Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
CRESCITA MEDIA DEL 61%, DEL 90% AL SUD… A LECCE IMPOSTE TRIPLICATE, ALLA SAPIENZA RADDOPPIATE
Le tasse universitarie a carico degli studenti (e delle loro famiglie) sono schizzate in alto negli ultimi dieci anni.
Gli atenei per recuperare i tagli inflitti al sistema accademico a partire dal 2009 si sono rifatti sugli iscritti.
E’ quello che emerge dall’inchiesta dell’Unione degli universitari (Udu) dall’inequivocabile titolo: “Dieci anni sulle nostre spalle”.
Il dossier confezionato dai ragazzi su dati del Miur, oltre a fornire una quantità considerevole di cifre, ripercorre i passaggi politici che hanno portato all’inasprimento delle aliquote fiscali degli atenei italiani.
Un dato che stride al confronto con quello che è accaduto nei Paesi europei direttamente in concorrenza sul piano economico, Francia e Germania, oppure con i Paesi del Nord Europa dove la frequenza negli atenei è pressochè gratuita.
In un decennio netto — dal 2005-2006 al 2015-2016 — la pressione fiscale universitaria, spiega il dossier dell’Udu, è cresciuta del 61 per cento. Sono gli anni in cui la crisi economica ha fortemente contratto l’inflazione tant’è che, per lo stesso periodo, l’Istat certifica un incremento complessivo dei prezzi al consumo dell’11,5 per cento.
In altre parole, la “contribuzione studentesca” — l’insieme delle tasse universitarie, dei contributi regionali e di quanto sborsano genitori e figli per arrivare alla laurea — in dieci anni è cresciuta ben oltre l’inflazione.
Esattamente, di 474 euro a studente, facendo schizzare la “tassa media” da 775 euro a 1.249. E’ negli atenei del Nord che si registra la tassazione più onerosa: in media 1.501 euro a studente nel 2015-2016. E’ al Sud, tuttavia, che si totalizza l’incremento più consistente: più 90 per cento in dieci anni.
“Nelle sole università statali il gettito complessivo della contribuzione a livello nazionale — si legge nel report — è passato da 1 miliardo e 219 milioni a 1 miliardo e 612 milioni: quasi 400 milioni in più, spillati agli studenti per coprire la progressiva diminuzione dei finanziamenti statali per le università ”.
A Lecce le tasse sono più che triplicate: più 207,47 per cento in 10 anni, equivalente a 633,86 euro di aumento. Alla Sapienza di Roma la crescita in dieci anni è stata di 702 euro: più 111 per cento. L’aumento alla Statale di Milano ha toccato 510 euro: più 45 per cento.
Firenze è l’unica università italiana con la tassazione in calo nel decennio (-7,45 per cento): dopo una crescita progressiva, l’ateneo ha rivisto la contribuzione studentesca “anche grazie al forte impegno della nostra organizzazione”, sostiene l’Unione degli universitari. L’Udu segnala che i grandi aumenti sono arrivati sotto il Governo Berlusconi e con il governo tecnico guidato da Mario Monti.
Nel 2010 la ministra Gelmini portò a casa la riforma dell’università , si ricorda, ma già con la Finanziaria del 2009 iniziarono le sforbiciate consistenti ai budget degli atenei. “Da quel momento il sistema universitario è stato vittima di un taglio finanziario di oltre un miliardo di euro, senza precedenti”.
Le conseguenze furono immediate, prima che sui bilanci degli atenei direttamente nelle tasche degli studenti: “Tra l’anno accademico 2008-2009 e il 2009-2010 il valore della tassa media subì un incremento senza precedenti”.
Con il picco toccato nel 2015-2016. Conclude l’Udu: “La contribuzione studentesca è la voce che, nei fatti, ha sopperito alla carenza di risorse conseguente ai tagli al finanziamento statale per l’università ”.
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
RICERCATO PER RICICLAGGIO DALLA PROCURA DI ROMA
Giancarlo Tulliani è stato arrestato a Dubai. 
Destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per riciclaggio nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Roma, Tulliani, fratello della compagna dell’ex leader di An Gianfranco Fini, è stato arrestato giovedì scorso.
«Giancarlo Tulliani si era recato alla polizia perchè si lamentava del fatto che c’erano dei giornalisti che lo seguivano – dice all’Adnkronos l’avvocato Titta Madia, difensore di Tulliani – La polizia, nel raccogliere la sua denuncia, ha visto il mandato cattura internazionale e lo ha arrestato. Tulliani è ora con un avvocato del posto, in attesa del procedimento di estradizione».
(da agenzia)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
NEI QUARTIERI POPOLARI E TRA LA CLASSE MEDIA POCHI SANNO I NOMI DEI CANDIDATI
Non sanno, non rispondono, rimangono in silenzio oppure allargano le braccia.
E lo fanno gli ambulanti dei mercati popolari e gli avventori dei quartieri storici, le donne che fanno la spesa di buon mattino, ma anche la classe media a passeggio nel centro della città all’ora dell’aperitivo.
Tra le bancarelle del Capo o davanti al maestoso teatro Massimo, tra i vicoli stretti di via bara dell’Olivella o tra le vetrine di via Ruggero Settimo, che espongono cappotti di lana nonostante i venti gradi serali, la musica è sempre la stessa: il 5 novembre? Che succede il 5 novembre? I siciliani non lo sanno.
Lo dicono anche i sondaggi: un abitante su quattro non sa che domenica si vota.
Nonostante da settimane, anzi mesi, è in corso una campagna elettorale senza esclusione di colpi, antipasto di quello che è l’ultimo test dei partiti in vista delle politiche del 2018. “Le elezioni regionali? Ah già ci sono le elezioni regionali”, è la risposta quasi unanime dei tanti strati sociali che nel centro di Palermo si mischiano e confondono.
A destra il pizzo di Nello Musumeci, a sinistra la chioma brizzolata del dem Fabrizio Micari, al centro la faccia rotonda del pentastellato Giancarlo Cancelleri e poi quella più squadrata del bersaniano Claudio Fava: i loro volti sono ovunque, giornali, comitati elettorali, manifesti.
Eppure a Palermo nessuno o quasi riesce ad elencarli tutti i principali candidati alla carica di governatore.
Non li conosce chi a votare ha deciso di non andarci (si parla di un’astensione al 54%) perchè tanto “niente è mai cambiato e niente mai cambierà ”.
Ma anche chi nonostante una sicurezza granitica nell’irredimibilità dell’isola (“I siciliani si vendono sempre“) la sua scheda nell’urna ha deciso di metterla.
Piccolo problema: anche chi va a votare non pare avere familiarità con gli aspiranti presidenti.
La ragazza fuorisede tornata apposta per le elezioni promette di studiare prima di entrare in cabina elettorale. La signora al mercato è in attesa dell’indicazione del figlio: “Lui mi deve dire chi votare. Lo fa sempre, lo dice a tutta la famiglia”. Quanti sono in famiglia: “Ho 8 sorelle”.
Poi c’è chi anche chi ha le idee chiare.
Come il pescivendolo del mercato del Capo: voterà Berlusconi anche se l’ex premier non è candidato nè candidabile. “Qui, a Ballarò e alla Vucciria votiamo tutti per lui: prenderà ventimila voti”, profetizza.
Sono ancora legati all’ex premier anche gli abitanti della zona di Porta Carini. “Gli altri sono tutti truffaldini“. E Berlusconi no? “Eh un pochino in effetti pure lui”.
Ha votato Forza Italia, ma anche il Pd e l’Udc l’anziano che adesso ha deciso di dare il suo voto al Movimento 5 Stelle: e pazienza se non ha idea di chi sia il candidato governatore dei grillini: “Non me lo ricordo”, rivendica.
“Il voto deve essere libero, dobbiamo essere liberi nel votare e nella maggior parte dei casi non lo siamo”, catechizzano nel centro della città .
Dove, però, il voto disgiunto non è considerato sconveniente: “Purtroppo ho un amico candidato al quale devo dare il voto”. Perchè deve? “Devo perchè devo“.
A questo giro per il voto libero solo mezza razione.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
GARA A QUATTRO PER L’ALTERNATIVA A RENZI
Al Pd nessuno ne parla, ma tutti ci pensano. Sia Renzi che i suoi nemici. Si chiama
quota 10 per cento ed è una soglia psicologica ancor prima che politica in una campagna elettorale «tutta in salita», ammette alla fine Matteo Richetti.
Se nei due test amministrativi in programma domani, i siciliani e i romani del quartiere di Ostia dessero al Pd percentuali ad una sola cifra – o anche poco al di sopra – dentro il partito di maggioranza relativa è destinata ad aprirsi una contesa lacerante.
Una pubblica: tra Renzi e i frondisti interni.
E una sotto traccia, finora ben soffocata e che potrebbe rappresentare, come sussurra un ministro del Pd, «la vera novità di scenario delle prossime settimane»: la contesa fra aspiranti candidati-premier del Pd, alternativi a Renzi.
E per scoprire l’identikit dei candidati “concorrenti”, si può assumere il metodo-Falcone, che per le inchieste di mafia diceva sempre: seguite la traccia dei soldi.
Nella sfida interna al Pd, la traccia da seguire si chiama “coalizione”.
Sinora la variegata fronda interna al Pd — dal Guardasigilli Andrea Orlando fino al ministro della Cultura Dario Franceschini — ha sventolato questo vessillo: il Pd deve aprirsi ad una coalizione la più larga possibile.
Il primo a battere questa pista, diversi mesi fa, era stato Franceschini che aveva individuato in una legge elettorale con elementi maggioritari il grimaldello per riaprire la porta ai “compagni che hanno sbagliato”, Bersani e D’Alema.
E una volta che quella legge lì (alla fine accettata da Renzi) è arrivata, a sorpresa sono platealmente usciti allo scoperto sia Paolo Gentiloni che Marco Minniti.
Con un lessico irrituale per entrambi. Il presidente del Consiglio, auspicando nella conferenza Pd di Portici una coalizione con «l’assetto il più largo possibile, aperto verso il centro e la sinistra, per vincere e governare».
Il ministro dell’Interno, rivolgendosi agli ex compagni di Mdp, ha chiesto di «ripartire insieme per una grande sfida».
E ora a 48 ore dalle elezioni sicilian-romane, a chiudere il cerchio ci ha pensato Andrea Orlando, che ha cominciato a svelare quel che da giorni i notabili del Pd si ripetono in privato: «Dopo le elezioni in Sicilia, qualunque sia l’esito, bisognerà discutere sul perimetro della coalizione di centrosinistra e anche sul candidato premier».
Il sillogismo non ancora esplicitato è questo: per vincere le elezioni, tanto più dopo risultati elettorali negativi, serve una coalizione più larga, ma poichè i compagni di Mdp non accetteranno mai un capo-squadra chiamato Matteo Renzi, occorre trovare un candidato premier di sintesi.
E qui arriva la piccola sorpresa: gli aspiranti candidati — in campo attivamente e non solo virtualmente – sono più d’uno.
E per scoprirne i nomi, basta ripercorre la scia dei fautori della coalizione.
In pole position c’è colui che da dieci mesi abita a palazzo Chigi, quel Paolo Gentiloni che nei sondaggi sulla fiducia degli italiani continua a mantenere il primo posto.
L’ultima rilevazione Ixè è in linea con le precedenti: nella top ten della fiducia, Gentiloni ottiene il 39 per cento dei consensi, contro il 32 di Di Maio, il 27 di Renzi e Salvini.
E circa la probabilità di votare Pd alle prossime elezioni, il 3,9% disposto a farlo se il leader è Renzi, diventa 7,1 in caso di leadership Gentiloni.
Ma in campo ci sono anche gli altri fautori della coalizione: Marco Minniti, che continua a godere nel Palazzo e fuori – simpatie bipartisan e Dario Franceschini, che al netto di un rapporto col Capo dello Stato, vanta una solida amicizia con Pier Luigi Bersani.
Un terzetto che non si sfiderà mai pubblicamente e anche per questo motivo nelle segrete stanze si sussurra di una possibile mediazione sul nome di Graziano Delrio.
Di mezzo ci sono risultati elettorali non scontati e un Renzi che ha già capito tutto.
Ieri sera il presidente del Pd Matteo Orfini ha detto: «Il candidato premier del Pd non lo decide Orlando. Abbiamo fatto un congresso e il candidato sarà l’attuale segretario».
(da “La Stampa”)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
DAGLI AFFARI CON I RUSSI ALLE RELAZIONI CON AMBIENTI DEL VATICANO
Mentre Forza Nuova scatena le periferie in nome della difesa degli italiani poveri, i vertici del partito muovono milioni di euro e spostano i giovani militanti come pedine all’interno di un carosello di società .
Un business certificato da una delicata informativa del Ros consegnata al pm della procura di Roma Sergio Colaiocco.
“L’utilizzo di cooperative sociali e società di capitali evidenziano la partecipazione agli incarichi societari (in Italia e all’estero) di soggetti gravitanti nell’ambito di Forza Nuova, che assolvono evidenti mansioni di prestanome, fornendo così una copertura a chi ha di fatto il controllo del complesso societario-finanziario”.
IL BUSINESS
Ruotano milioni di euro attorno alla Act Comunication, di cui è la testa di legno il militante di Fn Gabriele Masci. Un business costruito sulla vendita di materiale informatico che in poco tempo cresce a dismisura.
Per questo arriva una segnalazione alla Banca D’Italia: “Accertamenti effettuati presso l’Uif della Banca d’Italia consentivano di verificare come a carico della Act Comunication fosse stata elevata segnalazione di operazioni sospette”. La motivazione: movimentazioni anomale che “lasciano supporre intenti dissimulatori presumibilmente finalizzati a frodi fiscali”.
Non solo società ma anche cooperative sociali e Compro oro nell’affaire dei leader di Forza Nuova.
“Per quanto riguarda le attività Compro oro – scrivono gli inquirenti – riferibili a Luca Mancinotti queste fanno registrare significativi introiti “. Mancinotti è un militante di lungo corso in Fn, ex sediario di papa Benedetto XVI con precedenti di polizia giudiziaria per contraffazione di opere d’arte, associazione a delinquere, truffa e ricettazione.
Quanto alle cooperative sociali è Giovanni Maria Camillacci, esponente di rilievo del movimento di destra, il regista occulto di attività per la cura del verde e del giardinaggio che le intesta a prestanomi del club forzanovista.
Ma Camillacci è soprattutto il re delle cliniche dentali, sotto il marchio Blu Dental Clinique Italia, che ha aperto due cliniche a Roma e una a Latina col progetto di inaugurarne un’altra a New York. Socio ombra di Camillacci un altro giovane militante, Alessio Costantini, coordinatore romano della sede storica di Fn.
LA RETE DI PRESTANOMI
Roberto Fiore dispone dei militanti del partito come vuole. Li sposta come pedine, gli intesta società e conti correnti
“Fiore mi sta mettendo in mezzo a delle società senza dirmi un c… – spiega Matteo Stella 28 anni, militante di Fn ad un altro esponente, Roberto Benignetti, in una conversazione intercettata dal Ros nel 2014 – io vorrei sapere qualcosa, vuole aprire un conto a nome mio in Inghilterra guarda ti prego (…) io non so che fare”.
“I timori espressi da Stella – scrivono i carabinieri – trovavano conferma perchè quest’ultimo risultava, dal 2 marzo 2014, rivestire le cariche nella UK Privilege Ltd”. Stella non è l’unico a rivestire ruoli di vertice nelle società senza avere uno straccio di competenza. Stessa cosa per Roberto Masci, amministratore unico della Act Comunication srl e amministratore della Fresh Wash Srl che gestisce una lavanderia a Roma. Con l’Act Comunication Masci gestisce milioni di euro in entrata e in uscita eppure “non è in grado di riferire alla dipendente di banca Fineco le motivazioni commerciali alla base dei trasferimenti di denaro in favore di un’altra società “, sostiene il Ros.
“Anche Alessio Costantini – raccontano le carte – confermava come fosse noto che la figura di Masci non equivalesse a quella di un amministratore di società bensì a quella di factotum per estemporanee esigenze”.
Infatti, nella conversazione intercettata nel novembre 2014 Costantini “riferiva a Masci che doveva fare da autista a Toni Brandi dell’associazione pro-vita, pro-life, aggiungendo: quello con cui siamo andati a Mosca, che ci finanzia”.
I CORSI AL VATICANO
“Bluedental nelle strutture dello Stato Pontificio”. Alla sete di entrare in ogni consesso per allargare le maglie dei propri affari e consolidare le proprie società non poteva sfuggire il Vaticano.
Per questo Camillacci chiede a Mancinotti, “accreditato nelle sedi ecclesiastiche” di farsi promotore presso le autorità vaticane per tenere dei corsi di formazione. Il coordinatore romano viene rassicurato “adesso sto andando da Monsignor Camaldo, sto prendendo i bignè di San Giuseppe anche se oggi so’ le ceneri, però gliele porto lo stesso”.
Monsignor Camaldo, che tra loro chiamavano anche don Franco, era secondo i forzanovisti il grimaldello per accreditarsi al Vaticano.
Il prelato, secondo il Ros, era “Don Francesco Camaldo, fino al 1997 segretario particolare del cardinal Ugo Poletti, ad oggi (2015, ndr) prelato d’onore di Sua Santità , nonchè decano dei cerimonieri pontifici”.
I RAPPORTI CON RUSSIA E CRIMEA
Anche la questione russa e i nuovi equilibri europei suscitano l’attenzione del gruppo di estrema destra. Camillacci, in una conversazione discute dei “rapporti crescenti del leader di Fn Fiore con altri politici russi”.
Ma “Salvini ci ha fregato i contatti con la Russia”, si rammaricano i forzanovisti al cellulare, “era il cavallo nostro”.
La necessità di intessere rapporti “di tipo economico/commerciale – sottolineano gli inquirenti – in particolare per la produzione di vino”, risultava vitale per i nuovi scenari creatisi in Crimea.
Il conflitto ucraino veniva inquadrato “meramente in chiave utilitaristica” con l’unico obiettivo di sfruttare la precaria situazione governativa e incunearsi nei centri di potere per ricavarne benefici economici. Sempre nel 2014 con un’amica Camillacci parlando dell’imminente viaggio in Crimea insieme a Fiore per un incontro col ministro dell’Agricoltura dice che andrà “per fare una cosa coi russi, per cercare di prendere la cittadinanza del nuovo governo della Crimea: il governatore è un amico di amici “.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
SU PROGRAMMA E COLLEGI NEL CENTRODESTRA NON C’E’ ACCORDO
La possibile vittoria del centrodestra in Sicilia e a Roma nel secondo tempo delle
politiche galvanizza i leader della coalizione.
È vero che il “Patto dell’arancino” è ancora da scrivere e non è bastata una cena, quasi notturna, a Catania. Eppure Berlusconi, Salvini e Meloni alla Trattoria del Cavaliere hanno avuto modo di svelenire il clima, di passare una serata conviviale e allegra, tra battute, barzellette, bicchieri di vino, torte con le loro immagini, selfie.
E di dirsi alcune cose in faccia. Era da un anno che non si vedevano, così ieri l’altro è stata l’occasione di stare attorno a un tavolo separato dagli altri commensali.
In quel tavolo c’era pure Lorenzo Cesa che ha ricostruito l’Udc nell’isola, attirato molti centristi con i voti che stavano con Alfano e ora presenterà percentuali sopra il 5%. Sarà lui uno dei protagonisti della quarta gamba del centrodestra alle elezioni nazionali.
Berlusconi, Salvini e Meloni hanno concordato che si vedranno presto, dopo il voto siciliano. Forse già la prossima settimana.
«Vediamo dove volete, decidete voi, non vi chiedo di venire ad Arcore», ha detto il Cavaliere per dimostrare disponibilità e non voler apparire il capo. Ovviamente è solo tattica, ma gli altri hanno apprezzato il gesto. Ma se proprio vuole costruire la coalizione su nuove basi, dovrebbe evitare di far credere che tutto sia già un piatto pronto. È stato il leader leghista a chiedere a Berlusconi di non continuare a parlare più di lista di ministri. «Anche il programma – ha fatto presente Salvini – ancora non c’è e tu dai tutto per scritto, scontato». C’è un macigno sulla loro strada: la legge Fornero, che il Carroccio vuole cancellare mentre Forza Italia no, anche perchè gli azzurri l’hanno votata. Così come devono mettersi d’accordo sulla flat tax: la Lega la vuole al 15%, mentre Berlusconi al 23%.
Anche Meloni dice che l’arancino non è ancora fritto a puntino, che non è stata raggiunta un’intesa, «ma la cena è stata un buon punto di partenza».
«Sì – conferma Salvini – parlare è sempre utile, di cose da fare e non di posti da spartire come ho letto sui giornali. Ho chiesto un incontro non a tavola e senza arancini ma con carta e penna per mettere nero su bianco che idea abbiamo dell’Italia».
Insomma, per i due giovani leader Silvio è troppo ottimista, ma il risorto Berlusconi pensa che tutto si metterà a posto: «Ma certo, l’importante è rimanere uniti ed evitare di far vincere i 5 Stelle», è la sua conclusione.
Il Cavaliere sa che alla fine l’odore di vittoria spiana la strada, smussa gli angoli più acuti. Così presto verranno costituite due commissioni. Una per cominciare a studiare i collegi uninominali. L’altra dovrà occuparsi del programma.
Durante la cena Salvini è andato a fumarsi una sigaretta nel balcone e la Meloni l’ha raggiunto. Gli ha chiesto: «Ma ce l’hai con me». «Un po’ sì», ha risposto Matteo, ricordandole che ha criticato i referendum sull’autonomia e lo ha attaccato sulla legge elettorale. E Meloni: «Caro Matteo, io ho un certo elettorato…»
I nodi restano, anche quelli legati alla Sicilia.
Bisognerà vedere quanti voti prenderà Forza Italia e quanti la lista unitaria leghisti e Fratelli d’Italia.
Supereranno il quorum del 5%? Poi c’è un problema enorme che riguarda l’isola ma anche l’intero Paese: ci sarà una maggioranza per governare?
Berlusconi ieri, prima di lasciare Catania, ha detto di sperare in una forte e ampia maggioranza per Musumeci, «altrimenti il governo di centrodestra dovrà ricorrere ad alleanze con la sinistra».
Identico problema a Roma, ma nella capitale si chiamerebbero larghe intese. E lì le strade nel centrodestra tornerebbero a dividersi.
Il primo tempo spetta alla Sicilia.
(da “La Stampa”)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
DUE STUPEFACENTI COINCIDENZE DELLA COMMISSIONE BANCHE
Dopo il caso di Francesco Bonifazi, che è socio di studio con il fratello di Maria Elena
Boschi, Mattia Feltri sulla Stampa di oggi torna su un’altra stupefacente coincidenza che riguarda due membri della commissione: Alessio Villarosa del MoVimento 5 Stelle e Ippolita Ghedini, sorella di Niccolò, l’avvocato di Silvio Berlusconi.
Altro e non meno inappuntabile membro della commissione è il cinque stelle Alessio Villarosa, che ha fondato la sua esperienza parlamentare nella irriducibile lotta a Bankitalia, mentre fondò quella pre-parlamentare nella Idea Finanziaria del fratello Massimiliano, in cui lavorò un paio d’anni, e che poi è stata cancellata da Bankitalia per gravi irregolarità e sospetti d’usura, confermati dal tribunale civile, ai quali il nostro Villarosa è senz’altro estraneo.
Ora, in commissione, continuerà a fare il contropelo a Bankitalia.
La storia che racconta Feltri è stata circostanziata qualche tempo fa da L’Unità on line, che partiva dal racconto di quanto era scritto nel curriculum di Villarosa
“Ho lavorato inizialmente per 4 anni presso una fabbrica di reti ortopediche — recita la sua bio consultabile sul sito Sicilia5stelle.it — e successivamente per 3 anni ho rivestito il ruolo di responsabile nazionale del settore ‘Carte di Pagamento’ presso un’importante società finanziaria italiana con sede a Roma”.
Il nome della suddetta società non viene citato sul sito in maniera immediata.
Per capire di chi si tratta bisogna aprire il curriculum vitae. Dall’allegato si evince che il deputato grillino ha prestato servizio presso Idea Finanziaria Spa, una società specializzata in cessione del quinto, controllata dal gruppo Barclays attraverso la holding Eudea.
Secondo quanto dichiarato nelle esperienze professionali Villarosa lì ha lavorato dal 2007 al 2009 avendo come mansioni la “Gestione e formazione della rete di agenzie affiliate”.
Va detto che Idea Finanziaria è una società di famiglia, visto che il presidente del consiglio di amministrazione è il fratello Massimiliano Villarosa.
La società è stata recentemente oggetto di un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Economia e delle finanze e al ministro della Giustizia. A presentarla è stato Ferdinando Aiello, deputato del Pd, che ha chiesto verifiche e approfondimenti visto che a Idea finanziaria sono state imputate “numerose e gravi violazioni normative” ed “irregolarità nei rapporti contrattuali con la clientela“.
L’accusa più grave è la violazione della disciplina antiriciclaggio. Tant’è che a seguito della vigilanza effettuata da Bankitalia tale società risulta essere stata cancellata dall’elenco degli intermediari dal ministero dell’Economia.
Ad essere stati rinviati a giudizio risultavano essere l’amministratore delegato della principale società coinvolta nella vicenda, appunto Idea Finanziaria, e il rappresentante per l’Italia di banca Barclays (poi entrambi prosciolti).
E la sorella di Ghedini? Lei «è materia della commissione perchè accettò consulenze da Veneto Banca, nonostante suo marito fosse procuratore capo di Treviso, dove Veneto Banca aveva sede e indisturbata faceva danni. I componenti di Forza Italia della commissione stabiliranno se ci fu almeno conflitto d’interessi».
Specializzata in diritto di famiglia, Ippolita Ghedini è uno degli avvocati più noti di Padova. Tra le altre vicende ha seguito Silvio Berlusconi (che di Veneto Banca è azionista minoritario, tra l’altro) nelle pratiche per il divorzio da Veronica Lario.
Il marito respinse le accuse di conflitto d’interessi in un’intervista al Mattino:
«Io mi occupo di penale, innanzitutto», dice Dalla Costa, «e mia moglie è un avvocato libero professionista che si occupa esclusivamente di diritto civile, ha un’attività sua, con un suo studio. Io lì non c’entro nulla. Inoltre, la mia carriera da magistrato si è sempre svolta al di fuori della città in cui lavora mia moglie, cioè Padova».
Quindi il fatto che sua moglie abbia lavorato per Veneto Banca non influenza l’attività della Procura che lei guida sul fronte delle indagini sull’istituto montebellunese?
«No, in alcun modo», taglia corto Dalla Costa, «Mia moglie ha ricevuto una proposta di collaborazione da Veneto Banca mi pare a settembre o ottobre del 2014, proposta che lei si è riservata di accettare dopo aver verificato eventuali situazioni di incompatibilità . Incompatibilità che non ci sono, alla luce delle stesse indicazioni del Consiglio superiore della magistratura quando un magistrato e un avvocato operano su settori diversi e soprattutto su città diverse. Io e mia moglie non abbiamo mai lavorato nello stesso ambito territoriale, fin da quando non c’era ancora l’incompatibilità tra coniugi. Poi ha ricevuto singoli incarichi professionali da Veneto Banca per recupero crediti, ma in una maniera assolutamente minoritaria rispetto a tutto il suo volume d’affari»
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
DIVERSE DONNE DEL FN VITTIME DI AGGRESSIONI E MINACCE DA PARTE DEI MEMBRI DEL PARTITO
Una macchia d’olio che si allarga, appiccicosa. Lo scandalo delle molestie sessuali sulle donne, scatenato negli Usa dal caso Weinstein, dilaga in Francia. –
Dopo attrici, medici, poliziotte e consulenti finanziarie, tocca ora a diverse donne del Front National, il partito di estrema destra.
Secondo Le Monde che sarà in edicola nel pomeriggio, “diverse donne accusano in modo ricorrente di essere vittima di aggressioni, molestie o minacce da parte di membri del Front National”.
La direzione del partito non ha per il momento reagito. Tra i nomi quello di Axel Loustau, consigliere regionale Fn e vicino a Marine Le Pen.
Nel Regno Unito il deputato del partito conservatore britannico Charlie Elphicke, 46 anni, è stato sospeso dopo le “gravi accuse” a suo carico “che sono state sottoposte alla polizia”. Lo conferma il partito, mentre Elphicke, membro della commissione Tesoro dei Comuni, assicura di non essere al corrente delleaccuse, nega qualsiasi comportamento scorretto e lamenta che la stampa è stata informata prima di lui della sua sospensione
Se Hollywood è nel mirino, con una densità di casi simili a quando, nel 2001, lo scandalo della pedofilia si abbattè sulla chiesa cattolica, frasi indecenti, avance non gradite sono comuni in situazioni di squilibrio di potere.
Le donne che durante la campagna elettorale per la Casa Bianca hanno accusato Donald Trump di molestie si sono chieste nei giorni scorsi perchè Weinstein sì e Trump no, adesso lo scandalo arriva a lambire i palazzi della politica, del giornalismo – sul banco degli imputati è David Corn di Mother Jones -, perfino le Nazioni Unite con 31 casi di denunce rese note oggi dal portavoce Stephane Dujarric che non riguardano solo i peacekeepers ma anche personale delle agenzie dell’Onu.
“Le molestie sessuali sono intollerabili”, ha detto a Tokyo Ivanka Trump, la figlia del presidente, ma a Capitol Hill una senatrice e altre tre ex parlamentari hanno descritto ben altra storia denunciando all’Associated Press un clima di pressioni sessuali da parte dei colleghi del Senato.
Mentre in Kentucky lo speaker della Camera Jeff Hoover ha davanti a sè un futuro incerto dopo aver patteggiato le accuse che gli aveva fatto una persona del suo staff.
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
IN UN GIORNO SEI OPERAZIONI DI SOCCORSO, RECUPERATE 700 PERSONE… AUMENTANO I MORTI A CAUSA DELLA CRIMINALE POLITICA EUROPEA
Ventitre cadaveri recuperati, 64 superstiti e diversi dispersi. È il bilancio ancora
assolutamente parziale di una nuova tragedia del mare nel Mediterraneo dove da qualche giorno le partenze dei migranti sembrano riprese ad un ritmo decisamente più alto del trend degli ultimi mesi.
Il gommone ormai semiaffondato è stato notato da un elicottero alzatosi in volo dalla nave militare spagnola Cantabria, che aveva appena salvato 140 persone su un’altra imbarcazione.
Aggrappati disperatamente ai tubolari sgonfi decine di persone, moltissime altre in acqua. In 23, però, non ce l’hanno fatta e sono morti annegati prima che la nave spagnola giungesse sul posto per i soccorsi.
Il bilancio del naufragio potrebbe essere però anche più pesante. Dalle prime testimonianze dei 64 superstiti, a bordo del gommone partito dalla Libia erano più di cento. Se così fosse, ci sarebbero anche diversi dispersi
A dare notizia del naufragio dell’imbarcazione partita dalle coste africane e diretta verso l’Italia è stato il dispositivo Eunavformed a cui appartiene la nave che ha partecipato ai soccorsi che sono stati coordinati dalla centrale operativa della Guardia costiera di Roma che oggi è stata impegnata nel dirigere le operazioni di soccorso di altri sei barconi avvistati.
Circa 700 le persone recuperate grazie anche all’aiuto delle poche navi delle Ong rimaste in zona Ricerca e soccorso.
Un’altra nave spagnola della Proactive Arms ha recuperato prima cento migranti a bordo di un gommone ed è poi intervenuta in extremis per soccorrere un grosso peschereccio in legno con due ponti sul quale erano ammassate 312 persone. “Il ponte in alto stava per cedere – raccontano – li abbiamo salvati per miracolo”.
Duemila i migranti salvati solo questa settimana a cui devono aggiungersi gli arrivi dei cosiddetti “sbarchi fantasma”, quasi tutti cittadini tunisini approdati tra Lampedusa e le coste dell’Agrigentino.
La più parte di queste imbarcazioni sono state intercettate dal dispositivo messo a punto dal Viminale nelle ultime settimane dopo l’allarme partito dai sindaci di Lampedusa e da Pozzallo.
(da agenzie)
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