Settembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
“TUTTO FANGO” AVEVA SCRITTO SCARABEL, POI IL POST E’ SCOMPARSO SOSTITUITO DA UN ALTRO IN CUI DICE DI AVER PAGATO LA MULTA (DOPO ESSERE STATO BECCATO DAL “GAZZETTINO DI VENEZIA”)
Simone Scarabel, il consigliere regionale e capogruppo del Movimento 5 Stelle in Veneto beccato
dall’autovelox sulla Romea, ha annunciato di aver pagato giusto ieri la multa per eccesso di velocità .
Fino alla sera prima sosteneva di aver solo fatto un ricorso al giudice di pace tramite l’avvocato, glissando sulle due lettere scritte su carta intestata del gruppo consiliare inviate ai sindaci di Codevigo (dove è stato multato) e di Arzergrande (dove ha sede il comando della polizia locale) per farsi annullare il verbale.
Oltre alla richiesta di annullare la multa, il consigliere regionale del M5s aveva però inviato anche un’altra lettera, in data 22 agosto, sempre su carta intestata del gruppo, per avere una serie di documenti, il cosiddetto “accesso agli atti”. In quanto consigliere regionale ha fatto 34 richieste.
E proprio il punto 34 è una “perla”: «Si fa presente, per quanto all’art. 97 della Costituzione “I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”, le cui inadempienze sono state condannate dalla Cassazione».
Cosa avrà voluto dire Scarabel?
(da agenzie)
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Settembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
SE NE RIPARLERA’ A META’ NOVEMBRE ALLA CONVENTION DI FORZA ITALIA… INTANTO LE RETI MEDIASET SI GUARDANO BENE DALLO SCARICARE IL GOVERNO
In altri tempi un vertice pomeridiano ad Arcore con tutti i potenziali alleati, per di più preparato negli ultimi due giorni da Berlusconi in persona, si sarebbe prestato al titolo di “svolta”.
Soprattutto a leggere il comunicato congiunto con cui l’ex premier, Salvini e Meloni si impegnano – nero su bianco e tutti assieme per la prima volta — a un no senza se e senza ma al referendum, a scrivere un programma comune e, soprattutto, a non sostenere alcun governo non eletto dal popolo in caso di vittoria del no.
E questa, in altri tempi, sarebbe la notizia, dopo giorni di voci, indiscrezioni, perfidi retroscena delle solite jene dattilografe che raccontavano di una doppiezza di Berlusconi, che sostiene oggi un no tiepido per tenersi aperta la strada di larghe intese domani.
Se non che, nel lungo autunno del patriarca, di definitivo c’è assai poco, fuorchè le ottanta candeline che spegnerà in un pranzo con la famiglia.
E scommettere su un percorso che lo vedrebbe certamente di nuovo in campo a metà novembre, alla convention programmatica di Forza Italia, è un azzardo.
Nello staff più stretto spiegano, e c’è da crederci, che la voglia di combattere è la stessa di una volta, lo spirito è quello di un quarantenne che ha una gran voglia di tornare, perchè è consapevole che, finchè non c’è in campo lui, “metà dell’elettorato di Forza Italia resta indeciso e non si sposta sul no”.
Poi però trapela che la famiglia è sempre vigile, dopo la lunga era dell’imprudenza. E che ha preteso controlli seri e rigorosi prima di autorizzare il patriarca a tornare agli antichi ritmi.
Gli spifferi di Arcore indicano già in questo fine settimane l’inizio dei controlli, notizia avvolta da un comprensibile alone di mistero.
Pare infatti che saranno un po’ più complicati di una visita di routine al San Raffale e che il Cavaliere potrebbe andare a farli a Houston, o comunque negli States.
Questo non significa affatto che la riabilitazione post intervento abbia avuto degli intoppi, anzi, il Cavaliere ha risposto benissimo.
L’attività politica, però, con le sue infinite riunioni, la necessità di concentrazione per ore, i suoi stress e le sue scariche di adrenalina è tutt’altra cosa e qui la volontà deve misurarsi con la compatibilità , secondo la nuova inderogabile cornice di regole fissata dalla famiglia.
Ecco dunque come la “svolta” del vertice diventa un segnale del momento, perchè tutto torna ad avvitarsi attorno alla questione, mai sciolta.
E cioè che Berlusconi non ha mai immaginato altra leadership all’infuori di sè.
E un conto è se le forze gli consentono di esserci, altro è se non glielo consentono.
In questo quadro l’azienda — basta vedere i tg — non ha pensato un solo attimo di scaricare il governo, neanche ora che Berlusconi prova a iniettare fiducia su una nuova linea: “Dopo Renzi — ha detto nel corso del vertice — non c’è nè il diluvio nè Grillo. Dobbiamo costruire noi l’alternativa”. Chissà .
I più maliziosi sottolineano come a conti fatti, fino a metà novembre almeno, Berlusconi non metterà la faccia sulla campagna referendaria. Poi si vedrà .
A proposito, quando sono usciti da Arcore i primi a interrogarsi su quanto durerà la svolta sono stati Salvini e la Meloni.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
IL PONTE SULLO STRETTO PER SEDURRE PARTE DELL’ELETTORATO DI SILVIO… E IL CONTRIBUTO DI FORZA ITALIA AL NO REFERENDARIO E’ RIDOTTO AL MINIMO
Su un punto Renzi ha ragione: il ponte sullo Stretto di Messina è «un simbolo». Lo è rispetto al “no” dei
Cinque Stelle sulle Olimpiadi romane. Un “sì” contro un “no”: con la differenza che la decisione di Virginia Raggi produce ricadute immediate e concrete.
Mentre la promessa di realizzare un ponte di cui si parla da decenni è solo una mossa a effetto. Un gesto simbolico, appunto.
E anche un messaggio al mondo imprenditoriale che sperava nelle Olimpiadi ed è rimasto deluso. In ogni caso un tentativo di riproporre il “renzismo” come logica “del fare”, contrapposta alle ritrosie di “quelli che sanno dire solo no”.
Ecco l’intreccio che si vuole suggerire fra la filosofia delle grandi opere e il referendum di dicembre.
Anche qui la partita è fra un “sì” e un “no”, ma la simbologia va molto al di là di quella evocata dal ponte.
Quando il presidente del Consiglio dice che «un’idea è buona anche se ad averla è stato Berlusconi », vuole entrare in sintonia con quell’ampia fetta di opinione pubblica che per anni ha seguito il fondatore di Forza Italia.
In fondo il sogno del ponte è stato il fattore emblematico che definiva il berlusconismo nei suoi anni d’oro, soprattutto al Sud.
Oggi la questione viene riproposta da Renzi in piena campagna elettorale per sedurre esattamente quell’elettorato che un tempo gonfiava le vele del centrodestra.
Il problema è che in tanti anni quel mondo è rimasto insensibile ai richiami renziani. Nonostante la retorica di chi vede nel giovane fiorentino una sorta di erede di Berlusconi, il nuovo Pd concepito a immagine del premier-segretario ha raccolto ben poco nel campo del centrodestra.
E questo nonostante le ricorrenti crisi e il declino del leader che pure annuncia “un nuovo predellino” nel giorno del suo ottantesimo compleanno.
Dinamico e spregiudicato, Renzi è visto nei sondaggi fra il 31-32 forse 33 per cento: comunque non oltre il tetto raggiunto a suo tempo da Walter Veltroni.
Il mitico 40,8 di cui il premier è fiero è stato toccato, come è noto, in occasione delle europee del 2014: l’unica occasione in cui è riuscita l’operazione di mescolare le carte. Allora e solo allora il partito renziano drenò voti sia fra i Cinque Stelle sia nel campo della destra.
Ma il fenomeno non si è ripetuto. I “grillini” si sono anzi rinvigoriti e oggi costituiscono una realtà stabile del triangolo politico, al di là dell’infinito pasticcio di Roma.
Quanto ai consensi di Forza Italia, fin qui non si sono riconosciuti nel partito renziano, forse per la sua antica radice di sinistra.
Ecco perchè il referendum costituzionale è agli occhi del premier un’occasione irripetibile. Non è un voto per il Parlamento, non ci sono sigle da barrare con una croce.
È un voto per la nuova Costituzione che però si è caricato nel tempo di un preciso significato politico. Vuol dire che molti elettori di centrodestra possono varcare il Rubicone: scegliere il Sì non equivale a votare il Pd, ma contribuire a una riforma importante.
Peraltro è chiaro che Renzi si prepara a raccogliere i frutti politici di un’eventuale vittoria. L’affermazione del Sì sarebbe il suo successo personale, nessuno potrebbe contestarlo.
E le suggestioni del ponte sullo Stretto servono ad accreditare un altro ponte: quello idealmente lanciato verso l’elettorato berlusconiano.
Non sembra, del resto, che l’anziano leader voglia erigere barricate al riguardo, se è vera la frase attribuitagli dal Corriere: “la vittoria del No andrebbe a vantaggio dei Cinque Stelle” (e, sottinteso, anche di Salvini). Di certo finora il contributo di Forza Italia alla campagna del No è molto scarso. Si esaurisce nell’impegno di Brunetta o poco più.
Ora è stato affidato un compito organizzativo all’ex presidente del Senato, Schifani, di nuovo vicino ad Arcore dopo il giro di valzer con i centristi.
Ma sembra di capire che la preferenza di Berlusconi va a una vittoria risicata del Sì, tale da obbligare Renzi a scendere a patti in Parlamento.
Su questo probabilmente si sbaglia. Un Renzi vincitore anche per pochi voti avrebbe buone probabilità di portare a termine il disegno finora incompiuto: assorbire pian piano l’elettorato un tempo fedele all’uomo che oggi festeggia il suo ottantesimo.
Stefano Folli
(da “La Repubblica”)
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Settembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
TOCCATO ANCHE L’URUGUAY, OGGI TOCCA AL BRASILE
Riempire il teatro Coliseo di Buenos Aires — 1.800 posti di proprietà dello stato italiano — non è facile il lunedì pomeriggio.
Lunedì 26 settembre Maria Elena Boschi ha iniziato il suo comizio per il Sì al referendum alle 18.30. Sul palco con lei c’era l’ambasciatrice italiana Teresa Castaldo.
La ministra delle riforme l’ha subito, e «sentitamente» ringraziata, «per aver organizzato questo incontro» Boschi ha ringraziato anche il console generale.
Nei giorni precedenti, dalla segreteria del consolato erano partite lettere e telefonate di invito.
Alla fine nel teatro c’erano quasi mille persone. Platea piena, gallerie vuote. E la ministra, dietro lo stemma della Repubblica italiana, ha spiegato con i consueti argomenti — «non ci saranno altre opportunità per avere un paese che funziona meglio» — come bisogna regolarsi al referendum. Del resto «sarei ipocrita se non vi chiedessi di votare Sì».
A Buenos Aires vivono circa 400mila elettori italiani.
«Più che a Bologna», notò una volta Renzi. La ministra è stata in Argentina due giorni, ieri è partita per l’Uruguay, chiuderà il viaggio in Brasile.
In Italia c’è stata una polemica per i costi del viaggio. Ieri gli uffici del ministero hanno potuto replicare che il tour è costato solo 12mila euro per tutta la delegazione, e Boschi ha viaggiato in classe economica (c’è chi dice malignamente perchè ha prenotato tardi e la business era esaurita).
Il punto però, come il manifesto aveva scritto ieri, non sono tanto i costi. Ma l’uso di parte delle rappresentanze diplomatiche italiane. In appoggio a una manifestazione per il Sì, e non solo all’attività diplomatica della ministra
Nelle email partita dal consolato di Buenos Aires a tutte le (tantissime) associazioni italo-argentine si raccomandava di arrivare al teatro in anticipo sull’orario.
L’incontro con la comunità italiana, ha spiegato ieri l’ufficio stampa della ministra, non è un’iniziativa di partito. È stata però inequivocabilmente l’occasione per un comizio ministeriale per il Sì.
E per esaltare «il nuovo modo di fare politica» del governo Renzi, con tanto di narrazione in rosa su Jobs act e altre riforme.
L’ambasciatrice Castaldo ha ascoltato la ministra restando alla sua sinistra, sul palco, seduta. Al termine ha ricevuto anche lei un mazzo di fiori.
Curiosamente all’iniziativa non ha partecipato il partito democratico di Buenos Aires, in maggioranza schierato per il No al referendum (situazione identica anche a Montevideo). Qualcosa non ha funzionato alla perfezione nell’organizzazione del viaggio della ministra, tant’è vero che lunedì a Buenos Aires c’era la coreografia tricolore, c’era il coro della scuola Cristoforo Colombo ma non era stato coinvolto il Maie che ha eletto tre parlamentari, peraltro schierati per il Sì, e a Buenos Aires ha raccolto il 50% dei voti.
Andrea Fabozzi
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Settembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
SEDICI GLI ARRESTATI PER RESISTENZA, DANNEGGIAMENTO E LESIONI
Ore di tensione e lo sgombero di un’occupazione nel centro di Roma. La polizia locale si è presentata di
mattina in via del Colosseo 73, uno stabile di proprietà del Comune occupato da mesi da due famiglie e da militanti di CasaPound. L’operazione si è conclusa con 16 arresti tra questi anche Simone Di Stefano, vicepresidente dell’organizzazione di estrema destra.
Circa sessanta agenti dello Spe e del nucleo Politiche abitative, dopo aver fermato e ammanettato due militanti davanti al portone, hanno fatto irruzione nella palazzina. “Nello stabile – si legge nel comunicato stampa della municipale – erano presenti numerose persone che hanno ostacolato l’intervento degli agenti dapprima dalle finestre, gettando in strada masserizie e suppellettili e lanciando verso gli operanti farina, olio, uova, conserve di pomodori e altri materiali”.
Per entrare nel palazzo, gli agenti, guidati dal Comandante generale Diego Porta, dal vice Antonio Di Maggio, dal dirigente Maurizio Maggi e aiutati dagli uomini della Questura, “hanno dovuto forzare le numerose barriere che gli occupanti avevano frapposto per impedire l’accesso alla tromba delle scale. Si sono verificati numerosi danneggiamenti: è stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco per raggiungere il terrazzo, poichè gli occupanti avevano distrutto la relativa scala di accesso”.
Dopo la tensione, le operazioni di sgombero si sono concluse.
Alcuni vigili hanno avuto bisogno di essere medicati presso l’ospedale mentre gli attivisti hanno protestato per le modalità di azione degli agenti.
Sedici occupanti sono stati arrestati per resistenza, danneggiamenti e lesioni e sono piantonati presso il Comando Generale.
Tra loro anche Simone Di Stefano, vicepresidente di CasaPound ed ex candidato sindaco.
Fermato in un primo momento per le riprese video, durante un acceso intervento degli agenti, anche Davide Di Stefano, fratello di Simone, recentemente noto per aver partecipato alle rivolte anti-immigrati a Casale San Nicola (episodio per cui era finito ai domiciliari) e per rovesciato un bicchiere di Coca Cola su alcuni fumetti ironici dedicati al Duce durante la passata edizione di Romics.
Concluso lo sgombero una ventina di militanti di CasaPound si è spostata in Campidoglio per manifestare contro il sindaco Virginia Raggi.
I due nuclei famigliari, di cui alcuni componenti disabili, occupavano abusivamente due appartamenti all’interno di una palazzo nella via al centro della capitale.
Tempo fa avevano chiesto la regolarizzazione delle loro posizioni ma le richieste non sono state accettate e entrambe le famiglie sono state trasferite nella periferia romana. A questo punto è intervenuta CasaPound che ha aiutato gli occupanti a tornare nelle case in Via del Colosseo.
(da agenzie)
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Settembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
OPPOSIZIONI SCATENATE: “VOLEVATE FARE LA CASA DI VETRO MA PRENDETE ORDINI DA MILANO”…”CHI RUBA VA IN GALERA, CHI HA PAURA A CASA”… LA REGIONE VOTA SI’
Sono subito scintille in Campidoglio dove questa mattina si sta svolgendo la discussione sulle Olimpiadi.
La miccia è stata accesa dalla decisione di vietare gli interventi esterni impedendo così di fatto alla cordinatrice del comitato promotore Diana Bianchedi di prendere la parola.
La discussione in Aula sulle Olimpiadi “prevede interventi di 2 ore e 30 per le opposizioni e 30 minuti per la maggioranza. Venti minuti di intervento della giunta nella persona del vicesindaco Frongia. Questo senza interventi esterni che non siano consiglieri”, ha spiegato il presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito (M5S).
“Avete paura del confronto” protesta Alessandro Onorato. “Chiediamo solo la possibilità di far intervenire persone esterne come avviene normalmente in ogni consiglio straordinario. Volevate fare una casa di vetro, invece prendete ordini da Milano”, dice il capogruppo della Lista Marchini.
“Oggi pensavo di poter parlare davanti al Consiglio comunale per dare le informazioni corrette per questa candidatura perchè ne abbiamo lette di tutti i colori”.
Spiega Bianchedi nel corso di una conferenza stampa improvvisata che ha costretto tutti i cronisti e cameramen a spostarsi, provocando l’intervento dell’ufficio stampa del Campidoglio, cosa che ha provocato non poche proteste.
“In aula avrei voluto far conoscere il dossier – prosegue Biachedi – a persone che non lo hanno letto.
Oggi a loro viene chiesto di votare un dossier di candidatura che oggettivamente non hanno letto. Nè nella conferenza stampa del sindaco, nè durante l’audizione al senato si è fatto alcun cenno a dossier di candidatura”, ha aggiunto.
“Per una questione di rispetto oggi avrei chiesto loro di leggerlo”, ha detto ancora. La coordinatrice ha poi abbandonato l’aula dove è ancora in corso la discussione: “Avrei chiesto ai consiglieri di sedersi con noi e rivedere il progetto – ha detto prima di uscire – Ieri mattina mi è arrivata anche una lettera dei sindacati che ci hanno confermato il loro sostegno. Ma i consiglieri hanno detto che non posso parlare”.
Poco dopo l’uscita di Bianchedi, è arrivata in aula la sindaca Virginia Raggi.
Seduta prorogata a oltranza.
L’Assemblea capitolina ha approvato con 31 voti favorevoli la proroga a oltranza della seduta straordinaria sulle Olimpiadi oltre l’orario stabilito (dalle 9 alle 14) e, eventualmente, oltre il tempo massimo di 7 ore stabilito dal regolamento. L’assemblea proseguirà fino all’esaurimento degli atti.
Carote in aula.
Intervento a sorpresa dei consiglieri di Fdi Fabrizio Ghera, Maurizio Politi, Andrea De Priamo, Francesco Figliomeni, e Rachele Mussolini della Lista civica ‘Con Giorgia’, che sono scesi dagli scranni esponendo striscioni con scritto “Chi ruba va in galera, chi ha paura a casa”, “Prima Grillini, adesso coniglietti” e tenendo in mano alcune carote. “C’è una mancanza totale di trasparenza. Invece di lanciare la sfida ai poteri forti vi arrendete” ha attaccato Ghera rivolgendosi alla maggioranza grillina.
Giachetti: “M5s umilia lo sport”.
“I rappresentanti del Coni, per la seconda volta, vengono umiliati da questa maggioranza” Roberto Giachetti, consigliere di opposizione del Pd, ha così commentato a la decisione di vietare l’intervento della delegazione del comitato olimpico.
“Non gli avete dato nemmeno la dignità di parlare per 5 minuti per spiegare il loro punto di vista – ha attaccato – chi impedisce agli altri di parlare è debole nelle proprie convinzioni”.
Bianchedi: “I costi? Non inseriti del dossier”.
“Io ragiono da persona normale, penso che se c’è un organo che è chiamato ad essere consultato e il risultato della consultazione viene anticipato in una conferenza stampa, non lo trovo logico ma è una mia considerazione personale. Come il sindaco Raggi sa, il budget e i costi verranno presentati a febbraio 2017 dopo che sono stati scelti e valutati i progetti, e non sono inseriti nel dossier”.
Aveva risposto stamani la coordinatrice generale del Comitato olimpico, Diana Bianchedi, a chi chi le chiedeva di commentare le affermazioni del sindaco, Virginia Raggi, secondo cui la candidatura della Capitale non è sostenibile per un problema di costi.
“Noi – ha aggiunto Bianchedi – abbiamo chiesto, presente in un verbale del Comune, che venissero prese delle decisioni congiunte, abbiamo anche mandato la documentazione e l’abbiamo rimandata il 5 di agosto, ma senza prendere decisioni non si possono stabilire i costi”.
La Regione vota sì.
Intanto ieri alla Pisana la seduta straordinaria del Consiglio regionale del Lazio si è conclusa con l’approvazione, a maggioranza, di un ordine del giorno a sostegno della candidatura di Roma.
L’atto di indirizzo presentato dal capogruppo del Pd Massimiliano Valeriani e sottoscritto da sedici esponenti sia di maggioranza che di opposizione, impegna il presidente Nicola Zingaretti “a farsi parte attiva nei confronti del sindaco di Roma capitale nel perorare la conferma della candidatura della città di Roma a ospitare i giochi olimpici e paralimpici del 2024 per garantire l’interesse dei cittadini romani e italiani a poter usufruire di una simile opportunità economica e culturale”
(da agenzie)
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Settembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
AUDIZIONI AL BUIO CON VIRGINIA, PRESENTI I SOLITI COMPAGNI DI MERENDA MARRA, ROMEO, FRONGIA E FULGIONE
Somiglia molto ai provini di XFactor il casting organizzato in Campidoglio per individuare una delle
figurine mancanti a scelta fra assessore al Bilancio, assessore alle Partecipate e capo di gabinetto, che la squadra di governo grillina si è persa per strada quasi un mese fa, senza riuscire a sostituirle.
A svelarci tutti i particolari di una “caccia all’uomo” dai contorni surreali è una delle persone contattate e poi “visionate” dal team di selezionatori che sta cercando invano di completare la giunta.
Per archiviare una volta per sempre la lunga catena di errori commessi fin qui, fra nomine firmate e poi rimangiate con un post su Facebook (De Dominicis), colloqui conclusi con un cortese «no, grazie» (Mario Canzio), accordi presi e infine saltati in extremis (Salvatore Tutino).
Incidenti che tuttavia non sembrano aver fiaccato l’entourage di Virginia Raggi, che ancora ieri si diceva sicuro di «chiudere la partita entro fine mese», che poi sarebbe domani, procedendo con una nuova scrematura dei curricula esaminati nelle ultime settimane.
«Stiamo riconsiderando alcuni nomi, in principio scartati, per verificare se i criteri sinora applicati non siano stati eccessivamente rigidi», rivela uno dei fedelissimi della sindaca. Rimasto «sorpreso» dal gran rifiuto di Tutino: «Qui non se l’aspettava nessuno», ammette, «ma siccome i matrimoni si fanno in due, ora tocca ricominciare».
Indiscrezioni confermate dalla stessa Raggi:
«In settimana arriveranno i nomi degli assessori», ribadisce in mattinata a margine di un convegno all’Ergife. «Ho spacchettato le deleghe come da mia idea iniziale perchè la riorganizzazione delle partecipate deve essere gestita autonomamente da bilancio e patrimonio. Quando arriveranno, ve li comunicherò».
Nella speranza che non ricapiti quanto accaduto con l’ultimo dei prescelti: per giorni il giudice Tutino – che la settimana scorsa aveva accettato l’incarico al Bilancio – ha aspettato una investitura ufficiale da parte della sindaca; per giorni ha assistito in silenzio all’attacco concentrico dei parlamentari cinquestelle, senza che una parola a sua difesa fosse pronunciata dal Campidoglio. Finchè non ce l’ha fatta più ed è sbottato.
Una scena che potrebbe ripetersi, se le modalità resteranno quelle adottate con la decina di candidati chiamati a colloquio nello studio con vista sui Fori.
Dove ad attenderli hanno trovato la seguente formazione: Raggi, il vice Frongia, l’onnipresente Marra, il portavoce Fulgione e il capo segreteria Romeo
Racconta uno dei convocati, dietro promessa di non rivelare la sua identità : «Un giorno, intorno a metà settembre, dalla segreteria della sindaca mi chiamano per fissare l’incontro che si sarebbe dovuto tenere la sera stessa. Sono entrato ed uscito dal Comune in perfetto anonimato, anche perchè mi hanno raccomandato massima riservatezza. Io non conoscevo nessuno, ci siamo presentati, mi hanno detto che avevano letto il curriculum e mi hanno riempito di domande sul mio lavoro, i miei interessi, le mie motivazioni. Non mi hanno spiegato per quale posto ero in ballo, ma non mi è stato difficile capirlo. Alla fine si sono congedati con un vago “le faremo sapere”, da allora però non li ho più sentiti».
Una via di mezzo tra talent-show e appuntamento al buio.
Ma il tempo stringe: forse entro 48 ore sapremo chi ha vinto il concorso per il miglior assessore al Bilancio e alle Partecipate di Roma Capitale.
(da “La Repubblica“)
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Settembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
ANCHE STEFANO FERMANTE RASSEGNA LE DIMISSIONI E RENDE PUBBLICA UNA RELAZIONE DA BRIVIDI…. E RIVELA: “LA RAGGI NON HA MAI VOLUTO INCONTRARMI”
Il Campidoglio perde un altro pezzo. Il ragioniere generale Stefano Fermante ha rimesso il mandato nelle mani della sindaca.
Allegando una relazione di 20 pagine che restituisce la foto di una città sull’orlo del default.
Dopo l’addio dell’assessore al Bilancio, la vana ricerca di un successore e il pasticcio sulle nomine, anche l’ultimo “guardiano” delle disastrate casse comunali lascia Roma.
Una scelta, ha raccontato Fermante, meditata a lungo. Ma protocollata solo ieri, quando Virginia Raggi ha finalmente deciso di revocare l’ex procuratore della Corte dei Conti Raffaele De Dominicis: incaricato alle finanze capitoline il 7 settembre, licenziato 24 ore dopo con un post su Facebook, ma mai ufficialmente ritirato.
Almeno fino a lunedì: giorno del gran rifiuto opposto dall’ultimo dei prescelti, il giudice contabile Salvatore Tutino, finito stritolato “nella guerra per bande” che infuria nel M5s.
È allora che la sindaca rompe gli indugi e firma l’ordinanza per avocare a sè la responsabilità sia di Bilancio e Patrimonio, sia delle Partecipate, prima riunite in un’unica delega e adesso spacchettate.
Segno che la scelta dei nuovi assessori, a dispetto delle rassicurazioni sparse da Raggi a piene mani (“I nomi arriveranno in settimana”, ha giurato in mattinata) potrebbe essere più lontana del previsto.
“Stiamo riconsiderando alcuni curricula che inizialmente avevamo scartato per un eccesso di rigidità “, fa trapelare l’entourage della prima cittadina.
Tornato dunque a sfogliare la margherita – con l’economista Galloni e l’ex generale Marchetti rientrati in pista – includendo però un petalo nuovo di zecca: la procuratrice della Corte dei Conti Donata Cabras.
A riprova di quanto sia importante, per l’amministrazione grillina che oggi dirà no alle Olimpiadi col rischio di una causa per danno erariale, ingraziarsi quella magistratura.
Un quadro di grande incertezza che la defezione del ragioniere generale non fa che aggravare. “C’è troppa confusione”, si è sfogato ieri Fermante con alcuni collaboratori.
“Io sono completamente isolato, lavoro senza un indirizzo politico, visto che l’assessore al Bilancio si è dimesso il primo settembre e la sindaca in tutto questo tempo non ha mai voluto incontrarmi. Ma nella situazione in cui versa il Campidoglio i rischi sono troppo alti: i conti sono peggiorati, io sto in prima linea, esposto a critiche spesso feroci, senza che nessuno mi dica cosa fare. Una responsabilità enorme, che non posso sopportare da solo”.
Una dichiarazione di impotenza che suona come un j’accuse. Da nascondere finchè si può.
E infatti: “Abbiamo una ragioneria che funziona benissimo”, ha provato a dissimulare Raggi, nonostante avesse già ricevuto le dimissioni di Fermante, “la delega al Bilancio al momento è mia, abbiamo un presidente di commissione, stiamo lavorando”.
Ci pensa però Roberta Lombardi a certificare il collasso delle finanze comunali: “Roma, per come l’abbiamo ricevuta noi, era al predissesto, lo testimonia un documento di fine maggio trasmesso al commissario Tronca”, ha tagliato corto la deputata grillina a margine di un’iniziativa in periferia.
“Minenna riuscì a fare una manovra che riportava i conti in ordine”, ha aggiunto: ma poi si sa com’è finita. Perciò “adesso c’è bisogno di un’azione virtuosa, anche perchè ereditiamo un debito storico di svariati miliardi. È una sfida molto seria”. Che però finora, a giudicare dalla sfilza di no incassati da Virginia Raggi nell’arco di un mese, nessuno degli aspiranti assessori si è sentito di raccogliere.
“Ma come ha detto Beppe”, ha lanciato la stilettata finale Lombardi, “vigileremo sull’operato della sindaca affinchè applichi il programma per il quale il M5s è stato eletto nella capitale”. Chiaro il sottinteso: vietato sbagliare.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
SOCIETA’ IN LIQUIDAZIONE DA TRE ANNI E ORMAI SVUOTATA, CON IN ATTO CONTENZIOSI MILIONARI, RESUSCITARLA E’ UN’IMPRESA
Il rilancio del Ponte sullo stretto di Messina da parte del premier Matteo Renzi pone seri interrogativi
non solo politici, ma anche di concreta ripresa delle attività .
La Stretto di Messina spa è infatti una società in liquidazione da tre anni.
Un soggetto di fatto svuotato, senza personale, senza sedi, con importanti contenziosi aperti (non ultimo quello con gli stessi ministeri delle Infrastrutture e dell’Economia) e che nel corso della procedura ha venduto attrezzature o affidato ad altri soggetti compiti che una volta le spettavano.
È possibile far ripartire la macchina? E in quanto tempo, con quali costi?
Proviamo a fare il punto della situazione.
Nessun dipendente, sede in affitto
Secondo il bilancio intermedio di liquidazione del 2015 firmato dal commissario liquidatore Vincenzo Fortunato, la Stretto di Messina spa non ha più dipendenti dal 1° gennaio 2014 così come previsto dalle linee guida stilate dal ministero dell’Economia e Finanze e dal ministero dei Trasporti.
L’unico personale operante è formato da 7 persone in distacco e altre cinque utilizzate parzialmente.
La sede di Roma, in via Marsala 27, si è ulteriormente ridotta vista l’attività ormai limitata alla liquidazione ed è sublocata all’Anas.
Attività di archivio
Oltre a seguire le procedure di liquidazione, la società si è limitata nel 2015 a conservare progetti, documenti, pareri e relazioni. Il personale distaccato ha digitalizzato il materiale in modo che non venga perso e lo ha archiviato. Fine.
La cessione delle reti di monitoraggio ambientale
Così come previsto dal governo Monti, che ha messo in liquidazione la società nel 2012, da marzo 2013 sono state interrotte tutte le attività di monitoraggio. Il commissario liquidatore si è preoccupato di vendere o cedere le attrezzature, in modo da recuperare fondi.
Così, nel corso del 2015, i macchinari e i software utili al monitoraggio di superficie sono stati venduti all’Anas.
I pozzetti per le rilevazioni sotterranee sono invece stati ceduti all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia senza alcun corrispettivo. Questo in considerazione del ruolo istituzionale dell’Ingv e del fatto che la loro demolizione avrebbe comportato ulteriori spese per la Stretto di Messina spa.
I 790 milioni chiesti da Eurolink
Sono una delle attività che più impegnano la società in liquidazione.
La legge Monti del 2012 poneva infatti tre obiettivi da raggiungere in tempi certi. Se non si fossero raggiunti entro i termini bisognava considerare svincolata ogni società . È così che la Stretto di Messina è finita in liquidazione.
La legge prevedeva anche il pagamento di un indennizzo per la perdita del contratto da pagare alle società contraenti. Indennizzo pari al 10% del valore delle prestazioni effettuate, quindi 8,5 milioni per il contraente generale, Eurolink, l’associazione temporanea di imprese capeggiata da Impregilo, e 1,9 milioni per il project management consultant, ovvero la Parsons Transportation Group.
Inutile dire che le due società hanno promosso una causa civile nei confronti della Stretto di Messina, della Presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero dei Trasporti sostenendo l’illegittimità della legge e chiedendo 790 milioni di euro.
La causa è davanti al tribunale civile di Roma e proprio in questi giorni era prevista la chiusura della fase istruttoria (la precisazione delle conclusioni da parte degli avvocati e le memorie di replica).
Ora è tutto nelle mani del collegio che, si prevede, prenderà la sua decisione entro tre-sei mesi. Proprio questa coincidenza ha fatto ritenere a molti che la mossa del premier sia un tentativo di ammansire il general contractor.
Il pagamento del monitore ambientale
Poteva chiudersi in fretta, invece, la partita con i soggetti chiamati al monitoraggio ambientale. Non contestando quanto previsto dalla legge del 2012, avevano infatti chiesto il pagamento di 1.156.465,63 euro come indennizzo del 10% delle prestazioni effettuate (del valore di 11 milioni e mezzo).
Stretto di Messina e governo, tuttavia, hanno nicchiato e alla fine il monitore ambientale ha promosso un’azione per ottenere quanto dovuto.
A dicembre 2015 il ministero dei Trasporti ha pagato, ma la causa è rimasta in piedi perchè ora le aziende vogliono anche il pagamento degli interessi e delle spese sostenute.
I 325 milioni che la Stretto di Messina vuole dal ministero
Infine è tutta da dirimere la questione sorta tra la Stretto di Messina e lo stesso ministero dei Trasporti.
Il commissario liquidatore infatti sostiene: la legge sull’indennizzo non si deve applicare solo al general contractor e al project management consultant, ma anche alla stessa Stretto di Messina. Anche la spa ha infatti perso l’opera.
Quindi vengono chiesti al governo 325 milioni di euro per l’attività progettuale sostenuta. Denaro che, inutile dirlo, il governo non ha alcuna intenzione di pagare. Chi paga per gli espropri?
Altra questione spinosa. La costruzione del Ponte sullo Stretto ha fatto partire una serie di espropri dei terreni e degli immobili per finalità pubblica.
Ma chi pagherà ora gli indennizzi ai proprietari?
La Stretto di Messina sostiene che, con la decadenza dei vincoli dovuta alla legge Monti, lei non ha più niente a che fare con le procedure. Quindi non sosterrà passività derivanti dalle pretese avanzate relative ai vincoli degli espropri. Pagherà lo Stato? È ancora tutto in forse.
La variante di Cannitello
L’unica opera propedeutica che si è riusciti a costruire in questi anni è la cosiddetta variante di Cannitello, ovvero la predisposizione della rete ferroviaria in previsione della nascita del ponte.
I lavori sono iniziati nel 2009 e si sono conclusi nel 2012. Tuttavia l’opera era rimasta senza collaudo.
Nel novembre 2014 la Eurolink ha firmato il collaudo, ma con riserva. Ne è nata un’ulteriore discussione che, lettera dopo lettera, sembra approdata a un accordo nel 2016.
Tuttavia a oggi non si sa ancora quali saranno i costi aggiuntivi delle riserve approvate. È in corso una ricognizione.
L’opera di mascheramento della galleria artificiale e la realizzazione del lungomare di Cannitello, invece, sono stati affidati a Rete Ferroviaria Italiana.
Insomma, la società in liquidazione ormai svolge da anni un’opera di dismissione delle attività che l’avevano vista operare negli anni precedenti. E ha in piedi contenziosi e accordi in questa direzione.
Riaprire oggi tutte le procedure potrebbe non essere semplice come riaccendere un’auto rimasta ferma in garage.
Raphaà«l Zanotti
(da “La Repubblica“)
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