Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
SONO RIUSCITI A FARSI MALE DA SOLI
La cosa più stupefacente è che hanno fatto e stanno facendo davvero tutto da soli. Quello che sta accadendo a
Roma, dove un’esperienza amministrativa appena nata si sta accartocciando su se stessa davanti allo sguardo sbigottito anzitutto degli elettori grillini, è un avvenimento politico di prima grandezza.
Destinato ad avere ripercussioni almeno pari a quelle del referendum e capace di imprimere una brusca svolta alla vicenda italiana e alla natura stessa dei cinque stelle. La pietruzza di un’assessora maldestra e (quantomeno) reticente, rotolando giù dal colle del Campidoglio, ha colpito prima la sindaca Raggi e poi, a cascata, il candidato in pectore Luigi Di Maio.
Macchiandone l’immagine e indebolendolo sul piano interno a favore di un altro potenziale leader come Alessandro Di Battista.
Perchè «Roma è Roma», come disse lo stesso Di Maio, non è Quarto o Livorno. Se il Movimento cade nella Capitale è finito.
A ben vedere non è la prima grave crisi di maturità dei cinque stelle dalla loro clamorosa affermazione nel 2013.
Altri momenti molto difficili furono le espulsioni di massa del primo anno, culminate con l’assalto degli eretici alla villa di Grillo a Marina di Bibbona, la sconfitta alle Europee da parte di Renzi, la gestione dei sindaci di Parma e Quarto.
Nulla di paragonabile al caso Raggi. E c’è una ragione precisa che porta a considerare questo il passaggio centrale per capire quello che sarà e come evolverà il partito-non-partito che ha rivoluzionato la politica italiana.
Il motivo si chiama Gianroberto Casaleggio.
Il vero leader dei Cinquestelle, il capo «politico». «Il movimento farà a meno di me e di Grillo», disse in una intervista a Lucia Annunziata del 2014.
Quel momento è arrivato. Cosa avrebbe fatto Casaleggio? Possiamo supporre che avrebbe convocato a Milano Raggi e le avrebbe intimato di cacciare su due piedi l’assessore Muraro e tutto quel giro di strane figure di staff di cui si è circondata.
Pena l’espulsione immediata.
Non avrebbe aspettato di essere travolto dallo scandalo e dalle bugie, avrebbe agito in contropiede. In maniera anche brutale. In fondo si deve a Casaleggio quell’articolo 9 del codice di comportamento degli eletti che impone al sindaco e a «ciascun assessore e ciascun consigliere di dimettersi laddove, in seguito a fatti penalmente rilevanti, venga iscritto nel registro degli indagati».
E’ quello che il Direttorio ha chiesto in extremis alla sindaca: la cacciata delle anime nere che hanno «contaminato» la purezza del M5s.
Ci sono arrivati però dopo mille reticenze, mezze bugie, afasie e convulsioni, disvelando in questo modo una sorda lotta di potere interna.
Da come il partito-non-partito uscirà da questa vicenda si capirà non solo chi comanda davvero a Roma – se i vertici M5S o la sindaca scelta da quasi 800 mila romani – ma soprattutto se il gruppo dirigente che ha preso in mano il Movimento dopo la morte del leader ha la capacità e lo spessore di candidarsi a guidare il Paese.
«E’ in arrivo una tempesta, con lampi e tuoni», profetizzò ai primi di agosto uno stralunato Beppe Grillo in un video che fece molto rumore.
Quello che non si aspettava è che avrebbe piovuto solo sui suoi ragazzi.
Francesco Bei
(da “La Stampa”)
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Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
DECINE DI COMMENTI CANCELLATI: “DOV’E’ LA TRASPARENZA?”
Proteste, richieste di dimissioni e commenti censurati.
Il blog di Beppe Grillo è la cartina di tornasole dell’imbarazzo che regna sovrano all’interno del Movimento Cinque Stelle sul caos romano.
Lunedì sera – mentre davanti alla Commissione Ecomafie e sulle agenzie di stampa andava in scena lo scaricabarile tra Virginia Raggi e il direttorio su chi fosse o meno informato dell’indagine della Procura sull’assessora Paola Muraro – il sito del leader M5S proponeva un video in cui la sindaca esordiva con un «ciao, stiamo lavorando per Roma», spiegava ai cittadini di aver incontrato «resistenze», ma di non essere spaventata.
Nella giornata di ieri il filmato, quantomeno infelice per tempistica, era scivolato più in basso, soppiantato dal post «L’euro è il problema dell’Europa».
Ma la base, nelle ultime ore, non pare interessata a monete uniche e tassi di cambio.
Utenti bannati
Sui siti della galassia grillina e sui social i militanti sono in rivolta.
Accusano la sindaca di aver nascosto all’opinione pubblica l’inchiesta su Muraro, invocano «onestà e trasparenza», lamentano il tradimento dei princìpi del Movimento e il «silenzio assordante» dei vertici. I
l video autoassolutorio di Raggi raccoglie centinaia di commenti. «Virginia deve dimettersi prima che la situazione travolga tutto il M5S», scrive Michele De Donato.
«La sindaca di Roma sta disperdendo un immenso patrimonio di consensi in modo del tutto stupido», sostiene Mauro Ciccarelli.
Di fronte alla valanga di proteste, gli amministratori del blog rispolverano la censura.
Il sito “nocensura.eusoft.net” raccoglie i commenti rimossi dal blog di Grillo: gli interventi cancellati dai moderatori della Casaleggio sono decine.
Come quello di Mario C., che si dice «esterrefatto da come siete cambiati in peggio in un paio di mesi».
«Parlo dello scandalo Raggi – spiega -, sperpero di soldi con compensi doppi rispetto alle amministrazioni precedenti, collaboratori raccolti tra gente che ha creato il danno, la Muraro indagata da mesi e Virginia che tace facendo finta di niente.
E anche beppegrillo.it tace quando queste schifezze sono sulle prime pagine di tutti i giornali». Marco Gradozzi si rivolge direttamente alla sindaca: «Ti ho votato molto volentieri, però credo che tu sia venuta meno ai principi fondamentali, trasparenza e onestà . Perciò penso che ti dovresti dimettere».
«Siete come i vecchi con vestiti nuovi e niente più, che schifo», sbotta Enrico Fratus. «Come si fa a lasciare un governo così importante in mano a delle persone che non si fanno scrupolo di mentire? Beppe devi intervenire», chiede Antonella Guglielmino.
Sfogatoio collettivo
La base è in fibrillazione. Brama risposte, ma dal direttorio tutto tace.
Di Maio cancella l’intervista su Raitre e Di Battista interrompe il tour. Tanti iscritti invitano Grillo a prendere in mano la situazione.
Il blog diventa sfogatoio collettivo. «Qui scricchiola tutto. Muraro sapeva. Raggi sapeva. Raggi ha informato i vertici. Tutti hanno negato», accusa Stefano Mennei.
Marcello Bini fiuta il complotto: «Raggi è un’infiltrata, creata a tavolino da certi poteri». «Siete tutti uguali», chiosa un altro utente.
Mentre Giovani Baroso avvisa: «Fallire a Roma significa fallire con il governo del Paese». Bisogna scorrere decine di commenti prima di scovarne uno a difesa della Raggi. È quello firmato da Carlo S.: «Virginia tieni duro, continua la lotta contro la casta».
«Non mollare», concorda Giuseppe Di Vico. Roberto Rossi è già pronto al perdono: invita la sindaca a chiedere scusa e ad andare «avanti a testa bassa».
Mentre sui social rimbalza il video in cui Raggi chiedeva trasparenza a Pizzarotti accusandolo di aver «nascosto il suo avviso di garanzia», Beppe Grillo prende tempo. Rilancia su Twitter e Facebook la lettera anti-euro dei pentastellati eletti a Bruxelles, ma in risposta ottiene una caterva di domande sulla baraonda in Campidoglio.
Rispunta pure Daniele Martinelli, licenziato tre anni fa dallo staff comunicazione M5S: «Un grillino non racconta frottole, e soprattutto non gioca sulle parole tra “avviso di garanzia” e “indagine”. Il Movimento che ho conosciuto io, una cosa così, non l’avrebbe tollerata».
Nel giorno più lungo del Movimento, tornano a galla vecchi rancori. L’ex ideologo Paolo Becchi ne approfitta per pubblicizzare il suo libro su Casaleggio.
«Non vi voto più»
A settanta giorni dal trionfo nelle urne, la disillusione dell’elettorato grillino deborda in rete. Quello di Igor Fabbri è un addio: «Dopo la schizofrenica gestione della città di Roma, non voterò mai più il Movimento».
I moderatori fanno sparire gli interventi più duri dal blog, ma non basta.
«Ho criticato civilmente la Raggi e sono stato censurato, non ci posso credere! Che sta succedendo?», chiede Mario.
Nessuno risponde.
Gabriele Martini
(da “La Stampa”)
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Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
L’URBANISTA A UN PASSO DALLE DIMISSIONI: “O SPARIGLIAMO O E’ IL PANTANO E LA FINE”
Paolo Berdini, l’assessore all’Urbanistica della giunta romana, è convinto che ormai il caso Muraro sia
trasfigurato nel caso Raggi tout court.
Dunque non c’è scampo: o la sindaca si scioglie dai «legami oscuri che la stanno imprigionando» o non si esce «dal pantano in cui siamo finiti dopo soli due mesi».
Per questo il più politico degli assessori tecnici (una storia di militante di sinistra accanto a una lunga esperienza da urbanista per le amministrazioni pubbliche) ha deciso ieri «di sparigliare», come ha spiegato ai suoi più stretti collaboratori, «chiedendo la testa» di Raffaele Marra, il potente vicecapo di gabinetto a capo del giro stretto della Raggi, che ha fatto fuori in un colpo il capo di gabinetto Raineri e il superassessore Minenna.
Perchè la questione non è più solo la sorte della Muraro (già un mese fa Berdini aveva suggerito alla sindaca di considerare l’opportunità di un passo indietro dell’assessore all’Ambiente), ma quella del «grumo di potere» che ispira e condiziona tutte le decisioni strategiche di Virginia Raggi.
«Marra deve fare un passo indietro», ha detto Berdini in radio. Ma il suo j’accuse in privato è assai più esplicito, e inquietante.
Ai suoi collaboratori, Berdini ha detto che «Marra è il punto di riferimento di questo grumo di potere che condiziona dalla nascita la vita della giunta Raggi. Per questo ho chiesto la sua testa».
Di quale grumo di potere si tratti, l’assessore si sta facendo un’idea: «C’è qualcosa di opaco, dei fili oscuri che tengono imprigionata la Raggi, e sono difficili da identificare.
In parte – ha spiegato Berdini – si capiscono o intuiscono ascoltando la prima dichiarazione di questo nuovo assessore al Bilancio, Raffaele De Dominicis, che ha detto anche in maniera improvvida (nelle conversazioni private Berdini usa un’espressione meno british) di esser stato sponsorizzato dall’avvocato Sammarco». Ma, si domanda Berdini, «perchè la Raggi non taglia questi fili oscuri?».
Qui dobbiamo fare un paio di piccoli passi indietro per aiutare a ricostruire questa parte della storia. Fin dai primi passi della giunta Raggi, Berdini aveva individuato in Marcello Minenna il suo interlocutore privilegiato.
L’urbanista marxista e il funzionario Consob: lontanissimi per biografie, i due avevano condiviso l’esigenza di dare alla giunta Raggi un profilo istituzionale, facendo prevalere competenza (qualunque idea si abbia poi dei loro piani) e rigore sull’avventurismo grillino e sull’ipoteca di personaggi legati alla stagione Alemanno (vedi Marra-Romeo, e Muraro).
I due avevano trovato una affidabile sponda tecnico-giuridica nella Raineri, capo di gabinetto, e in Luca Bergamo, assessore alla Cultura, anch’egli di provenienza di sinistra.
L’asse si era rinsaldato su diversi dossier strategici: dal bilancio (no a suggestioni di default pilotato) alle Olimpiadi (prima di dire no, offrire un’idea alternativa e scoprire le carte di Coni e Palazzo Chigi).
Quando Berdini aveva portato in Consiglio comunale una delibera sullo sviluppo urbanistico della ex fiera, era stato Minenna a evitare il peggio.
I consiglieri comunali grillini si rifiutavano di votare a favore, impauriti dagli interventi dei consiglieri del Pd, che paventavano l’intervento della Corte dei Conti. Berdini li aveva affrontati di petto («Ragazzi, svegliatevi, se vi spaventate per così poco è meglio che non fate politica e tornate a casa») ma i novizi si erano ugualmente rivolti a Minenna terrorizzati.
Solo le rassicurazioni dell’assessore al Bilancio sulla regolarità della delibera avevano evitato la prima crisi della giunta.
È successo che i tecnici, anche di provenienza ed estrazione politica, si erano saldati per creare un cordone istituzionale attorno alla giunta. Andati via Minenna e la Raineri, l’asse tra i tecnici non esiste più.
E da giorni si susseguono voci di imminenti dimissioni di Berdini. Il quale le smentisce: «Non è vero che mi sono già dimesso. Dipende da come va a finire con Marra, e con Muraro. Dopo, farò delle valutazioni».
Berdini non è assimilabile ai poteri forti evocati dalla Raggi dopo le dimissioni di Minenna.
Metterà alla prova sindaca, assessori e consiglieri sulle cose che gli stanno a cuore, dice. Ma ha deciso di spendersi nella giunta a modo suo, «sparigliando per non morire nella palude».
Jacopo Iacoboni, Giuseppe Salvaggiulo
(da “La Stampa”)
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Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
“LA CORTINA DI PROTEZIONE PER VIRGINIA NON HA RETTO”
Riguardo al nome del programma in 6 puntate che condurrà in autunno su Rai 2, Michele Santoro riesce a tenere il massimo riserbo senza lasciarsi sfuggire una parola, ma è invece un fiume in piena per quanto riguarda le vicende politiche degli ultimi mesi: vicenda Raggi e nomine Rai in primis.
Pronto a fare i bagagli per Venezia, dove verrà presentato in anteprima il suo documentario Robinù, il navigato conduttore di talk show ha però trovato il tempo di rilasciare infuocate dichiarazioni a Repubblica, in cui non risparmia niente e nessuno.
Cosa pensa di quello che sta accadendo a Roma?
“A Roma la campagna non l’ha fatta la Raggi, l’ha fatta la magistratura con Mafia capitale. Quanto ai problemi della sindaca, mi pare tutto chiaro. Il suo stesso movimento la considerava debole e le ha costruito una cortina di protezione. Solo che non ha retto”.
Per Santoro, del resto, il sindaco capitolino ha un appeal ben diverso da quello della collega torinese, che inoltre gode di un forte consenso popolare.
“Si chieda perchè a Torino Appendino non ha i suoi disastri. Ha vinto sulla base di una spinta popolare fortissima e ora siamo davanti a un caso di leninismo: una cuoca al governo. Raggi è stata un caso internazionale. La Amanpour della Cnn è venuta a intervistarla. Bisognerebbe chiederle con che impressione se ne è andata. Io lo so, taccio per carità di patria. Poi diciamola: tutto quello che sta intorno alla Raggi è di destra”.
Il giornalista, comunque, non si pente di aver dato spazio al Movimento 5 Stelle nei suoi talk, come da più parti gli viene rivendicato.
“Io rivendico di aver dato spazio a un movimento che è diventato un grande protagonista della scena nazionale. Non significa che io condivida la loro tecnica di formazione della linea politica. Se i movimenti si limitano a registrare l’umore della Rete, la politica è finita”.
Tra l’altro, tra Grillo e Santoro in passato c’è stato un filo diretto, di stima reciproca, come conferma il conduttore stesso.
“Buoni politici fanno buone leggi e cattivi politici fanno cattive leggi. Io nella politica ho sempre creduto. Tanto che quando Grillo, non ancora in politica, mi chiamava per dirmi “tu hai una forza politica immensa nelle mani”, io gli dicevo “non è la tv che deve cambiare il sistema”. Grillo ha messo in pratica quello che consigliava di fare a me”.
Ma sono tanti i “personaggi” politici creati da Santoro, che difatti ne va fiero.
Lei ha creato anche De Magistris e Ciancimino icona anti- mafia. Orgoglioso anche di questo?
“De Magistris era una bellissima storia, andava raccontata. Ciancimino icona non lo abbiamo creato noi, succede a chiunque va in tv. Se vuoi capire qualcosa di mafia, con chi vuoi parlare? Prenda il caso Vespa, l’intervista al figlio di Riina l’avrei fatta anch’io. Non è colpa di Riina junior se non è venuta come l’intervista di Biagi al boss Luciano Liggio”.
Santoro però ha voglia di parlare anche del referendum previsto per il prossimo autunno, che potrebbe decidere le sorti del Governo.
“Ai 5stelle dico: non basta fare le pulci a Renzi e dire sempre no. Per esempio, se vincete il referendum cosa fate? Ditecelo ora. Perchè se volete lasciare il pallino a D’Alema e al governo Padoan, non servite a niente. Per paradossale che sia, possiamo sperare solo che Renzi e i 5stelle ce le facciano. Tutto il resto è restaurazione”.
Infine, il conduttore se la sente di dire la sua anche sulla vicenda molto dibattuta delle nomine Rai, che a suo avviso poteva essere trattata diversamente ma che è ben lontana dall’oscurantismo berlusconiano.
“Se parla del Tg3, penso che dopo sette anni ci stia un passaggio di mano, ma una maggiore attenzione ai tempi e ai modi non avrebbe guastato. Parlare però di editti alla Berlusconi non ha senso. Berlusconi controllava un monopolio, oggi il rischio non c’è. Piuttosto, vedo nel renzismo televisivo un desiderio di ordine, anche in senso buono, di enfasi sui buoni e le belle notizie, ma il servizio pubblico non è pedagogia”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
“NON SONO IN GRADO DI GESTIRE NULLA, NON HANNO UMILTA'”
Di Maio? Incapace e inesperto. Il giudizio perentorio sul membro del Direttorio M5S è del sindaco di Parma,
Federico Pizzarotti, che in un’intervista a La Stampa punta il dito contro il leader in pectore dei 5 Stelle, coinvolto nelle polemiche della bufera pentastellata al Campidoglio
Sulle motivazioni alla base del comportamento di Di Maio, che avrebbe taciuto sulla vicenda dell’iscrizione nel registro degli indagati della procura di Roma dell’assessore all’Ambiente, Paola Muraro, Pizzarotti è perentorio
“Incapacità . E inesperienza. Perchè Luigi è uno che dal punto di vista amministrativo non ha fatto nulla. E nonostante questo è stato proiettato da tutti come futuro leader, troppo frettolosamente e senza una prova sul campo. Sono inadeguati, stanno inanellando una serie di figuracce senza avere l’umiltà di dire: ci scusiamo e ora vediamo come uscirne. Aspettiamo di capire cosa succede, ma sarebbe grave che Raggi non avesse detto nulla a Di Maio, visto il rapporto stretto che avevano i due.
E sarebbe altrettanto grave che Di Maio non sapesse nulla, visto il suo ruolo di responsabile degli enti locali. Certamente, se tutto fosse confermato, le stesse persone che avevano dato giudizi pesanti e sgradevoli su di me si ritroverebbero ad aver fatto l’esatto opposto di quello che dicevano”.
Dura la critica del sindaco sospeso dal Movimento nei confronti del Direttorio M5S
“Quello che sta accadendo è l’ulteriore dimostrazione del fatto che non siano in grado di gestire nulla a livello locale. Non si capisce cosa facciano Ruocco e Sibilia. Di Battista ormai ha solo un ruolo mediatico. Fico doveva occuparsi dei meet-up e in molte città sono in subbuglio. Infine, Di Maio. Dovrebbe essere il responsabile degli enti locali ed è sotto gli occhi di tutti da mesi come si è comportato con me”
Per Pizzarotti le dimissioni di Muraro e del sindaco Raggi, tuttavia, sono “una soluzione troppo semplice” così come “è sbagliato promettere che si avranno risultati in 100 giorni”.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
TAVERNA: “SI E’ MONTATO LA TESTA”
«Nulla sarà più tollerato» dice Beppe Grillo al telefono. Virginia Raggi è avvisata. O fa come le dicono i vertici del Movimento o le toglieranno il simbolo e ognuno per la sua strada.
Così si conclude la giornata più lunga del M5S. Una giornata che ha un altro protagonista, forse il più importante, sotto accusa.
Potrebbe partire da qui il racconto, dagli occhi Luigi Di Maio. Stanchi, quasi in lacrime, racconta chi è stato testimone della riunione più lunga della storia del Movimento fondato da Grillo e Gianroberto Casaleggio.
Durante l’incontro fiume vengono prese decisioni senza appello sul cerchio magico della sindaca.
Nella lotta di potere interna al M5S sono costretti a intervenire anche Grillo e Davide Casaleggio.
Il comico chiama lo staff, poi alcuni deputati, infine Raggi che nel frattempo è in continuo contatto con la riunione del direttorio alla Camera.
«Non voglio più sentire il nome di Raffaele Marra associato al M5S. Non è accettabile che il vecchio sistema legato ad Alemanno gestisca il Campidoglio». Lei resiste. Prima dice che lo sposta, poi rifiuta.
Il balletto dura qualche ora. Alla fine cede. Marra esce dal gabinetto della sindaca mentre vengono ridimensionati ruolo e stipendio di Salvatore Romeo.
Ma i vertici del M5S vogliono di più. Chiedono la testa di Paola Muraro, assessora all’ambiente indagata, e di Raffaele De Dominicis, il nuovo assessore al Bilancio appena nominato: «Ha il marchio dello studio Sammarco e del giro di Previti» le dicono. Ma su questo non molla.
Il braccio di ferro con il direttorio continua: «Su Muraro avevamo detto che prima leggevamo le carte» dice Raggi, che con i suoi si sfoga: «Io prima devo pensare a Roma, poi al M5S. De Dominicis è un magistrato della Corte dei Conti, non si tocca». Oggi si vedrà come andrà a finire.
Nel frattempo il Movimento deve gestire un’altra grana altrettanto pesante, se non di più.
«Scusate» ripete più volte Luigi Di Maio, l’enfant prodige appena trentenne a cui l’Italia pentastellata aveva offerto il proprio destino. «Ho letto quella mail ma ho capito male» è la sua difesa.
Il processo a Di Maio comincia alle 9.30 del mattino nel peggiore dei modi.
Nelle stanze che ospitano i gruppi del M5S viene sommerso di accuse da Paola Taverna e Carla Ruocco.
Sono «indiavolate» spiega chi era lì. «Luigi io non me faccio lasciare la responsabilità solo a me. Io ti avevo avvertito. Siete solo ragazzini che si sono montati la testa» urla la Taverna, la senatrice che è stata tirata in ballo da Virginia Raggi durante l’audizione di lunedì alla commissione di inchiesta sui rifiuti.
La sindaca seduta accanto all’assessora ha fornito nel giro di poche ore due versioni differenti. Ha detto di aver informato i vertici 5 Stelle, per poi precisare, qualche ora dopo, di averlo detto solo al minidirettorio romano guidato dalla senatrice Taverna. «Non a Di Maio e a Grillo».
Una correzione di rotta dovuta anche al caos scatenato nel frattempo nel M5S dalle sue rivelazioni.
Taverna però non la manda giù, non vuole passare per quella che ha taciuto un notizia così importante e nella notte tra lunedì e ieri lascia trapelare di aver inviato una mail a Di Maio il 5 agosto.
Qui la storia prende tutta un’altra piega. Perchè non solo l’assessora sapeva dal 18 luglio, dopo aver chiesto la certificazione alla procura, di essere iscritta nel registro degli indagati dal 21 aprile.
Non solo lo sapeva Raggi che, informata dall’assessora il giorno seguente, tenta le capriole in avvocatese specificando la differenza tra avviso di garanzia (non ricevuto) e iscrizione sul registro degli indagati.
Qui è la testa del M5S, l’uomo più in vista, il candidato premier, a essere accusato di aver mentito come Muraro e come Raggi. O, perlomeno, di aver nascosto la verità .
E allora nella giornata più convulsa, mentre si alternano riunioni tra il Campidoglio e Montecitorio, in un guerra di tutti contro tutti, il M5S deve capire quale strategia di emergenza adottare per salvare il prescelto Di Maio e l’intera baracca.
Perchè quella mail lui l’ha ricevuta ed è lui stesso ad ammetterlo. «Muraro ha chiesto la certificazione ai pm e risulta indagata da aprile per reati ambientali».
Questo il contenuto di quello che scrive Taverna a lui e in copia conoscenza a Fabio Massimo Castaldo, Stefano Vignaroli e Gianluca Perilli, tutti i membri del minidirettorio. Taverna scrive solo a lui perchè responsabile degli enti locali.
Durante la riunione di ieri Ruocco è senza freni: «Ti stai comportando come una Raggi al quadrato» gli dice.
Anche lei membro del direttorio, era già infuriata per le dimissioni secondo lei telecomandate da fuori di Minenna: «Sei tu che hai scelto di difendere a oltranza la Raggi».
I deputati lo scrutano mentre il suo volto si scava nell’imbarazzo. Gli chiedono il perchè del suo silenzio. Anche Fico che come Ruocco e Sibilia (il più arrabbiato di tutti, raccontano) prendono le distanze.
«Lo abbiamo saputo dai giornali! Vi rendete conto?».
Di Maio non si nasconde, spiega di aver sottovalutato la questione, di essersi «confuso» e lo motiva così: «Avevo saputo dall’audizione di Daniele Fortini (ex ad di Ama) in Ecomafia il 3 agosto che era andato a denunciare Muraro. Che fosse indagata mi sembrava quasi dovuto, ma mi sembrava una notizia tipo quella delle indagini su Raggi».
Poi quasi in un estremo sussulto di difesa: «Non pensate che senza di me troverete un altro nome. È tutto il M5S a perdere».
Già oggi molto probabilmente Di Maio offrirà le sue scuse al popolo dei 5 Stelle. Intanto, declina all’improvviso l’invito su Raitre alla tramissione Politics.
Anche Alessandro Di Battista annulla la tappa del suo tour sulla costituzione. Bisogna salvare il Movimento, la tv può aspettare.
Ilario Lombardo
(da La Stampa”)
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Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
“MURARO E’ PULITA?”. “NO”…. DI MAIO SAPEVA DA TEMPO CHE LA MURARO ERA INDAGATA, INFORMATO DA TAVERNA E GASTALDO
Da più di un mese Luigi Di Maio sapeva. Almeno lui, sapeva tutto dal 4 agosto, quando era stato informato nei
dettagli dell’indagine su Paola Muraro.
E quindi anche Di Maio, come la sindaca e l’assessora, mentiva quando sosteneva di non potersi pronunciare sulla vicenda in mancanza di notizie giudiziarie certe.
In quel giovedì 4 agosto sui quotidiani si parlava del caos rifiuti, delle dimissioni del vertice della municipalizzata ambientale e delle ricche consulenze incassate da Muraro, ma il giovane leader pentastellato viene messo a conoscenza di una questione più scottante: l’inchiesta della procura sulla manager a cui Virginia Raggi ha affidato la sfida di ripulire Roma.
A Di Maio le informazioni sono arrivate dai membri del direttorio capitolino, il comitato ristretto che vigila sulle mosse del Campidoglio. Quello che Raggi ha subito avvertito della grana più grande. Sono loro ad avere
fatto salire la notizia fino al vertice dei Cinquestelle.
E qui bisogna fare i conti con la cronologia nota finora, rivelata dagli stessi protagonisti del lungo silenzio che sgretola la promessa di “legalità e trasparenza” della giunta grillina, sospettata invece di avere peccato in parole, opere e omissioni.
Sappiamo che il 5 settembre, durante l’audizione della Commissione parlamentare sulle ecomafie, Muraro rivela di essere indagata.
La procura ha infatti risposto a una sua istanza sulla base dell’articolo 335 del codice di procedura penale, comunicandole che il 21 aprile scorso, guarda caso la ricorrenza della fondazione di Roma, era stato aperto un fascicolo contro di lei.
Dichiara di averlo saputo il 18 luglio: 47 giorni prima, un mese e mezzo di mutismo. Di questo ha discusso subito con la sindaca, che risulta avere fatto due cose.
Anzitutto si è confrontata con Carla Maria Rainieri, capo di gabinetto ma soprattutto fino a luglio giudice della Corte d’Appello di Milano, che ha sconsigliato Muraro dal presentarsi ai pm. Poi Raggi affronta l’aspetto politico della vicenda.
Stando alle sue dichiarazioni, comunica la novità solo al direttorio romano.
Si tratta di Paola Taverna, Stefano Vignaroli, Fabio Massimo Castaldo, Gianluca Perilli. Tutti sostengono di
non avere detto nulla a Beppe Grillo.
E anche Davide Casaleggio si è mostrato totalmente all’oscuro.
Ma tacciono pure con il comitato che governa il movimento? Oltre a Di Maio, è composto da Alessandro Di Battista, Carla Ruocco, Roberto Fico e Carlo Sibilia. Sabato 2 agosto c’è una cena che vede allo stesso tavolo la sindaca, il suo fidato vice Daniele Frongia, il direttorio romano e quello nazionale.
Ruocco e Sibilia hanno dichiarato pubblicamente di non essere stati informati del caso Muraro. Anche Fico dice di non averne saputo nulla.
Ma Repubblica è in grado di documentare come almeno il 4 agosto la cabina di regia romana abbia avvertito Di Maio.
Rispondendo a un suo messaggio, Paola Taverna gli scrive che dalla procura è arrivato il documento sulla posizione della Muraro. “È pulito o no?”, chiede il deputato. E ottiene immediatamente risposta: “Non è pulito”.
Nella stessa data Di Maio ottiene un quadro più preciso.
Glielo trasmette l’altro membro del direttorio romano Fabio Massimo Castaldo, l’eurodeputato con doppia laurea in legge: il reato contestato dai pm alla Muraro è la “fattispecie di cui al comma 4 dell’articolo 256 del Testo unico sull’Ambiente”.
Ossia come chiarisce citando il codice: “L’inosservanza delle prescrizioni o la carenza dei requisiti previsti per legge da parte del gestore” degli impianti per il trattamento dei rifiuti.
A richiesta del deputato, Castaldo non sa precisare se gli addebiti siano relativi alla gestione dello stabilimento Ama di Rocca Cencia o a quello del Salario.
Ma in quel momento Di Maio ha tutti gli elementi per valutare la portata dell’indagine. Ne discute con gli altri big dei 5Stelle o preferisce tacere?
È una domanda fondamentale. Perchè nel primo pomeriggio di quel 4 agosto, quando già è a conoscenza dell’inchiesta, il deputato lancia un tweet: “La nostra colpa a Roma è non avere risolto in venti giorni le emergenze create dai partiti in vent’anni “.
Quelle parole sembrano dettare la linea al Movimento, che pochi minuti dopo prende posizione compatto con l’hashtag #SiamoTuttiConVirginia.
Di Maio, Grillo, Di Battista, Fico, Ruocco, Sibilia si scagliano contro “retroscena e notizie false sui rapporti con Virginia e assessori nel tentativo di screditare l’operato del sindaco e nella speranza (vana) di spaccarci. Virginia e tutti gli assessori stanno lavorando a testa bassa per restituire ai romani una città pulita, ordinata, funzionante, viva e risolvere i danni lasciati da venti anni di mala politica”.
E accusano “amministratori politici che hanno usato l’azienda pubblica Ama e i soldi dei cittadini per fare i propri porci comodi”.
Ossia proprio le vicende di cui si occupa la procura, che non solo sta rileggendo le intercettazioni tra Salvatore Buzzi, il braccio destro di Carminati nelle speculazioni di Mafia Capitale, e Muraro ma l’ha anche messa sotto accusa per le certificazioni rilasciate agli impianti dei rifiuti, incarico che le ha fatto incassare un milione e 156 mila euro in dodici anni.
Il vertice dei M5S è stato ingannato da Di Maio, spingendolo a una difesa senza se e senza ma di Muraro?
Il giorno dopo il deputato ottiene altre notizie. Sono quelle che gli aveva promesso Paola Taverna: una mail riassuntiva della situazione giudiziaria.
Anche in questo caso, però, non sembra sia stata condivisa con il resto del direttorio. Che in quel 5 agosto con una nota ribadisce: “C’è estrema fiducia nei confronti dell’assessore Muraro e del lavoro che sta portando avanti. Gli attacchi politici che le stanno muovendo dimostrano che è la persona giusta al posto giusto per scardinare il sistema”.
“Persona giusta al posto giusto” un’assessora che in quel momento la sindaca, i leader romani e Di Maio sapevano essere sotto inchiesta proprio per la malagestione dei rifiuti?
Di Maio torna occuparsi della capitale soltanto il primo settembre quando l’ondata di dimissioni fa vacillare il Campidoglio: “Subiremo altri attacchi, perchè ci siamo inimicati le lobby dell’acqua, dei rifiuti e delle Olimpiadi”.
L’indomani aggiunge: “A Roma ci sono ancora frattaglie di Mafia Capitale ma la magistratura e i carabinieri stanno continuando a lavorare”. Certo, omette però il fatto che stanno lavorando anche sul ruolo dell’assessora nella gestione dell’affare rifiuti.
Due giorni dopo, il 4 settembre, l’indagine viene infine rivelata pubblicamente.
Di Maio si trincera dietro una posizione da Prima repubblica, il distinguo cavilloso tra iscrizione sul registro degli indagati e avviso di garanzia.
“A oggi Muraro afferma di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia. Non esistono le carte per poter valutare. Non faccio dichiarazioni sui se”.
Un maldestro sofisma per cercare un’estrema difesa. La stessa evocata da Muraro e Raggi per giustificare oltre un mese di menzogne: “Noi abbiamo sempre detto che non è arrivato alcun avviso di garanzia”.
Il peso dei silenzi rischia però di innescare un cortocircuito di falsità .
Come è successo due giorni fa, mentre era ancora in corso l’audizione alla Commissione Ecomafie.
Alle 19.13 viene fatta trapelare sulle agenzie seguente dichiarazione: “Il direttorio ignorava che Muraro fosse indagata, nè tantomeno ne era a conoscenza il mini-direttorio”. Tre ore dopo, a precisa domanda della deputata dem Stella Bianchi, è Raggi stessa a smentire, sostenendo di averne parlato con la regia capitolina.
E adesso sappiamo che anche Di Maio era informato.
Perchè tante bugie? Nessuna spiegazione, solo l’evocazione di complotti.
Di Battista twitta: “Credetemi, gira tutto intorno alle Olimpiadi il loro attacco. Ovvero l’obiettivo di quei palazzinari che controllano molti giornali e che hanno perso il controllo della Capitale”.
Intanto però ha deciso ieri di sospendere il tour estivo nelle piazze per sostenere il No al referendum.
Così come Di Maio ha scelto di disertare la prima puntata del talk di Rai 3 Politics, nel quale era previsto come ospite principale.
Una fuga dalla verità ?
(da “La Repubblica”)
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Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
CONTINUA LA FARSA E OGGI ARRIVA IL CAPOCOMICO
Rinunciare ai fedelissimi Raffaele Marra e Salvatore Romeo, e anche agli assessori Paola Muraro e Raffaele
De Dominicis.
Usa il pugno duro il direttorio del Movimento 5 Stelle nei confronti della sindaca Virginia Raggi.
Che in un primo momento sembrava disposta a seguire le richieste dei vertici del M5s, prima di frenare resistendo ai diktat, in attesa che domani — mercoledì 7 settembre — nella Capitale arrivi Beppe Grillo per provare a risolvere la questione.
È un vero e proprio braccio di ferro quello in atto a Roma, teatro di polemiche e veleni tutti interni ai 5 Stelle.
Uno scontro cominciato con il vertice che alla Camera ha impegnato il direttorio (composto dai deputati Di Battista, Di Maio, Ruocco, Sibilia e Fico) e il mini direttorio del M5s (Perilli, Taverna, Vignaroli e Castaldo).
Un poker di licenziamenti
E dopo più di dieci ore di riunione dai toni molto accesi ecco arrivare le richieste — anticipate dall’agenzia Adnkronos e confermate al fattoquotidiano.it da fonti interne al M5s — per la sindaca della Capitale: via i fedelissimi e via anche gli assessori finiti al centro delle polemiche.
I fedelissimi sono Marra, vice capo di gabinetto, e Romeo, capo della segreteria politica. Il primo è stato additato come l’autore della lettera inviata all’Anticorruzione che ha poi portato alle dimissioni del capo di gabinetto Carla Maria Raineri.
Il secondo, invece, era citato in una missiva spedita alla Raggi dall’ex assessore al Bilancio Marcello Minenna, che definiva “intrinsecamente illegittima” la delibera con cui si decideva la sua nomina.
Ma non solo. Perchè il direttorio ha chiesto alla sindaca di ripensare anche alla nomina dell’assessora Paola Muraro.
La titolare all’Ambiente ha detto davanti alla commissione Ecomafie di essere a conoscenza da quasi due mesi dell’ indagine per reati ambientali a suo carico, e così ha fatto anche la stessa sindaca, mentre in passato avevano sempre negato: è così che è deflagrato definitivamente il caos all’interno del Movimento.
Una riflessione alla Raggi è stata chiesta anche sul neo assessore al Bilancio Raffaele De Dominicis, ufficializzata soltanto due giorni fa, per sostituire il dimissionario Minenna.
L’incarico affidato all’ex magistrato della Corte dei conti è finito al centro delle polemiche dopo i riferimenti fatti dallo stesso De Dominicis, a Pieremilio Sammarco, il titolare dello studio dove ha lavorato la sindaca come avvocato e anche il professore universitario che le ha fatto ottenere nel 2003 il praticantato nello studio Previti (con il quale ha collaborato fino al 2006).
Muraro, un caso anche all’interno del direttorio
Marra, Romeo, Muraro, De Dominicis: sono questi i nomi che i componenti del direttorio vorrebbero vedere cancellati dal governo Capitolino, anche se per il momento le dichiarazioni dei vertici M5s sono caute.
“È un’ipotesi che non smentiamo”, dice Carla Ruocco. “È una delle soluzioni”, spiega Roberto Fico, sottolineando che “la riunione non è finita, è solo sospesa e potrà continuare anche domani è una riunione in fieri”.
Non tutti i componenti del direttorio, infatti, seguono la stessa linea. Se da una parte si chiede di azzerare tutte le nomine scomode, dall’altra ci sono i parlamentari romani Stefano Vignaroli e Paola Taverna che difendono l’assessora Muraro.
Il primo è il grande sponsor della nomina fin dall’inizio (gliel’ha presentata la senatrice Pd Laura Puppato mesi fa) e continua a ritenerla una buona scelta.
Inoltre i due eletti M5s erano informati dell’indagine, così come lo stesso Luigi Di Maio. Il problema è che fin dall’inizio si sono sottovalutate le conseguenze: il sospetto era che Muraro fosse indagata in seguito a una delle tante denunce ricevute dall’ex presidente di Ama Daniele Fortini e quindi la linea è sempre stata quella di aspettare di “vedere le carte”.
Anche ora, nonostante il direttorio chieda un passo indietro della titolare all’Ambiente, si è pronti a trattare perchè fino ad oggi, spiegano, “nessuno sa per che cosa è indagata”.
Di questa situazione non erano a conoscenza nè Beppe Grillo nè Davide Casaleggio.
Grillo domani a Roma. La Raggi resiste al diktat
Dopo aver sentito i componenti del direttorio durante le dieci ore di riunione fiume, domani il comico sarà a Roma, per affrontare di persona il problema e cercare di trovare la mediazione che accontenti tutti e permetta di ripartire.
Una la questione fondamentale che interessa Grillo: la defenestrazione di Marra e Romeo.
Il fondatore del M5s per primo aveva chiesto alla sindaca di rinunciare ai suoi fedelissimi: una richiesta che, in un primo momento, la prima cittadina era pronta ad avallare. Anzi, per la verità , in un primo momento Raggi sembrava disposta ad accettare tutti i quattro punti del diktat del direttorio.
Poi, però, la sindaca — che domani insieme alla giunta incontrerà i consiglieri comunali — ha frenato su ogni fronte: dal siluramento di Marra, che vorrebbe solamente spostare d’ufficio, a quello di Romeo, per il quale potrebbe profilarsi un ridimensionamento del ruolo e dello stipendio.
Sibillino il commento del vice capo di gabinetto a chi gli chiedeva un commento sul suo prossimo licenziamento auspicato dal direttorio: “Chiedete a loro. Prima o poi parlerò anche io”, ha detto, uscendo dal Campidoglio, dove fino a tarda sera la sindaca era chiusa in riunione con gli assessori.
Scontro totale o nuovo azzeramento
Raggi sembra orientata a tenere duro anche sulla defenestrazione dei due assessori, soprattutto dal punto di vista delle modalità : la sindaca, come d’altra parte Vignaroli e Taverna, aspetta di “vedere le carte” sull’indagine a carico di Muraro.
Più in generale Raggi non sembra intenzionata a revocare di sua iniziativa le deleghe all’assessore all’ambiente e a De Dominicis.
Discorso diverso, invece, se i due si dimettessero. A quel punto gli allontanamenti sarebbero quattro: un poker che suona come un vero e proprio azzeramento in Campidoglio.
Il secondo, dato che dalle dimissioni in blocco dell’assessore Minenna, del capo di gabinetto Raineri, dei vertici di Atac e Ama Rettighieri, Brandolese e Solidoro sono passati soltanto cinque giorni: probabilmente i peggiori nella storia del Movimento. Almeno fino ad oggi.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
“NON HA CAPITO CHE LA MURARO FOSSE INDAGATA: LA PENOSA BUGIA…E QUESTO VORREBBE FARE IL PREMIER?
“Ha sbagliato a leggere la mail”. La lunga giornata di Luigi Di Maio, finito nel mirino dei colleghi del Direttorio, per non aver comunicato loro dell’iscrizione dell’assessore all’Ambiente Paola Muraro nel registro degli indagati, finisce così: con una surreale giustificazione secondo la quale la tanta agitazione del Movimento 5 Stelle e della base sarebbe semplicemente il frutto di un equivoco.
Insomma, un misunderstanding. In pratica, Di Maio, responsabile degli Enti locali e leader in pectore, non avrebbe capito il contenuto della mail, inviatagli dal mini-direttorio, da Paola Taverna in primis, che lo informava del fatto che l’assessore Muraro fosse indagata.
A tarda sera viene spiegato all’Adnkronos che il vicepresidente della Camera aveva inteso, dalla mail, che il fascicolo sulla Muraro si riferiva all’esposto del numero uno di Ama, Daniele Fortini, che il due agosto si era recato alla Procura di Roma, notizia rimbalzata sui giornali. Tre giorni dopo, il 5 agosto, Di Maio riceve la mail e pensa che il fascicolo Muraro sia riconducile all’affaire Fortini, ormai di dominio pubblico.
Tutto questo insieme di garbugli viene fatto filtrare dalla comunicazione M5S alla fine di un’estenuante giornata per il mondo pentastellato e dopo undici ore di riunione. Praticamente un conclave a porte chiuse.
Nel frattempo Di Maio disdice la sua partecipazione a Politics e si apre un giallo sulla sua presenza o meno all’incontro tra Direttorio (Carla Ruocco, Roberto Fico, Carlo Sibilia) e il mini direttorio (Paola Taverna e Stefano Vignaroli).
Il tutto va avanti con un’aura di mistero, fino a quando si apprende che il vice presidente della Camera era presente. In contatto c’era anche Beppe Grillo.
Qualcuno racconta che agli altri componenti del Direttorio proprio non sia andato giù di essere stati tenuti all’oscuro di tutto e inoltre non hanno gradito il fatto che Di Maio non li abbia informati del caso Muraro.
Non a caso, appena appresa la notizia durante l’audizione in commissione Ecomafie, Ruocco e Sibilia hanno subito twittato di non saperne nulla.
Versione da loro confermata anche alla fine della riunione.
A domanda precisa “Di Maio sapeva?”, i due rispondono: “Io non sapevo”. Ma nessuno di loro e neanche Fico dicono con chiarezza se Di Maio fosse a conoscenza o meno.
Sibilia si lancia in un “forse Di Maio non ha considerato importante un’iscrizione nel registro degli indagati perchè non è un avviso di garanzia ed è stata Muraro a chiedere informazioni alla Procura sul suo conto”.
Poco dopo viene battuta l’agenzia sul vice presidente di Montecitorio che invece non aveva capito il contenuto della mail.
A pensar male si fa peccato, ma tutto lascia pensare a un modo studiato e articolato dalla comunicazione 5Stelle per salvare il salvabile e quindi la posizione barcollante di Di Maio, finito sotto attacco dei più puri sul tema della trasparenza.
Si racconta che Ruocco e Fico fossero i più infuriati durante il tesissimo vertice.
È stato il giorno più difficile nella storia dei 5Stelle è quello in cui tutti si sono convinti del fatto che “Di Maio non poteva non sapere”, anzi in questo caso “sapeva e non poteva non aver capito”.
(da “Huffingtonpost”)
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