a Roma circolavano 1.150 autobus. Martedì si era saliti a 1.190.
Meno della metà del parco, che si aggira intorno ai 2.500 mezzi. In una capitale europea con pochi chilometri di metropolitana, che peraltro funzionano a singhiozzo. In pieno Giubileo. E lunedì riaprono le scuole
Di chi è la colpa? Perchè colpe ci sono eccome. Ma difficilmente una persona sola, anche se è il direttore generale, può fare un danno simile in nove mesi.
L’Atac è con ogni probabilità l’azienda pubblica più scassata d’Italia. Più scassata, se possibile, dei suoi autobus. Che hanno l’abitudine di scassarsi prevalentemente il 27 di ogni mese oppure dopo le elezioni a cui partecipano come scrutatori centinaia di suoi dipendenti.
Il top, però, si registra quando il capo del personale assume qualche iniziativa indigesta, come il blocco di 50 promozioni concordate con il sindacato: allora s’ingolfano gli iniettori, fanno crac gli ammortizzatori, saltano le turbine come niente fosse.
Si è arrivati a superare quota 800, un giorno. Un terzo dell’intero parco mezzi, metà di quelli circolanti
Vogliamo mettere anche questo sulle spalle di Rettighieri, che il prefetto Francesco Paolo Tronca aveva spedito all’Atac per metterci almeno una toppa in vista del Giubileo?
E ci vogliamo aggiungere le 111.664 ore di «agibilità sindacale» concesse nel 2015, ben 11.283 più di quelle effettivamente concedibili: come se l’Atac pagasse 82 persone per lavorare altrove?
E i 16,7 milioni pagati per le gomme, il doppio del previsto, a un fornitore di cui è direttore un dirigente dell’Atac in aspettativa?
E la barca di quattrini impegnati in modo quantomeno discutibile per una sede faraonica nella periferia romana?
Colpe ne ha Rettighieri, eccome. Per esempio aver fatto la guerra ai sindacati, che osservavano in qualche caso apertamente con favore l’ascesa di Virginia Raggi. Arrivando alla decisione di revocare accordi non scritti che per quarant’anni hanno garantito al dopolavoro in mano ai sindacalisti la gestione di mense e bar aziendali.
E certo le cose non migliorano con la fine del commissariamento.
L’acme si raggiunge quando Rettighieri decide di spostare il dirigente Federico Chiovelli: cugino, secondo la ricostruzione pubblicata dai giornali, dell’assessora grillina del Municipio XV Paola Chiovelli.
Lo scambio di colpi è virulento e Rettighieri non esita ad accusare Linda Meleo di ingerenze nella gestione dell’azienda.
Con una lettera così dura che qualcuno si spinge a ipotizzare che stia cercando l’incidente
Ma il suo destino è segnato già durante la campagna elettorale: troppo impopolare quella guerra al sindacato, in un’azienda dove sono sindacalizzati in 8.899 su 11.687.
Il direttore scelto da Tronca getta la spugna di fatto insieme a Marcello Minenna, l’unico che lo difende.
Venerdì prossimo è l’ultimo giorno di lavoro. In una situazione oggettivamente drammatica.
Che fare? A mali estremi, si dice, estremi rimedi. Magari ricorrendo ai privati: il consorzio Tpl costituito fra alcuni trasportatori romani e una società pubblica umbra, che da una decina d’anni gestisce per un centinaio di milioni l’anno pagati dal Campidoglio (oltre ai costi dell’Atac), alcune linee periferiche.
Fantascienza? Un’ipotesi forse assurda, com’è assurdo tutto questo.
Però quelli hanno nei cassetti un lodo arbitrale che impone al Comune di versargli 115 milioni: un’arma letale
L’amministratore Armando Brandolese deve invece aspettare il sostituto: l’ingegnere nucleare Manuel Fantasia, titolare del 5 per cento di una società di consulenza aziendale.
Nominato con urgenza a ridosso delle dimissioni dei vertici, non ha ancora messo piede in azienda. Nè l’assemblea che dovrebbe insediarlo è stata convocata.
I prossimi giorni, in assoluto i più delicati, l’azienda rischia dunque di affrontarli senza timoniere.
O con un timoniere inesperto e spaesato. Scelta che peraltro ha già fatto storcere la bocca ai sostenitori della campagna #Saichivoti per la trasparenza delle nomine pubbliche a cui aveva aderito anche Virginia Raggi.
Adesione a parole, si è lamentato Federico Anghelè di Riparte il futuro, visto che Fantasia è stato scelto esattamente come hanno sempre fatto i partiti…
Ma il Movimento 5 Stelle non le aveva scomunicate, certe pratiche?
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
LA CLASSE POLITICA SI SELEZIONA NELLA LOTTA POLITICA, NON CON I CURRICULUM AZIENDALI
“Dilettanti allo sbaraglio”. Era questo il sottotitolo della “Corrida”, una trasmissione, prima
radiofonica e poi televisiva, che conduceva il famoso presentatore Corrado.
Il quale, con un cinismo fintamente bonario, si prendeva gioco di tanta gente qualunque in cerca di un quarto d’ora di notorietà .
E “dilettanti allo sbaraglio” ci sembra l’epigrafe più adatta per sintetizzare i primi cento, catastrofici giorni dell’amministrazione grillina della capitale.
Tempo fa avevo parlato della mezza cultura del grillino medio.
Oggi ci tocca parlare della vera e propria incultura della stessa classe dirigente a cinque stelle.
Mancanza di cultura politica, prima di tutto. Da cui discende non solo l’idea, visibilmente puerile, che la politica si riduca a “onestà privata”, ma anche quella che, oltre all’onestà , per governare ci voglia solo competenza tecnica.
Fa veramente tenerezza, o rabbia a seconda dei casi, sentir dire dalla sindaca Raggi che, per scegliere il nome di un assessore o del capo di una segreteria politica, sono stati visionati i curricola dei candidati.
Quasi che amministrare politicamente e amministrare un’azienda fossero la stessa cosa, faccende entrambe da manager.
Come si può nella patria di Machiavelli arrivare a pensare, e poi a dire, una simile sciocchezza?
La classe politica si seleziona solo nella lotta politica: altra possibilità non c’è.
La politica è prima di tutto visione, cioè chiarezza sugli obiettivi da raggiungere, e poi assunzione di responsabilità .
Nel bene, come nel male. Non si possono fuggire le telecamere, come stanno facendo in queste ore i grillini.
Nè ci si può nascondere dietro un dito, appellandosi a “scelte condivise”, quando si è avuta un’investitura personale e quasi plebiscitaria.
Nè si può tener nascosta la verità , e addirittura mentire, davanti a coloro che ti hanno eletto.
È un errore politico veramente autodistruttivo: ciò che ne va di mezzo è la fiducia personale che ti è stata concessa.
Ci vuole tanto a capire che il cittadino-elettore è disposto a perdonare persino la “disonestà “, ma non perdonerà mai la menzogna?
Ci vuole tanto a capire che qualsiasi giustificazione a posteriori più o meno bizantina, qualsiasi gioco di parole, non regge, e che l’unica scelta che un politico serio ha davanti, di fronte a circostanze del genere, sono le scuse ufficiali?
Senza aspettare settimane, senza tener nascosta nel “cassetto” la verità , nella speranza che nessuno la scopra.
Scuse ufficiali al popolo romano, che ha votato per il movimento in massa. Perchè la Raggi ci gira ancora attorno? La menzogna in politica un tempo veniva etichettata sotto la voce “arcana imperii”.
Poi, in età moderna, si è parlato più semplicemente di “ragion di Stato”, riservandola a settori speciali come i “servizi segreti”.
Nell’uno e nell’altro caso, si occultava la verità , che poteva essere perturbante, per la salus rei publicae, cioè per la salvezza della Patria.
Qui invece si è mentito per piccoli interessi di bottega, personali, e proprio mentre si faceva della “trasparenza” il mito fondativo della nuova politica. Da non credere!
Alcuni giornali, a esempio “il Foglio”, insistono sulla incompatibilità fra la grammatica grillina, fondata sul valore dell’ onestà , e il governo politico di una società .
Sono d’accordo, ma solo fino a un certo punto. Con l’onesta, valore non politico, si può fare politica. Basti pensare solo un attimo all’esperienza del giacobinismo, anche nelle sue propaggini totalitarie novecentesche, che su quella grammatica, su un’astratta idea di “virtù”, si è costruita fino ad arrivare al Terrore.
Qui, più che a una fenomenologia della mente rivoluzionaria, siamo però di fronte alla fenomenologia della ignoranza umana.
Ignoranza della politica e delle sue regole, a cui, diceva Benedetto Croce, è vano ribellarsi.
Pena lo spettacolo pietoso di questi giorni. “Dilettanti allo sbaraglio”, appunto.
Il problema, come diceva quel tale, non è l’ignoranza, ma l’ignoranza attiva. E mai come in questa estate romana si son visti tanti ignoranti attivi e presuntuosi. Imperdonabile.
Non so se era tutto già scritto, come pure si è detto. Fatto sta che fa davvero meraviglia come un abbaglio così grande lo abbia potuto prendere un popolo come quello romano, di sana e scettica diffidenza verso tutto ciò che si presenta come nuovo e originale.
Caduti così in basso, forse ora, non si può fare altro che risalire.
Corrado Ocone
filosofo
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
E POI NON ABBIAMO SOLDI PER COSTRUIRE CASE POPOLARI, AUMENTARE LE PENSIONI MINIME, EVITARE I DISSESTI GEOLOGICI
Il conto più caro lo paga l’Italia. Ovviamente senza fattura.
L’Iva evasa lascia un vuoto nelle nostre casse pubbliche pari a 36,9 miliardi l’anno: basterebbe meno di un terzo di quel gettito mancato per sistemare i conti nella prossima finanziaria ed evitare così di dover chiedere a Bruxelles nuova flessibilità . Nessun Paese nell’Unione Europea registra una cifra simile.
Il buco per l’Iva evasa, nell’intera Ue, nel 2014 è stato di 159,5 miliardi di euro. Rispetto all’anno precedente c’è stato un piccolo miglioramento (recuperati 2,5 miliardi), ma non basta: «Alcune riforme sono state avviate, ma ne servono di più radicali» dice la Commissione, che ha fatto realizzare questo studio sull’evasione tra i Ventisette (Cipro non è stata inclusa)
A scorrere i dati Paese per Paese, ne esce un’Europa con differenze abissali.
Se il valore medio dell’evasione dell’Iva nell’Ue si aggira attorno al 14%, si va da Paesi come la Romania che hanno un tasso del 37,9% ad altri come la Svezia che non si scostano dall’1,2%.
Per l’Italia il peso del «nero» è del 27,55%, ma in termini assoluti la cifra più alta viene registrata qui.
Da sola equivale quasi a un quarto dell’intera evasione europea.
Anche da noi qualche passo avanti è stato fatto rispetto all’anno precedente (2013), quando il tasso era del 29,27% e il valore dell’Iva evasa pari a 38,88 miliardi.
Il dato resta però allarmante.
«È inaccettabile che i Paesi perdano tutti questi miliardi – attacca il commissario agli Affari Economici Pierre Moscovici -. L’attuale regime resta di fatto inerme di fronte alle frodi. Serve un dibattito franco e costruttivo tra gli Stati»
La Commissione un progetto per frenare l’emorragia ce l’avrebbe pure: l’ha messo sul tavolo ad aprile, presentando un piano d’azione per uno spazio unico europeo dell’Iva. Nel 2017 verrà formalizzato con una vera e propria proposta legislativa che avrà l’obiettivo di «ristabilire il principio di imposizione sugli scambi transfrontalieri».
È proprio questo il punto su cui si vuole intervenire.
Si calcola infatti che l’evasione per le compravendite tra i diversi Stati ammonti a circa 50 miliardi di euro l’anno (quasi un terzo del totale) e la Commissione stima di poter ridurre dell’80% questa cifra.
Serve però la volontà degli Stati che dovranno andare oltre l’attuale sistema che regola gli scambi transfrontalieri, in vigore dal 1993 e pensato per essere transitorio.
Un sistema che, secondo la stessa Commissione, «lascia spazio alle frodi».
In cambio di regole comuni e maggiore scambio di informazioni, il governo dell’Ue è pronto a concedere agli Stati maggiore flessibilità sulla scelta delle aliquote e la possibilità di ridurre – o eliminare – l’elenco dei beni e dei servizi su cui poter applicare l’Iva agevolata.
La questione dell’evasione fiscale all’interno dell’Ue è un tema caldo e spinoso e il caso Apple in Irlanda ha riacceso il dibattito.
Venerdì e sabato ne parleranno anche i ministri dell’Economia e delle Finanze nel Consiglio informale in programma a Bratislava.
Sul tavolo ci sarà una proposta della presidenza slovacca, che verrà discussa sabato, che avrà l’obiettivo di «garantire un equilibrio tra un’effettiva lotta all’evasione e la necessità di garantire un contesto fiscale stabile e prevedibile».
Bratislava teme una fuga delle multinazionali, per questo chiede che siano fissate regole certe e che ci sia maggiore cooperazione tra gli Stati in questo senso.
Tra le altre proposte che la presidenza slovacca porterà alla riunione, ci sarà anche un nuovo fondo europeo per proteggere l’Ue da eventuali choc finanziari.
Marco Bresolin
(da “La Stampa“)
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